Ciao Duca

Pantaloni a zampa di elefante, capelli lunghi e improbabili colli di camicie. Eravamo i giovani degli anni ’70, condizionati da culture emergenti e soprattutto dalle melodie d’oltre manica.

In quegli anni il duca era un riferimento. Direi quasi un icona, sacra e intoccabile. Rappresentava la voglia di sperimentare sempre qualcosa di diverso e la voglia di rompere gli schemi melodici del passato.

Non so dirvi perchè mi mancherà più di altri. Magari si dice sempre così, quasi per abitudine. Eppure era dai tempi di John Lennon che non provavo sentimenti così tristi e allo stesso tempo, ampi e profondi.

Forse è la consapevolezza che le idee, la cultura e i modelli di quella stagione per me irripetibile sono strettamente legati ai protagonisti di quel tempo. E forse, quando i protagonisti di allora ci abbandonano, realizzo il rischio che gli stessi tendano a sfumare assieme ai riferimenti che li conservavano.

#RIP

 

Son tutti open con l’hardware degli altri

Quando Apple ha annunciato una soluzione proprietaria per la virtualizzazione basata su un componente hypervisor sviluppato ad hoc, Alex Fishman e Izik Eidus, fondatori di Veertu, si sono leccati letteralmente i baffi,

Mentre software già affermati come Parallels, Vmware Fusion o VirtualBox devono necessariamente mettere mano al kernel del sistema OS X sfruttando privilegi da super user (che possono rendere meno sicuro e instabile l’intero sistema di Cupertino), Veertu sfrutta le Api di OS X e mantiene piena compatibilità con l’intero ambiente nativo della mela al punto tale da conquistarsi un approvazione nell’App Store, unico nel suo genere.

Oggi l’ho scaricato (pesa una sciocchezza) e mi son divertito a giocare con Ubuntu sul mio Macbook Pro. Una favola. Leggero, perfettamente stabile. Divertente.

Certo il sw è giovane, manca il parallelismo delle app far i sistemi host e guest, ma intanto c’è, gira, insomma funziona e apre uno scenario nuovo, stabile e sempre più aperto.

Enjoy

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Internet che non vorrei

Che differenza c’è fra informazione e consumo dell’informazione? Fra il diritto di essere informati, la pluralità dell’informazione, la neutralità e l’indipendenza, ecc.

Paroloni, temi complessi che spesso coinvolgono soggetti che operano come testate informative (sovvenzionate con le nostre tasse) ma che non disdegnano di configurarsi come agenzie di raccolta pubblicitaria e a volte broadcaster o peggio ancora: provider internet.

Dunque il giornalista per chi lavora? Per l’editore? Per il marketing? Per la Telco? O per garantire informazione libera, plurale e neutrale.

Ecco io non ho tutte le risposte ma quando si arriva a dover pagare (indirettamente) il giornalista con un banner o un popup sul web, dico che tutto ciò non mi piace più.

Questa è la Bild di oggi (con traduzione Google e ADBlock attivi) http://www.bild.de/wa/ll/bild-de/unangemeldet-42925516.bild.html  e a me non piace proprio.

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Volevo approfondire i fatti e le opinioni sui fatti di Colonia. Mi sa che leggerò qualche autorevolissimo e indipendentissimo blog.

Araba fenice

Ci son, come sempre, passaggi e riflessioni interessanti sul post di Luca De Biase che prova ad aggredire il tema dell’innovazione mancata con un analisi sui finanziamenti e sui modelli.

Luca invoca finanziamenti che vadano oltre le idee originali e visionarie tipiche delle start-up e auspica che si sostanzino come acceleratori di modernizzazione delle infrastrutture del nostro paese.

Tutto condivisibile, anzi auspicabile. E’ un po’ anche il mio mantra, infatti è ben noto che non credo al motto: ‘innovazione a costo zero‘.

Ma andiamo con ordine. Ammesso e non concesso che davvero in questa tornata, con grandi iniezioni di fondi strutturali messi a disposizione dalla UE (ci sono, eccome se ci sono) e con agevolazioni per i privati che vogliano entrare a giusto titolo nella partita, si possa immaginare una grande PPP (Private/Public Partnership) per far decollare il paese, chi gestirà la governance? E chi gestirà gli appalti? Perchè è di appalti che si parla, vero?

Dunque, c’è un piccolissimo problema, che si chiama PA, in tutte le sue forme.

Ammetto che mi tormentano ancora le parole di Carlo Mochi Sismondi, che di queste cose ne capisce. Un paio di mesi fa, durante un seminario sulle Agende Digitali con le Regioni, lo stato, Agid, la politica e chi più ne ha più ne metta, spense i nostri entusiasmi sul tema.

Carlo, che prese la parola per ultimo, ci disse: ‘Avete letto bene il codice degli appalti e la riforma dello stesso? Pensate davvero di riuscire a spendere i soldi che avete a disposizione per gli investimenti in innovazione?

Ecco, il tasto dolente è questo. Forse solo questo. Con l’attuale PA, che non è riformabile, tutto ciò diventa maledettamente arduo.

E aggiungo, le aziende che dovrebbero entrare in PPP o partecipare al modello PCPP (Pre Commercial Public Procurement) son le stesse multinazionali che da anni gestiscono i servizi ICT della PA e che spesso sono i principali beneficiari degli appalti pubblici o del procurement delle inHouse tecnologiche. Insomma son gli stessi attori che hanno frenato l’innovazione nel nostro paese benefiando, comunque, di ingenti finanziamenti pubblici.

Forse un araba fenice …….

 

Tempo di bilanci e di previsioni

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E perchè dovrei sottrarmi se così fan tutti quelli che hanno una voce sul web? Perciò non mi tiro indietro e mischierò casi miei, percezioni, esperienze e pure supposizioni generaliste che lasciano il tempo che trovano.

2015:

Un anno un po’ insulso. Da qualsiasi prospettiva lo si guardi non lascerà il segno. Cos’è cambiato, cosa è migliorato o peggiorato? Forse nulla, forse lo smog degli ultimi giorni o la strizza di questi mesi a causa dell’ISIS ci fanno propendere per una velata negatività, ma ne abbiam viste di peggio.

Il mondo è sempre più piccolo, le persone si spostano, le città diventano megalopoli e anche le cose si connettono. Tutto già visto.

Parlando dei casi miei, realizzo dai frequenti acciacchi che son sempre più vecchio e non solo anagraficamente. Ma per il resto tutto bene. Famiglia bene, figli crescono e si realizzano, le relazioni amicali son stabili e il potere d’acquisto per fortuna resta solido, in modo da levarsi qualche sfizio.

Professionalmente bene anche se son due anni che non scrivo un libro e ciò significa che non ho nulla da dire e nessuno da annoiare. E poi i temi legati al digitale hanno poco appeal, dunque #whocares

2016: 

io

  • spero di fare un viaggio mitico
  • continuerò ad andare in palestra e dal fisioterapista
  • cambierò dipartimento universitario
  • curerò di più blog di viaggi, foto e video già archiviati
  • mi dedicherò di più alla domotica consumer
  • lavorerò il giusto, come sempre, ma limitando la spinta passionale
  • aspetterò con ansia l’esito di due call europee

il mondo

  • l’informazione sarà sempre più in crisi
  • i dati diverranno sempre più importanti
  • le automobili, i vestiti, l’agrifood e la medicina saranno i territori dove il digitale dimostrerà meglio i suoi benefici
  • l’Europa dovrà darsi una regolata (se passa il referendum di Cameron …)
  • il clima (atmosferico) ci farà letteralmente cagar sotto
  • i mestieri e le professioni, tranne che in Italia, saranno ancor più rivoluzionati
  • gli africani giocheranno sempre meglio a calcio
  • Adobe flash dovrebbe morire
  • potrebbe venir eletto Donald Trump

Fine del cazzeggio e buon anno.

Un po’ di tecnica per evitare #epicfail

Diversi anni fa (2008) scrissi anche un piccolo ebook sulla gestione, personalizzazione e ottimizzazione dei feed rss. Lo trovate qui: http://www.scribd.com/doc/2417501/Guida-Feedburner-2008, anche se un po’ datato.

Sicuramente quelli de Il Gazzettino on-line non l’hanno mai letto, e forse non hanno nemmeno mai approcciato il tema dei feed rss e dei lettori associati che sono uno strumento largamente usato sul web per rimanere informati e aggiornati su notizie e accadimenti.

Se lo avessero fatto, avrebbero imparato ad ottimizzare la scelta coerente delle immagini associate all’articolo ed evitato un #epicfail come quello che mi è capitato stamane aprendo Feedly.

Il web è una cosa serie e il tuo rapporto con il web lo devi approcciare in maniera molto seria, specialmente se sei fonte di informazione.

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Social mainstream

Chi si intriga di Social Media e della loro evoluzione non può sottovalutare la portata di quello che è successo ieri durante la trasmissione Report di Rai 3.

I fatti:

Report ieri sera ha mandato in onda un indagine sulla trattativa e sugli affari (o supposti affari) di Eni con la Nigeria per la ricerca del petrolio nei fondali marini del paese africano. Roba, o affare o comunque processi e situazioni torbide da un miliardo di dollari.
Insomma, inchiesta giornalistica alla Report nei modi che già conosciamo.

Eni in diretta social su Twitter inizia un contraddittorio che nel corso della trasmissione coinvolge, oltre agli account/profili ufficiali di Eni e Report, anche Andrea Vianello che è il direttore di Rai3 e  Marco Bardazzi direttore della comunicazione del gruppo Eni.

 

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Il siparietto rappresenta un vero e proprio spartiacque nel campo della social/comunicazione interattiva dell’amato stivale che, per la prima volta, estende le capacità della social tv inserendo elementi forti e per certi versi sconvolgenti come il fact-checking la rappresentazione di infografiche e persino la messa in discussione del palinsesto, fino a sconvolgerlo.

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Una maturazione e una accelerazione che solo Twitter con le sue specifiche caratteristiche riesce per ora a determinare. Una evoluzione del concetto di social tv che pone lo strumento social in posizione paritaria se non prevalente. Una scelta del campo di gioco che, in tempi recenti avrebbe privilegiato quello della stampa o dei comunicati stampa, finalmente messi all’angolo dalla freschezza, tempestività e facilità d’uso di Twitter.

Quando provoco i miei studenti eleggendo Twitter a canale mainstream, spesso vengo criticato. Magari ora una riflessione in più andrebbe fatta su questa provocazione e sulle prospettive che si aprono da qui in avanti.

Update: Stamane Eni pubblica il suo punto di vista: http://www.eni.com/it_IT/media/dossier/dossier-report-13-12-2015.html e Report il suo: http://www.report.rai.it/dl/Report/extra/ContentItem-525c0e86-598b-42fb-bda6-7c5df44f3e5b.html

 

Jon Snow è morto a causa della banda ultra larga

Comincio a convincermi che Jon Snow era inevitabilmente destinato a morire.

Ci eravamo lasciati con un: ‘vi racconterò come andrà …

Day 1: E’ il 30 Novembre quando Vodafone mi manda un sms avvisandomi che nelle prossime 24 ore avrei potuto collegare e rendere operativa la Vodafone station per godere dei miei 100 Mb di banda ultra larga. Non vi dico l’eccitazione. Prima di andare al lavoro sostituisco il router Fastweb (azienda che rammento mi ha sempre promesso, ma mai assegnato l’opzione fibra) e attacco la Vodafone station revolution.

Mentre sono in ufficio ricevo un altro SMS di Vodafone che mi invita ad effettuare il collaudo della linea. Alle 19 torno dal lavoro e mi precipito al pc per vedere se tutto è ok, ma mi accorgo che non c’è linea. Provo il telefono: isolato.

Chiamo il 190 e chiedo come mai sono isolato. Loro mi dicono che manca il collaudo ma ormai è tardi e chi mi aveva contattato (giuro che al netto del sms non ho ricevuto ne telefonate ne email) mi ricontatterà nuovamente l’indomani mattina. Mi rassegno.

Day2: Al mattino chiamo il 190 per il collaudo, aspetto un po’ la richiamata e finalmente proviamo il funzionamento della mitica Vodafone station. Non va niente, tutto tace. ‘ha messo i cavi giusti?‘, ‘ha disattivato tutti i telefoni in casa?‘, ecc. Niente non va proprio niente. Aprono una segnalazione mentre io vado al lavoro in ritardo.

Alle 15 circa da casa mio figlio mi avverte che è arrivato un tecnico di Telecom. ‘Perchè Telecom?‘ direte voi. Perchè l’ultimo miglio (o meglio, la distribuzione fino agli appartamenti) è in gestione diretta ed esclusiva di Telecom.

Il tecnico Telecom fa tutte le verifiche del caso, controlla tutto, mi chiede via cellulare del figliolo dove si trovi l’armadietto di distribuzione condominiale e dopo tre ore circa di indagini emette la sentenza: LA MIA LINEA DA CASA, PASSANDO PER L’ARMADIETTO CONDOMINIALE, INFILANDOSI NEL POZZETTO DI STRADA E SINO ALL’ARMADIO DI DISTRIBUZIONE N.23 IN VIA S.DONÀ, È A PROVA DI BOMBA. TELECOM È INNOCENTE, VODAFONE È COLPEVOLE.

E io resto ancora senza segnale internet e senza linea telefonica. E comincio ad essere molto triste.

A quel punto chiamo un mio amico in Vodafone che si preoccupa davvero in modo encomiabile e mi favorisce i rapporti con il 190 fintanto chè riesco finalmente a parlare con un tecnico ufficiale di Vodafone, che per comodità chiamerò Mister. P.

Lo chiamo, gli spiego l’accaduto e lui mi conferma che da programmazione dell’intervento Vodafone (ovvero ciò che mi è stato venduto) dovrei essere agganciato all’armadio 38 in Via Monte Berico in modalità FTTC MAKE. Giuro che più avanti spiego cos’è.

Ricordate l’armadio 38? Ok, rimetto la fotina (non ho problemi di privacy, il mio numero di casa è sull’elenco, così come il civico)

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Ma fermiamoci un attimo e spieghiamo in modo semplice come funziona il tutto:

A) Telecom è proprietaria e responsabile dell’ultimo miglio, ovvero di tutto ciò che accade dall’armadio di strada (quello con la capocchia rossa), passando per il sottosuolo, fino a casa nostra. Quell’armadio ****T_38 è un armadio Telecom. Chiaro?

B) Quando Vodafone e Fastweb si affiancano con i loro armadi a quello di Telecom, lo fanno per permettere di agganciare la nostra utenza dall’armadio Telecom al loro. In pratica quello che deve fare il sig. P.

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Guardando la foto: Local Exchange è Vodafone o Fastweb, Street Cabinet è Telecom. Chiaro?

Detto ciò significa che io dovrei essere servito dal cabinet (armadio Telecom 38) e la cosa mi puzza, come già mi puzzava da tempo. Vado a letto incazzato e aspetto il Day 3 e la telefonata del sig. P. di Vodafone.

Day 3: Dopo un po’ di ore di silenzio preoccupante mando un sms al sig. P. che mi risponde dicendosi dispiaciuto ma ammalato e confermandomi di aver passato la pratica a un collega che però non mi chiamerà mai.

A quel punto richiamo il 190 di Vodafone che mi giura: ‘domani la facciamo seguire in modo speciale perchè vogliamo risolvere il problema‘.

Vado a letto sconsolato.

Day 4: Al mattino in effetti una gentile signora di Vodafone mi telefona al cellulare e mi assicura che mi seguirà in modo particolare. Dopo la telefonata la tizia, che chiameremo per comodità Miss V., mi scrive un email e mi assicura che potrò mandarle info quando voglio e che mi comunicherà step by step l’evoluzione del caso.

Ringrazio, le scrivo un paio di volte dicendole che non sta succedendo nulla e incrocio le dita.

Alle 16.00 di venerdì torno a casa. Verifico che non funziona ancora nulla e scrivo a miss. V. ‘gentilissima sono disperato, datemi almeno un po’ di GB sulla sim di back up, perchè con 1gb mi faccio fresco’. Lei mi risponde, mi ricarica la SIM per due Gb, mi promette che avrò due mesi di sconto per il disagio (tengo l’email, vedi mai) e poi interrompe le trasmissioni per un po’.

Alle 18.00 colpo di scena ritorna il tecnico Telecom del Day 2. Rifà le verifiche e poi mi dice: ‘ma tu non potrai mai avere la fibra da Vodafone, perchè loro te la consegnano nell’armadio 38 di Via M. Berico mentre tu sei attestato nella porta 41 dell’armadio 23 di Via San Donà’

#GAC (traduzione=GRAZIE AL CAZZO) lo sapevo dal primo giorno che ero attestato li, e l’ho ribadito 10 volte al commerciale che mi ha venduto la fibra, ma lui insisteva mostrandomi il portale GEA e assicurandomi che avrei avuto i 100 favolosi Mb di fibra in modalità FTTC Make.

Dunque, ora spieghiamo la differenza fra make e vula/nga.

La prima è un offerta a 100 Mb che il provider porta con proprie tecnologie fibra e local Exchange (armadio di strada Vodafone o Fastweb) vicino allo street cabinet (armadio di strada Telecom) per poterle distribuire al cliente finale su rame e modem fibra.

La seconda è un offerta a 30 Mb che il provider (Vodafone o Fastweb) rivende al cliente finale su tecnologie fibra di Telecom Italia (un vero e proprio wholesale) per poterle distribuire al cliente finale su rame e modem fibra.

Qui trovate il documento tecnico: https://www.wholesale.telecomitalia.com/it/catalogo/-/catalogo_aggregator/article/1027774

A questo punto chiamo Mister P. e gli riferisco ciò che mi ha detto Telecom. Lui però mi offre un’altra interpretazione, ovvero mi dice che i commerciali Vodafone che programmano l’intervento si basano davvero sulla fibra posata e da posare di Vodafone, noncchè sui loro local Exchange, ma per la distribuzione (ultimo miglio, armadio Telecom e rame fino a casa) si basano sui data base di Telecom.

Dunque il commerciale di Vodafone mi ha venduto un contratto basandosi su un DB errato di Telecom che mi individuava nell’armadio 38 e non nel 23. Sarà vero?

Il maledetto armadio 23, eccolo in tutta la sua fierezza solitaria.

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Chiedo a Mister P. a questo punto cosa osti assegnarmi in modalità nga/vula all’armadio 23, pur rinunciando ai 100 MB in favore dei 30. Risposta: ‘se si può fare non costa nulla, ma devo verificare. Comunque è un’azione che non prevede manualità, la si effettua da centrale‘.

Vado a dormire, ho solo 2GB di accesso 4G da usare con parsimonia e sto cadendo nello sconforto più totale.

 

Day 5: E’ ormai sabato, il weekend sarà lungo e poi c’è il ponte. Mumble, mumble mi affastellano pensieri e incazzature varie.

Vado a prendere il pane e a svolgere altre commissioni percorrendo parte del quartiere. Seguo i tombini Telecom e torno nel luogo del delitto. Faccia a faccia con l’armadio 23 inserito da Telecom in una proprietà privata.

L’armadio è li, solo. Non avrà mai la compagnia degli altri operatori perchè a loro non è CONCESSO.

Dunque, al netto della superficialità e dei palesi errori di Vodafone, possiamo permetterci nel 2015 che un ex operatore monopolista possa decidere le sorti di un quartiere,  di una zona produttiva, magari di una scuola?

Che forza ho io per andare dal mio sindaco e dirgli: ‘per favore puoi far spostare quell’armadio di Telecom in zona pubblica in modo che anche gli altri operatori giochino la loro partita‘.

Alla faccia della libera concorrenza.

A questo punto comprendo le perplessità di Renzi sulle telco italiane e la necessità di far entrare altri competitor come Enel o RayWay per cambiare le regole del gioco.

RIP: Jon Snow

Update: Piccolo siparietto. Ho provato a usufruire dell’accesso WOWFI di mia suocera per avere un po’ di connettività. Provate a chiedere a Fastweb da quante ore non funziona il servizio di distribuzione credenziali. #noncelapossiamofare