Social mainstream

Chi si intriga di Social Media e della loro evoluzione non può sottovalutare la portata di quello che è successo ieri durante la trasmissione Report di Rai 3.

I fatti:

Report ieri sera ha mandato in onda un indagine sulla trattativa e sugli affari (o supposti affari) di Eni con la Nigeria per la ricerca del petrolio nei fondali marini del paese africano. Roba, o affare o comunque processi e situazioni torbide da un miliardo di dollari.
Insomma, inchiesta giornalistica alla Report nei modi che già conosciamo.

Eni in diretta social su Twitter inizia un contraddittorio che nel corso della trasmissione coinvolge, oltre agli account/profili ufficiali di Eni e Report, anche Andrea Vianello che è il direttore di Rai3 e  Marco Bardazzi direttore della comunicazione del gruppo Eni.

 

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Il siparietto rappresenta un vero e proprio spartiacque nel campo della social/comunicazione interattiva dell’amato stivale che, per la prima volta, estende le capacità della social tv inserendo elementi forti e per certi versi sconvolgenti come il fact-checking la rappresentazione di infografiche e persino la messa in discussione del palinsesto, fino a sconvolgerlo.

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Una maturazione e una accelerazione che solo Twitter con le sue specifiche caratteristiche riesce per ora a determinare. Una evoluzione del concetto di social tv che pone lo strumento social in posizione paritaria se non prevalente. Una scelta del campo di gioco che, in tempi recenti avrebbe privilegiato quello della stampa o dei comunicati stampa, finalmente messi all’angolo dalla freschezza, tempestività e facilità d’uso di Twitter.

Quando provoco i miei studenti eleggendo Twitter a canale mainstream, spesso vengo criticato. Magari ora una riflessione in più andrebbe fatta su questa provocazione e sulle prospettive che si aprono da qui in avanti.

Update: Stamane Eni pubblica il suo punto di vista: http://www.eni.com/it_IT/media/dossier/dossier-report-13-12-2015.html e Report il suo: http://www.report.rai.it/dl/Report/extra/ContentItem-525c0e86-598b-42fb-bda6-7c5df44f3e5b.html

 

Fenomenologia di un tweet

Hai voglia a dire che i blog son morti e che i social fanno terra bruciata.

Io non mollo. Il mio blogghino ormai anziano e sempre meno curato è uno sfogatoio, spesso anche un pensatoio o un luogo della memoria, dove mettere alla rinfusa roba che prima o poi ti riproponi di ritirar fuori.

Però se vogliamo misurarcelo, forse il blog non tira più come una volta. Hai voja a far numeri, far visite, misurar statistiche. Con Twitter e Facebook tutto è più facile anche se molti affermano che è troppo veloce, fugace, etereo. Si perde la memoria. Si rischia l’oblio nel mare magnum di quel rumore sociale che tutto avvolge e tutti esalta.

Infatti è per puro caso che mi imbatto sulla bacheca di Giovanni che proprio sul faccialibro rilancia una foto sul tema #cookielaw. Insomma un contenuto. Giovanni rilancia un contenuto sui social, così come deve essere, anche con il pericolo che nessuno se lo fili.

Non faccio molto caso al link della foto e commento il post di Giovanni con un semplice: ‘geni‘.
In effetti il post muore li, con un altro commento e nessuno che se lo fila.
Poi prendo la foto e la rilancio su Twitter. Tanto per far casino, incrociare i flussi e spammare un po’ perchè il contenuto mi sembra carino e assolutamente di attualità.

 

Nelle prime ore succede poco o niente. Qualche like, qualche retweet. Poi nel weekend passano un po’ di amici influenti (quelli che io chiamo ‘hub-forti’) e lo rilanciano contribuendo a un lento ma inesorabile crescendo di citazioni, retweet, like e visualizzazioni che, al momento in cui scrivo, son già arrivate a 20.000.

Numeri da capogiro che un post sul blog mai e poi mai avrebbe raggiunto.

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Tanta roba insomma, tantissima che dimostra come non è del tutto vero che Twitter, in particolare, sia poco adatto ai contenuti.

A questo punto, e solo oggi, sono andato a guardare il blog di partenza, tanto per capire chi fossero i macellai geni assoluti di questo thread. Mica l’ho capito ancora :)

Purtroppo non c’è modo di commentare e mi sembra strano e assolutamente ingiusto che quel post abbia solo 18 condivisioni su Twitter. Il merito è suo, solo suo.

O forse no, lo è anche delle dinamiche di Twitter.

La morte di Foursquare

Vabbè, scrivo questo post in un venerdì non molto vivace di Agosto. Dunque mood negativo, avvertiti.

Dopo aver vissuto lo split fra Foursquare e Swarm con una certa repulsione e sfiducia, ieri ho provato il nuovo Foursquare ufficialmente ridisegnato in versione 8.0

Andiamo con ordine, anche dopo aver letto il post di Vincos, sempre molto attento e competente in materia.

La geolocalizzazione è morta, viva la geolocalizzazione: Chi si ricorda di Brightkite, Gowalla, ecc? Quasi nessuno. Ma potrei proseguire con l’italianissimo Mobenotes! Ve li ricordate i servizi ‘location-based‘?
Bene, tutto ciò aveva un senso (e forse oggi non lo ha più), perchè quasi tutti i servizi web-mobili attuali, ma non solo, aggiungono le funzionalità di geolocalizzazione e spesso di social chekin embedded. Ovvero fanno diventare prassi l’abitudine di far sapere ai propri fun/follower dove ci si trova.

Dunque l’esclusività e il vantaggio competitivo è finito e la funzionalità è diventata trasversale a tutte le piattaforme. Google e Facebook in primis.

Gaming, prize e engagement: Foursquare aveva capito per primo che l’incentivo all’azione (check-in, tip, commento, ecc.) dovevano essere premiate. Prima con i badge di cui bullarsi (mayorship per capirsi) e poi con i prize messi a disposizione dagli advertiser, ovvero sconti, promozioni e veri e propri regali.

Che abbia funzionato, sembra proprio di no, anche perchè uno dei motivi che ha indotto Foursquare allo split sembra sia proprio la diminuzione dei check-in. A tal proposito val la pena leggere un post del Maggio scorso proprio sul blog ufficiale di Foursquare:

Back in 2009 when we had 50,000 people using Foursquare, they were awesome. But as our community grew from 50,000 people to over 50,000,000 today, our game mechanics started to break down:

  • Points became arbitrary and less reflective of real-world achievement, because a check-in at a concert in Istanbul is really different than one at a dog park in New York (and the thousands of types of check-ins in between).
  • We created hundreds and hundreds of badges to appeal to different people around the world. Some of you want more, though we hear more often that badges stopped feeling special a long time ago.
  • Mayors were great when Foursquare was small and you were competing against your friends to rule the neighborhood coffee shop, but as more people signed up, earning a mayor crown became impossible.

Dunque questo meccanismo non paga più e viene demandato, con altre aggiunte (sticker in primis) alla nuova social app chiamata SWARM! Sarà un successo? Io credo di no, e spero di essere smentito, ma avrà vita breve.

Forse ai tamarri piace addobbarsi di adesivi da condividere con gli amici, ma la cosa mi lascia perplesso.

GPS rulez: Entrambe le nuove app, ovvero Foursquare 8.0 e Swarm fanno ampio uso del servizio di passive location sharingIn pratica GPS always on and shared! Da paura, vero?

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Insomma, mica tanto direi. Molti nuovi servizi prevedono questa funzione di default. Pensate a tutti i sistemi wearable o alle app di traking (Runkeaper, Runtastic, Nike, Step counter, ecc.) e andando oltre (per begare subito con tutti i detrattori interessati alla privacy) riflettiamo sul fatto che i nuovi smartphone portano in dote un nuovo processore dedicato proprio a queste attività in movimento, come ad esempio il co-processore M7 dell’iPhone 5S.

Detto questo sono molto d’accordo con Vincos quando fa notare la scarsa attenzione alla privacy a discapito dell’opportunità indotta:

In pratica, anche se l’app non è attiva, collezionerà questi dati nei server di 4sq al fine di comprendere le abitudini dell’utente e anticiparne i desideri, ma anche per poter costruire una mole di informazioni utilizzabile, in forma aggregata, per la pubblicità.
Crowley pensa che questo tracciamento continuo verrà accettato dagli utenti perché lo vedranno trasformarsi in consigli utili. Resta il fatto che viene attivato automaticamente, senza un avviso. Una mossa azzardata nel momento in cui anche Facebook sta virando verso una maggiore attenzione alla privacy

Ma andando oltre, veniamo alle mie considerazioni e perplessità che manifestavo su Facebook dibattendo con diversi amici:

A) Yelp rulez. Per chi come me ha frequentato diverse volte Stati Uniti e Inghilterra sa che Yelp sta correndo alla grande e l’accordo con Apple (consigli di Yelp sulle mappe) , e non solo, la sta portando a diventare l’app più utilizzata di sempre nell’ambito delle ‘raccomandazioni’.

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Il recommendation engine di Yelp è il preferito (anche se in Italia ancora stenta) e i motivi sono questi:

In a nutshell, that’s how Yelp works. Every day our automated software goes through the more than 47 million reviews that have been submitted to Yelp to select the most useful and reliable ones to help you find the business that’s right for you. Unlike many other sites, our stance is quality over quantity when it comes to reviews. As a result, we only recommend about three-quarters of the reviews we get. More often than not, these reviews come from active members of the Yelp community, and from those we’ve come to know and trust.


B) No pay no play: Il gaming associato al prize dava un senso alla partecipazione su Foursquare, dovrebbe darla anche su Swarm? Secondo me no, perchè non incentiva il business, ma solo una competizione fra friends, fine a se stessa.

C) Le competenze di cui bullarsi in un network asimetrico come il nuovo Foursquare (more tips more competence) non credo paghino, anche perchè lo sforzo richiesto dovrebbe generare anche qui una forma di gratificazione reale che non può essere solo un profilo più ricco e posizionato o delle menzioni sulla scheda del locale censito. Mi sbaglierò, ma non paga.

D) Quale sorte per le API? A me piaceva molto giocare con Foursquare, specialmente per lo storitelling., Guardate un po’ come mi divertivo: http://www.tripline.net/gigicogo

Detto questo, spero di essere smentito dai ragazzi di Foursquare, ma la vedo nera. Dunque che fare, che alternative usare per chi, come me, sta pensando di andare oltre?

Non lo so, ma mi sa che Zuck ne trarrà notevoli vantaggi.

Really sad news

Mentre ero in vacanza mi è arrivata come un fulmine a ciel sereno la mail con la quale i gestori di Fotopedia annunciavano la chiusura del servizio. #tragedia

Non ho mai nascosto la mia passione per il  ‘foto storytelling’ e il fascino che questi servizi mi regalano quando posso dedicarmi a raccontare storie visuali, ma soprattutto a leggere le storie degli altri appassionati come me.

Fotopedia fu lanciato nel 2009 da 5 ex-dipendenti di Apple: Jean-Marie Hullot, Bertrand Guiheneuf, Manuel Colom, Sébastien Maury e Olivier Gutknecht che investirono tempo e denaro in questo apprezzatissimo servizio diventato presto famoso grazie alle app per tablet e smartphone (vincitrici come miglior app della categoria nel 2011).

Un paio di storie su Fotopedia le ho pubblicate anch’io: http://it.fotopedia.com/reporter/stories/3k3MRtE6GJohttp://it.fotopedia.com/reporter/stories/JOsMJHNuQtA poca roba, solo per testare la piattaforma, in quanto la qualità delle mie foto non è nemmeno paragonabile a quelle condivise da alcuni utenti professionisti. Provate un po’ a girare su Fotopedia e ditemi se non ho ragione.

Ieri leggevo i commenti al post con il quale si annuncia la chiusura e condividevo lo sconforto di molti fan. Nel tempo, infatti, si era creata una community di foto-viaggiatori molto vasta e soprattutto molto competente da un punto di vista della qualità fotografica che difficilmente ho riscontrato in altre piattaforme analoghe.

Dopo lo sconforto rimane solo la ricerca di dove spostare l’attenzione per ritrovare le stesse funzionalità e lo stessa esperienza d’uso.

Continuo a preferire JUX anche perchè Erly è stato chiuso, o al limite anche Flipboard che si adatta alla grande con i suoi magazine. Resta comunque un periodaccio per questi servizi. Ahimè! Purtroppo il modello di business non è ben definito e la conversione degli investimenti in profitto, stenta a dare risultati.

Leggendo i commenti a un post di Frederic Lardinois su TecCrunch, ho scoperto un paio di servizi simili che non conoscevo:
https://exposure.co/
https://maptia.com/

e ai quali mi son già registrato. Nel caso siate a conoscenza di alternative, son tutto orecchi :)

Un network molto personale

Fuga da Facebook, nausea da Whatsapp, dipendenza da Google, oppure semplicemente noia da SMS. A tutto c’è rimedio, a patto che al centro ci sia sempre il nostro insostituibile smartphone.  Between è l’app di coppia a tutto tondo. Difficile definirla una necessità. Difficile dire se il modello di business sarà sostenibile e/o troverà investitori. TechCrunch e Forbes dicono che in Asia sta spopolando ma, si sa, son così lontani. Io la sto usando da un po’ con la mia dolce metà e ….. vi saprò dire se si può vivere anche senza :)

Genitore ai tempi del colera

Non c’è che dire. Siamo tutti d’accordo con Stefano, ci mancherebbe. Primo perchè la scuola è vecchia da qualsiasi parte la si guardi, secondo perchè noi, quelli d’accordo, siamo tutti convinti dei benefici che il digitale porta in dote.

Dunque, non posso buttare a mare anni e anni passati a predicare sulla forza dirompente della disintermediazione. Non posso buttare a mare il modello deschooling, vero Gianni? Non posso dire di non aver begato in pubblico sugli stessi argomenti di Stefano con i massimi dirigenti del MIUR, vero Roberto? Perbacco sto lavorando al Piano Nazionale per la formazione e la cultura digitale e mi sto impegnando non poco.

Dunque caro Stefano, d’accordo su tutta la linea. Che digitale sia e che il digitale rivolti questa scuola come un calzino. Non importa partendo da cosa, ma va bene anche dalla consumerization. Portiamo dentro i tablet, ma anche le PSP o le WII perchè ‘content is king’ e su questo mi farei bruciare come un novello Savonarola.

Detto questo, sul push e pull e sulla condivisione mi sto massacrando le meningi e ti spiego perchè.

Era ovvio che il più nativo dei miei tre figli (quello che oggi ha 14 anni) fosse il più adatto a rappresentare perfettamente quello che tu scrivi. Ed è così. Lui è già armato di tutti gli strumenti digitali possibili (alcuni suoi, alcuni in uso grazie alla concessione dei genitori). E non ti dico la destrezza, da piccolo nerd.

Dovrei quindi (e lo sono) essere orgoglioso, fiero e soddisfatto. Ma l’ansia che mi fa star male è una contraddizione, una paura, un qualcosa che ancora non riesco a definire e capire. E’ il fatto che io non sono lui, per quanto sia mio figlio e in lui proietto molte speranze e, come tutti i padri, ambizioni. Lui è lui e ragiona con la sua testa anche quando nella sua testa gira il digitale con i suoi strumenti, i suoi modelli e le sue pulsioni. Le sue appunto.

Scenetta finale:

Un pomeriggio come tanti durante il quale il nativo sta studiando in modalità only-digital. Personal computer puntato sull’elaborato in progress, e browser pronto per le ricerche (fin qui tutto bene). Tablet in multichat con hanghout e mezza classe collegata (si vedeva anche una nonna che massaggiava le spalle a un altro piccolo tamarro digitale). Smartphone che gracchiava come una rana, ogni tre secondi, giuro. Era whatsapp e il rumore era quello della multichat collettiva di classe. Tutti, ma proprio tutti appartengono a questo mega gruppo dove si scambiano ogni cosa, durante, dopo e prima di ogni lezione e di ogni compito per casa.

Dovrei essere l’uomo più felice del mondo, eppure lui, e non solo, oggi hanno dei problemi molto seri dei quali stiamo discutendo non solo con i docenti ma anche con degli psicologi e pedagoghi.

A) Mentre studiano fanno contemporaneamente 1000 altre cose. Lo strumento li induce a controllare i social network in primis e a interrompere spesso (la mitica pausa) con giochi e giochini digitali o con l’ascolto della musica. Spesso studiano con le cuffie e spotify acceso.

B) Non sanno più narrare. Raccontano quello che imparano in modo sequenziale ma non lo sanno scomporre e ricomporre isolato dalla sequenza temporale indicata dal libro di testo. E dunque non progrediscono. Rimangono ancorati al task e al suo superamento. I docenti ci raccontano che alle interrogazioni usano termini dello slang e spesso anche acronimi. Insomma la creatività non è più di casa.

C) Beata gamification ma l’interrogazione non è un gioco a livelli. A guardare ‘classeviva’ (uno dei tool più utilizzati dagli istituti superiori per mettere gli score on line) sembra di giocare con i badge di foursquare ma la media dei quadrimestri, il combinato di più materie affini, la multidisciplinarietà e anche la specializzazione vanno a farsi benedire.

D) Capitolo eBook. Leggono solo quelli didattici e schifano tutti gli altri.

Potrei andare avanti all’infinito, perchè sto imparando a fare il genitore ai tempi del colera digitale. E, se non fossi pervaso, convinto, tenace e combattivo sulla bontà del digitale, non ti avrei risposto.

p.s. sul WiFi negli istituti mi sto dando da fare, anche se è dura :)

Sito web del comune

Sei il sindaco di un piccolo comune?

Sei il webmaster di un piccolo comune?

Sei il consulente di un piccolo comune?

Chiunque tu sia, se hai bisogno di un sito web, ora c’è un altra opportunità grazie a GovFresh che ha messo a disposizione un tema specifico per WordPress: http://govfresh.com/2014/01/building-government-wordpress-theme/

Perchè non approfittarne? WordPress è facile da installare e da gestire, e ci sono migliaia di video guide o di guide testuali pronte all’uso.

Non ci son più scuse per buttare via i soldi pubblici. Fatelo!

Il tema è scaricabile da GitHub

Web reputation

Più volte ho scritto su questo blog di reputazione e dintorni e, come spiego sempre ai miei studenti che si accingono a diventare social media manager o ad accompagnare le aziende sul social web, non c’è nulla di più travolgente della reputazione sui social network. In termini positivi e negativi.

Vi racconto quest’ultimo episodio:

Ad Agosto ho noleggiato un’auto a Los Angeles e mi son visto addebitare un centinaio di dollari di assicurazione aggiuntiva che non avevo richiesto. La colpa va divisa a metà fra la furbizia dell’addetto al desk di Avis e la mia stanchezza dopo 13 ore di volo.

Non vi racconto tutta la faccenda ma vi dico solo che le mie rimostranze sui canali ufficiali di AVIS (call center, web form, ecc.) hanno dato esiti negativi e lungaggini assurde.

Ieri scrivevo questo tweet:

Al quale è seguta una puntuale risposta da parte del social media team di AVIS:

Stamane, come da loro consiglio, li contatto via email e spiego la situazione in modo sintetico.

Ecco un’estratto della mail di risposta che mi hanno mandato:

We are actively working to improve our service levels, and your feedback
has proved to be valuable. At Avis, we really do try harder to deliver a
safe, dependable, hassle-free rental, so we are grateful that you
brought this important matter to our attention. Please allow us to
provide you with a more pleasant experience in the near future.

To demonstrate our appreciation of your business, we have adjusted your
charges to account for this wait. A credit of $25.00 adjustment has been
applied to your Visa credit card account, and it should appear on your
statement in 30 to 60 days.’

Ovviamente, di questo e tutto quello che c’è dietro a dinamiche, linguaggi e opportunità ho argomentato a lungo sul libro appena uscito. Fatene tesoro!

businessnetworking

Opera quarta

Il quarto papello del bloggante, scritto a 4 mani con l’amico Simone Favaro è ora disponibile per l’acquisto.

Potete pensarlo come un bel regalo di Natale :)


Oltre all’editore che un’altra volta ha creduto in me/noi, un particolare ringraziamento a Mauro Lupi, prefattore e agli amici Barbara Bonaventura, Mafe De Baggis, Vincenzo Cosenza, Gianluca Diegoli, Marco Massarotto, Alberto D’Ottavi, Robin Good e Giorgio Soffiato che hanno contribuito alla parte interattiva del libro contenuta nel capitolo: ‘I protagonisti’

I socialmedia danno i numeri

C’è ancora chi stenta a capire che i Social Media hanno un potere enorme nel veicolare informazioni nel favorire relazioni e, soprattutto, nel predisporsi come nuovi marketplace dove piazzare i propri prodotti.

Craig Smith di DMR prova a dare i numeri su questo settore in continua crescita.

p.s. se pensate che per vendere un prodotto sia ancora meglio aprire un sito e chiamare a voi i clienti, fate pure.

social media user infographic