Come si fa una tesi di laurea

Umberto Eco è conosciuto dai più per una serie di lavori divenuti poi famosi al cinema come ‘Il nome della rosa’ o il ‘Il pendolo di Foucault’. Pochi sanno che il suo testo più gettonato negli anni ’70 fu ‘Come si fa una tesi di laurea‘, manuale che lo rese famoso fra tutti gli studenti universitari del tempo, sottoscritto incluso.

Questo saggio/manuale ha rappresentato perfettamente l’approccio top-down tipico del flusso culturale e scientifico in voga il secolo scorso. Ovvero quel flusso, o meglio ancora quella struttura organizzativa e conseguentemente di processo, che prevedeva un dotto pluridecorato come portatore unico di verità verso una serie di sudditi ignoranti che potevano abbeverarsi solamente alla sua fonte.

Il dotto portatore di verità si avvale tuttora di una serie di titoli accademici e di competenze che il popolo ignorante albergatore dell’odierno web sociale non può nemmeno comprendere, tipo: semiologo, massmediologo e fonomenologo, tanto per citarne alcuni.

Ovviamente Umberto Eco rappresenta al meglio e con ampi e continui riconoscimenti questa specie di dotto esperto mega-super professorone che, rispetto alle nuove tecnologie ma soprattutto rispetto all’espansione e inclusione di massa che esse determinano, si sente obbligato a stigmatizzare la sua superiorità culturale e lo schifato distacco.

Il problema di fondo che assale lui e i suoi simili, e al quale non sanno dare una risposta, è che davvero oggi uno sconosciuto persino agli inquilini del suo condominio può diventare un personaggio influente in rete. Ciò tormenta Eco e altri suoi pari al punto da portarli a condannare tutti quelli che hanno influenza in rete come ignoranti, incompetenti o meglio ancora: imbecilli.

L’ultima uscita di Eco fissa per sempre questa supposta superiorità culturale e non lascia scampo a interpretazioni diverse: ‘Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità’.

Dunque influenza è diverso da competenza. E ci mancherebbe altro. Nessuno obbietta questo.

Il problema vero sta nel riconoscimento della pari dignità.

Questo Eco non lo tollera. La dignità va riconosciuta solo ai dotti certificati, mentre agli influenti viene assegnata la gogna da ‘bar sport‘.

Per fortuna sappiamo che le cose non stanno esattamente così e ciò che ha reso grande la rete è proprio la sua capacità plurale, inclusiva e tollerante che ha permesso a chiunque di esprimere, oltre che le proprie discutibili opinioni, anche la creatività, l’originalità, la ricerca di traiettorie innovative nonchè la convinzione e la certezza assoluta che tutto può essere condiviso per consentire a chiunque di migliorarlo e renderlo utile ai più.

12 Comments

    1. beh curation e fact checking sono alla base dell’autorevolezza, o almeno dovrebbe esserlo. Senza questo, cosa è autorevolezza? il semplice fatto di essere riconosciuto come autorevole? Ma quali sono i principi che mi qualificano come autorevole? L’essere competente… quindi sapere ciò di cui parlo. Ma, ancora, cosa qualifica la competenza se non la conoscenza diretta o appresa e la competenza? E come la provo? Con i fatti dimostrati… quindi nella equazione dell’autorevolezza ci deve rientrare di necessità il fact checking e la curation.

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  1. Ahi Gigi, mi cadi anche tu nella sovra-interpretazione.

    Eppure il discorso di Eco, ascoltato nella sua interezza, è assolutamente limpido.

    Non pone nessuna questione di superiorità o, meglio di inferiorità. Fa una semplice constatazione tra il pre-web e il post marcando cosa è cambiato da prima a dopo, evidenziando che in entrambi i casi esiste il pericolo di bufala ma se prima questa era prerogativa di chi aveva accesso ai mezzi di pubblicazione e chi non l’aveva la esercitava al bar, ora è questo è possibile a tutti.

    Ribadisce, più volte, che l’unico modo per “sopravvivere” è l’educazione all’informazione spostando la responsabilità non solo in chi la produce, ma anche verso chi la consuma e la fa circolare.

    Cosa c’è di sbagliato in questo?

    Tutta la polemica su Eco, mi fa capire, invece, che probabilmente ha toccato un nervo scoperto.

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    1. E’ il suo approccio negativo a prescindere che non mi piace. Fra l’altro, la frase (min. 4.21): ‘… gente che di solito veniva messa a tacere …’ è proprio fascista e non si può sentire.

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      1. Andiamo sul concreto e prendiamo il caso Salvini che, sul nulla assoluto e con tanto di dati che dimostrano l’esatto contrario, ci sta facendo una campagna elettorale e sta macinando consensi (aiutato da una stampa ma anche da una rete che alimenta la pancia e non la testa).

        A te va bene che metta in giro tutte queste fandonie? Per gente come Salvini non scomodo Goethe (che si riferiva comunque a una classe intellettuale o comunque colta), veramente lo metterei a tacere perché sta facendo dei danni assurdi.

        La libertà di espressione e di parola non va confusa con il “ho diritto di dire quello che mi pare”. Siamo in una società, e come tale avviamo diritti e doveri. La parola è, come il voto, un diritto-dovere. Ho il diritto di esercitarla ma ho il dovere di farlo bene. E il riconoscimento se faccio bene o meno deve andare oltre ai like, i retweet e i follower, alle menzioni e a tutte le fashion metric.

        Se questa è la meritocrazia della rete, allora a questo punto non mi riconosco. Non era questa la rete di cui discutevamo ai suoi inizi. Anche l’auto regolamentazione della rete si è dimostrata una fandonia. Ora si è arrivati al pensiero unico anche qui. E proprio Questa polemica su Eco ne è la prova.

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      2. Simone, io il diritto di parola non lo negherò mai a nessuno, nemmeno a chi dice le più gran stronzate del pianeta. E non gli negherò mai nemmeno il diritto di dire ‘qualsiasi cosa’, anche dannosa.

        La rete ha gli anticorpi per difendersi da tutto ciò e mi sembra funzionino alla grande.

        La meritocrazia non ha senso in questi ambiti ‘conversazionali’, ha molto più senso quando si parla di professioni. Il fake o il troll non mi sembrano professioni.

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      3. La meritocrazia è un valore “assoluto”, un principio di vita. E’ un modo di essere e non una caratteristica di questo o quell’ambito.
        Quindi anche l’influenza deve essere meritocratica: sono riconosciuto influente perché ne so. Altrimenti diventa puro artificio comunicativo (sofistico o al massimo ars oratoria) e attraverso di essa può passare qualsiasi cosa e il Fake e il Troll smettono di essere Fake e Troll e diventano opinion leader.

        Che la rete abbia i propri anticorpi, non ne sono più così convinto. Può essere vero per i “letterati” della rete, ma non per la grande massa. E qui Eco ha nuovamente ragione: l’utente della rete va educato a filtrare e analizzate l’informazione.

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