Il meno peggio

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Credo sia difficile non avere sentimenti e atteggiamenti che spesso contrastano e stridono rispetto a un valore assoluto come la libertà.

Libertà significa essere liberi di pensarla come si vuole, di scegliere o non scegliere una religione e di non finire ammazzati per mano di un invasato integralista.

Libertà significa potersi esprimere in piena tutela della privacy con chiunque si scelga come interlocutore, senza doverlo far sapere al grande fratello, alle agenzie governative e/o investigative di turno.

Libertà significa muoversi liberi e spensierati sotto l’occhio di mille telecamere che nelle grandi città tutelano anche la nostra sicurezza.

Libertà significa scegliere tutte le tecnologie possibili per stanare questi infami che minano alla nostra libertà.

Ma quando parliamo di libertà, parliamo della nostra o di quella collettiva? Perchè quando parliamo della nostra non siamo disposti a cedere nulla. Quando parliamo di quella collettiva spesso siamo anche disposti a cedere qualche pezzo importante della libertà stessa.

Ma la libertà collettiva è la somma delle libertà individuali. E spesso ce ne dimentichiamo.

Detto questo io sto con Tim Cook perchè una volta concessa una back-door sulle nostre libertà è difficile tornare indietro. E dico ancora che l’FBI ha tutti i potenti mezzi per scovare questi criminali senza mettere a repentaglio al privacy di mezzo pianeta.

 

 

 

Il fact checking del ridicolo

  

Per dissertare su un fatto ridicolo come quello proposto dalla foto possiamo anche fare a meno del fact checking e limitarci a considerare la temperatura media a febbraio in una città del nord come Milano.

Peccato che l’onorevole (ooops cittadino portavoce) Toninelli ci consideri gonzi e bevitori di stupidità.

La vera domanda che mi faccio e alla quale non so dare risposta è la seguente: Ma che tipo di selezione viene fatta per la classe dirigente dei pentastellati?

#epicfail che oscurano il pur immenso Gasparri

Social mainstream

Abbiamo definito i nostri arnesi digitali evoluti (principalmente smartphone e tablet) come dei second screen quando son riusciti ad accrescere l’esperienza di fruizione visiva delle nostre televisioni.

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Nel tempo, e con l’avvento di app e servizi sempre più facili da consumare, ne hanno beneficiato anche i contenuti social che, comunque, hanno quasi sempre privilegiato un rapporto asincrono.

Infatti, la cosiddetta social tv non è mai decollata veramente. Da un lato il mainstream ha concesso un apertura alle conversazioni a supporto (vedi scorrere di tweet contestuali nel footer dello screen tv) dall’altro ha cercato di porsi come alternativa di contenuti bottom-up (youtube, vimeo, ecc.).

Le cose hanno cominciato a cambiare quando Youtube ha aperto lo streaming sincrono a tutti (leggasi Hangout On Air). Questa modalità, purtroppo, non è stata recepita dalla pluralità degli utenti social, in quanto legata a quell’incredibile acrocchio che Big G. Ha chiamato Google Plus e che praticamente pochi si filano.

Nuovi player come Meerkat e Periscope hanno infine scompigliato un po’ le carte ma soprattutto aperto la strada per un interpretazione forse definitiva del paradigma che solo Facebook riuscirà a rendere ‘SOCIAL MAINSTREAM’.

E’ infatti notizia di questi giorni che il roll-out (fase finale del progetto) di ‘Live Video’ è in corso e presto tutti, ma proprio tutti potremo trasmettere in diretta su Facebook.

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Certo, e come sempre, l’inizio sarà caotico e irrazionale, probabilmente dovremo pagare dazio e assistere a feste di compleanno in diretta, piuttosto che interminabili sequenze animate da cani e gatti domestici o meglio ancora peripezie e imprese dei fan della Go Pro.

Ma superato questo son convinto che i broadcaster tradizionali inviteranno i loro reporter a trasmettere in diretta su Facebook prima ancora di montare e post produrre i documenti visivi per presentarli in modalità asincrona sui loro canali ufficiali.

Immagino dei wall tematici (magari sfruttando le API di Facebook) che ci consentiranno di aprire una finestra sul mondo. Un po’ Meerkat ci aveva provato: http://meerkatstreams.com/upcoming/ con i contenuti social, mentre http://watchup.com/ immaginava un aggregatore per i contenuti delle cable tv USA. Ma vuoi mettere i numeri e la penetrazione di Facebook?

Ok, ora la sparo grossa e immagino dunque, nella migliore delle ipotesi, la morte della tv e del giornalismo come siamo abituati ad immaginarlo. Siete d’accordo?

 

Internet che non vorrei

Che differenza c’è fra informazione e consumo dell’informazione? Fra il diritto di essere informati, la pluralità dell’informazione, la neutralità e l’indipendenza, ecc.

Paroloni, temi complessi che spesso coinvolgono soggetti che operano come testate informative (sovvenzionate con le nostre tasse) ma che non disdegnano di configurarsi come agenzie di raccolta pubblicitaria e a volte broadcaster o peggio ancora: provider internet.

Dunque il giornalista per chi lavora? Per l’editore? Per il marketing? Per la Telco? O per garantire informazione libera, plurale e neutrale.

Ecco io non ho tutte le risposte ma quando si arriva a dover pagare (indirettamente) il giornalista con un banner o un popup sul web, dico che tutto ciò non mi piace più.

Questa è la Bild di oggi (con traduzione Google e ADBlock attivi) http://www.bild.de/wa/ll/bild-de/unangemeldet-42925516.bild.html  e a me non piace proprio.

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Volevo approfondire i fatti e le opinioni sui fatti di Colonia. Mi sa che leggerò qualche autorevolissimo e indipendentissimo blog.

Un po’ di tecnica per evitare #epicfail

Diversi anni fa (2008) scrissi anche un piccolo ebook sulla gestione, personalizzazione e ottimizzazione dei feed rss. Lo trovate qui: http://www.scribd.com/doc/2417501/Guida-Feedburner-2008, anche se un po’ datato.

Sicuramente quelli de Il Gazzettino on-line non l’hanno mai letto, e forse non hanno nemmeno mai approcciato il tema dei feed rss e dei lettori associati che sono uno strumento largamente usato sul web per rimanere informati e aggiornati su notizie e accadimenti.

Se lo avessero fatto, avrebbero imparato ad ottimizzare la scelta coerente delle immagini associate all’articolo ed evitato un #epicfail come quello che mi è capitato stamane aprendo Feedly.

Il web è una cosa serie e il tuo rapporto con il web lo devi approcciare in maniera molto seria, specialmente se sei fonte di informazione.

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Social mainstream

Chi si intriga di Social Media e della loro evoluzione non può sottovalutare la portata di quello che è successo ieri durante la trasmissione Report di Rai 3.

I fatti:

Report ieri sera ha mandato in onda un indagine sulla trattativa e sugli affari (o supposti affari) di Eni con la Nigeria per la ricerca del petrolio nei fondali marini del paese africano. Roba, o affare o comunque processi e situazioni torbide da un miliardo di dollari.
Insomma, inchiesta giornalistica alla Report nei modi che già conosciamo.

Eni in diretta social su Twitter inizia un contraddittorio che nel corso della trasmissione coinvolge, oltre agli account/profili ufficiali di Eni e Report, anche Andrea Vianello che è il direttore di Rai3 e  Marco Bardazzi direttore della comunicazione del gruppo Eni.

 

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Il siparietto rappresenta un vero e proprio spartiacque nel campo della social/comunicazione interattiva dell’amato stivale che, per la prima volta, estende le capacità della social tv inserendo elementi forti e per certi versi sconvolgenti come il fact-checking la rappresentazione di infografiche e persino la messa in discussione del palinsesto, fino a sconvolgerlo.

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Una maturazione e una accelerazione che solo Twitter con le sue specifiche caratteristiche riesce per ora a determinare. Una evoluzione del concetto di social tv che pone lo strumento social in posizione paritaria se non prevalente. Una scelta del campo di gioco che, in tempi recenti avrebbe privilegiato quello della stampa o dei comunicati stampa, finalmente messi all’angolo dalla freschezza, tempestività e facilità d’uso di Twitter.

Quando provoco i miei studenti eleggendo Twitter a canale mainstream, spesso vengo criticato. Magari ora una riflessione in più andrebbe fatta su questa provocazione e sulle prospettive che si aprono da qui in avanti.

Update: Stamane Eni pubblica il suo punto di vista: http://www.eni.com/it_IT/media/dossier/dossier-report-13-12-2015.html e Report il suo: http://www.report.rai.it/dl/Report/extra/ContentItem-525c0e86-598b-42fb-bda6-7c5df44f3e5b.html

 

I giornalisti e le opinioni

Ieri pomeriggio ho acceso la radio in auto e dopo un po’ di zapping mi son soffermato su Rai Radio 1 dove la giornalista (???) Manuela Falcetti in pieno delirio di onnipotenza stava sentenziando sul caso Marino.

Son resistito solo 5 minuti perchè questa tribuna del popolo, più volte autodefinatasi giornalista non faceva altro che urlare sue opinioni, lasciando spazio pari a zero a suoi invitati che puntualmente interrompeva quando provavano a intervenire, fra l’altro continuamente sollecitati all’intervento e puntualmente inibiti e prevaricati dalla tribuna del popolo. A futura memoria rimane agli atti il podcast.

Un delirio con l’enfasi e i modi dell’altro tribuno, tale Cruciani che ormai da anni non ascolto ed evito come la peste. Conduttore anche questo definitosi giornalista (???) che non riesce a dialogare con nessuno senza prima insultarlo.

Ora che sia l’editore di Confindustria a scegliersi i tribuni che meglio crede ci sta, ma il servizio pubblico che scimmiotta la Zanzara proprio non mi è andato giù, e dunque, da vecchio polemico rompiballe consolidato e riconosciuto, mi son messo a begare su Twitter con Cruciani e con la Radio Rai.

Soffro la mancata esposizione dei fatti. Soffro l’assenza certa di dati, soffro la mancata esposizione di opinioni ponderate e soffro l’incapacità di ascolto che ogni buon giornalista deve avere.

Se questa è la deriva dell’informazione sempre più spesso ci sarà il cavetto del mio iPod attaccato alla radio dell’auto. Nel contempo, viva il Guardian e la ricerca della verità con i fatti e i numeri.

Oltre la paura e i luoghi comuni

C’è un aspetto che molti media tacciono occupati da mesi a raccontare solo storie e tragedie legate a esodi e migrazioni: il problema demografico dell’Europa.

Sia chiaro, il tutto non può ridursi a cifre ma quello che i media stessi enfatizzano sovente è l’ingente numero di profughi e purtroppo il conteggio dei morti.

Si parla ormai di una cifra fra le 200 e 300 mila unità di profughi che si sono stabiliti nel vecchio continente europeo solo nell’ultimo anno.

Meno di una città tedesca. O meglio, molto meno di una delle prime 40 città tedesche. Ma se anche fossero di più, diciamo 400.000 negli ultimi due anni, tutti insieme in unica città non arriverebbero nemmeno al 70° posto nella classifica delle città europee.

Dunque in questi due ultimi anni di esodo e crisi mediterranea e medio orientale abbiamo aggiunto una nuova città di medie dimensioni alla vecchia Europa? Tutto qui?

No, c’è un altro fattore da considerare, un fattore che è ben spiegato dall’Economist in un articolo dello scorso Marzo: Ageing but supple. Si, la Germania, l’Europa, ma anche l’Italia stessa, la Spagna, la Francia e altre nazioni stanno perdendo larghe fette di popolazione. E’ un decremento che non risparmia nemmeno la Russia, dove si stima che nel solo 2015 ci sarà un calo demografico di 40.000 unità.

Chissà, vista sotto un’altra luce la tragedia che si sta consumando, al netto di tanta sofferenza che nessuno vorrebbe mai provare, sta diventando un’opportunità per la vecchia e decrepita europa.