Genitore ai tempi del colera

Non c’è che dire. Siamo tutti d’accordo con Stefano, ci mancherebbe. Primo perchè la scuola è vecchia da qualsiasi parte la si guardi, secondo perchè noi, quelli d’accordo, siamo tutti convinti dei benefici che il digitale porta in dote.

Dunque, non posso buttare a mare anni e anni passati a predicare sulla forza dirompente della disintermediazione. Non posso buttare a mare il modello deschooling, vero Gianni? Non posso dire di non aver begato in pubblico sugli stessi argomenti di Stefano con i massimi dirigenti del MIUR, vero Roberto? Perbacco sto lavorando al Piano Nazionale per la formazione e la cultura digitale e mi sto impegnando non poco.

Dunque caro Stefano, d’accordo su tutta la linea. Che digitale sia e che il digitale rivolti questa scuola come un calzino. Non importa partendo da cosa, ma va bene anche dalla consumerization. Portiamo dentro i tablet, ma anche le PSP o le WII perchè ‘content is king’ e su questo mi farei bruciare come un novello Savonarola.

Detto questo, sul push e pull e sulla condivisione mi sto massacrando le meningi e ti spiego perchè.

Era ovvio che il più nativo dei miei tre figli (quello che oggi ha 14 anni) fosse il più adatto a rappresentare perfettamente quello che tu scrivi. Ed è così. Lui è già armato di tutti gli strumenti digitali possibili (alcuni suoi, alcuni in uso grazie alla concessione dei genitori). E non ti dico la destrezza, da piccolo nerd.

Dovrei quindi (e lo sono) essere orgoglioso, fiero e soddisfatto. Ma l’ansia che mi fa star male è una contraddizione, una paura, un qualcosa che ancora non riesco a definire e capire. E’ il fatto che io non sono lui, per quanto sia mio figlio e in lui proietto molte speranze e, come tutti i padri, ambizioni. Lui è lui e ragiona con la sua testa anche quando nella sua testa gira il digitale con i suoi strumenti, i suoi modelli e le sue pulsioni. Le sue appunto.

Scenetta finale:

Un pomeriggio come tanti durante il quale il nativo sta studiando in modalità only-digital. Personal computer puntato sull’elaborato in progress, e browser pronto per le ricerche (fin qui tutto bene). Tablet in multichat con hanghout e mezza classe collegata (si vedeva anche una nonna che massaggiava le spalle a un altro piccolo tamarro digitale). Smartphone che gracchiava come una rana, ogni tre secondi, giuro. Era whatsapp e il rumore era quello della multichat collettiva di classe. Tutti, ma proprio tutti appartengono a questo mega gruppo dove si scambiano ogni cosa, durante, dopo e prima di ogni lezione e di ogni compito per casa.

Dovrei essere l’uomo più felice del mondo, eppure lui, e non solo, oggi hanno dei problemi molto seri dei quali stiamo discutendo non solo con i docenti ma anche con degli psicologi e pedagoghi.

A) Mentre studiano fanno contemporaneamente 1000 altre cose. Lo strumento li induce a controllare i social network in primis e a interrompere spesso (la mitica pausa) con giochi e giochini digitali o con l’ascolto della musica. Spesso studiano con le cuffie e spotify acceso.

B) Non sanno più narrare. Raccontano quello che imparano in modo sequenziale ma non lo sanno scomporre e ricomporre isolato dalla sequenza temporale indicata dal libro di testo. E dunque non progrediscono. Rimangono ancorati al task e al suo superamento. I docenti ci raccontano che alle interrogazioni usano termini dello slang e spesso anche acronimi. Insomma la creatività non è più di casa.

C) Beata gamification ma l’interrogazione non è un gioco a livelli. A guardare ‘classeviva’ (uno dei tool più utilizzati dagli istituti superiori per mettere gli score on line) sembra di giocare con i badge di foursquare ma la media dei quadrimestri, il combinato di più materie affini, la multidisciplinarietà e anche la specializzazione vanno a farsi benedire.

D) Capitolo eBook. Leggono solo quelli didattici e schifano tutti gli altri.

Potrei andare avanti all’infinito, perchè sto imparando a fare il genitore ai tempi del colera digitale. E, se non fossi pervaso, convinto, tenace e combattivo sulla bontà del digitale, non ti avrei risposto.

p.s. sul WiFi negli istituti mi sto dando da fare, anche se è dura :)

2 Comments

  1. il metodo proposto da ID tocca questi aspetti, proprio perche’ la tua esperienza non e’ unica.

    la parcellizzaione dell’attenzione e’ un fatto, basta guardare le pub blictia adesso rispetto al carosello, ma gli effetti possono essere mitigati da un bravo coach/tutor che gli insegna a limitarsi (altra competenza da acquisire, ma meno ovvia e per questo non scritta nel mio post; ce ne sono altre, anche per il docente!)

    b) e’ una falla del metodo. la narrazione e l’esposizione e’ parte fondamentale del metodo di ID. non ci silimita a produrre un ebook, lo si deve anche spiegare agli alitr

    c) nel metodo proposto non c’e’ gamification. c’e’ solo lavoro di ricerca

    d) come detto, non leggono libri ma parte di essi, ma poi hanno come assignment leggere anche libri tradizionali (romanzi, saggi), quella e’ una “competenza” di insegnamento

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