Il meno peggio

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Credo sia difficile non avere sentimenti e atteggiamenti che spesso contrastano e stridono rispetto a un valore assoluto come la libertà.

Libertà significa essere liberi di pensarla come si vuole, di scegliere o non scegliere una religione e di non finire ammazzati per mano di un invasato integralista.

Libertà significa potersi esprimere in piena tutela della privacy con chiunque si scelga come interlocutore, senza doverlo far sapere al grande fratello, alle agenzie governative e/o investigative di turno.

Libertà significa muoversi liberi e spensierati sotto l’occhio di mille telecamere che nelle grandi città tutelano anche la nostra sicurezza.

Libertà significa scegliere tutte le tecnologie possibili per stanare questi infami che minano alla nostra libertà.

Ma quando parliamo di libertà, parliamo della nostra o di quella collettiva? Perchè quando parliamo della nostra non siamo disposti a cedere nulla. Quando parliamo di quella collettiva spesso siamo anche disposti a cedere qualche pezzo importante della libertà stessa.

Ma la libertà collettiva è la somma delle libertà individuali. E spesso ce ne dimentichiamo.

Detto questo io sto con Tim Cook perchè una volta concessa una back-door sulle nostre libertà è difficile tornare indietro. E dico ancora che l’FBI ha tutti i potenti mezzi per scovare questi criminali senza mettere a repentaglio al privacy di mezzo pianeta.

 

 

 

L’infinito sta per finire

Alzi la mano chi non si è lasciato persuadere dalle offerte di ‘personal cloud storage’.

Il sottoscritto, in particolare, è un vero fanatico del celopiulunghismo cloud scatenato dalle oscene proposte dei provider:

  • unlimited
  • 1 Tb
  • referrall limited

In particolare con il sistema del referral ho scassato i maroni a tutti i miei follower per raggiungere le vette della disponibilità limite di ogni servizio.

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Infatti, su Copy della Barracuda avevo trasferito quasi un Tbyte di file video, mentre su Flickr di Yahoo quasi tutte le foto digitali.

Due notizie ora mi mettono letteralmente con il sedere per terra: Copy chiude. Amen. Flickr, forse.

Credo sia giusto riflettere, forse ripensare al modello e alla sostenibilità.

Immaginare che tutti gli utenti del pianeta aderiscano a soluzioni disk less per delegare lo storage personale a provider remoti sparsi sul pianeta o nello spazio intergalattico (ma anche sul fondo degli oceani), forse non ha senso.

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Immaginare che quelli grossi grossi come Google lo possano fare (Big G offre storage delle foto unlimited al prezzo della sola riduzione delle dimensioni/risoluzione) a determinate condizioni è forse più logico, anche se si tratta di compromesso.

Resta l’ipotesi di una bella NAS casalinga in raid (anzi due perchè bisognerà pur tutelarsi con un backup) magari connessa in rete per far vedere le foto e i filmini agli amici.

Infine, per i più cupi e maldisposti, forse val la pena considerare la tesi di Vint Cerf sul medioevo digitale, e tutti a casa con le orecchie basse.

Internet che non vorrei

Che differenza c’è fra informazione e consumo dell’informazione? Fra il diritto di essere informati, la pluralità dell’informazione, la neutralità e l’indipendenza, ecc.

Paroloni, temi complessi che spesso coinvolgono soggetti che operano come testate informative (sovvenzionate con le nostre tasse) ma che non disdegnano di configurarsi come agenzie di raccolta pubblicitaria e a volte broadcaster o peggio ancora: provider internet.

Dunque il giornalista per chi lavora? Per l’editore? Per il marketing? Per la Telco? O per garantire informazione libera, plurale e neutrale.

Ecco io non ho tutte le risposte ma quando si arriva a dover pagare (indirettamente) il giornalista con un banner o un popup sul web, dico che tutto ciò non mi piace più.

Questa è la Bild di oggi (con traduzione Google e ADBlock attivi) http://www.bild.de/wa/ll/bild-de/unangemeldet-42925516.bild.html  e a me non piace proprio.

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Volevo approfondire i fatti e le opinioni sui fatti di Colonia. Mi sa che leggerò qualche autorevolissimo e indipendentissimo blog.

Jon Snow è morto a causa della banda ultra larga

Comincio a convincermi che Jon Snow era inevitabilmente destinato a morire.

Ci eravamo lasciati con un: ‘vi racconterò come andrà …

Day 1: E’ il 30 Novembre quando Vodafone mi manda un sms avvisandomi che nelle prossime 24 ore avrei potuto collegare e rendere operativa la Vodafone station per godere dei miei 100 Mb di banda ultra larga. Non vi dico l’eccitazione. Prima di andare al lavoro sostituisco il router Fastweb (azienda che rammento mi ha sempre promesso, ma mai assegnato l’opzione fibra) e attacco la Vodafone station revolution.

Mentre sono in ufficio ricevo un altro SMS di Vodafone che mi invita ad effettuare il collaudo della linea. Alle 19 torno dal lavoro e mi precipito al pc per vedere se tutto è ok, ma mi accorgo che non c’è linea. Provo il telefono: isolato.

Chiamo il 190 e chiedo come mai sono isolato. Loro mi dicono che manca il collaudo ma ormai è tardi e chi mi aveva contattato (giuro che al netto del sms non ho ricevuto ne telefonate ne email) mi ricontatterà nuovamente l’indomani mattina. Mi rassegno.

Day2: Al mattino chiamo il 190 per il collaudo, aspetto un po’ la richiamata e finalmente proviamo il funzionamento della mitica Vodafone station. Non va niente, tutto tace. ‘ha messo i cavi giusti?‘, ‘ha disattivato tutti i telefoni in casa?‘, ecc. Niente non va proprio niente. Aprono una segnalazione mentre io vado al lavoro in ritardo.

Alle 15 circa da casa mio figlio mi avverte che è arrivato un tecnico di Telecom. ‘Perchè Telecom?‘ direte voi. Perchè l’ultimo miglio (o meglio, la distribuzione fino agli appartamenti) è in gestione diretta ed esclusiva di Telecom.

Il tecnico Telecom fa tutte le verifiche del caso, controlla tutto, mi chiede via cellulare del figliolo dove si trovi l’armadietto di distribuzione condominiale e dopo tre ore circa di indagini emette la sentenza: LA MIA LINEA DA CASA, PASSANDO PER L’ARMADIETTO CONDOMINIALE, INFILANDOSI NEL POZZETTO DI STRADA E SINO ALL’ARMADIO DI DISTRIBUZIONE N.23 IN VIA S.DONÀ, È A PROVA DI BOMBA. TELECOM È INNOCENTE, VODAFONE È COLPEVOLE.

E io resto ancora senza segnale internet e senza linea telefonica. E comincio ad essere molto triste.

A quel punto chiamo un mio amico in Vodafone che si preoccupa davvero in modo encomiabile e mi favorisce i rapporti con il 190 fintanto chè riesco finalmente a parlare con un tecnico ufficiale di Vodafone, che per comodità chiamerò Mister. P.

Lo chiamo, gli spiego l’accaduto e lui mi conferma che da programmazione dell’intervento Vodafone (ovvero ciò che mi è stato venduto) dovrei essere agganciato all’armadio 38 in Via Monte Berico in modalità FTTC MAKE. Giuro che più avanti spiego cos’è.

Ricordate l’armadio 38? Ok, rimetto la fotina (non ho problemi di privacy, il mio numero di casa è sull’elenco, così come il civico)

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Ma fermiamoci un attimo e spieghiamo in modo semplice come funziona il tutto:

A) Telecom è proprietaria e responsabile dell’ultimo miglio, ovvero di tutto ciò che accade dall’armadio di strada (quello con la capocchia rossa), passando per il sottosuolo, fino a casa nostra. Quell’armadio ****T_38 è un armadio Telecom. Chiaro?

B) Quando Vodafone e Fastweb si affiancano con i loro armadi a quello di Telecom, lo fanno per permettere di agganciare la nostra utenza dall’armadio Telecom al loro. In pratica quello che deve fare il sig. P.

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Guardando la foto: Local Exchange è Vodafone o Fastweb, Street Cabinet è Telecom. Chiaro?

Detto ciò significa che io dovrei essere servito dal cabinet (armadio Telecom 38) e la cosa mi puzza, come già mi puzzava da tempo. Vado a letto incazzato e aspetto il Day 3 e la telefonata del sig. P. di Vodafone.

Day 3: Dopo un po’ di ore di silenzio preoccupante mando un sms al sig. P. che mi risponde dicendosi dispiaciuto ma ammalato e confermandomi di aver passato la pratica a un collega che però non mi chiamerà mai.

A quel punto richiamo il 190 di Vodafone che mi giura: ‘domani la facciamo seguire in modo speciale perchè vogliamo risolvere il problema‘.

Vado a letto sconsolato.

Day 4: Al mattino in effetti una gentile signora di Vodafone mi telefona al cellulare e mi assicura che mi seguirà in modo particolare. Dopo la telefonata la tizia, che chiameremo per comodità Miss V., mi scrive un email e mi assicura che potrò mandarle info quando voglio e che mi comunicherà step by step l’evoluzione del caso.

Ringrazio, le scrivo un paio di volte dicendole che non sta succedendo nulla e incrocio le dita.

Alle 16.00 di venerdì torno a casa. Verifico che non funziona ancora nulla e scrivo a miss. V. ‘gentilissima sono disperato, datemi almeno un po’ di GB sulla sim di back up, perchè con 1gb mi faccio fresco’. Lei mi risponde, mi ricarica la SIM per due Gb, mi promette che avrò due mesi di sconto per il disagio (tengo l’email, vedi mai) e poi interrompe le trasmissioni per un po’.

Alle 18.00 colpo di scena ritorna il tecnico Telecom del Day 2. Rifà le verifiche e poi mi dice: ‘ma tu non potrai mai avere la fibra da Vodafone, perchè loro te la consegnano nell’armadio 38 di Via M. Berico mentre tu sei attestato nella porta 41 dell’armadio 23 di Via San Donà’

#GAC (traduzione=GRAZIE AL CAZZO) lo sapevo dal primo giorno che ero attestato li, e l’ho ribadito 10 volte al commerciale che mi ha venduto la fibra, ma lui insisteva mostrandomi il portale GEA e assicurandomi che avrei avuto i 100 favolosi Mb di fibra in modalità FTTC Make.

Dunque, ora spieghiamo la differenza fra make e vula/nga.

La prima è un offerta a 100 Mb che il provider porta con proprie tecnologie fibra e local Exchange (armadio di strada Vodafone o Fastweb) vicino allo street cabinet (armadio di strada Telecom) per poterle distribuire al cliente finale su rame e modem fibra.

La seconda è un offerta a 30 Mb che il provider (Vodafone o Fastweb) rivende al cliente finale su tecnologie fibra di Telecom Italia (un vero e proprio wholesale) per poterle distribuire al cliente finale su rame e modem fibra.

Qui trovate il documento tecnico: https://www.wholesale.telecomitalia.com/it/catalogo/-/catalogo_aggregator/article/1027774

A questo punto chiamo Mister P. e gli riferisco ciò che mi ha detto Telecom. Lui però mi offre un’altra interpretazione, ovvero mi dice che i commerciali Vodafone che programmano l’intervento si basano davvero sulla fibra posata e da posare di Vodafone, noncchè sui loro local Exchange, ma per la distribuzione (ultimo miglio, armadio Telecom e rame fino a casa) si basano sui data base di Telecom.

Dunque il commerciale di Vodafone mi ha venduto un contratto basandosi su un DB errato di Telecom che mi individuava nell’armadio 38 e non nel 23. Sarà vero?

Il maledetto armadio 23, eccolo in tutta la sua fierezza solitaria.

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Chiedo a Mister P. a questo punto cosa osti assegnarmi in modalità nga/vula all’armadio 23, pur rinunciando ai 100 MB in favore dei 30. Risposta: ‘se si può fare non costa nulla, ma devo verificare. Comunque è un’azione che non prevede manualità, la si effettua da centrale‘.

Vado a dormire, ho solo 2GB di accesso 4G da usare con parsimonia e sto cadendo nello sconforto più totale.

 

Day 5: E’ ormai sabato, il weekend sarà lungo e poi c’è il ponte. Mumble, mumble mi affastellano pensieri e incazzature varie.

Vado a prendere il pane e a svolgere altre commissioni percorrendo parte del quartiere. Seguo i tombini Telecom e torno nel luogo del delitto. Faccia a faccia con l’armadio 23 inserito da Telecom in una proprietà privata.

L’armadio è li, solo. Non avrà mai la compagnia degli altri operatori perchè a loro non è CONCESSO.

Dunque, al netto della superficialità e dei palesi errori di Vodafone, possiamo permetterci nel 2015 che un ex operatore monopolista possa decidere le sorti di un quartiere,  di una zona produttiva, magari di una scuola?

Che forza ho io per andare dal mio sindaco e dirgli: ‘per favore puoi far spostare quell’armadio di Telecom in zona pubblica in modo che anche gli altri operatori giochino la loro partita‘.

Alla faccia della libera concorrenza.

A questo punto comprendo le perplessità di Renzi sulle telco italiane e la necessità di far entrare altri competitor come Enel o RayWay per cambiare le regole del gioco.

RIP: Jon Snow

Update: Piccolo siparietto. Ho provato a usufruire dell’accesso WOWFI di mia suocera per avere un po’ di connettività. Provate a chiedere a Fastweb da quante ore non funziona il servizio di distribuzione credenziali. #noncelapossiamofare

Digital president

Avercelo.

Coding, hacking, cyber security, digitale a 360 gradi con tecnologie, nuove tendenze, opportunità. La differenza la fa la persona e la sua cultura. Per noi, ahimè, è ancora troppo presto per poter parlare di ‘svolta digitale‘.

Enjoy

Source

Perchè si, perchè no

Domani sera un mio caro amico docente mi ha invitato ad un evento presso un istituto superiore con questa scaletta che davvero mi sembra ben strutturata:

(qualche minuto) INTRODUZIONE ALL’INCONTRO
– Internet e rischi dipendenti dall’età
– La chiave per Internet: formazione.

(poco più di un’ora) INTERNET, PERCHE’ NO.
Problematiche collegate ad Internet. Per ognuno dei seguenti temi, visione di un breve video introduttivo di circa 5 minuti e successive riflessioni
– cyberbullism
– sexting
– incontri on-line
– privacy
con contributi dell’esperto della scuola e quello della Polizia Postale.

(poco meno di un’ora) INTERNET, PERCHE’ SI.
Aspetti sociali e culturali connessi ad Internet ed al Social Web.
Con il contributo dell’esperto di Social Networking ed Internet.

Secondo voi qual’è la parte riservata a me?

Il web è cattivo

E’ il web bellezza! E non puoi farci niente.

Ne parlavo in una riunione di lavoro solo pochi giorni fa. Dobbiamo farcene una ragione, il megafono del web in mano a personaggi influenti (conosciuti o sconosciuti non importa) può fare tanto male.

Eppure c’è ancora chi va avanti per la sua strada e non considera che un tizio sconosciuto nel proprio condominio può avere centinaia di migliaia di follower sui social network e il suo messaggio (giusto, sbagliato, banale o straordinario che sia) può diventare dirompente. E lo diventerà ancor di più quando un giornalista a corto di idee non farà altro che scrivere minchiate colossali sul fantomatico ‘popolo del web’ riportando e ripubblicando tweet a manetta anche sulla carta stampata.

Detto questo io non so nulla sul back-office, sulla composizione del team, sulle aziende coinvolte, sul processo, sul progetto e sull’ideatore primo di #verybello. So solo che per l’ennesima volta han combinato un gran casino.

Ho la fortuna di conoscere questo mondo da molto tempo. So perfettamente dell’abisso di ignoranza dei decisori sul tema specifico. So perfettamente tutto anche relativamente alla sovrastima di se stessi che hanno i consulenti. So anche che le aziende pur di beccarsi un appalto pubblicherebbero sul web qualsiasi schifezza ma, santoiddio il web non perdona, lo sapete o no?

Le sue regole SCRITTE O NON SCRITTE vanno rispettate. La sua evoluzione va accettata a prescindere, sempre e ovunque.

Ma il segreto di pulcinella, il più semplice di tutti è questo: copiate, copiate copiate! Copiate bene, perchè da un’altra parte han già fatto quello che state progettando. Non dovete vergognarvi di copiare. Copiare è sinonimo di intelligenza. Non copiare è sinonimo di stupidità.

E poi cambiate, correggete, ricambiate, evolvete perchè il web è una grande beta. Vivere in beta permanente è bello, è saggio, è conveniente, perchè permette di adeguarsi pur mantenendo l’originalità dei contenuti.

Ecco, caro Franceschini, se ti fossi concentrato sui contenuti, tutto il resto era già stato fatto. Bastava copiare.

Privato è bello

Sui disservizi digitali della Pubblica Amministrazione, come ben sapete, #nonnelasciopassareuna . Ma i privati che son sempre efficienti e innovativi, dove li mettiamo?

Ieri mi son trovato nella condizione di dover consultare una situazione finanziaria sul sito di Toyota Financial Service: https://portal.tfsi.it/

Essendo prossima la scadenza dell’ultima rata dell’auto che ho acquistato 2 anni fa, provo a ri-loggarmi per controllare bene le date e i termini. Si sa, sono un convinto sostenitore del paper-less e dunque bello entusiasta scrivo login e password, ma ecco la sorpresa.

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Cosa significa ‘dall’ultimo login è passato troppo tempo‘?

Cioè della serie che devo loggarmi ogni settimana per farmi un giretto sul vostro sito? Non ho capito, perchè dovrei farlo. Che mi offrite in cambio? Ho un RID dal quale prelevate le rate, che ci devo fare sul vostro sito, guardarmi la lista dei pagamenti fra una pubblicità e l’altra della mia serie preferita?

Ma il bello deve ancora venire. Scrivo una mail al loro supporto tecnico (già mi rode pensare che sprechino una risorsa per rispondere alle email e riattivare le utenze) e attendo risposta.

Ecco la risposta, ovvero il LOOP di risposte dal quale non riesco a uscire:

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Dunque, prima un’interazione con un umano che ha letto la mia email e poi un robot mail che mi trascina in un loop #NAMOBENE

Fate un po’ voi. La Pubblica Amministrazione non saprà certo progettare e gestire servizi on line all’avanguardia, ma anche i privati mi sa che dovrebbero tornare a scuola di digitale, se mai ci sono andati.

Vorrei volare

Se fino ad oggi volevo solo navigare, ora vorrei davvero spiccare il volo.

Le pubblicità delle Telco nazionali mi spingono ad immaginarmi come un novello Icaro.

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E’ la fibra bellezza, è la fibra ottica che ci farà volare.

Ma cos’è la fibra? Le Telco ce la vendono come un bene prezioso, ed in effetti lo è, anche perchè stendere e collegare la fibra in modo capillare nelle città ha un prezzo altissimo. Non parliamo poi delle zone rurali. Quasi improponibile.

Fibra ottica come infrastruttura per l’economia digitale. Evvai. Tutto bello vero?

La verità è che queste offerte nascondono un sistema misto o promiscuo che nasconde anche un po’ di inganni. Dunque sarebbe meglio informarsi cosa si nasconde dietro a tutte queste sigle: FTTCab, FTTH, FTTS, FTTB, FTTN, ecc.

Possiamo consultare  Wikipedia oppure cercare qualche indicazione sui siti delle Telco nazionali.

La nostra amata mamma Telecom ci offre anche un bel video. Dai son bravini con queste marchette, ammettiamolo :)

 

 

Ma torniamo a noi. Dopo questa inebriante pubblicità forse abbiamo capito che la fibra non arriva proprio a casa, ma solo in un cabinet (armadietto) attrezzato. Dove stia questo cabinet, lo sa solo mamma Telecom.

Quindi noi continuiamo a sfruttare l’ADSL, anzi, ad essere precisi la VDSL o VDSL2, insomma una specie di ADSL potenziata ma che corre su rame, sul nostro vecchio doppino telefonico.

Se provate a chiedere all’operatore del Call Center quale tecnologia hanno adottato per la parte rame dal cabinet al vostro modem, non saprà dirvelo. Provate! Ma sappiate che solo VDSL2 potrebbe raggiungere i famigerati 100 Mb che la pubblicità esalta.

L’altro aspetto curioso e interessante è dovuto al mistero delle cabinet. Il fatto di sapere a quanti metri da casa nostra sono locate, non è banale, perchè queste nuove tecnologie di ADSL potenziato funzionano bene solo se ci troviamo in prossimità degli apparati installati in armadietto Telecom, altrimenti son valori puramente nominali. Non reali!

Un altro problema è dovuto e legato alla qualità del rame. Chi abita in un vecchio condominio si scordi di raggiungere velocità elevate.

Insomma è utile sapere che: ‘la velocità della adsl di molto inferiore rispetto a quanto dichiarato dal provider, connessione instabile, fruscii durante le telefonate nonostante la corretta installazione dei filtri adsl…questi problemi sono nella maggior parte dei casi dovuti alla eccessiva distanza dalla centrale o più frequentemente dalla vetustà del doppino telefonico (per chi non avesse letto la parte precedente della guida, è il cavo di rame che collega la nostra abitazione alla centrale adsl) via.

Bene e allora?

Allora credo che i piani del nostro governo, come ben descritti e dettagliati da Roberto Moriondo nel suo articolo di oggi, vadano nella direzione di ottimizzare il fatto e il da farsi, concentrandosi su una regia nazionale e su regole certe di sfruttamento dei Fondi Comunitari messi a disposizione dell’Italia per ridurre il Digital Divide infrastrutturale.

Come però ben ricorda Roberto, non si raggiungerà mai il 100% della popolazione con queste tecnologie perchè son comunque troppo onerose al di fuori dai centri densamente abitati.

Ma che succede nel resto d’Europa? Siamo sicuri che stiamo andando nella giusta direzione? Gli altri paesi utilizzano queste stesse tecnologie o quest’ultime fin qui descritte sono convenienti solo per mamma Telecom che beneficerà indirettamente dei Fondi Strutturali EU?

Ammetto che un po’ di dubbi mi sorgono quando leggo proprio su Wikipedia: ‘ È una tecnologia attualmente poco diffusa, se non in Slovenia, Croazia, Svizzera, Germania, Spagna, Giappone e in Corea del Sud‘ e dunque provo a capire meglio, perchè vorrei volare, non ingrassare le Telco che già si son letteralmente mangiate i finanziamenti del progetto Socrate. Lo ricordate?

Dunque, leggendo un recente articolo di Telecoms (qui la versione tradotta da Big G) sembra che l’Europa sia abbastanza in ritardo (Norvegia esclusa) rispetto all’Asia dove nei ‘mercati emergenti il mobile è già di fatto di tecnologia a banda larga‘.

Sinceramente con l’affermarsi di tecnologie come LTE e LTE advanced, sono un po’ perplesso. Anche perchè vi ho raccontato tutto questo dopo venti giorni di esperienza fibra con cambio modem Fastweb e tante belle promesse.

Ad oggi, non vedo la luce e ieri sera i tecnici Fastweb mi hanno riqualificato la vecchia linea ADSL in quanto, gnafanno. #sapevatelo. Non è tutto oro quello che luccica e prima di volare è bene dotarsi di un bel paracadute per non cadere e farsi male.

My 2 cent!

‘Due passaggi’ for dummies

Allora, la situazione è un po’ questa: Internet non è sicuro, ma tu sei un caprone!

Che internet non sia un ambiente sicuro lo sanno tutti. Bisogna stare attenti perchè i furbacchioni hanno più tempo di noi (poi sulla questione ‘tempo’ ritorno).

Vi arriva una email che vi chiede di cambiare la password del conto corrente? Qui lo so che siete bravi non ci cascate.

Vi dicono che avete vinto la lotteria? Anche qui siete bravini e non ci cascate.

Ma se vi dicono: ‘ehi lascia perdere login e password, collegati con Twitter, Facebook o Google‘, allora lo fate subito.

Questa modalità di usare i connettori sociali come credenziali per accedere a nuovi servizi è indubbiamente comoda ed è anche un modo per evitare la scocciatura di dover creare ogni volta un profilo ad hoc, scegliere una nuova password eccetera.

Tecnicamente si chiama Single Sign On o anche Autenticazione Federata e usa diverse tecniche, fra le più famose http://oauth.net/2/  , ma anche altre che sfruttano la tecnica cosiddetta della ‘chiave del parcheggiatore’:

Magari guardando un film americano avrete notato come molte auto di lusso abbiano in dotazione una chiave supplementare per il parcheggiatore, che limita l’utilizzo dell’auto. Ah, ah, ok, voi credevate che il personaggio famoso che si reca al ristorante affidasse la sua auto al portiere con la chiave originale. Ahi, ahi, ahi!
E invece l’attore famoso gli ha dato solo una chiave supplementare che dopo pochi chilometri blocca la macchina, se non addirittura il bagagliaio e le portiere.

Quando usiamo Twitter o altri servizi per autenticarci a un sito, a un app sullo smartphone ecc, in pratica concediamo a Twitter stessa solo la chiave del parcheggiatore, ovvero un accesso limitato al nostro profilo utile per attestarci e presentarci.

Detto questo però, la password di Twitter diventa importante. Io la uso per molti servizi che con il cazzeggio sociale non hanno nulla a che fare. Fra i più interessanti cito ad esempio il mio conto su Alitalia.

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Ma veramente un sacco di servizi mi chiedono di usare questa comodità, credetemi. E io lo faccio volentieri. Anche voi?

Bene, adesso pensiamo anche a come le applicazioni dei nostri cazzabubboli (smarthone e tablet in primis) si collegano quotidianamente fra di loro.

Vuoi salvare una foto su Dropbox? Perchè no, è bellissimo. Ok, allora devi inserire la password di Dropbox sul tuo smartphone. E ci sono un sacco di app fighissime che fanno queste cose con documenti, foto, musica, ecc.

Vuoi salvare una presentazione che hai appena creato con Keynote di Apple sul cloud di Microsoft? Mi ca è una bestemmia. Garantisco che è una figata.

Tutti si federano con tutti et voilà, si guadagna tempo e sicurezza. Forse.

Però, i più pigri preferiscono ancora usare le applicazioni e i servizi in modalità non federata e di volta in volta son costretti a digitare password, spesso le più diverse scelte per ogni situazione, dimenticandole, richiedendone la rigenerazione, ecc. Che barba che noia.

Questi tizi mica si fidano della chiave del parcheggiatore e pensano che perdendo un po’ più di tempo e rinunciando agli automatismi si possa acquistare più sicurezza.

La verità sta nel mezzo, perchè poi succede ci ritroviamo altrove, magari senza smartphone o semplicemente non lo usiamo a Londra piuttosto che a Los Angeles perchè il roaming ci costa un botto. Allora utilizziamo un PC pubblico dell’albergo. O semplicemente il WiFi di un ristorante e quindi siamo ospiti di reti altrui con una sicurezza così, così, tutta da verificare.

Quando, in queste situazioni, siamo portati a digitare password a raffica in ambienti sconosciuti, queste possono essere intercettate. Ah, ok, non lo sapevate. Bene sappiate che è proprio così. Suvvia un po’ di strizza, dai!

Certo, si potrebbe installare un client VPN  (gratuito o meglio a pagamento) e cifrare tutto il traffico in modo che i malintenzionati rimangano a bocca asciutta.

Entrambe le tipologie di utenti (quelli rock che federano tutto e quelli lenti che preferiscono tenere i servizi separati) da diversi anni hanno la possibilità di fare meglio. Molto meglio. E non vi parlo dei gestori di password, quelli che ne generano di complicatissime, ma della verifica in due passaggi che io uso da sempre, laddove viene applicata dai fornitori di servizi.

In pratica si tratta di perdere un po’ di tempo e capire come funziona la prima volta per poi vivere molto, ma molto più sicuri e tranquilli.

In pratica funziona come il conto in Banca. Con la password di accesso (primo passaggio) puoi vedere il conto, con il PIN (secondo passaggio) puoi effettuare operazioni.

La stessa cosa si può fare con tutti i servizi che usiamo: Google, Facebook, Twitter, Dropbox, Microsoft e chi più ne ha più ne metta.

Si può scegliere di farsi mandare il PIN sul telefono (ma io lo sconsiglio perchè a volte il cellulare non ha campo) oppure di usare una stupenda app come Google authenticator.

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Il vantaggio di questa app è che funziona anche senza rete mobile, quindi siamo tranquilli anche quando ci troviamo in un bell’albergo di Londra con il WiFi gratuito e a palla, ma il nostro roaming dati è disattivato e quello voce non funziona per ricevere l’SMS che ci recapita il PIN.

Oggi, tutte i servizi web più moderni permettono la configurazione veloce con un QR code, come ad esempio fa proprio Dropbox che in queste ore ha dichiarato che son state rubate molte password. Per la precisione 7 milioni di password.

Quindi basta aprire Google authenticator, cliccare su ‘aggiungi servizio’ e puntare lo smartphone sullo schermo del pc dove si trova il QR code del nostro account di Dropbox. Facile no?

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Vi invito a fare la stessa operazione con tutte i servizi che lo permettono.

Ma cosa succede da questo punto in avanti?

A) Per gli smanettoni: Tutte le app federate smetteranno di funzionare. Dovrete aggiungere a mano una password speciale (cosiddetta password applicativa) che il servizio scelto vi fornirà. Twitter genera le sue, Google ovviamente fa altrettanto e così Dropbox, ecc. Ma la bella notizia è che lo si fa una volta sola e poi funziona per sempre.

B) Per quelli lenti che inseriscono sempre la password, sarà come entrare sempre in banca. Ovvero, voglio accedere a Dropbox? bene, dopo aver digitato la password mi verrà richiesto un PIN che potrò generare con l’app di Google Authenticator. Facile no?

Siete ancora li fermi e non avete attivato la 2 steps verification?

Chi perde tempo la prima volta ne guadagnerà tanto, ma davvero tanto in seguito. Fidatevi. E …… poi non dite che non ve lo avevo detto :)