In favore dello storytelling

Io all’ Italiandigitalday di Venaria c’ero, ed ero molto attento, sveglio, pensante e critico.

Ho partecipato attivamente sin dalla prima giornata di venerdì (della quale nessuno in rete fa menzione). Vi ho partecipato come aderente all’associazione Digital Champions e ho portato il mio contributo, assieme a quello di molti altri associati, per la crescita, l’organizzazione, la trasformazione e/o rimodulazione di questa associazione. Venerdì ci siamo dati obbiettivi, strumenti e conoscenza.

Da un paio di giorni leggo in rete un sacco di critiche che, come tutte le critiche fondate e circonstaziate, mi interessano e mi incuriosiscono e dalle quali cerco sempre di imparare qualcosa. Gli insulti, invece non mi interessano. Peccato che spesso arrivino da persone di un certo spessore e che hanno anche ruoli importanti nel campo dell’innovazione digitale.

Tornando alle critiche spesso arrivano da gente che a Venaria non c’è stata e che ha seguito i lavori sui social o attraverso lo streaming del sabato. Comunque tutte le critiche sono incentrate sul sabato e nessuno fa menzione alla giornata di venerdì. Prendo atto che non interessi a nessuno sapere che dentro l’associazione si discute, si critica, si fanno proposte e si cerca di correggere errori che, ovviamente, son stati fatti.

Ammettere che abbiamo fatto anche errori in questo primo anno per noi è normale. Chi scrive solo articoli critici, invece, errori non ne fa mai, perchè si occupa solo di analizzare gli errori degli altri. Prendo atto anche di questo.

Veniamo al sabato e alla critica mossa da molti: ERA UNA NARRAZIONE, UNO STORYTELLING, NULLA PIU’!

Sembra un mantra che rimbalza da un blog a un altro, da un social ai giornali e persino in qualche radio nazionale, come Radio Radicale.

L’analisi che sto per fare non è di difesa a spada tratta dell’operato di Riccardo Luna e dell’Associazione Digital Champions, ma frutto di un analisi dei fatti e delle conseguenze che auspico.

Mi avvicinai a questo movimento/associazione un anno fa su invito di Riccardo e fui il primo a scrivere sul blog collettivo un pensiero costruttivo e una serie di motivazioni che riporto proprio come estratto di quel post:

Ciò che mi attrae è la mission che mai come questa volta punta dritta all’acculturamento, alla persuasione sentimentale, alla logica che sta alla base del ricercare un modo migliore per vivere come obbiettivo sociale e non individuale.

Troppo alto? Direi di no. Per anni ho sostenuto che il problema del digitale in Italia non fosse l’infrastruttura o la tecnologia, bensì la cultura e la propensione ad acculturarsi su temi e paradigmi che non sono legati al mondo dell’Information Technology, bensì a nuovi stili di vita, di lavoro e dunque a una nuova idea di società’.

Durante l’anno passato assieme a tante meravigliose persone (è incredibile quanta passione e quanta voglia di far bene ci sia in questo paese) ho maturato la convinzione, già bene strutturata nel mio pensiero, che la chiave di volta fosse la cultura e la conoscenza. E dunque ho partecipato assieme a un centinaio di membri veneti dell’associazione (chiamiamoli pure D.C. veneti) a diversi momenti di condivisione, conoscenza, acculturamento e riflessione.

Momenti indimenticabili e di forte impatto emotivo.

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Altre volte, come a Venaria e non solo, ho seguito i momenti collettivi a livello nazionale che l’associazione si è data, e ho maturato ancora di più la convinzione di cui sopra: cultura e conoscenza sono la base su cui lavorare e insistere, prima di lanciarsi nella fase squisitamente tecnologica e attuativa.

Dunque ecco che mi diventa chiaro, chiarissimo il ruolo e la missione che Riccardo si è dato: alzare l’hype sui temi dell’innovazione digitale. Portare questi temi fra le masse, sui giornali, in televisione, nelle scuole. Parlando semplice e semplicemente a tutti. Usando meno sigle, acronimi e paradigmi tecnologici per rendere il tutto facile, comprensibile soprattutto attraverso la narrazione.

Riccardo usa questo format da anni. Porta sul palco chi ha una storia da raccontare. Una storia di successo da condividere e che sia di esempio per gli altri che ci stanno provando.

Ed è qui che viene attaccato dai soliti soloni: ‘E’ solo un cantastorie, uno storyteller, l’innovazione si fa con i fatti di tutti i giorni, non con le manifestazioni pubbliche‘.

Ok, anzi per niente. Sono abbastanza stanco di sentire il termine ‘ventreaterra’, stra usato e abusato da chi non sa o non ha voglia di comunicare o da chi semplicemente fa il suo dovere, quello a cui è chiamato da una funzione o da un compito preciso.

La comunicazione è fondamentale, necessaria e funzionale al cambiamento.

Chi si sognerebbe di accusare Benigni quando rende popolare e comprensibile Dante? Eppur lo fanno, in Italia lo fanno da sempre. Chi si sognerebbe di accusare Angela di banalizzare la scienza? I soloni italiani, ovviamente. E poi giù tutti contro gli chef stellati o i calciatori che diventano opinionisti e lo Zichichi di turno che appare nelle trasmissioni patinate.

Eppure ci son diversi modi per rendere di massa temi complessi, ma son modi che noi italiani spesso schifiamo. Io stesso a volte resto basito dalla banalità e semplicità con la quale gli americani trattano la storia e la scienza attraverso format semplicistici, come nel caso di History Channel o Focus che molti credo conoscano. Eppure quel modo attrae la curiosità e ti permette di consolidare una base di conoscenza basica sulla quale poi specializzarti.

La narrazione basica, enfatica e persuasiva allarga la base di conoscenza. Permette a tutti di accedere a un pezzo della conoscenza che, diversamente, resterebbe patrimonio di pochi.

Il Digital Champion nazionale lo sa da sempre, e si è dato questo compito anche sabato a Venaria. Questa narrazione ha permesso anche al Presidente del consiglio di trattare (bene o male lo diranno i fatti) temi che non sono mai stati di massa.

Sabato scorso giornali e televisioni hanno parlato (si, anche sparlato e confuso) temi a noi cari e sui quali ci immoliamo da anni portando a casa ben pochi risultati. E’ un male questo? E’ così sbagliato?

Torniamo alle critiche. ‘Ma lo fa solo per se stesso, o per il suo cerchio magico e ne trarrà (trarranno) benefici personali‘. Non lo so, forse si, forse no, staremo a vedere, sinceramente mi interessa poco, perchè all’opportunismo e alla scalata sociale son da sempre poco attento e interessato.

Nel mio caso (se qualcuno mi attribuisse vicinanza al cerchio magico) questi sentimenti o ambizioni non ci sono. Il mio piccolo ruolo in questa associazione mi ha creato solo enormi problemi relazionali laddove opero come strutturato. E lo avevo previsto, con consapevolezza. Anzi certezza:

Ultima annotazione per spezzare le polemiche. La scelta che mi vede fra i primi 100 collaboratori di Riccardo mi creerà enormi problemi relazionali nel luogo di lavoro. E’ già successo in altre occasioni (primo fra i 100 non-fannulloni del PA, firmatario fra i primi 100 dell’Agenda Digitale, ecc.) dunque, come sempre ho la scorza dura e vado avanti. Lavorare nella PA ha i suoi pregi ma, diversamente da chi lavora come free-lance, consulente o imprenditore, ha anche i suoi risvolti negativi che sono spesso dettati, anche qui, dalla scarsa cultura che non riesce a vedere le missioni oltre alle persone che le guidano‘.

E proprio in questo specifico ambito vorrei significare un paio di sensazioni legate alla giornata di venerdì. Insomma alla giornata di lavoro e di programmazione futura.

Per la prima volta, da quando lavoro nel settore della PA, ho assistito a un momento che auspicavo da tempo. Quel momento si è concretizzato quando il direttore di Agid Antonio Samaritani, i suoi dirigenti e funzionari (quasi tutti in maglioncino e jeans) si sono presentati ai 300 DC convenuti e hanno presentato in modo semplice (o più semplice del solito) le azioni in progress per il cambiamento in senso digitale della PA italiana.

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Di solito Agid è considerata un agenzia pubblica al solo servizio della PA e dei suoi processi interni. Sostanzialmente si occupa del cosiddetto Government To Business che si sostanzia con processi, azioni e tecnologie sconosciute al 99,9% degli italiani.

Proprio venerdì pomeriggio, prima che Samaritani salisse sul palco gli ho detto: ‘Direttore lo sa che per alle imprese Agid è un emerita sconosciuta? Lo sa che i benefici che le azioni in capo ad Agid potrebbero offrire alle imprese non sono percepiti?’

Infatti il suo intervento si è aperto con un sondaggio di conoscenza e poi con una illustrazione basica sulle possibilità offerte dalle azioni faro del Piano Crescita Digitale in senso non certo Gov/PA, ma più in generale in ottica di crescita per la società intera.

E’ male tutto ciò? La conoscenza e la condivisione con i Digital Champions che poi ne parleranno nei territori a cittadini e imprese per diffondere opportunità, è brutta cosa? Chi lo ha fatto prima di venerdì scorso?

Per sancire ed enfatizzare ancora di più questo aspetto finalmente più aperto e collaborativo di Agid, volevo farvi conoscere un punto di vista da strutturato della PA e dunque in piena crisi di identità visto che il ruolo di associato D.C. viene schifato e osteggiato dalla quasi totalità degli strutturati miei colleghi (non apro qui la parentesi sulla crisi identitaria degli innovatori della PA perchè sarebbe pallosa).

Dunque ieri ho ricevuto una mail da una delle newsletter di Agid (il tema della newsletter è relativo alle competenze digitali). Nella mail si richiamava l’attenzione al tema delle digital skills e si consigliava la lettura dell’ottimo lavoro svolto da Matteo Troia, Digital Champion di Pordenone. A voi sembra banale, ma non lo è per nulla.

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Agid ha cominciato a collaborare con questa base volontaria di appassionati che Riccardo ha messo insieme, e probabilmente lo farà in modo più strutturato (tema questo di discussione attuale dentro l’associazione) portando probabilmente scompiglio e smarrimento. Finalmente dico io. Finalmente si rompe quel cerchio di autoreferenzialità pubblica del: ‘faccio tutto io perchè io sono io e voi non siete un c….. (cit.).

E passiamo a sabato e allo storytelling con implicazione politica.
Sabato ho portato con me a Venaria due non addetti ai lavori, mia moglie e mio figlio. Loro erano presenti e diversamente da molti osservatori che stanno commentando solo per sentito dire, hanno visto, ascoltato e conosciuto questo mondo dell’innovazione digitale dal di dentro. Hanno anche filtrato alcune mie critiche che non li voleva condizionare ma solo far conoscere meglio l’ambiente in cui erano atterrati.

La giornata di sabato era anche per loro, e soprattutto per quelli che non masticano complessità tecnologica ma che vogliono scoprire cosa è stato fatto di bello in giro per il paese e che possa aiutarli a vivere meglio e, nel caso di mio figlio, studiare meglio.

Il format gli è piaciuto al punto che quando io insistevo per andarmene da Venaria e godere un po’ della bellissima giornata di sole, han voluto rimanere ancora. Solo il mio fastidioso mal di schiena li ha costretti a rinunciare verso le 14.00. Che significa questo parzialissimo punto di vista e di osservazione? Secondo me significa che la narrazione buca fuori dagli ambienti sacrali dei soliti soloni, fuori dagli ambienti ingessati dai soliti tecnocrati cha hanno saputo costruire solo complessità e ritardi ormai cronici nello sviluppo digitale di questo nostro bellissimo paese.

Certo, Riccardo ha il torto di raccontare il bello, perchè il brutto dovrebbe raccontarlo qualcun’altro che, purtroppo, quel sabato c’era e applaudiva anche dalle prime file.

Forse questo è il solo appunto che devo fare alla giornata di sabato. Un’altra volta meno incravattati in prima fila. Un’altra volta con il Presidente del Consiglio mettiamoci solo quelli che han fatto cose belle e che sono ancora in grado di farci sognare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non è un posto per lurker

Ebbene si, dopo tre anni dal ridimensionamento logistico e dal cambio di sede, il nuovo format di ForumPA è maturo per fare un paio di considerazioni.

A) La partnership con gli Osservatori Digital Innovation della School of Management del Politecnico di Milano ha garantito contenuti e approccio scientifico. I numeri sono conoscenza, sapere, consapevolezza e punto di partenza per prendere decisioni. Un valore aggiunto incredibile che quest’anno si è visto tutto.

B) L’evento di apertura si è svolto quasi tutto senza cravatta. Non è una considerazione marginale. Forse è tempo di svestire gli abiti da passerella e intendere ForumPA come un luogo di incontro informale dove chi ha voglia di fare si occupa di contenuti e non di forma. Fondamentale è stata, in questo caso, la partenza con Riccardo Luna e i Digital Champions sul palco, tutti rigorosamente senza cravatta :)

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C) Laboratori, laboratori e ancora laboratori. Meno seminari e convegni. Più laboratori e aree networking dove stringere alleanze, condividere strategie, scambiare buone pratiche e soprattutto co-progettare.

Un esempio su tutti il laboratorio Open Data Lazio sul quale mi son divertito anche a fare lo storyteller:

D) La cena sociale. Momento fondamentale che anno dopo anno consolida le relazioni far un manipolo di innovatori incalliti. Anche quest’anno è stata un collante fondamentale. Chi non c’era deve solo rosicare per un altro anno :)

E) Meno stand, meno fuffa. Lo so che a ForumPA gli stand garantiscono entrate ma sinceramente non me ne sono filato nemmeno uno. Troppo bello lavorare, troppo inutile girovagare alla ricerca di gadgets come ancora ho visto fare da parte di diversi lurker.

Ecco direi che lo slogan per il prossimo anno potrebbe essere: #NONE’UNPOSTOPERLURKER e uno degli ulteriori miglioramenti nel percorso di ammodernamento del format, probabilmente potrebbe essere questo:

Centralismo digitale

Brevemente è tutto scritto qui: ‘Signora Presidente, vorrei appunto annunciare all’Aula che io personalmente apprezzo l’intervento del collega Quintarelli che ha dimostrato la sua sensibilità personale e anche politica nel suo primo intervento in quest’Aula e di questo gli va reso atto, perché – lo voglio dire a tutti i colleghi che magari non lo conoscono – Stefano Quintarelli è uno dei padri di Internet nel nostro Paese. Per questo motivo ho chiesto al presidente Brunetta che il mio gruppo facesse proprio questo emendamento, perché, come l’onorevole Quintarelli testé ha detto, è un emendamento che serve, che è veramente utile, perché ci consente di superare quella drammatica frammentazione che impedisce che, nel nostro Paese, finalmente, la tanto auspicata da tutti noi digitalizzazione possa effettivamente avere atto e prendere piede. Da questo punto di vista, noi crediamo che sarebbe importante, e mi rivolgo in questo momento al Governo, accogliere questo emendamento

E’ Palmieri che fa sintesi e sostanzialmente semplifica un concetto: Se vogliamo che il digitale decolli dobbiamo fare in modo che lo Stato centrale possa riprenderne le redini. Insomma il federalismo informatico è morto e sepolto.

Mica pizza e fichi, e ci si è impegnata tutta la task force dei parlamentari che a vario titolo, pensa, vive e agisce digitalmente.

A me questa idea di riforma costituzionale non dispiace, in linea di principio sono un centralista convinto, con alcuni distinguo che ora provo a spiegare.

Mi piace il modello francese. In Francia lo stato decide ma poi permette alle comunità locali di attuare ciò che è stato legiferato entro precisi termini. Se i termini vengono superati, lo stato si riprende anche l’onere attuativo delegato alle comunità locali.

Proviamo ora a fare lo stesso con l’Agenda Digitale. Lo Stato, con questa nuova riforma costituzionale dell’art. 117r, si riprende tutto il potere normativo in materia. Diciamo che una legge come questa del Veneto o questa del Piemonte potrebbero, d’ora in poi, diventare inutili se non addirittura anticostituzionali.

Quindi ci aspettiamo che da un punto di vista normativo lo Stato, dopo questa riforma, riprenda a legiferare sul tema del digitale dove sinora è stato particolarmente assente.

Ma veniamo ora alle Agende Digitali locali. Hanno ancora senso? Secondo me nella situazione corrente si. Perchè attualmente il 90% dei finanziamenti utili a far decollare il digitale nel nostro paese sono gestiti dalle Regioni attraverso i Piani Operativi che sfruttano i Fondi Strutturali della UE.

Lo Stato di suo sta mettendo poco e non ha dedicato un Piano Operativo Nazionale specifico al tema riservandosi (si mormora) di utilizzare più avanti il Fondo Sviluppo e Coesione. Sempre che tale fondo non serva ad altri temi di politica industriale più importanti del digitale.

Dunque, paludo plaudo anch’io a questo primo passo che semplifica l’azione regolatoria e normativa ma poi, chi farà le cose? Dopo i vari passaggi parlamentari che porteranno al cambiamento costituzionale, chi sarà chiamato ad attuare le nuove politiche che il parlamento emanerà sul tema?

Molti dei pasticci digitali combinati in periferia, privi di riferimenti agli standard o peggio ancora senza presupposti di interoperabilità son stati dei veri e propri disastri e dobbiamo fare ammenda, ma spesso erano conseguenza del vuoto lasciato dallo Stato.

Va però detto (e lo dico con cognizione di causa visto che da anni analizzo, studio e poi gratifico le eccellenze digitali locali al Premio eGov) che spesso dai territori sono nate innovazioni vere, importanti e soprattutto che funzionano.

Per chiudere vorrei suggerire agli amici onorevoli che si son battuti per questa importante riforma che ora bisogna dare gambe e braccia anche alla macchina operativa. Sarà Agid? Allo stato attuale Agid di operativo ha ben poco e non è strutturata per gestire processi IT su larga scala.

Se Agid dovrà farsi carico di gestire questi importanti processi dal centro, bisognerà dargli struttura, personale, tecnologia e modelli industriali, altrimenti si rischia che Agid stessa diventi un bandificio e sia costretta a gestire gare d’appalto a livello nazionale e internazionale.

Per far l’Agenda nazionale più unitaria, dunque, bisogna unire anche le braccia di chi agisce digitale, non solo le teste di chi pensa digitale.

My 2 cent

Prendo i pop corn

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Magari potessi già andare in pensione, prendermi dei pop corn seduto sulla riva del fiume e guardare le reazioni della PA e dei suoi burocrati quando arriverà Facebook At Work.

Attacco alle intranet? ‘Facebook at Work is a separate experience that gives employees the ability to connect and collaborate efficiently using Facebook tools, [including] many that they’re likely already using, such as News Feed, Groups, messages, and events.

Enterprise 2.0 in salsa social? Morte della posta elettronica? Nuova cosmetica della unified communication? No, semplicemente un attacco alla conservazione, alla monotonia e al freno a mano tirato. E uno sberleffo a tutti quelli che hanno paura della disintermediazione.

‘Note that Facebook at Work was created completely for use within a company – that means employees’ Facebook at Work info is safe, secure, confidential and completely separate from their personal Facebook profile. The info shared among employees is only accessible to people in the company’

Prendo i pop corn, abbiate pazienza ma questa non sarà una mia battaglia. Ho già dato.

 

Tolleranza zero

Non so se si tratti di ‘pensiero unico’ o ‘pensiero dominante’ so perfettamente, però, da cosa viene alimentato.

Lavorando nel pubblico impiego mi confronto spesso con colleghi che stanno tirando i remi in barca nonostante le grandi competenze, l’indiscussa professionalità e una passione che ogni giorno viene minata da episodi e notizie come quella dei vigili della capitale.

Una delle considerazioni che portano a supporto della loro resa è il ‘pensiero dominante’. Lamentano l’impossibilità di convincere i loro interlocutori che, nonostante ciò che si legge sui giornali, dentro la pubblica amministrazione c’è ancora chi si sbatte tutti i giorni per far funzionare le cose e offrire servizi di ecellenza.

Succede però che ogni dipendente pubblico, come è ovvio che sia, si relazioni giornalmente con sistemi sociali più o meno ampi e complessi. Dalla famiglia, dove magari molti parenti lavorano nel privato, agli amici, spesso tutti ascritti alla sfera privatistica delle professioni, fino alle varie situazioni sociali (parrocchia, scuola, sport) dove è normalissima prassi che, durante una pizza in compagnia, travolti dalle discussioni sulla politica e sul costume, si venga presi di mira da decine di persone che ti indicano come appartenente alla categoria degli inutili, se non addirittura dei delinquenti: ‘tanto siete tutti fannulloni e incapaci‘.

Per fortuna che il nostro amato premier ci indica nuovamente la strada con un tweet. E dunque è, o sarà, riforma! L’ennesima.

Difficile ipotizzare effetti positivi come conseguenza di rivisitazioni regolamentari o legislative. Piuttosto dovremmo analizzare il perchè di certi comportamenti che, effettivamente, sono deplorevoli, indifendibili e dannosi per l’erario nonchè per l’efficienza dei servizi di pubblica utilità.

Il perchè va cercato nella disaffezione generale al sistema delle regole e all’inapplicabilità delle sanzioni. Questo è uno dei motivi che mi ha indignato quando dal job act è stata stralciata l’equipollenza pubblico/privato.

Resto convintissimo che il licenziamento debba essere uno strumento praticabile più nel pubblico che nel privato. Chi si macchia con reati nella sfera dei beni e dei servizi comuni deve essere punito. Tolleranza zero, punto. E fine della discussione.

Ovvio poi che la politica tenda a bullarsi con proclami e programmi di riforma ma la verità è che con ogni probabilità anche quegli 85 vigili votano, e fanno votare. Dunque non si potranno auspicare vere riforme finchè non si romperà questo ricatto che, molto spesso, è figlio del voto di scambio.

Non credo nelle tifoserie, negli steccati, nelle barricate. Non credo all’equazione privato evasore, pubblico fannullone. Credo invece nell’ applicazione di regole certe ed equivalenti per tutti. Finchè non ci libereremo di questo fardello ottocentesco non riusciremo a far funzionare i pubblici servizi, ad alleggerire la burocrazia, ad eliminare le vessazioni e impedire favoritismi e corrutele.

Quando capiremo che tutto ciò è presupposto fondamentale per tornare ad investire, crescere e competere, sarà già troppo tardi.

Nel giro lungo e tortuoso di questo ragionamento provo a mettermi nei panni dei carabinieri veneti e immaginare il loro senso di frustrazione.

Alzi la mano chi non vedrebbe di buon grado un licenziamento in tronco di quei giudici pagati profumatamente con soldi pubblici.

Egovernment facile facile

Son da sempre convinto che un servizio web offerto alla cittadinanza (non solo inteso come set di servizi interattivi on line, ma soprattutto co-progettazione e partecipazione) sia qualcosa di propedeutico e precedente la tecnologia. Dunque questa offerta deve passare e maturare attraverso la consapevolezza dell’amministratore pubblico, le opportunità offerte a chi vuol partecipare e soprattutto una grande voglia di fare.

Poi ovviamente ci vuole anche la tecnologia e, di questi tempi, specialmente i piccoli comuni non hanno molti soldi per investire in tecnologia.

Però il municipio on-line è la casa dei cittadini e se manca questa casa i cittadini digitali si sentono persi. Spesso i piccoli comuni sono spaesati, non sanno da che parte cominciare, si affidano a enti più grossi, ad aziende pseudo-specializzate, copiano, fanno parecchi errori di scelta.

Un percorso interessante potrebbe essere quello di utilizzare una piattaforma sociale molto semplice e immediatamente disponibile. WordPress è nato dapprima come piattaforma blog e poi evoluto come CMS (Content Management System). Oggi è molto maturo e universalmente conosciuto e utilizzato. Govpress è una distribuzione di WordPress sempre più solida e utilizzata (44.000 download) al punto che una grandissima città come Filadelfia (questo il sito attuale) sta per riposizionarsi proprio in questa nuova modalità: http://alpha.phila.gov/

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E’ Open source, è bello ed è facile. Se non riuscite a installarlo presso il vostro comune o non sapete come metterlo in opera nel cloud, chiedete al Digitalchampion più vicino. Son sicuro che vi saprà aiutare.

The future of Open Data in the Digital Agenda for Europe

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Domani e dopodomani sarò a Bruxelles per gli Open Days e in particolare per questo evento: The future of Open Data in the Digital Agenda for Europe

Avrò anche il compito di moderare una tavola rotonda sugli scenari futuri dell’Open Data a livello EU.

Mi son preparato alcune domande, alcune delle quali prendono spunto da indicazioni di alcuni compagni di merende:

1) What’s the future of  HOMER federation from the technical point of view? Which implementations or new technology features we must to plan?

2) Can we move to cloud architectures? Is this the right way?

3) How it’s possible to achieve the linked Open Data model? Are there technical barriers to overcomes?

4) Can we proceed to a real federation and not only a federation of Open Data portals?

5) How the public top management will be trasformed from blockers to leaders in Open Data strategy?

6) How can we create “easy to use” IT ecosystems to better understand Open Data benefits?

7) How can we improve the quality of data to make them useful to private companies?

8) How can we make available, at European level, instruments and digital infrastructure to facilitate the publication?

Che vi sembra? Altre idee?