Buoni ordinari del tesoro

Nella vulgata più diffusa i Bot sono i titoli di stato ma, ultimamente, nella mia filter bubble si è imposto il termine Bot (sarebbe meglio definirlo chatbot) come piccolo strumento di interazione uomo macchina. Un facilitatore (strumento software) che usa i sistemi di chat (Telegram in primis, ma non solo) per diffondere notizie, informazioni, dati, media, ecc.

Non tutti i Bot sono utili. Alcuni sono curiosi, altri vere cretinate. C’è persino uno store in piena regola: https://storebot.me/

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Ora se ne parla molto anche come ulteriore sviluppo e tendenza dell’ecosistema di Facebook (l’ultima developer conference ne è pregna) e pure Microsoft li vuol usare su Skype. Molti li definiscono una minaccia per Apple e Google, come se i Bot fossero dei veri e propri ammazza app.

Con i Bot potrai comprare la pizza, leggere il giornale, pagare Uber e informarti sul prossimo volo o semplicemente su quando arriverà l’autobus alla tua fermata.

Credo comunque che qualcosa di serio stia succedendo, o succederà, e mi riferisco a ciò guardando usi e costumi delle nuove generazioni.

Mentre noi vecchietti stiamo ancora su Facebook in un ottica di bacheca un po’ autoreferenziale e simil bloggante (molti di noi usano fan page o bacheche come i vecchi blog) i nostri figli fanno uso massiccio di chatroom su Whatsapp, Messenger e Telegram.

Qualcuno sa perfettamente che essendo loro i consumatori di domani, forse sarà necessario spostare su qui canali anche le offerte di contenuti e/o di merci.

Devo studiare meglio il fenomeno e prepararmi già una lezione supplementare per il corso di Social Media dell’anno prossimo. Sempre che di Social Media stiamo ancora parlando.

La Smart Tv sta morendo. O forse è già morta.

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Nel 2015 ho comprato per la prima volta una Smart Tv. Persuaso un po’ dall’offerta economica conveniente e dal fatto che le caratteristiche di base fossero quelle che cercavo (dimensioni, connettività, risoluzione, ecc.) ho voluto levarmi lo sfizio e dunque, anche informandomi parecchio in rete, son caduto su un modello Samsung che molti consigliavano e che offriva tante funzionalità Smart.

Dopo poco meno di 6 mesi più del 50% delle funzionalità smart vengono di colpo abbandonate da Samsung che, con un comunicato a video molto sintetico, annuncia ridimensionamento dei servizi: prendere o lasciare.

Facciamocene una ragione, quelli erano servizi Samsung e dunque concentriamoci sulle app.

Dopo quasi un anno di esperienza posso dire che le uniche decenti e utili restano quelle di base: youtube, netflix, plex, infinity, e poche altre.

Il browser integrato è una cosa indecente. Le app di streaming musicale son tutte limitate e possono offrire la stessa esperienza dello smartphone o del desktop solo con account premium.

Il mirroring delle foto è a dir poco scandaloso. Ho cercato invano l’app di Flickr ma non esiste.

Insomma roba che la mia piccola Apple Tv 3g da 60 euro o il Roku che uso con un altra tv pagato 25 euro, al confronto fanno un figurone.

Oggi leggo che Microsoft abbandono il supporto a Skype sulle Smart TV. Per carità, l’ho solo provato un paio di volte, ma mi sembrava utile.

Vabbè, i soliti visionari dicono che le Smart Tv si converteranno in hub domotici, ma allo stato attuale se dovessi cambiare firmware Samsung la sola espansione mi costerebbe circa 300 Euro. Follia pura.

Insomma lunga vita ai SetTopBox e arrivederci Samsung, non mi varai mai più fra i tuoi clienti.

L’infinito sta per finire

Alzi la mano chi non si è lasciato persuadere dalle offerte di ‘personal cloud storage’.

Il sottoscritto, in particolare, è un vero fanatico del celopiulunghismo cloud scatenato dalle oscene proposte dei provider:

  • unlimited
  • 1 Tb
  • referrall limited

In particolare con il sistema del referral ho scassato i maroni a tutti i miei follower per raggiungere le vette della disponibilità limite di ogni servizio.

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Infatti, su Copy della Barracuda avevo trasferito quasi un Tbyte di file video, mentre su Flickr di Yahoo quasi tutte le foto digitali.

Due notizie ora mi mettono letteralmente con il sedere per terra: Copy chiude. Amen. Flickr, forse.

Credo sia giusto riflettere, forse ripensare al modello e alla sostenibilità.

Immaginare che tutti gli utenti del pianeta aderiscano a soluzioni disk less per delegare lo storage personale a provider remoti sparsi sul pianeta o nello spazio intergalattico (ma anche sul fondo degli oceani), forse non ha senso.

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Immaginare che quelli grossi grossi come Google lo possano fare (Big G offre storage delle foto unlimited al prezzo della sola riduzione delle dimensioni/risoluzione) a determinate condizioni è forse più logico, anche se si tratta di compromesso.

Resta l’ipotesi di una bella NAS casalinga in raid (anzi due perchè bisognerà pur tutelarsi con un backup) magari connessa in rete per far vedere le foto e i filmini agli amici.

Infine, per i più cupi e maldisposti, forse val la pena considerare la tesi di Vint Cerf sul medioevo digitale, e tutti a casa con le orecchie basse.

Son tutti open con l’hardware degli altri

Quando Apple ha annunciato una soluzione proprietaria per la virtualizzazione basata su un componente hypervisor sviluppato ad hoc, Alex Fishman e Izik Eidus, fondatori di Veertu, si sono leccati letteralmente i baffi,

Mentre software già affermati come Parallels, Vmware Fusion o VirtualBox devono necessariamente mettere mano al kernel del sistema OS X sfruttando privilegi da super user (che possono rendere meno sicuro e instabile l’intero sistema di Cupertino), Veertu sfrutta le Api di OS X e mantiene piena compatibilità con l’intero ambiente nativo della mela al punto tale da conquistarsi un approvazione nell’App Store, unico nel suo genere.

Oggi l’ho scaricato (pesa una sciocchezza) e mi son divertito a giocare con Ubuntu sul mio Macbook Pro. Una favola. Leggero, perfettamente stabile. Divertente.

Certo il sw è giovane, manca il parallelismo delle app far i sistemi host e guest, ma intanto c’è, gira, insomma funziona e apre uno scenario nuovo, stabile e sempre più aperto.

Enjoy

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Jon Snow è morto a causa della banda ultra larga

Comincio a convincermi che Jon Snow era inevitabilmente destinato a morire.

Ci eravamo lasciati con un: ‘vi racconterò come andrà …

Day 1: E’ il 30 Novembre quando Vodafone mi manda un sms avvisandomi che nelle prossime 24 ore avrei potuto collegare e rendere operativa la Vodafone station per godere dei miei 100 Mb di banda ultra larga. Non vi dico l’eccitazione. Prima di andare al lavoro sostituisco il router Fastweb (azienda che rammento mi ha sempre promesso, ma mai assegnato l’opzione fibra) e attacco la Vodafone station revolution.

Mentre sono in ufficio ricevo un altro SMS di Vodafone che mi invita ad effettuare il collaudo della linea. Alle 19 torno dal lavoro e mi precipito al pc per vedere se tutto è ok, ma mi accorgo che non c’è linea. Provo il telefono: isolato.

Chiamo il 190 e chiedo come mai sono isolato. Loro mi dicono che manca il collaudo ma ormai è tardi e chi mi aveva contattato (giuro che al netto del sms non ho ricevuto ne telefonate ne email) mi ricontatterà nuovamente l’indomani mattina. Mi rassegno.

Day2: Al mattino chiamo il 190 per il collaudo, aspetto un po’ la richiamata e finalmente proviamo il funzionamento della mitica Vodafone station. Non va niente, tutto tace. ‘ha messo i cavi giusti?‘, ‘ha disattivato tutti i telefoni in casa?‘, ecc. Niente non va proprio niente. Aprono una segnalazione mentre io vado al lavoro in ritardo.

Alle 15 circa da casa mio figlio mi avverte che è arrivato un tecnico di Telecom. ‘Perchè Telecom?‘ direte voi. Perchè l’ultimo miglio (o meglio, la distribuzione fino agli appartamenti) è in gestione diretta ed esclusiva di Telecom.

Il tecnico Telecom fa tutte le verifiche del caso, controlla tutto, mi chiede via cellulare del figliolo dove si trovi l’armadietto di distribuzione condominiale e dopo tre ore circa di indagini emette la sentenza: LA MIA LINEA DA CASA, PASSANDO PER L’ARMADIETTO CONDOMINIALE, INFILANDOSI NEL POZZETTO DI STRADA E SINO ALL’ARMADIO DI DISTRIBUZIONE N.23 IN VIA S.DONÀ, È A PROVA DI BOMBA. TELECOM È INNOCENTE, VODAFONE È COLPEVOLE.

E io resto ancora senza segnale internet e senza linea telefonica. E comincio ad essere molto triste.

A quel punto chiamo un mio amico in Vodafone che si preoccupa davvero in modo encomiabile e mi favorisce i rapporti con il 190 fintanto chè riesco finalmente a parlare con un tecnico ufficiale di Vodafone, che per comodità chiamerò Mister. P.

Lo chiamo, gli spiego l’accaduto e lui mi conferma che da programmazione dell’intervento Vodafone (ovvero ciò che mi è stato venduto) dovrei essere agganciato all’armadio 38 in Via Monte Berico in modalità FTTC MAKE. Giuro che più avanti spiego cos’è.

Ricordate l’armadio 38? Ok, rimetto la fotina (non ho problemi di privacy, il mio numero di casa è sull’elenco, così come il civico)

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Ma fermiamoci un attimo e spieghiamo in modo semplice come funziona il tutto:

A) Telecom è proprietaria e responsabile dell’ultimo miglio, ovvero di tutto ciò che accade dall’armadio di strada (quello con la capocchia rossa), passando per il sottosuolo, fino a casa nostra. Quell’armadio ****T_38 è un armadio Telecom. Chiaro?

B) Quando Vodafone e Fastweb si affiancano con i loro armadi a quello di Telecom, lo fanno per permettere di agganciare la nostra utenza dall’armadio Telecom al loro. In pratica quello che deve fare il sig. P.

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Guardando la foto: Local Exchange è Vodafone o Fastweb, Street Cabinet è Telecom. Chiaro?

Detto ciò significa che io dovrei essere servito dal cabinet (armadio Telecom 38) e la cosa mi puzza, come già mi puzzava da tempo. Vado a letto incazzato e aspetto il Day 3 e la telefonata del sig. P. di Vodafone.

Day 3: Dopo un po’ di ore di silenzio preoccupante mando un sms al sig. P. che mi risponde dicendosi dispiaciuto ma ammalato e confermandomi di aver passato la pratica a un collega che però non mi chiamerà mai.

A quel punto richiamo il 190 di Vodafone che mi giura: ‘domani la facciamo seguire in modo speciale perchè vogliamo risolvere il problema‘.

Vado a letto sconsolato.

Day 4: Al mattino in effetti una gentile signora di Vodafone mi telefona al cellulare e mi assicura che mi seguirà in modo particolare. Dopo la telefonata la tizia, che chiameremo per comodità Miss V., mi scrive un email e mi assicura che potrò mandarle info quando voglio e che mi comunicherà step by step l’evoluzione del caso.

Ringrazio, le scrivo un paio di volte dicendole che non sta succedendo nulla e incrocio le dita.

Alle 16.00 di venerdì torno a casa. Verifico che non funziona ancora nulla e scrivo a miss. V. ‘gentilissima sono disperato, datemi almeno un po’ di GB sulla sim di back up, perchè con 1gb mi faccio fresco’. Lei mi risponde, mi ricarica la SIM per due Gb, mi promette che avrò due mesi di sconto per il disagio (tengo l’email, vedi mai) e poi interrompe le trasmissioni per un po’.

Alle 18.00 colpo di scena ritorna il tecnico Telecom del Day 2. Rifà le verifiche e poi mi dice: ‘ma tu non potrai mai avere la fibra da Vodafone, perchè loro te la consegnano nell’armadio 38 di Via M. Berico mentre tu sei attestato nella porta 41 dell’armadio 23 di Via San Donà’

#GAC (traduzione=GRAZIE AL CAZZO) lo sapevo dal primo giorno che ero attestato li, e l’ho ribadito 10 volte al commerciale che mi ha venduto la fibra, ma lui insisteva mostrandomi il portale GEA e assicurandomi che avrei avuto i 100 favolosi Mb di fibra in modalità FTTC Make.

Dunque, ora spieghiamo la differenza fra make e vula/nga.

La prima è un offerta a 100 Mb che il provider porta con proprie tecnologie fibra e local Exchange (armadio di strada Vodafone o Fastweb) vicino allo street cabinet (armadio di strada Telecom) per poterle distribuire al cliente finale su rame e modem fibra.

La seconda è un offerta a 30 Mb che il provider (Vodafone o Fastweb) rivende al cliente finale su tecnologie fibra di Telecom Italia (un vero e proprio wholesale) per poterle distribuire al cliente finale su rame e modem fibra.

Qui trovate il documento tecnico: https://www.wholesale.telecomitalia.com/it/catalogo/-/catalogo_aggregator/article/1027774

A questo punto chiamo Mister P. e gli riferisco ciò che mi ha detto Telecom. Lui però mi offre un’altra interpretazione, ovvero mi dice che i commerciali Vodafone che programmano l’intervento si basano davvero sulla fibra posata e da posare di Vodafone, noncchè sui loro local Exchange, ma per la distribuzione (ultimo miglio, armadio Telecom e rame fino a casa) si basano sui data base di Telecom.

Dunque il commerciale di Vodafone mi ha venduto un contratto basandosi su un DB errato di Telecom che mi individuava nell’armadio 38 e non nel 23. Sarà vero?

Il maledetto armadio 23, eccolo in tutta la sua fierezza solitaria.

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Chiedo a Mister P. a questo punto cosa osti assegnarmi in modalità nga/vula all’armadio 23, pur rinunciando ai 100 MB in favore dei 30. Risposta: ‘se si può fare non costa nulla, ma devo verificare. Comunque è un’azione che non prevede manualità, la si effettua da centrale‘.

Vado a dormire, ho solo 2GB di accesso 4G da usare con parsimonia e sto cadendo nello sconforto più totale.

 

Day 5: E’ ormai sabato, il weekend sarà lungo e poi c’è il ponte. Mumble, mumble mi affastellano pensieri e incazzature varie.

Vado a prendere il pane e a svolgere altre commissioni percorrendo parte del quartiere. Seguo i tombini Telecom e torno nel luogo del delitto. Faccia a faccia con l’armadio 23 inserito da Telecom in una proprietà privata.

L’armadio è li, solo. Non avrà mai la compagnia degli altri operatori perchè a loro non è CONCESSO.

Dunque, al netto della superficialità e dei palesi errori di Vodafone, possiamo permetterci nel 2015 che un ex operatore monopolista possa decidere le sorti di un quartiere,  di una zona produttiva, magari di una scuola?

Che forza ho io per andare dal mio sindaco e dirgli: ‘per favore puoi far spostare quell’armadio di Telecom in zona pubblica in modo che anche gli altri operatori giochino la loro partita‘.

Alla faccia della libera concorrenza.

A questo punto comprendo le perplessità di Renzi sulle telco italiane e la necessità di far entrare altri competitor come Enel o RayWay per cambiare le regole del gioco.

RIP: Jon Snow

Update: Piccolo siparietto. Ho provato a usufruire dell’accesso WOWFI di mia suocera per avere un po’ di connettività. Provate a chiedere a Fastweb da quante ore non funziona il servizio di distribuzione credenziali. #noncelapossiamofare

In favore dello storytelling

Io all’ Italiandigitalday di Venaria c’ero, ed ero molto attento, sveglio, pensante e critico.

Ho partecipato attivamente sin dalla prima giornata di venerdì (della quale nessuno in rete fa menzione). Vi ho partecipato come aderente all’associazione Digital Champions e ho portato il mio contributo, assieme a quello di molti altri associati, per la crescita, l’organizzazione, la trasformazione e/o rimodulazione di questa associazione. Venerdì ci siamo dati obbiettivi, strumenti e conoscenza.

Da un paio di giorni leggo in rete un sacco di critiche che, come tutte le critiche fondate e circonstaziate, mi interessano e mi incuriosiscono e dalle quali cerco sempre di imparare qualcosa. Gli insulti, invece non mi interessano. Peccato che spesso arrivino da persone di un certo spessore e che hanno anche ruoli importanti nel campo dell’innovazione digitale.

Tornando alle critiche spesso arrivano da gente che a Venaria non c’è stata e che ha seguito i lavori sui social o attraverso lo streaming del sabato. Comunque tutte le critiche sono incentrate sul sabato e nessuno fa menzione alla giornata di venerdì. Prendo atto che non interessi a nessuno sapere che dentro l’associazione si discute, si critica, si fanno proposte e si cerca di correggere errori che, ovviamente, son stati fatti.

Ammettere che abbiamo fatto anche errori in questo primo anno per noi è normale. Chi scrive solo articoli critici, invece, errori non ne fa mai, perchè si occupa solo di analizzare gli errori degli altri. Prendo atto anche di questo.

Veniamo al sabato e alla critica mossa da molti: ERA UNA NARRAZIONE, UNO STORYTELLING, NULLA PIU’!

Sembra un mantra che rimbalza da un blog a un altro, da un social ai giornali e persino in qualche radio nazionale, come Radio Radicale.

L’analisi che sto per fare non è di difesa a spada tratta dell’operato di Riccardo Luna e dell’Associazione Digital Champions, ma frutto di un analisi dei fatti e delle conseguenze che auspico.

Mi avvicinai a questo movimento/associazione un anno fa su invito di Riccardo e fui il primo a scrivere sul blog collettivo un pensiero costruttivo e una serie di motivazioni che riporto proprio come estratto di quel post:

Ciò che mi attrae è la mission che mai come questa volta punta dritta all’acculturamento, alla persuasione sentimentale, alla logica che sta alla base del ricercare un modo migliore per vivere come obbiettivo sociale e non individuale.

Troppo alto? Direi di no. Per anni ho sostenuto che il problema del digitale in Italia non fosse l’infrastruttura o la tecnologia, bensì la cultura e la propensione ad acculturarsi su temi e paradigmi che non sono legati al mondo dell’Information Technology, bensì a nuovi stili di vita, di lavoro e dunque a una nuova idea di società’.

Durante l’anno passato assieme a tante meravigliose persone (è incredibile quanta passione e quanta voglia di far bene ci sia in questo paese) ho maturato la convinzione, già bene strutturata nel mio pensiero, che la chiave di volta fosse la cultura e la conoscenza. E dunque ho partecipato assieme a un centinaio di membri veneti dell’associazione (chiamiamoli pure D.C. veneti) a diversi momenti di condivisione, conoscenza, acculturamento e riflessione.

Momenti indimenticabili e di forte impatto emotivo.

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Altre volte, come a Venaria e non solo, ho seguito i momenti collettivi a livello nazionale che l’associazione si è data, e ho maturato ancora di più la convinzione di cui sopra: cultura e conoscenza sono la base su cui lavorare e insistere, prima di lanciarsi nella fase squisitamente tecnologica e attuativa.

Dunque ecco che mi diventa chiaro, chiarissimo il ruolo e la missione che Riccardo si è dato: alzare l’hype sui temi dell’innovazione digitale. Portare questi temi fra le masse, sui giornali, in televisione, nelle scuole. Parlando semplice e semplicemente a tutti. Usando meno sigle, acronimi e paradigmi tecnologici per rendere il tutto facile, comprensibile soprattutto attraverso la narrazione.

Riccardo usa questo format da anni. Porta sul palco chi ha una storia da raccontare. Una storia di successo da condividere e che sia di esempio per gli altri che ci stanno provando.

Ed è qui che viene attaccato dai soliti soloni: ‘E’ solo un cantastorie, uno storyteller, l’innovazione si fa con i fatti di tutti i giorni, non con le manifestazioni pubbliche‘.

Ok, anzi per niente. Sono abbastanza stanco di sentire il termine ‘ventreaterra’, stra usato e abusato da chi non sa o non ha voglia di comunicare o da chi semplicemente fa il suo dovere, quello a cui è chiamato da una funzione o da un compito preciso.

La comunicazione è fondamentale, necessaria e funzionale al cambiamento.

Chi si sognerebbe di accusare Benigni quando rende popolare e comprensibile Dante? Eppur lo fanno, in Italia lo fanno da sempre. Chi si sognerebbe di accusare Angela di banalizzare la scienza? I soloni italiani, ovviamente. E poi giù tutti contro gli chef stellati o i calciatori che diventano opinionisti e lo Zichichi di turno che appare nelle trasmissioni patinate.

Eppure ci son diversi modi per rendere di massa temi complessi, ma son modi che noi italiani spesso schifiamo. Io stesso a volte resto basito dalla banalità e semplicità con la quale gli americani trattano la storia e la scienza attraverso format semplicistici, come nel caso di History Channel o Focus che molti credo conoscano. Eppure quel modo attrae la curiosità e ti permette di consolidare una base di conoscenza basica sulla quale poi specializzarti.

La narrazione basica, enfatica e persuasiva allarga la base di conoscenza. Permette a tutti di accedere a un pezzo della conoscenza che, diversamente, resterebbe patrimonio di pochi.

Il Digital Champion nazionale lo sa da sempre, e si è dato questo compito anche sabato a Venaria. Questa narrazione ha permesso anche al Presidente del consiglio di trattare (bene o male lo diranno i fatti) temi che non sono mai stati di massa.

Sabato scorso giornali e televisioni hanno parlato (si, anche sparlato e confuso) temi a noi cari e sui quali ci immoliamo da anni portando a casa ben pochi risultati. E’ un male questo? E’ così sbagliato?

Torniamo alle critiche. ‘Ma lo fa solo per se stesso, o per il suo cerchio magico e ne trarrà (trarranno) benefici personali‘. Non lo so, forse si, forse no, staremo a vedere, sinceramente mi interessa poco, perchè all’opportunismo e alla scalata sociale son da sempre poco attento e interessato.

Nel mio caso (se qualcuno mi attribuisse vicinanza al cerchio magico) questi sentimenti o ambizioni non ci sono. Il mio piccolo ruolo in questa associazione mi ha creato solo enormi problemi relazionali laddove opero come strutturato. E lo avevo previsto, con consapevolezza. Anzi certezza:

Ultima annotazione per spezzare le polemiche. La scelta che mi vede fra i primi 100 collaboratori di Riccardo mi creerà enormi problemi relazionali nel luogo di lavoro. E’ già successo in altre occasioni (primo fra i 100 non-fannulloni del PA, firmatario fra i primi 100 dell’Agenda Digitale, ecc.) dunque, come sempre ho la scorza dura e vado avanti. Lavorare nella PA ha i suoi pregi ma, diversamente da chi lavora come free-lance, consulente o imprenditore, ha anche i suoi risvolti negativi che sono spesso dettati, anche qui, dalla scarsa cultura che non riesce a vedere le missioni oltre alle persone che le guidano‘.

E proprio in questo specifico ambito vorrei significare un paio di sensazioni legate alla giornata di venerdì. Insomma alla giornata di lavoro e di programmazione futura.

Per la prima volta, da quando lavoro nel settore della PA, ho assistito a un momento che auspicavo da tempo. Quel momento si è concretizzato quando il direttore di Agid Antonio Samaritani, i suoi dirigenti e funzionari (quasi tutti in maglioncino e jeans) si sono presentati ai 300 DC convenuti e hanno presentato in modo semplice (o più semplice del solito) le azioni in progress per il cambiamento in senso digitale della PA italiana.

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Di solito Agid è considerata un agenzia pubblica al solo servizio della PA e dei suoi processi interni. Sostanzialmente si occupa del cosiddetto Government To Business che si sostanzia con processi, azioni e tecnologie sconosciute al 99,9% degli italiani.

Proprio venerdì pomeriggio, prima che Samaritani salisse sul palco gli ho detto: ‘Direttore lo sa che per alle imprese Agid è un emerita sconosciuta? Lo sa che i benefici che le azioni in capo ad Agid potrebbero offrire alle imprese non sono percepiti?’

Infatti il suo intervento si è aperto con un sondaggio di conoscenza e poi con una illustrazione basica sulle possibilità offerte dalle azioni faro del Piano Crescita Digitale in senso non certo Gov/PA, ma più in generale in ottica di crescita per la società intera.

E’ male tutto ciò? La conoscenza e la condivisione con i Digital Champions che poi ne parleranno nei territori a cittadini e imprese per diffondere opportunità, è brutta cosa? Chi lo ha fatto prima di venerdì scorso?

Per sancire ed enfatizzare ancora di più questo aspetto finalmente più aperto e collaborativo di Agid, volevo farvi conoscere un punto di vista da strutturato della PA e dunque in piena crisi di identità visto che il ruolo di associato D.C. viene schifato e osteggiato dalla quasi totalità degli strutturati miei colleghi (non apro qui la parentesi sulla crisi identitaria degli innovatori della PA perchè sarebbe pallosa).

Dunque ieri ho ricevuto una mail da una delle newsletter di Agid (il tema della newsletter è relativo alle competenze digitali). Nella mail si richiamava l’attenzione al tema delle digital skills e si consigliava la lettura dell’ottimo lavoro svolto da Matteo Troia, Digital Champion di Pordenone. A voi sembra banale, ma non lo è per nulla.

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Agid ha cominciato a collaborare con questa base volontaria di appassionati che Riccardo ha messo insieme, e probabilmente lo farà in modo più strutturato (tema questo di discussione attuale dentro l’associazione) portando probabilmente scompiglio e smarrimento. Finalmente dico io. Finalmente si rompe quel cerchio di autoreferenzialità pubblica del: ‘faccio tutto io perchè io sono io e voi non siete un c….. (cit.).

E passiamo a sabato e allo storytelling con implicazione politica.
Sabato ho portato con me a Venaria due non addetti ai lavori, mia moglie e mio figlio. Loro erano presenti e diversamente da molti osservatori che stanno commentando solo per sentito dire, hanno visto, ascoltato e conosciuto questo mondo dell’innovazione digitale dal di dentro. Hanno anche filtrato alcune mie critiche che non li voleva condizionare ma solo far conoscere meglio l’ambiente in cui erano atterrati.

La giornata di sabato era anche per loro, e soprattutto per quelli che non masticano complessità tecnologica ma che vogliono scoprire cosa è stato fatto di bello in giro per il paese e che possa aiutarli a vivere meglio e, nel caso di mio figlio, studiare meglio.

Il format gli è piaciuto al punto che quando io insistevo per andarmene da Venaria e godere un po’ della bellissima giornata di sole, han voluto rimanere ancora. Solo il mio fastidioso mal di schiena li ha costretti a rinunciare verso le 14.00. Che significa questo parzialissimo punto di vista e di osservazione? Secondo me significa che la narrazione buca fuori dagli ambienti sacrali dei soliti soloni, fuori dagli ambienti ingessati dai soliti tecnocrati cha hanno saputo costruire solo complessità e ritardi ormai cronici nello sviluppo digitale di questo nostro bellissimo paese.

Certo, Riccardo ha il torto di raccontare il bello, perchè il brutto dovrebbe raccontarlo qualcun’altro che, purtroppo, quel sabato c’era e applaudiva anche dalle prime file.

Forse questo è il solo appunto che devo fare alla giornata di sabato. Un’altra volta meno incravattati in prima fila. Un’altra volta con il Presidente del Consiglio mettiamoci solo quelli che han fatto cose belle e che sono ancora in grado di farci sognare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il PC è già morto anche se non ve ne siete resi conto

Le ultime proiezioni sulla vendita di PC a livello wordwide sono terrificanti. Ormai il settore è in caduta libera e solo Apple tiene testa con le vendite dei Macbook che, secondo Gartner, porteranno ad un ulteriore incremento dell’1,5% delle vendite, rispetto all’anno precedente.

Anche i tablet soffrono cali fino al 12%. Terribile.

Cresce invece come sempre il mercato degli smartphone che ormai tira tutto il settore e lo costringe a investire in termini di ricerca quasi esclusivamente su tecnologie mobili.

Per primi lo capirono alla Apple quando iniziò il processo di convergenza fra IOs e MacOs. Il computer della mela per usabilità e approccio diventava sempre più simile al telefono di Cupertino. Il software come tramite: si parlava di APPizzazione di MacOs.

Microsoft arriva tardi. Sicuramente dopo Apple e Google ma con diverse cartucce ancora da sparare. La più importante sembra essere quella di continuum che potrebbe davvero segnare la morte del PC. Per sempre.

Non so che accrocchio servirà per far diventare il nostro telefono, all’occorrenza, un computer in tutto e per tutto, ma so che allora il suo destino sarà segnato. Ovvero lo useremo solo e soltanto quando ci servirà. Giudicate voi.

I benefici dell’innovazione digitale non sono per tutti

Il Mit Tecnology review ha recentemente pubblicato una lettera aperta sull’economia digitale che suggerisce alcune azioni concrete al fine di estendere i benefici indotti dalle tecnologie digitali, e dall’economia che ruota intorno ad esse, anche a chi sinora non ne ha tratto vantaggi o, addirittura, a chi ha subito svantaggi a conseguenza delle stesse.

Eric Brynjonlfsson, Andrew McAfee, Steve Jurveston ed altri ancora, ritengono che:

Negli ultimi 20 anni la maggior parte delle famiglie statunitensi ha rilevato una marginale – o inesistente – crescita economica, la percentuale di reddito nazionale che viene distribuita tramite i salari è calata dal 2000, e la classe media negli Stati Uniti, una delle creazioni più grandi del nostro paese, sta scomparendo.

Outsourcing e offshoring hanno contribuito alla crescita di questi fenomeni, ma dovremmo tenere in mente che la stessa recente ondata di globalizzazione fa affidamento sui progressi nelle tecnologie di informazione e comunicazione. I fatti fondamentali sono che viviamo in un mondo sempre più digitale e interconnesso, e che i benefici di questa ondata tecnologica sono stati molto irregolari.

Ondate precedenti hanno portato con esse un incremento nella domanda di lavoro e sostenuto la crescita di lavori e stipendi. Questa volta, la situazione sta portando diverse persone a domandarsi se le cose andranno diversamente o, per parafrasare diverse testate giornalistiche, se i robot divoreranno i nostri lavori

Sul tema è intervenuto anche Luca De Biase con un affondo abbastanza deciso sui guasti che la comunicazione e la persuasione sugli effetti benefici del digitale sta generando.

Il tema merita una profonda riflessione perchè mette in luce molti problemi reali che spesso vengono sottovalutati. Specialmente in Italia.

E’ chiaro che user empowerment e consumerization stanno spingendo paradigmi e tendenze nuove e tutto ciò impatta pesantemente non solo sugli stili di vita ma, soprattutto, sull’economia, sulla democrazia e sulle politiche in genere.

L’ eCommerce, ad esempio, nella folle corsa tesa a ridurre sempre di più i tempi di consegna, obbliga distribuzione e logistica a lavorare H24. E ciò induce il sistema tradizionale della grande distribuzione, ma anche il retail, a inseguire se non a uniformarsi. (In UK Tesco rimane aperto 24 ore. Negli USA Target e Walmart chiudono a mezzanotte)

I Social Media usati come sistemi di costumer care, cambiano completamente il modo di assistere il cliente finale sia da un punto di vista temporale che fisico. Reinventano i team di supporto, usano i Big Data per fare analisi e finalmente ammazzano l’odioso ticket! (Oggi stesso mi ha telefonato un addetta di Bakeka.it che ha visto un mio annuncio su eBay chiedendomi di postarlo anche da loro perchè avrai avuto maggior probabilità di successo).

Il cloud computing semplifica, accelera, standardizza ma pone un problema serio: il dominio dell’asset è altrove. L’Europa arranca, l’Italia è presente sul tema solo come utente finale.

La fabbricazione digitale non è solo MIT centrica, è vero, e potrebbe trarre benefici dalla ricerca e dalla creatività italiana. Ma manca un presupposto essenziale: le grandi aziende non adattono makers e non sostengono i Fab Lab.

La Banda Larga e soprattutto Ultra Larga sembra la panacea di tutti i mali, ma rischia solo di beneficiare i grandi carrier con finanziamenti pubblici e i content provider con le subscription degli utenti finali (due ospedali collegati fra di loro per telemedicina sono ancora sperimentazione, non la norma).

E così all’infinito. Perchè ogni tecnologia non offre solo opportunità, ma sconvolge processi, organizzazione, relazioni e certezze.

Eric Brynjonlfsson, Andrew McAfee, Steve Jurveston chiedono ai dirigenti d’azienda di sviluppare nuovi modelli organizzativi ed approcci che non solo accrescano la produttività e generino benessere ma creino opportunità su una base più ampia.

Non lo dicono chiaramente, ma forse immaginano qualcosa che partendo dalla sharing economy provi a declinarsi in impresa sociale per raggiungere il traguardo che definiscono come ‘prosperità inclusiva‘.

Ma non hanno le risposte a tutto, pur essendo americani e dunque molto disponibili al cambiamento.

Per chi volesse partecipare alla ‘creazione di una società basata sulla prosperità condivisa’ che sarà possibile se ‘aggiorneremo leggi, organizzazioni e ricerca per cogliere le opportunità e superare le sfide che questi stessi strumenti stanno ponendo’, qui c’è il modulo di adesione: http://openletteronthedigitaleconomy.org/