Vichinghi

Tecnicamente e in coerenza con la storia, i vichinghi erano dei pirati barbari e le loro scorribande in Europa terminarono solo con il diffondersi del cristianesimo nella penisola scandinava.

Oggi i vichinghi, nell’immaginario collettivo sono i calciatori dell’Islanda che battono le mani all’unisono come in un rito pagano di altri tempi che richiama suggestioni, immaginazioni e perchè no, speranze.

Questo innamoramento per i vichinghi può basarsi su motivi semplici, banali e buonisti come quelli che i molti commentatori portano a giustificazione: tifosi corretti e leali da contrapporre ai qui cani nazisti di russi e inglesi che hanno da subito infangato lo spirito decubertiano; l’amore di un popolo per i suoi idoli; una squadra di tanti Davide che sconfigge le squadre Golia del calcio internazionale; L’umiltà, il sacrificio, la tenacia …e tanti valori che i giornalisti e i commentatori sui social gli appiccicano in modo quasi ossessivo.

Ma credo che inconsapevolmente stiamo anche cercando nei neo-vichinghi alcuni valori ancestrali che credevamo sconfitti dalla cultura e dall’insegnamento moderno basato sull’uguaglianza e sulla tolleranza.

Mi spiego meglio. Innanzitutto son tutti bianchi, vi dice nulla? Stanno all’estremo nord dove difficilmente si adatterebbero gli invasori del sud. Rappresentano purezza e bellezza (oggi i giornali arrivano persino a celebrare le doti della fidanzata del capitano). Sono l’ultimo avamposto di identità, di orgoglio, di appartenenza e forse di razza incontaminata. Il loro capi son belli e hanno le donne migliori.

Esagero? Forse si, forse no, ma è una chiave di lettura e una domanda che dovremmo farci tutti: Gli islandesi ci hanno ridato coraggio? Ci hanno fatto vincere in parte le nostre paure?

Forse avevamo dimenticato che quando la paura ci assale sappiamo solo stringerci stretti stretti fra simili e dunque oggi viviamo questo abbraccio di una nazione ai suoi figli migliori come l’unica risposta alle nostre paure più profonde e al buio che ci circonda.

Piccole cose. Piccolissime.

Lo so, lo so bene: con tutte le cose importanti e drammatiche che succedono …….

Che ci volete fare, sarà l’età o l’indole brontolona che mi fa tornare sempre sui valori, sull’educazione, su quegli aspetti della convivenza che tutti minimizzano. 

L’italiano in auto tende sempre a banalizzare e minimizzare ma anche a prevaricare, ignorare e trasgredire.

Son convinto invece che quello che facciamo in auto poi ci condizioni fortemente anche in altri ambiti. E forse proprio per questo siamo così poco attenti e rispettosi delle regole.

Da qualche mese lungo la strada che faccio per recarmi al lavoro hanno installato un semaforo provvisorio. Serve e servirà per consentire la riparazione di un ponte.


Si trova lungo un tratto a scarsa affluenza, ma al mattino siamo comunque un congruo numero di automobilisti che devono percorrere quel tratto per entrare al Parco Scientifico e Tecnologico di Venezia dove anch’io ho l’ufficio.

La funzione di questo semaforo è quella di consentire un senso unico alternato per facilitare l’uso del restringimento di carreggiata conseguente ai lavori in corso.

Succede dunque che quando il semaforo è rosso, io mi fermo e mi accosto a destra per far passare quelli che arrivano frontalmente dal senso opposto di marcia. È vero, raramente passano in senso contrario altre auto, ma ciò non mi interessa. Se il semaforo è rosso, io mi devo fermare.

Quasi tutti gli altri automobilisti, invece, mi superano sulla sinistra e passano con il rosso, probabilmente contando proprio sul fatto che ben poche auto transiteranno in senso contrario.


Or bene, direte voi, dove sta il problema se così fan tutti?

Ecco a proposito di questi dubbi che affliggono solo il sottoscritto, ricordo un fatto accaduto in Danimarca alcuni anni fa. 

Alla fine di una cena alcuni colleghi italiani dovevano prelevare al bancomat. I nostri amici danesi, alle undici di sera, ci accompagnarono in auto al più vicino sportello, ma non parcheggiarono di fronte, bensì 200 metri più avanti. 

Ora, visto che alle undici di sera in quello sperduto paesino della Danimarca non transitava nemmeno un auto che fosse una, chiedemmo al nostro autista perchè non parcheggiò più comodamente  davanti allo sportello del bancomat. E lui semplicemente ci rispose: ‘perchè è vietato’!

Buoni ordinari del tesoro

Nella vulgata più diffusa i Bot sono i titoli di stato ma, ultimamente, nella mia filter bubble si è imposto il termine Bot (sarebbe meglio definirlo chatbot) come piccolo strumento di interazione uomo macchina. Un facilitatore (strumento software) che usa i sistemi di chat (Telegram in primis, ma non solo) per diffondere notizie, informazioni, dati, media, ecc.

Non tutti i Bot sono utili. Alcuni sono curiosi, altri vere cretinate. C’è persino uno store in piena regola: https://storebot.me/

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Ora se ne parla molto anche come ulteriore sviluppo e tendenza dell’ecosistema di Facebook (l’ultima developer conference ne è pregna) e pure Microsoft li vuol usare su Skype. Molti li definiscono una minaccia per Apple e Google, come se i Bot fossero dei veri e propri ammazza app.

Con i Bot potrai comprare la pizza, leggere il giornale, pagare Uber e informarti sul prossimo volo o semplicemente su quando arriverà l’autobus alla tua fermata.

Credo comunque che qualcosa di serio stia succedendo, o succederà, e mi riferisco a ciò guardando usi e costumi delle nuove generazioni.

Mentre noi vecchietti stiamo ancora su Facebook in un ottica di bacheca un po’ autoreferenziale e simil bloggante (molti di noi usano fan page o bacheche come i vecchi blog) i nostri figli fanno uso massiccio di chatroom su Whatsapp, Messenger e Telegram.

Qualcuno sa perfettamente che essendo loro i consumatori di domani, forse sarà necessario spostare su qui canali anche le offerte di contenuti e/o di merci.

Devo studiare meglio il fenomeno e prepararmi già una lezione supplementare per il corso di Social Media dell’anno prossimo. Sempre che di Social Media stiamo ancora parlando.

Il meno peggio

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Credo sia difficile non avere sentimenti e atteggiamenti che spesso contrastano e stridono rispetto a un valore assoluto come la libertà.

Libertà significa essere liberi di pensarla come si vuole, di scegliere o non scegliere una religione e di non finire ammazzati per mano di un invasato integralista.

Libertà significa potersi esprimere in piena tutela della privacy con chiunque si scelga come interlocutore, senza doverlo far sapere al grande fratello, alle agenzie governative e/o investigative di turno.

Libertà significa muoversi liberi e spensierati sotto l’occhio di mille telecamere che nelle grandi città tutelano anche la nostra sicurezza.

Libertà significa scegliere tutte le tecnologie possibili per stanare questi infami che minano alla nostra libertà.

Ma quando parliamo di libertà, parliamo della nostra o di quella collettiva? Perchè quando parliamo della nostra non siamo disposti a cedere nulla. Quando parliamo di quella collettiva spesso siamo anche disposti a cedere qualche pezzo importante della libertà stessa.

Ma la libertà collettiva è la somma delle libertà individuali. E spesso ce ne dimentichiamo.

Detto questo io sto con Tim Cook perchè una volta concessa una back-door sulle nostre libertà è difficile tornare indietro. E dico ancora che l’FBI ha tutti i potenti mezzi per scovare questi criminali senza mettere a repentaglio al privacy di mezzo pianeta.

 

 

 

L’infinito sta per finire

Alzi la mano chi non si è lasciato persuadere dalle offerte di ‘personal cloud storage’.

Il sottoscritto, in particolare, è un vero fanatico del celopiulunghismo cloud scatenato dalle oscene proposte dei provider:

  • unlimited
  • 1 Tb
  • referrall limited

In particolare con il sistema del referral ho scassato i maroni a tutti i miei follower per raggiungere le vette della disponibilità limite di ogni servizio.

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Infatti, su Copy della Barracuda avevo trasferito quasi un Tbyte di file video, mentre su Flickr di Yahoo quasi tutte le foto digitali.

Due notizie ora mi mettono letteralmente con il sedere per terra: Copy chiude. Amen. Flickr, forse.

Credo sia giusto riflettere, forse ripensare al modello e alla sostenibilità.

Immaginare che tutti gli utenti del pianeta aderiscano a soluzioni disk less per delegare lo storage personale a provider remoti sparsi sul pianeta o nello spazio intergalattico (ma anche sul fondo degli oceani), forse non ha senso.

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Immaginare che quelli grossi grossi come Google lo possano fare (Big G offre storage delle foto unlimited al prezzo della sola riduzione delle dimensioni/risoluzione) a determinate condizioni è forse più logico, anche se si tratta di compromesso.

Resta l’ipotesi di una bella NAS casalinga in raid (anzi due perchè bisognerà pur tutelarsi con un backup) magari connessa in rete per far vedere le foto e i filmini agli amici.

Infine, per i più cupi e maldisposti, forse val la pena considerare la tesi di Vint Cerf sul medioevo digitale, e tutti a casa con le orecchie basse.

Social mainstream

Abbiamo definito i nostri arnesi digitali evoluti (principalmente smartphone e tablet) come dei second screen quando son riusciti ad accrescere l’esperienza di fruizione visiva delle nostre televisioni.

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Nel tempo, e con l’avvento di app e servizi sempre più facili da consumare, ne hanno beneficiato anche i contenuti social che, comunque, hanno quasi sempre privilegiato un rapporto asincrono.

Infatti, la cosiddetta social tv non è mai decollata veramente. Da un lato il mainstream ha concesso un apertura alle conversazioni a supporto (vedi scorrere di tweet contestuali nel footer dello screen tv) dall’altro ha cercato di porsi come alternativa di contenuti bottom-up (youtube, vimeo, ecc.).

Le cose hanno cominciato a cambiare quando Youtube ha aperto lo streaming sincrono a tutti (leggasi Hangout On Air). Questa modalità, purtroppo, non è stata recepita dalla pluralità degli utenti social, in quanto legata a quell’incredibile acrocchio che Big G. Ha chiamato Google Plus e che praticamente pochi si filano.

Nuovi player come Meerkat e Periscope hanno infine scompigliato un po’ le carte ma soprattutto aperto la strada per un interpretazione forse definitiva del paradigma che solo Facebook riuscirà a rendere ‘SOCIAL MAINSTREAM’.

E’ infatti notizia di questi giorni che il roll-out (fase finale del progetto) di ‘Live Video’ è in corso e presto tutti, ma proprio tutti potremo trasmettere in diretta su Facebook.

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Certo, e come sempre, l’inizio sarà caotico e irrazionale, probabilmente dovremo pagare dazio e assistere a feste di compleanno in diretta, piuttosto che interminabili sequenze animate da cani e gatti domestici o meglio ancora peripezie e imprese dei fan della Go Pro.

Ma superato questo son convinto che i broadcaster tradizionali inviteranno i loro reporter a trasmettere in diretta su Facebook prima ancora di montare e post produrre i documenti visivi per presentarli in modalità asincrona sui loro canali ufficiali.

Immagino dei wall tematici (magari sfruttando le API di Facebook) che ci consentiranno di aprire una finestra sul mondo. Un po’ Meerkat ci aveva provato: http://meerkatstreams.com/upcoming/ con i contenuti social, mentre http://watchup.com/ immaginava un aggregatore per i contenuti delle cable tv USA. Ma vuoi mettere i numeri e la penetrazione di Facebook?

Ok, ora la sparo grossa e immagino dunque, nella migliore delle ipotesi, la morte della tv e del giornalismo come siamo abituati ad immaginarlo. Siete d’accordo?