Che fine hanno fatto i blogger?

Ci fu una stagione, qui nel bel paese, in cui i blogger erano famosi. Alcuni venivano pure etichettati come blogstar assecondando quel principio per il quale si può essere famosissimi in rete e semi sconosciuti nel proprio condominio.

Fu una stagione sotto certi versi pioneristica e un po’ da cricca che servì a molti di noi per comprendere le dinamiche della rete e delle relazioni digitali.

Tempi belli dove l’indicatore di influenza era il backlink o il numero di commenti sotto i post. Nei momenti di festa come quelli che stiamo per vivere, spuntavano alberelli e altre idiozie che scatenavano flame e risse infinite. Si, perchè la blogosfera italiana è stata spesso rissosa e un po’ tamarra, dimenticandosi troppo spesso che la vera differenza l’avrebbero fatta, comunque, solo i contenuti e le competenze.

Tenere un blog obbligava a reggere il ritmo di diversi post giornalieri e, soprattutto, a non perdere il filo delle discussioni aggregate su siti specializzati come Technorati o l’italianissimo Blogbabel.

I giornali quotidiani e le riviste guardavano ai blogger come a dei marziani e i direttori erano un po’ impauriti da queste creature che, senza nessun dato scientifico a supporto, erano convinti fossero fra gli artefici del calo di vendite al chiosco.

Poi, arrivarono i social network e diventò di moda imputare a quest’ultimi l’improvvisa e rapida moria di blog.

Fu allora che i blog cominciarono a morire e i blogger a trasferirsi altrove. Sui blog collettivi, sulle colonne dei giornali on line o semplicemente sui social dove iniziarono a reclutare follower per incrementare il loro nuovo indicatore di influenza.

Oggi di quel mondo rimane poco, per fortuna, ma ciò che rimane è finalmente di gran qualità. E sto parlando dei blog personali sopravvissuti al dominio dei 140 caratteri.

Alcuni son rimasti qui, ancora monitorati dal buon vecchio Blogbabel con quell’algoritmo spesso criticato.

Ammetto che dei blog personali mi son sempre interessato molto, per apprendere stili di scrittura e accedere a competenze spesso di spessore assoluto. Li ho aggregati prima su Google reader, ora su Feedly sempre con la stessa etichetta: ‘conversazioni‘.

E ancor oggi, leggendo i post aggregati sotto quella voce, riesco a vivere un rapporto con la rete meno disturbato dal rumore di fondo e dall’assurda velocità dello stream sociale. Mi ritrovo in pace e in armonia con una delle più belle esperienze che la rete mette a disposizione. Il blog appunto.

Devo solo trovare il modo di tornare a scrivere di più, con maggior ampiezza e dettaglio, con più pazienza e rinnovata passione.

I blog non sono morti e non moriranno mai. Possono solo migliorare.

Buone feste

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