Il meno peggio

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Credo sia difficile non avere sentimenti e atteggiamenti che spesso contrastano e stridono rispetto a un valore assoluto come la libertà.

Libertà significa essere liberi di pensarla come si vuole, di scegliere o non scegliere una religione e di non finire ammazzati per mano di un invasato integralista.

Libertà significa potersi esprimere in piena tutela della privacy con chiunque si scelga come interlocutore, senza doverlo far sapere al grande fratello, alle agenzie governative e/o investigative di turno.

Libertà significa muoversi liberi e spensierati sotto l’occhio di mille telecamere che nelle grandi città tutelano anche la nostra sicurezza.

Libertà significa scegliere tutte le tecnologie possibili per stanare questi infami che minano alla nostra libertà.

Ma quando parliamo di libertà, parliamo della nostra o di quella collettiva? Perchè quando parliamo della nostra non siamo disposti a cedere nulla. Quando parliamo di quella collettiva spesso siamo anche disposti a cedere qualche pezzo importante della libertà stessa.

Ma la libertà collettiva è la somma delle libertà individuali. E spesso ce ne dimentichiamo.

Detto questo io sto con Tim Cook perchè una volta concessa una back-door sulle nostre libertà è difficile tornare indietro. E dico ancora che l’FBI ha tutti i potenti mezzi per scovare questi criminali senza mettere a repentaglio al privacy di mezzo pianeta.

 

 

 

Il fact checking del ridicolo

  

Per dissertare su un fatto ridicolo come quello proposto dalla foto possiamo anche fare a meno del fact checking e limitarci a considerare la temperatura media a febbraio in una città del nord come Milano.

Peccato che l’onorevole (ooops cittadino portavoce) Toninelli ci consideri gonzi e bevitori di stupidità.

La vera domanda che mi faccio e alla quale non so dare risposta è la seguente: Ma che tipo di selezione viene fatta per la classe dirigente dei pentastellati?

#epicfail che oscurano il pur immenso Gasparri

In favore dello storytelling

Io all’ Italiandigitalday di Venaria c’ero, ed ero molto attento, sveglio, pensante e critico.

Ho partecipato attivamente sin dalla prima giornata di venerdì (della quale nessuno in rete fa menzione). Vi ho partecipato come aderente all’associazione Digital Champions e ho portato il mio contributo, assieme a quello di molti altri associati, per la crescita, l’organizzazione, la trasformazione e/o rimodulazione di questa associazione. Venerdì ci siamo dati obbiettivi, strumenti e conoscenza.

Da un paio di giorni leggo in rete un sacco di critiche che, come tutte le critiche fondate e circonstaziate, mi interessano e mi incuriosiscono e dalle quali cerco sempre di imparare qualcosa. Gli insulti, invece non mi interessano. Peccato che spesso arrivino da persone di un certo spessore e che hanno anche ruoli importanti nel campo dell’innovazione digitale.

Tornando alle critiche spesso arrivano da gente che a Venaria non c’è stata e che ha seguito i lavori sui social o attraverso lo streaming del sabato. Comunque tutte le critiche sono incentrate sul sabato e nessuno fa menzione alla giornata di venerdì. Prendo atto che non interessi a nessuno sapere che dentro l’associazione si discute, si critica, si fanno proposte e si cerca di correggere errori che, ovviamente, son stati fatti.

Ammettere che abbiamo fatto anche errori in questo primo anno per noi è normale. Chi scrive solo articoli critici, invece, errori non ne fa mai, perchè si occupa solo di analizzare gli errori degli altri. Prendo atto anche di questo.

Veniamo al sabato e alla critica mossa da molti: ERA UNA NARRAZIONE, UNO STORYTELLING, NULLA PIU’!

Sembra un mantra che rimbalza da un blog a un altro, da un social ai giornali e persino in qualche radio nazionale, come Radio Radicale.

L’analisi che sto per fare non è di difesa a spada tratta dell’operato di Riccardo Luna e dell’Associazione Digital Champions, ma frutto di un analisi dei fatti e delle conseguenze che auspico.

Mi avvicinai a questo movimento/associazione un anno fa su invito di Riccardo e fui il primo a scrivere sul blog collettivo un pensiero costruttivo e una serie di motivazioni che riporto proprio come estratto di quel post:

Ciò che mi attrae è la mission che mai come questa volta punta dritta all’acculturamento, alla persuasione sentimentale, alla logica che sta alla base del ricercare un modo migliore per vivere come obbiettivo sociale e non individuale.

Troppo alto? Direi di no. Per anni ho sostenuto che il problema del digitale in Italia non fosse l’infrastruttura o la tecnologia, bensì la cultura e la propensione ad acculturarsi su temi e paradigmi che non sono legati al mondo dell’Information Technology, bensì a nuovi stili di vita, di lavoro e dunque a una nuova idea di società’.

Durante l’anno passato assieme a tante meravigliose persone (è incredibile quanta passione e quanta voglia di far bene ci sia in questo paese) ho maturato la convinzione, già bene strutturata nel mio pensiero, che la chiave di volta fosse la cultura e la conoscenza. E dunque ho partecipato assieme a un centinaio di membri veneti dell’associazione (chiamiamoli pure D.C. veneti) a diversi momenti di condivisione, conoscenza, acculturamento e riflessione.

Momenti indimenticabili e di forte impatto emotivo.

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Altre volte, come a Venaria e non solo, ho seguito i momenti collettivi a livello nazionale che l’associazione si è data, e ho maturato ancora di più la convinzione di cui sopra: cultura e conoscenza sono la base su cui lavorare e insistere, prima di lanciarsi nella fase squisitamente tecnologica e attuativa.

Dunque ecco che mi diventa chiaro, chiarissimo il ruolo e la missione che Riccardo si è dato: alzare l’hype sui temi dell’innovazione digitale. Portare questi temi fra le masse, sui giornali, in televisione, nelle scuole. Parlando semplice e semplicemente a tutti. Usando meno sigle, acronimi e paradigmi tecnologici per rendere il tutto facile, comprensibile soprattutto attraverso la narrazione.

Riccardo usa questo format da anni. Porta sul palco chi ha una storia da raccontare. Una storia di successo da condividere e che sia di esempio per gli altri che ci stanno provando.

Ed è qui che viene attaccato dai soliti soloni: ‘E’ solo un cantastorie, uno storyteller, l’innovazione si fa con i fatti di tutti i giorni, non con le manifestazioni pubbliche‘.

Ok, anzi per niente. Sono abbastanza stanco di sentire il termine ‘ventreaterra’, stra usato e abusato da chi non sa o non ha voglia di comunicare o da chi semplicemente fa il suo dovere, quello a cui è chiamato da una funzione o da un compito preciso.

La comunicazione è fondamentale, necessaria e funzionale al cambiamento.

Chi si sognerebbe di accusare Benigni quando rende popolare e comprensibile Dante? Eppur lo fanno, in Italia lo fanno da sempre. Chi si sognerebbe di accusare Angela di banalizzare la scienza? I soloni italiani, ovviamente. E poi giù tutti contro gli chef stellati o i calciatori che diventano opinionisti e lo Zichichi di turno che appare nelle trasmissioni patinate.

Eppure ci son diversi modi per rendere di massa temi complessi, ma son modi che noi italiani spesso schifiamo. Io stesso a volte resto basito dalla banalità e semplicità con la quale gli americani trattano la storia e la scienza attraverso format semplicistici, come nel caso di History Channel o Focus che molti credo conoscano. Eppure quel modo attrae la curiosità e ti permette di consolidare una base di conoscenza basica sulla quale poi specializzarti.

La narrazione basica, enfatica e persuasiva allarga la base di conoscenza. Permette a tutti di accedere a un pezzo della conoscenza che, diversamente, resterebbe patrimonio di pochi.

Il Digital Champion nazionale lo sa da sempre, e si è dato questo compito anche sabato a Venaria. Questa narrazione ha permesso anche al Presidente del consiglio di trattare (bene o male lo diranno i fatti) temi che non sono mai stati di massa.

Sabato scorso giornali e televisioni hanno parlato (si, anche sparlato e confuso) temi a noi cari e sui quali ci immoliamo da anni portando a casa ben pochi risultati. E’ un male questo? E’ così sbagliato?

Torniamo alle critiche. ‘Ma lo fa solo per se stesso, o per il suo cerchio magico e ne trarrà (trarranno) benefici personali‘. Non lo so, forse si, forse no, staremo a vedere, sinceramente mi interessa poco, perchè all’opportunismo e alla scalata sociale son da sempre poco attento e interessato.

Nel mio caso (se qualcuno mi attribuisse vicinanza al cerchio magico) questi sentimenti o ambizioni non ci sono. Il mio piccolo ruolo in questa associazione mi ha creato solo enormi problemi relazionali laddove opero come strutturato. E lo avevo previsto, con consapevolezza. Anzi certezza:

Ultima annotazione per spezzare le polemiche. La scelta che mi vede fra i primi 100 collaboratori di Riccardo mi creerà enormi problemi relazionali nel luogo di lavoro. E’ già successo in altre occasioni (primo fra i 100 non-fannulloni del PA, firmatario fra i primi 100 dell’Agenda Digitale, ecc.) dunque, come sempre ho la scorza dura e vado avanti. Lavorare nella PA ha i suoi pregi ma, diversamente da chi lavora come free-lance, consulente o imprenditore, ha anche i suoi risvolti negativi che sono spesso dettati, anche qui, dalla scarsa cultura che non riesce a vedere le missioni oltre alle persone che le guidano‘.

E proprio in questo specifico ambito vorrei significare un paio di sensazioni legate alla giornata di venerdì. Insomma alla giornata di lavoro e di programmazione futura.

Per la prima volta, da quando lavoro nel settore della PA, ho assistito a un momento che auspicavo da tempo. Quel momento si è concretizzato quando il direttore di Agid Antonio Samaritani, i suoi dirigenti e funzionari (quasi tutti in maglioncino e jeans) si sono presentati ai 300 DC convenuti e hanno presentato in modo semplice (o più semplice del solito) le azioni in progress per il cambiamento in senso digitale della PA italiana.

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Di solito Agid è considerata un agenzia pubblica al solo servizio della PA e dei suoi processi interni. Sostanzialmente si occupa del cosiddetto Government To Business che si sostanzia con processi, azioni e tecnologie sconosciute al 99,9% degli italiani.

Proprio venerdì pomeriggio, prima che Samaritani salisse sul palco gli ho detto: ‘Direttore lo sa che per alle imprese Agid è un emerita sconosciuta? Lo sa che i benefici che le azioni in capo ad Agid potrebbero offrire alle imprese non sono percepiti?’

Infatti il suo intervento si è aperto con un sondaggio di conoscenza e poi con una illustrazione basica sulle possibilità offerte dalle azioni faro del Piano Crescita Digitale in senso non certo Gov/PA, ma più in generale in ottica di crescita per la società intera.

E’ male tutto ciò? La conoscenza e la condivisione con i Digital Champions che poi ne parleranno nei territori a cittadini e imprese per diffondere opportunità, è brutta cosa? Chi lo ha fatto prima di venerdì scorso?

Per sancire ed enfatizzare ancora di più questo aspetto finalmente più aperto e collaborativo di Agid, volevo farvi conoscere un punto di vista da strutturato della PA e dunque in piena crisi di identità visto che il ruolo di associato D.C. viene schifato e osteggiato dalla quasi totalità degli strutturati miei colleghi (non apro qui la parentesi sulla crisi identitaria degli innovatori della PA perchè sarebbe pallosa).

Dunque ieri ho ricevuto una mail da una delle newsletter di Agid (il tema della newsletter è relativo alle competenze digitali). Nella mail si richiamava l’attenzione al tema delle digital skills e si consigliava la lettura dell’ottimo lavoro svolto da Matteo Troia, Digital Champion di Pordenone. A voi sembra banale, ma non lo è per nulla.

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Agid ha cominciato a collaborare con questa base volontaria di appassionati che Riccardo ha messo insieme, e probabilmente lo farà in modo più strutturato (tema questo di discussione attuale dentro l’associazione) portando probabilmente scompiglio e smarrimento. Finalmente dico io. Finalmente si rompe quel cerchio di autoreferenzialità pubblica del: ‘faccio tutto io perchè io sono io e voi non siete un c….. (cit.).

E passiamo a sabato e allo storytelling con implicazione politica.
Sabato ho portato con me a Venaria due non addetti ai lavori, mia moglie e mio figlio. Loro erano presenti e diversamente da molti osservatori che stanno commentando solo per sentito dire, hanno visto, ascoltato e conosciuto questo mondo dell’innovazione digitale dal di dentro. Hanno anche filtrato alcune mie critiche che non li voleva condizionare ma solo far conoscere meglio l’ambiente in cui erano atterrati.

La giornata di sabato era anche per loro, e soprattutto per quelli che non masticano complessità tecnologica ma che vogliono scoprire cosa è stato fatto di bello in giro per il paese e che possa aiutarli a vivere meglio e, nel caso di mio figlio, studiare meglio.

Il format gli è piaciuto al punto che quando io insistevo per andarmene da Venaria e godere un po’ della bellissima giornata di sole, han voluto rimanere ancora. Solo il mio fastidioso mal di schiena li ha costretti a rinunciare verso le 14.00. Che significa questo parzialissimo punto di vista e di osservazione? Secondo me significa che la narrazione buca fuori dagli ambienti sacrali dei soliti soloni, fuori dagli ambienti ingessati dai soliti tecnocrati cha hanno saputo costruire solo complessità e ritardi ormai cronici nello sviluppo digitale di questo nostro bellissimo paese.

Certo, Riccardo ha il torto di raccontare il bello, perchè il brutto dovrebbe raccontarlo qualcun’altro che, purtroppo, quel sabato c’era e applaudiva anche dalle prime file.

Forse questo è il solo appunto che devo fare alla giornata di sabato. Un’altra volta meno incravattati in prima fila. Un’altra volta con il Presidente del Consiglio mettiamoci solo quelli che han fatto cose belle e che sono ancora in grado di farci sognare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oltre la paura e i luoghi comuni

C’è un aspetto che molti media tacciono occupati da mesi a raccontare solo storie e tragedie legate a esodi e migrazioni: il problema demografico dell’Europa.

Sia chiaro, il tutto non può ridursi a cifre ma quello che i media stessi enfatizzano sovente è l’ingente numero di profughi e purtroppo il conteggio dei morti.

Si parla ormai di una cifra fra le 200 e 300 mila unità di profughi che si sono stabiliti nel vecchio continente europeo solo nell’ultimo anno.

Meno di una città tedesca. O meglio, molto meno di una delle prime 40 città tedesche. Ma se anche fossero di più, diciamo 400.000 negli ultimi due anni, tutti insieme in unica città non arriverebbero nemmeno al 70° posto nella classifica delle città europee.

Dunque in questi due ultimi anni di esodo e crisi mediterranea e medio orientale abbiamo aggiunto una nuova città di medie dimensioni alla vecchia Europa? Tutto qui?

No, c’è un altro fattore da considerare, un fattore che è ben spiegato dall’Economist in un articolo dello scorso Marzo: Ageing but supple. Si, la Germania, l’Europa, ma anche l’Italia stessa, la Spagna, la Francia e altre nazioni stanno perdendo larghe fette di popolazione. E’ un decremento che non risparmia nemmeno la Russia, dove si stima che nel solo 2015 ci sarà un calo demografico di 40.000 unità.

Chissà, vista sotto un’altra luce la tragedia che si sta consumando, al netto di tanta sofferenza che nessuno vorrebbe mai provare, sta diventando un’opportunità per la vecchia e decrepita europa.

 

Duri i banchi

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Non ho mai nascosto a nessuno il pensiero e il giudizio su chi ha recentemente amministrato la città dove sono nato e dove tutt’oggi vivo. Questo pensiero lo resi pubblico, anche manifestando tutta la mia ingenuità, quando intrapresi la breve avventura con Reset.

Anche oggi, dopo la tornata elettorale appena conclusa, nutro sentimenti di amore estremo per la mia città, ma grande diffidenza sugli squali sempre pronti a divorarla.

Partiamo dal presente, da oggi. L’elemento più significativo di questa tornata elettorale è sicuramente la punizione. I veneziani (quei pochi che sono andati a votare per il ballottaggio) hanno punito chi li ha mal governati. Ora si gira pagina.

– Cosa aspettarsi?

Difficile fare previsioni a caldo, bisogna prima capire se il neo sindaco Brugnaro e i suoi più fidati collaboratori riusciranno a formare una squadra forte e soprattutto competente, senza farsi imbrigliare dalle logiche della spartizione e dell’opportunismo.

Non sarà facile. Se ai tavoli delle trattative siederanno i politicanti (per capirsi quelli che hanno già promesso poltrone e prebende in una logica di voto di scambio) la vedo dura. Se invece prevarrà l’idea di una ‘giunta del sindaco’, forse le cose potrebbero cambiare per davvero.

Brugnaro ha detto più volte di non sentirsi ne di destra ne di sinistra e ieri sera si è dichiarato disposto ad aprire le porte della giunta anche a personalità dell’opposizione. Solo promesse elettorali? Solo comunicazione? Staremo a vedere. I classici 100 giorni potrebbero dirci qualcosa in merito.

–  Gli sconfitti

Molti di loro non l’hanno presa bene. A leggere alcuni deliri sui social network sembra che dobbiamo aspettarci l’invasione delle cavallette. Dimenticando del tutto le altre piaghe già patite.

Solo uno dei tre sfidanti alle primarie del centro sinistra (Jacopo Molina) riesce a rimanere lucido:

‘…Questa notte abbiamo subito una sconfitta pesante. Non è nient’altro che il giudizio dei cittadini sul ventennale governo della città. Se la candidatura di Casson non ha saputo rappresentare quella rottura rispetto al passato che la Città ci chiedeva, ….
…. Si tratta di capire se vogliamo restare fermi oppure fare qualche passo in avanti come comunità politica. Perché questa sconfitta non riguarda solo Casson.
Come classe dirigente del PD dobbiamo interrogarci sulle responsabilità che hanno portato a questo risultato…’

– I problemi

Rimangono moltissimi e difficili da risolvere. La città è stata letteralmente spolpata favorendo un inciucio affari/politica che ha determinato quello che poi è emerso dalle inchieste. Per sostenere tutto ciò si sono anche create innumerevoli e inutili aziende pubbliche e partecipate con il solo scopo di riempire di denaro pubblico le tasche di chi poi manovrava il consenso e l’assenso su tali manovre.

Il turismo è fuori controllo. Il commercio allo sbando. Il degrado ha raggiunto ogni quartiere. E poi grandi navi, Arsenale, cantieristica, abusivismo, città metropolitana, ecc. ecc. E tanti eccetera lasciati li a decantare per anni.

Molti intravedono in Brugnaro un novello Gentilini, ossia sindaco-sceriffo tutto proteso all’estetica e poco alla sostanza. In effetti questo sarebbe un pericolo, visto che i problemi della città sono di sostanza e le casse del Comune disastrate. Speriamo abbia la capacità di farsi aiutare da chi ne sa di economia, finanza e anche tecnologia, perchè la città sembra vecchia e non capace di sfruttare al meglio nuovi paradigmi che si stanno imponendo nel resto del pianeta.

– Trasparenza e partecipazione.

Se pochi vanno a votare il problema è certo dei partiti tradizionali che non hanno saputo superare il modello di rappresentanza tradizionale.
Forse è ora e tempo che si dia maggiore ascolto a componenti diverse, più liquide e spontanee che, durante i prossimi anni di mandato potrebbero essere consultate al di fuori del rituale delle urne.

Per fare ciò bisogna ridare fiducia mostrandosi trasparenti e inclusivi. Una vera sfida, ma si può fare anche con le tecnologie. I dati aperti servono a rendere la macchina comunale quella ‘casa di vetro‘ che tutti auspicano.

– Rappresentanza e impegno civico

Visti i risultati di ieri e la conseguente composizione del nuovo Consiglio Comunale, sembra che finalmente in una città obbiettivamente piccola come la mia Venezia, i partiti escano ridimensionati.
La maggior parte degli eletti proviene infatti da civiche o liste collegate al candidato sindaco.
Questo potrebbe garantire maggiori margini di manovra per una giunta del sindaco, libera dai dictat delle segreterie di partito.

– Coerenza

Lasciamoli lavorare, per alcuni mesi. Poi coerentemente dobbiamo essere pronti a non concedere sconti.

Insomma, ‘duri i banchi‘ ma ‘ocio al tacuin‘ :)

 

Andiamo avanti

Qualche generale coglione che ha perso battaglie già vinte lo abbiamo già avuto, vero?

Qualche imprenditore coglione che si è fottuto l’azienda e soprattutto ha fottuto i suoi dipendenti lo abbiamo già avuto, vero?

Qualche ministro coglione e incapace lo abbiamo già avuto, vero?

Qualche primario coglione che ha sbagliato operazione e fottuto il paziente lo abbiamo già avuto, vero?

Qualche allenatore coglione che ha sbagliato tutte le scelte e si è fottuto la finale lo abbiamo già avuto, vero?

Qualche giornalista coglione che ha scritto cose non vere lo abbiamo già avuto, vero?

Qualche ingegnere che ha costruito un ponte che poi è venuto giù come un castello di carte lo abbiamo già avuto, vero?

Qualche sindacalista coglione che ha firmato accordi assurdi e penalizzanti per i lavoratori lo abbiamo già avuto, vero?

Ora mi spiegate perchè fra tanti presidi capaci e in grado di valutare non possiamo sopportare di averne qualcuno di coglione e mandare comunque avanti una cazzo di riforma della scuola che sia una?

 

Una città 2.0

L’ho sempre sostenuto che i voti si conquistano fra la gente, con l’incontro, la conoscenza, la discussione e il confronto.

Se poi vuoi fare l’Obama de noantri, nessun problema, i social sono a portata di mano. Usali bene ma con gli stessi principi: incontro, conoscenza, discussione e confronto.

Ieri ho visto alcuni sfidanti alla poltrona di sindaco aggirarsi fra i gazebo con l’aria triste che contraddistingue questa campagna elettorale. Non da meno son tristissimi il loro tweet. Non una battuta, uno slancio, un flame, una foto curiosa che riesca a scatenare un numero di retweet o di interazioni tale da meritare interesse.

Davide Scano (M5S) 108 follower. Account silente dal 19 Ottobre 2014. Praticamente non pervenuto. Non mi son nemmeno scomodato a guardare le statistiche. Userà Facebook, sembra di si. Contento lui ma, come dice mio figlio: ‘Facebook è per vecchi’ :)

Mattia Malgara (Lista Civica poi confluito in lista Brugnaro) 1247 follower, 362 updates finora, frequenza di circa 4,5 tweet al giorno, non riesce a generare più di tre retweet. Replica pochissimo. Un nubbio insomma!

Felice Casson (PD) Candidato di punta e dato dai più per vincente quasi sicuro. 3699 follower, dotato di staff (si evince ma non lo evidenzia). Account aperto solo a Dicembre 2014 ma che ha generato già 3654 updates con una media di 30,8 tweet al giorno. E qui si capisce che dietro c’è un team, anche se poi si perde in siparietti con account troll, anonimi che portano in dote un max 20 follower e un’influenza sociale alquanto dubbia.

Buona l’immagine comunicativa sulla pagina del profilo. Sobria, essenziale e con un payoff comprensibile.

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Luigi Brugnaro (Lista Centro Destra) 616 follower, 1970 updates, frequenza circa 33,9 tweet al giorno.
Poca interazione, ha un paio di retwitter assoldati come @fabioViane1 (che praticamente ritwitta tutto ai suoi 106 follower) e @SimonVenturini che con i suoi 792 follower è il più seguito fra i candidati della lista Brugnaro e un certo @CarloZerbo che ha soli 16 follower ma ritwitta tutto!
Ha comunque uno staff e lo enfatizza ponendo il suffisso [staff] su diversi tweet, significando così un corretto distinguo da ciò che è informazione/cronaca proposta dai suoi collaboratori a ciò che invece è il suo pensiero personale.

Francesca Zaccariotto (Civiche di Centro Destra) 995 follower, 1513 updates dal Giugno 2011 per una media di circa 2,7 tweet al giorno. Curiosità, un pensionato (tale @angelinozamuner) è il suo più costante retweetter mentre @NicoloLeotta ogni giorno ci fa sapere che la sostiene e voterà per lei, riproponendo lo stesso tweet :)

Pessima l’immagine comunicativa sulla pagina del profilo. Stesso avatar/buddy sovrapposto e payoff incomprensibile: ‘Ex Presidente della Provincia di Venezia, moglie e mamma‘??? Magari ci dicessi che vuoi fare il sindaco forse sarebbe meglio.

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Dotarsi di un team che metta un po’ di ordine non sarebbe male. Anche se la Zaccariotto, e secondo me a ragione, preferisce di buon grado l’approccio analogico.

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Gian Angelo Bellati (Lega + civiche) 60 follower, seguito da uno staff (o almeno sembra, visti i tweet con il suffisso). Troppo poco per qualsiasi considerazione in merito.

Pizzo (Venezia Cambia 2015) non pervenuto. Usa l’account della civica? 155 follower . Praticamente non pervenuto.

Alcune comparazioni dicono che fra di loro, su Twitter, si ignorano. Carini vero?

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Bellati, sembra aver preso un accelerazione nelle ultime ore.

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Comunque continuo a monitorarli da qui: https://twitter.com/webeconoscenza/lists/politici-veneziani/ Una lista pubblica che aggiorno ogni tanto e che spero di poter veder crescere in qualità e non solo in quantità.

Enjoy

 

Chi è quello vero?

Lo sanno anche le pietre che adoro #HouseOfCards Detto questo mai avrei pensato di assistere al siparietto fra il candidato governatore pugliese Michele Emiliano e Frank Underwood.

Ebbene si, su Twitter succede anche questo.

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Ora è da capire se al netto del cortocircuito fra verità, finzione, linguaggio televisivo e linguaggio politico questa dinamica tenda a segnare una continuità, un ponte, un giuntura fra due mondi che solo apparentemente sono divisi.

E’ noto che il nostro premier è un fan di Frank Underwood e che persino Obama si diverte a seguire la serie televisiva di Netflix. Questo non è certo un male, anzi può essere un bene per sdrammatizzare, per prendersi meno sul serio.

Però, il vero problema a mio modo di vedere è dato dal pensiero comune che tutti condividiamo quando leggiamo un libro o vediamo un film di fantascienza: ‘tanto prima o poi queste cose si avvereranno‘.

L’altro giorno ho persino consigliato a un amico deputato di imparare una tattica da Doug Stamper. Nel senso che per far si che una cosa si avveri gli ho consigliato di emulare ciò che la fantasia ci mostra come possibile.

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Comunicazione (Twitter), politica (Emiliano come qualunque politico professionista), fantasia (House of Cards), stream e hype (noi attenti fruitori di un social tv ibridata con il palazzo) dentro una centrifuga che sposta i piani e le dimensioni forzando un linguaggio, un ritmo e una consapevolezza che porta a ridisegnare le logiche della politica non più come mero spettacolo (ahi, Berlusconi quanto presto sarai dimenticato) ma come lifestream partecipativo e sincrono.

Poi i giochi di palazzo son altra cosa, la concertazione e le lobbies sono ancora affare di pochi e ce ne facciamo una ragione. Ma i giovani rampanti che aspirano a occupare i palazzi delle istituzioni sono già più empatici con quel gioco che quotidianamente ci porta a condividere ruolo, passione e persino affari famigliari in un unico plot che, ovviamente, è la rete e i suoi linguaggi beta.