Perimetri

Ognuno vive i propri perimetri come crede. Per alcuni il proprio perimetro è il mondo intero, per altri è ‘la gente’, per il sottoscritto è rappresentato dalle relazioni, dagli ambienti e dai contesti frequentati.

Nelle ultime settimane ho partecipato a diversi seminari, conferenze, incontri, lezioni e spesso ho trattato i due grandi valori dell’Open Data: Trasparenza e Business.

Bene, ho fatto il solito giochetto dell’alzata di mano, chiedendo quanti fossero a conoscenza che sui siti delle istituzioni pubbliche è possibile consultare un po’ tutto ciò che il Decreto Legislativo n. 33 del 14 marzo 2013 prevede.

Ora, al netto del fatto evidente che pochissime Amministrazioni offrono i dati grezzi, alla maggior parte dei convenuti nel mio perimetro, di tutta questa trasparenza frega una beata cippa. Anzi, nemmeno sanno cos’è l’AMMINISTRAZIONE TRASPARENTE e se gli e la spieghi, alla fine ti dicono: ‘che mi cambia?

Gli unici che alzano la mano sono pochissimi dipendenti pubblici i quali ammettono di aver curiosato almeno una volta in quella sezione del sito.

Certo è un quadro desolante. La trasparenza è un valore assoluto, non negoziabile, nemmeno con la sicurezza e nemmeno con il profitto. Oppure no?

Del valore dei dati

Data value chain‘, ovvero la catena del valore dei dati. In pratica dopo averli liberati quale sarà il vantaggio per tutti, imprese e cittadini?

Ne parlavo alcuni giorni qui nel mio blog e ieri, prima Claudio e poi Gianfranco, mi hanno offerto lo spunto per tonarci sopra.

Prima considerazione: non siamo a Chicago, dunque ragioniamo da europei, con la cultura e con le competenze digitali dei cittadini e delle aziende europee.

Seconda considerazione: le nostre aziende non rischiano e non sono nemmeno incentivate a rischiare.

Terza considerazione: la creatività non è sufficiente, deve essere accompagnata da un modello di business (che ancora non vedo)

E ora veniamo ai pilastri che sono desumibili dalla Digital Agenda for Europe:

Visione generale sull’Open Data: Thousands of applications, reusing billions of open data records used by millions of end users around Europe by 2020

Risultati attesi con l’Open Data (benefici economici): Contribution to the stimulation of jobs and smart economic growth by

  • preventing distortions of competition on the EU market,
  • stimulating content market for PSI based products and services, and
  • stimulating cross-border exploitation of PSI. By opening up PSI for re-use, total direct economic gains amounting to EUR 40 billion a year in the EU are to be achieved.

Mio commento: Entusiasmante, visionario ma irreale. Qui c’è da ricostruire un continente che non è mai stato liberista come l’America. Qui abbiamo un oppressione burocratica e un ingerenza regolamentare che soffoca concorrenza e competitività. Insomma Chicago è troppo lontana. Spero di sbagliarmi.

Open Data e modelli di business

Chi legge questo blog avrà notato che negli ultimi mesi il termine Open Data è meno frequente nelle enfatizzazioni e nelle persuasioni che, il bloggante, usualmente mette in atto per attrarre i lettori verso nuovi paradigmi.

Infatti, non si tratta più di un nuovo paradigma ma, finalmente, di un obbligo di legge. Ne è passata di acqua sotto i ponti dal 2009 quando l’argomento era di frontiera. Ora c’è un decreto (Crescita 2.0) degli obblighi, tanti portali con i dataset, molte manifestazioni pubbliche, tutti ne parlano (per lo meno nel piccolo recinto della rete sociale) e questo non può essere che un bene.

Da un paio di anni mi occupo di progettualità legate all’Open Data anche a livello professionale. Quindi superata la fase evangelica mi son spesso posto il problema (anche in modo polemico, lo ammetto) del valore generato e del cosiddetto ROI.

Le mie osservazioni, purtroppo, non hanno prodotto buoni sentimenti, al contrario direi che ciò che vedo è sterile, spesso puerile e di facciata.

Tutti pubblicano dati e incitano a pubblicare dati. Tutti creano contest e premiano gli sviluppatori ma, nessuno, ripeto nessuno si  occupa di valutare la ricaduta in termini di valore, capitalizzazione e benefici tangibili.

Come al solito siamo bravissimi a scimmiottare  quello che hanno fatto all’estero ma non riusciamo a creare un nostro modello di business e, senza questo, non andremo, secondo il mio modesto parere, da nessuna parte.

Quando parlo di modello di business intendo uno scatto in avanti da un punto di vista economico con un tangibile ritorno di valore in termine di prodotti, servizi e occupazione basati e/o originati dall’Open Data.

In primis il decreto Crescitalia è monco dei decreti attuativi ma, soprattutto di una linea strategica legata, appunto, alla crescita. L’open by default va benissimo ma: PER FARE COSA?

Secondariamente si continuano ad esporre dati, singoli o aggregati, ma solo dati. All’interoperabilità e al valore che ne deriva dalla stessa, ancora non ci pensiamo. E, si badi bene, non è ne un problema di cultura, ne tanto meno  tecnologico.

Non ultima la grande confusione fra trasparenza (sana, benedetta, essenziale) e Open Data come motore per lo sviluppo digital-economico: SON DUE COSE DISTINTE!

Per fortuna, non tutto è perduto, possiamo recuperare, solo se lo vogliamo per davvero.

Serve definire benefici certi e tangibili e per farlo serve dotarsi di metodi e di vere strategie di business.

Un aiuto, in questo senso, lo sta dando Jeni Tennison, direttore tecnico dell’ Open Data Institute britannico.

Buona visione e lettura.

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Doveroso update segnalato da Raimondo Iemma via Twitter.

 

Indagine sull’uso degli Open Data

Sapete quanto ci tenga a questo tema vero? E allora datevi da fare :)

In vista dell’Open Data Day proponiamo questo questionario per individuare le categorie di dati che la comunità italiana dell’open data ritiene immediatamente utilizzabili e che vorrebbe vedere online al più presto. Per ora ci accontentiamo di raccogliere delle indicazioni di massima che ci auguriamo possano risultare utili a chiunque voglia aprie dati per individuare le priorità con cui procedere alla pubblicazione di dati open: se si rivelerà utile potremo poi fare un secondo giro con un maggiore livello di dettaglio.

Di chi è la responsabilità?

Stamani a Venezia c’è stata l’ennesima acqua alta eccezionale e, come al solito, la prevenzione, e soprattutto la corretta informazione, non ha funzionato.

Noi guastatori dell’Opendata ci siamo sbattuti una sacco e in particolare il buon Scano  ha fatto da sensore social:

Poi tutti a polemizzare sui social cosi (in primis su FB), come una vera ‘smart community’.

In particolare mi son avventurato nello spiegare ai profani cosa sono i ruoli, i livelli, le astrazioni, le pile protocollari, gli SLA, ecc. ecc.
Purtroppo dietro a un sito internet, o a un servizio ‘social media’, c’è una complessità paurosa che può essere risolta solo se tutti fanno bene il loro dovere.

Mi è tornato in mente questo post perchè poi la discussione si è allungata sui malesseri del pubblico (sito del comune) e sui benefici indotti dal privato.

Resto dell’idea che se ognuno fa il suo dovere le cose possono migliorare ma bisogna che si rispetti un modello. Quello inglese, citato in quel post, è ancora li pronto per essere adottato: https://www.gov.uk/designprinciples Gli Open Data da soli non servono a niente, devono essere sfruttati in un infrastruttura di servizi e diventare utili. Ma devono far parte di un modello sovradimensionale che determina i principi con i quali si disegnano i servizi per i cittadini, non devono starne fuori.

Ma bando alle ciance, per i meno addetti ai lavori, quelli che non sanno nulla di business continuity, SLA, open standard, porte di dominio, API, SPC, cooperazione applicativa, ecc. forse basta il video di Velasco. Perchè la tecnologia è ruffiana ma sa tradire benissimo.

Enjoy

Del valore e del vantaggio degli Open Data

Chi segue questo blog sa che non vado tanto per il sottile e il mio modo talebano di comunicare è noto.

Sono un sostenitore dell’Open Data della prima ora, non per particolare intelligenza o intuizione, ma per aderenza a paradigmi che altrove hanno avuto diffusione e risonanza al punto da intrigarmi.

Passata la fase dell’intrigo (divulgazione, evangelismo, letteratura e fase seminariale) mi son buttato con forte spirito critico su quella che amo definire fase 2.

Quella fase che va oltre la semplice esposizione del dato ma che punta a sostenerne l’utilizzo laddove il vantaggio è certo. Direi SOLO dove il vantaggio è certo, altrimenti si corre il rischio di generare altri costi inutili per la collettività.

Ora, sul tema del vantaggio non si può non criticare la superficialità e vacuità di molte affermazioni basate solo su esempi stranieri. Su questo son talebano, e la definisco ‘fuffa’ o semplice ‘belare’. Va cercato un modello italiano che tenga conto delle nostre specificità industriali, sociali ed economiche.

Ad oggi non ci sono esempi tangibili di vantaggi, se non una certa e non ben identicabile trasparenza…….Batman vi dice nulla?

Per fortuna la fase 2 la sto affrontando da un punto di vista professionale e assieme ad altri partner stranieri stiamo cercando di ‘valutare l’impatto socio-economico della disseminazione dei dati pubblici sulla società civile‘.

Se siete cittadini Veneti, Emiliano Romagnoli, Sardi o Piemontesi, e dunque portatori di interesse sulle Politiche Pubbliche di sostegno all’ecomia digitale, siete disposti a darci una mano?

http://www.candc.com.cy/homer/hr.nsf/index_it.xsp?SessionID=DB5TY33ZBE

Grazie