Il meno peggio

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Credo sia difficile non avere sentimenti e atteggiamenti che spesso contrastano e stridono rispetto a un valore assoluto come la libertà.

Libertà significa essere liberi di pensarla come si vuole, di scegliere o non scegliere una religione e di non finire ammazzati per mano di un invasato integralista.

Libertà significa potersi esprimere in piena tutela della privacy con chiunque si scelga come interlocutore, senza doverlo far sapere al grande fratello, alle agenzie governative e/o investigative di turno.

Libertà significa muoversi liberi e spensierati sotto l’occhio di mille telecamere che nelle grandi città tutelano anche la nostra sicurezza.

Libertà significa scegliere tutte le tecnologie possibili per stanare questi infami che minano alla nostra libertà.

Ma quando parliamo di libertà, parliamo della nostra o di quella collettiva? Perchè quando parliamo della nostra non siamo disposti a cedere nulla. Quando parliamo di quella collettiva spesso siamo anche disposti a cedere qualche pezzo importante della libertà stessa.

Ma la libertà collettiva è la somma delle libertà individuali. E spesso ce ne dimentichiamo.

Detto questo io sto con Tim Cook perchè una volta concessa una back-door sulle nostre libertà è difficile tornare indietro. E dico ancora che l’FBI ha tutti i potenti mezzi per scovare questi criminali senza mettere a repentaglio al privacy di mezzo pianeta.

 

 

 

Jon Snow è morto a causa della banda ultra larga

Comincio a convincermi che Jon Snow era inevitabilmente destinato a morire.

Ci eravamo lasciati con un: ‘vi racconterò come andrà …

Day 1: E’ il 30 Novembre quando Vodafone mi manda un sms avvisandomi che nelle prossime 24 ore avrei potuto collegare e rendere operativa la Vodafone station per godere dei miei 100 Mb di banda ultra larga. Non vi dico l’eccitazione. Prima di andare al lavoro sostituisco il router Fastweb (azienda che rammento mi ha sempre promesso, ma mai assegnato l’opzione fibra) e attacco la Vodafone station revolution.

Mentre sono in ufficio ricevo un altro SMS di Vodafone che mi invita ad effettuare il collaudo della linea. Alle 19 torno dal lavoro e mi precipito al pc per vedere se tutto è ok, ma mi accorgo che non c’è linea. Provo il telefono: isolato.

Chiamo il 190 e chiedo come mai sono isolato. Loro mi dicono che manca il collaudo ma ormai è tardi e chi mi aveva contattato (giuro che al netto del sms non ho ricevuto ne telefonate ne email) mi ricontatterà nuovamente l’indomani mattina. Mi rassegno.

Day2: Al mattino chiamo il 190 per il collaudo, aspetto un po’ la richiamata e finalmente proviamo il funzionamento della mitica Vodafone station. Non va niente, tutto tace. ‘ha messo i cavi giusti?‘, ‘ha disattivato tutti i telefoni in casa?‘, ecc. Niente non va proprio niente. Aprono una segnalazione mentre io vado al lavoro in ritardo.

Alle 15 circa da casa mio figlio mi avverte che è arrivato un tecnico di Telecom. ‘Perchè Telecom?‘ direte voi. Perchè l’ultimo miglio (o meglio, la distribuzione fino agli appartamenti) è in gestione diretta ed esclusiva di Telecom.

Il tecnico Telecom fa tutte le verifiche del caso, controlla tutto, mi chiede via cellulare del figliolo dove si trovi l’armadietto di distribuzione condominiale e dopo tre ore circa di indagini emette la sentenza: LA MIA LINEA DA CASA, PASSANDO PER L’ARMADIETTO CONDOMINIALE, INFILANDOSI NEL POZZETTO DI STRADA E SINO ALL’ARMADIO DI DISTRIBUZIONE N.23 IN VIA S.DONÀ, È A PROVA DI BOMBA. TELECOM È INNOCENTE, VODAFONE È COLPEVOLE.

E io resto ancora senza segnale internet e senza linea telefonica. E comincio ad essere molto triste.

A quel punto chiamo un mio amico in Vodafone che si preoccupa davvero in modo encomiabile e mi favorisce i rapporti con il 190 fintanto chè riesco finalmente a parlare con un tecnico ufficiale di Vodafone, che per comodità chiamerò Mister. P.

Lo chiamo, gli spiego l’accaduto e lui mi conferma che da programmazione dell’intervento Vodafone (ovvero ciò che mi è stato venduto) dovrei essere agganciato all’armadio 38 in Via Monte Berico in modalità FTTC MAKE. Giuro che più avanti spiego cos’è.

Ricordate l’armadio 38? Ok, rimetto la fotina (non ho problemi di privacy, il mio numero di casa è sull’elenco, così come il civico)

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Ma fermiamoci un attimo e spieghiamo in modo semplice come funziona il tutto:

A) Telecom è proprietaria e responsabile dell’ultimo miglio, ovvero di tutto ciò che accade dall’armadio di strada (quello con la capocchia rossa), passando per il sottosuolo, fino a casa nostra. Quell’armadio ****T_38 è un armadio Telecom. Chiaro?

B) Quando Vodafone e Fastweb si affiancano con i loro armadi a quello di Telecom, lo fanno per permettere di agganciare la nostra utenza dall’armadio Telecom al loro. In pratica quello che deve fare il sig. P.

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Guardando la foto: Local Exchange è Vodafone o Fastweb, Street Cabinet è Telecom. Chiaro?

Detto ciò significa che io dovrei essere servito dal cabinet (armadio Telecom 38) e la cosa mi puzza, come già mi puzzava da tempo. Vado a letto incazzato e aspetto il Day 3 e la telefonata del sig. P. di Vodafone.

Day 3: Dopo un po’ di ore di silenzio preoccupante mando un sms al sig. P. che mi risponde dicendosi dispiaciuto ma ammalato e confermandomi di aver passato la pratica a un collega che però non mi chiamerà mai.

A quel punto richiamo il 190 di Vodafone che mi giura: ‘domani la facciamo seguire in modo speciale perchè vogliamo risolvere il problema‘.

Vado a letto sconsolato.

Day 4: Al mattino in effetti una gentile signora di Vodafone mi telefona al cellulare e mi assicura che mi seguirà in modo particolare. Dopo la telefonata la tizia, che chiameremo per comodità Miss V., mi scrive un email e mi assicura che potrò mandarle info quando voglio e che mi comunicherà step by step l’evoluzione del caso.

Ringrazio, le scrivo un paio di volte dicendole che non sta succedendo nulla e incrocio le dita.

Alle 16.00 di venerdì torno a casa. Verifico che non funziona ancora nulla e scrivo a miss. V. ‘gentilissima sono disperato, datemi almeno un po’ di GB sulla sim di back up, perchè con 1gb mi faccio fresco’. Lei mi risponde, mi ricarica la SIM per due Gb, mi promette che avrò due mesi di sconto per il disagio (tengo l’email, vedi mai) e poi interrompe le trasmissioni per un po’.

Alle 18.00 colpo di scena ritorna il tecnico Telecom del Day 2. Rifà le verifiche e poi mi dice: ‘ma tu non potrai mai avere la fibra da Vodafone, perchè loro te la consegnano nell’armadio 38 di Via M. Berico mentre tu sei attestato nella porta 41 dell’armadio 23 di Via San Donà’

#GAC (traduzione=GRAZIE AL CAZZO) lo sapevo dal primo giorno che ero attestato li, e l’ho ribadito 10 volte al commerciale che mi ha venduto la fibra, ma lui insisteva mostrandomi il portale GEA e assicurandomi che avrei avuto i 100 favolosi Mb di fibra in modalità FTTC Make.

Dunque, ora spieghiamo la differenza fra make e vula/nga.

La prima è un offerta a 100 Mb che il provider porta con proprie tecnologie fibra e local Exchange (armadio di strada Vodafone o Fastweb) vicino allo street cabinet (armadio di strada Telecom) per poterle distribuire al cliente finale su rame e modem fibra.

La seconda è un offerta a 30 Mb che il provider (Vodafone o Fastweb) rivende al cliente finale su tecnologie fibra di Telecom Italia (un vero e proprio wholesale) per poterle distribuire al cliente finale su rame e modem fibra.

Qui trovate il documento tecnico: https://www.wholesale.telecomitalia.com/it/catalogo/-/catalogo_aggregator/article/1027774

A questo punto chiamo Mister P. e gli riferisco ciò che mi ha detto Telecom. Lui però mi offre un’altra interpretazione, ovvero mi dice che i commerciali Vodafone che programmano l’intervento si basano davvero sulla fibra posata e da posare di Vodafone, noncchè sui loro local Exchange, ma per la distribuzione (ultimo miglio, armadio Telecom e rame fino a casa) si basano sui data base di Telecom.

Dunque il commerciale di Vodafone mi ha venduto un contratto basandosi su un DB errato di Telecom che mi individuava nell’armadio 38 e non nel 23. Sarà vero?

Il maledetto armadio 23, eccolo in tutta la sua fierezza solitaria.

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Chiedo a Mister P. a questo punto cosa osti assegnarmi in modalità nga/vula all’armadio 23, pur rinunciando ai 100 MB in favore dei 30. Risposta: ‘se si può fare non costa nulla, ma devo verificare. Comunque è un’azione che non prevede manualità, la si effettua da centrale‘.

Vado a dormire, ho solo 2GB di accesso 4G da usare con parsimonia e sto cadendo nello sconforto più totale.

 

Day 5: E’ ormai sabato, il weekend sarà lungo e poi c’è il ponte. Mumble, mumble mi affastellano pensieri e incazzature varie.

Vado a prendere il pane e a svolgere altre commissioni percorrendo parte del quartiere. Seguo i tombini Telecom e torno nel luogo del delitto. Faccia a faccia con l’armadio 23 inserito da Telecom in una proprietà privata.

L’armadio è li, solo. Non avrà mai la compagnia degli altri operatori perchè a loro non è CONCESSO.

Dunque, al netto della superficialità e dei palesi errori di Vodafone, possiamo permetterci nel 2015 che un ex operatore monopolista possa decidere le sorti di un quartiere,  di una zona produttiva, magari di una scuola?

Che forza ho io per andare dal mio sindaco e dirgli: ‘per favore puoi far spostare quell’armadio di Telecom in zona pubblica in modo che anche gli altri operatori giochino la loro partita‘.

Alla faccia della libera concorrenza.

A questo punto comprendo le perplessità di Renzi sulle telco italiane e la necessità di far entrare altri competitor come Enel o RayWay per cambiare le regole del gioco.

RIP: Jon Snow

Update: Piccolo siparietto. Ho provato a usufruire dell’accesso WOWFI di mia suocera per avere un po’ di connettività. Provate a chiedere a Fastweb da quante ore non funziona il servizio di distribuzione credenziali. #noncelapossiamofare

I benefici dell’innovazione digitale non sono per tutti

Il Mit Tecnology review ha recentemente pubblicato una lettera aperta sull’economia digitale che suggerisce alcune azioni concrete al fine di estendere i benefici indotti dalle tecnologie digitali, e dall’economia che ruota intorno ad esse, anche a chi sinora non ne ha tratto vantaggi o, addirittura, a chi ha subito svantaggi a conseguenza delle stesse.

Eric Brynjonlfsson, Andrew McAfee, Steve Jurveston ed altri ancora, ritengono che:

Negli ultimi 20 anni la maggior parte delle famiglie statunitensi ha rilevato una marginale – o inesistente – crescita economica, la percentuale di reddito nazionale che viene distribuita tramite i salari è calata dal 2000, e la classe media negli Stati Uniti, una delle creazioni più grandi del nostro paese, sta scomparendo.

Outsourcing e offshoring hanno contribuito alla crescita di questi fenomeni, ma dovremmo tenere in mente che la stessa recente ondata di globalizzazione fa affidamento sui progressi nelle tecnologie di informazione e comunicazione. I fatti fondamentali sono che viviamo in un mondo sempre più digitale e interconnesso, e che i benefici di questa ondata tecnologica sono stati molto irregolari.

Ondate precedenti hanno portato con esse un incremento nella domanda di lavoro e sostenuto la crescita di lavori e stipendi. Questa volta, la situazione sta portando diverse persone a domandarsi se le cose andranno diversamente o, per parafrasare diverse testate giornalistiche, se i robot divoreranno i nostri lavori

Sul tema è intervenuto anche Luca De Biase con un affondo abbastanza deciso sui guasti che la comunicazione e la persuasione sugli effetti benefici del digitale sta generando.

Il tema merita una profonda riflessione perchè mette in luce molti problemi reali che spesso vengono sottovalutati. Specialmente in Italia.

E’ chiaro che user empowerment e consumerization stanno spingendo paradigmi e tendenze nuove e tutto ciò impatta pesantemente non solo sugli stili di vita ma, soprattutto, sull’economia, sulla democrazia e sulle politiche in genere.

L’ eCommerce, ad esempio, nella folle corsa tesa a ridurre sempre di più i tempi di consegna, obbliga distribuzione e logistica a lavorare H24. E ciò induce il sistema tradizionale della grande distribuzione, ma anche il retail, a inseguire se non a uniformarsi. (In UK Tesco rimane aperto 24 ore. Negli USA Target e Walmart chiudono a mezzanotte)

I Social Media usati come sistemi di costumer care, cambiano completamente il modo di assistere il cliente finale sia da un punto di vista temporale che fisico. Reinventano i team di supporto, usano i Big Data per fare analisi e finalmente ammazzano l’odioso ticket! (Oggi stesso mi ha telefonato un addetta di Bakeka.it che ha visto un mio annuncio su eBay chiedendomi di postarlo anche da loro perchè avrai avuto maggior probabilità di successo).

Il cloud computing semplifica, accelera, standardizza ma pone un problema serio: il dominio dell’asset è altrove. L’Europa arranca, l’Italia è presente sul tema solo come utente finale.

La fabbricazione digitale non è solo MIT centrica, è vero, e potrebbe trarre benefici dalla ricerca e dalla creatività italiana. Ma manca un presupposto essenziale: le grandi aziende non adattono makers e non sostengono i Fab Lab.

La Banda Larga e soprattutto Ultra Larga sembra la panacea di tutti i mali, ma rischia solo di beneficiare i grandi carrier con finanziamenti pubblici e i content provider con le subscription degli utenti finali (due ospedali collegati fra di loro per telemedicina sono ancora sperimentazione, non la norma).

E così all’infinito. Perchè ogni tecnologia non offre solo opportunità, ma sconvolge processi, organizzazione, relazioni e certezze.

Eric Brynjonlfsson, Andrew McAfee, Steve Jurveston chiedono ai dirigenti d’azienda di sviluppare nuovi modelli organizzativi ed approcci che non solo accrescano la produttività e generino benessere ma creino opportunità su una base più ampia.

Non lo dicono chiaramente, ma forse immaginano qualcosa che partendo dalla sharing economy provi a declinarsi in impresa sociale per raggiungere il traguardo che definiscono come ‘prosperità inclusiva‘.

Ma non hanno le risposte a tutto, pur essendo americani e dunque molto disponibili al cambiamento.

Per chi volesse partecipare alla ‘creazione di una società basata sulla prosperità condivisa’ che sarà possibile se ‘aggiorneremo leggi, organizzazioni e ricerca per cogliere le opportunità e superare le sfide che questi stessi strumenti stanno ponendo’, qui c’è il modulo di adesione: http://openletteronthedigitaleconomy.org/

Non è un posto per lurker

Ebbene si, dopo tre anni dal ridimensionamento logistico e dal cambio di sede, il nuovo format di ForumPA è maturo per fare un paio di considerazioni.

A) La partnership con gli Osservatori Digital Innovation della School of Management del Politecnico di Milano ha garantito contenuti e approccio scientifico. I numeri sono conoscenza, sapere, consapevolezza e punto di partenza per prendere decisioni. Un valore aggiunto incredibile che quest’anno si è visto tutto.

B) L’evento di apertura si è svolto quasi tutto senza cravatta. Non è una considerazione marginale. Forse è tempo di svestire gli abiti da passerella e intendere ForumPA come un luogo di incontro informale dove chi ha voglia di fare si occupa di contenuti e non di forma. Fondamentale è stata, in questo caso, la partenza con Riccardo Luna e i Digital Champions sul palco, tutti rigorosamente senza cravatta :)

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C) Laboratori, laboratori e ancora laboratori. Meno seminari e convegni. Più laboratori e aree networking dove stringere alleanze, condividere strategie, scambiare buone pratiche e soprattutto co-progettare.

Un esempio su tutti il laboratorio Open Data Lazio sul quale mi son divertito anche a fare lo storyteller:

D) La cena sociale. Momento fondamentale che anno dopo anno consolida le relazioni far un manipolo di innovatori incalliti. Anche quest’anno è stata un collante fondamentale. Chi non c’era deve solo rosicare per un altro anno :)

E) Meno stand, meno fuffa. Lo so che a ForumPA gli stand garantiscono entrate ma sinceramente non me ne sono filato nemmeno uno. Troppo bello lavorare, troppo inutile girovagare alla ricerca di gadgets come ancora ho visto fare da parte di diversi lurker.

Ecco direi che lo slogan per il prossimo anno potrebbe essere: #NONE’UNPOSTOPERLURKER e uno degli ulteriori miglioramenti nel percorso di ammodernamento del format, probabilmente potrebbe essere questo:

Tante chiacchiere

Non sono un disfattista a prescindere ma Renzi e i suoi non riescono a convincermi sulla scuola.

Primo perchè hanno maledettamente rallentato il processo di trasformazione (odio il termine ‘riforma’ che porta anche sfiga), secondo perchè al centro sembra esserci il ‘modello’ e non i ‘contenuti’ (musica e sport vanno bene, ma il resto dei programmi è fermo al ‘900).

Per cambiare e far evolvere una società bisogna partire dall’educazione e dalla formazione delle sue classi dirigenti. Ovvio, vero? Certo, talmente ovvio che la spesa per questo settore ci vede ultimi nella UE.

Dunque cosa dovrebbe fare il governo? Semplicemente rifondarla, non riformarla o adeguarla ad altri modelli.

Ciò non presuppone sforzi incredibili, ma solamente intelligenza e osservazione. Vogliamo continuare nel processo idiota e autolesionista che continua ad alimentare specializzazioni inutili? Vogliamo continuare a raccontare ai nostri figli che solo attraverso un buon liceo e poi un indirizzo universitario orientato alle professioni tradizionali (avvocato, medico, ingegnere, architetto, ecc.) possono entrare nella buona società e rendere le loro professioni profittevoli per se stessi e utili al paese in cui vivono?

Ci siam cascati tutti e continuiamo a cascarci ancora, pensando, come il governo, che il problema sia il modello e non i contenuti.

Eppure ci sarebbero indirizzi didattici nuovi e coerenti con i tempi che viviamo e che pochi o nessuno considera.

Per ciò va ripensato tutto. Perchè la società è cambiata e ha bisogno di nuove specializzazioni più adeguate ai tempi, ai prodotti e servizi innovativi, nonchè agli stili di vita conseguenti.

Le sperimentazioni non mancano, peccato che rimangano isolate, non riescano a far rete e dunque ad incidere sulla programmazione che va rivista proprio in funzione delle sperimentazioni di successo.

L’altro giorno son capitato quasi per caso su un articolo che illustrava nuovi mestieri, quali il Consulente per il benessere degli anziani o lo Sviluppatori di avatar piuttosto che il Guardiano della privacy. Fantascienza? No, lungimiranza e intelligenza. Prima che sia troppo tardi.

Digital president

Avercelo.

Coding, hacking, cyber security, digitale a 360 gradi con tecnologie, nuove tendenze, opportunità. La differenza la fa la persona e la sua cultura. Per noi, ahimè, è ancora troppo presto per poter parlare di ‘svolta digitale‘.

Enjoy

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Centralismo digitale

Brevemente è tutto scritto qui: ‘Signora Presidente, vorrei appunto annunciare all’Aula che io personalmente apprezzo l’intervento del collega Quintarelli che ha dimostrato la sua sensibilità personale e anche politica nel suo primo intervento in quest’Aula e di questo gli va reso atto, perché – lo voglio dire a tutti i colleghi che magari non lo conoscono – Stefano Quintarelli è uno dei padri di Internet nel nostro Paese. Per questo motivo ho chiesto al presidente Brunetta che il mio gruppo facesse proprio questo emendamento, perché, come l’onorevole Quintarelli testé ha detto, è un emendamento che serve, che è veramente utile, perché ci consente di superare quella drammatica frammentazione che impedisce che, nel nostro Paese, finalmente, la tanto auspicata da tutti noi digitalizzazione possa effettivamente avere atto e prendere piede. Da questo punto di vista, noi crediamo che sarebbe importante, e mi rivolgo in questo momento al Governo, accogliere questo emendamento

E’ Palmieri che fa sintesi e sostanzialmente semplifica un concetto: Se vogliamo che il digitale decolli dobbiamo fare in modo che lo Stato centrale possa riprenderne le redini. Insomma il federalismo informatico è morto e sepolto.

Mica pizza e fichi, e ci si è impegnata tutta la task force dei parlamentari che a vario titolo, pensa, vive e agisce digitalmente.

A me questa idea di riforma costituzionale non dispiace, in linea di principio sono un centralista convinto, con alcuni distinguo che ora provo a spiegare.

Mi piace il modello francese. In Francia lo stato decide ma poi permette alle comunità locali di attuare ciò che è stato legiferato entro precisi termini. Se i termini vengono superati, lo stato si riprende anche l’onere attuativo delegato alle comunità locali.

Proviamo ora a fare lo stesso con l’Agenda Digitale. Lo Stato, con questa nuova riforma costituzionale dell’art. 117r, si riprende tutto il potere normativo in materia. Diciamo che una legge come questa del Veneto o questa del Piemonte potrebbero, d’ora in poi, diventare inutili se non addirittura anticostituzionali.

Quindi ci aspettiamo che da un punto di vista normativo lo Stato, dopo questa riforma, riprenda a legiferare sul tema del digitale dove sinora è stato particolarmente assente.

Ma veniamo ora alle Agende Digitali locali. Hanno ancora senso? Secondo me nella situazione corrente si. Perchè attualmente il 90% dei finanziamenti utili a far decollare il digitale nel nostro paese sono gestiti dalle Regioni attraverso i Piani Operativi che sfruttano i Fondi Strutturali della UE.

Lo Stato di suo sta mettendo poco e non ha dedicato un Piano Operativo Nazionale specifico al tema riservandosi (si mormora) di utilizzare più avanti il Fondo Sviluppo e Coesione. Sempre che tale fondo non serva ad altri temi di politica industriale più importanti del digitale.

Dunque, paludo plaudo anch’io a questo primo passo che semplifica l’azione regolatoria e normativa ma poi, chi farà le cose? Dopo i vari passaggi parlamentari che porteranno al cambiamento costituzionale, chi sarà chiamato ad attuare le nuove politiche che il parlamento emanerà sul tema?

Molti dei pasticci digitali combinati in periferia, privi di riferimenti agli standard o peggio ancora senza presupposti di interoperabilità son stati dei veri e propri disastri e dobbiamo fare ammenda, ma spesso erano conseguenza del vuoto lasciato dallo Stato.

Va però detto (e lo dico con cognizione di causa visto che da anni analizzo, studio e poi gratifico le eccellenze digitali locali al Premio eGov) che spesso dai territori sono nate innovazioni vere, importanti e soprattutto che funzionano.

Per chiudere vorrei suggerire agli amici onorevoli che si son battuti per questa importante riforma che ora bisogna dare gambe e braccia anche alla macchina operativa. Sarà Agid? Allo stato attuale Agid di operativo ha ben poco e non è strutturata per gestire processi IT su larga scala.

Se Agid dovrà farsi carico di gestire questi importanti processi dal centro, bisognerà dargli struttura, personale, tecnologia e modelli industriali, altrimenti si rischia che Agid stessa diventi un bandificio e sia costretta a gestire gare d’appalto a livello nazionale e internazionale.

Per far l’Agenda nazionale più unitaria, dunque, bisogna unire anche le braccia di chi agisce digitale, non solo le teste di chi pensa digitale.

My 2 cent

Pungente

Si, davvero molto pungente Gianluca Nicoletti su La Stampa.

L’articolo, centrato sull’evoluzione della specie in salsa tech (nerd, geek e social addicted visti come protagonisti della mutazione evolutiva), chiude e in certo senso chiosa l’approccio social prevalente, bollandolo come assolutamente INUTILE per l’evoluzione del genere umano.

….In realtà ogni social network è solo apparentemente un ambiente plasmato sul futuro tecnologico, si tratta solamente di un parco giochi semplificato per intrattenere la parte più passatista dell’umanità, quella che non inventerà mai nulla perché troppo occupata a rendersi interessante sotto la patina nobilitante d’Instagram. Non cambierà certo il mondo chi lo gira per villaggi vacanze, ma solo per postare tramonti e beveroni tropicali e fare schia…‘.

Rifletto e registro :)

Un supercomputer tascabile

Fonebank ha realizzato una simpatica infografica che compara gli attuali cazzabubboli tascabili (smartphone, pad, gps, ecc.) con i supercomputer del secolo scorso.

Apprendere che l’attuale navigatore tascabile TomTom è 250 volte più potente dei computer che guidavano gli astronauti sulla luna, fa venire un po’ i brividi. Specialmente immaginando cosa avverrà fra 50 anni.


A Supercomputer In Your Pocket – An infographic by the team at Fonebank

Il potere degli hashtag

Un bellissimo articolo di Jomer Gregorio, analizza le origini, il consolidamento e il successo degli hashtag come strumento di marketing.

L’analisi, molto utile per chi si occupa di strategie commerciali nell’ambito dei Social Media, è accompagnata da una corposa e interessante infografica.

Enjoy

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