Breaking news

Velocemente un paio di annotazioni per il week end

A) Concordo al 100% : http://www.linkiesta.it/banda-larga-non-basta ma è un tema che ho dibattuto spesso in questo blogghino

B) Ho consegnato la prefazione per il nuovo libro dell’amico Michele che pubblicheremo sulla collana Pionero. Ve la butto qui, così ci date un’occhiata, ok?

Se la città cambia o cambierà in meglio, lo si dovrà soprattutto alle persone e al loro modo di intendere e cercare la felicità e il benessere.

Il gioco è parte della felicità e soprattutto della creatività che ognuno di noi singolarmente o in gruppo riesce ad esprimere.

Michele Vianello, nel suo secondo libro dedicato alle città intelligenti, parte proprio dal gioco e contesta da subito le ‘regole del gioco’ stesso, ovvero i regolamenti, i livelli di mediazione e anche gli arbitri.

Se poi l’arbitro è la Pubblica Amministrazione, ovvero la stessa che scrive, applica e spesso elude i regolamenti, allora c’è qualcosa che non va e che alla lunga inficia su quella ricerca di benessere e felicità che legittimamente è aspirazione di tutti.

Dunque il metodo proposto è quello che trae origine dal paradigma della “gamification”, quindi meno intriso di tecnologie abilitanti, meccanismi di controllo e, soprattutto, controllori.

Vianello immagina smart citizen che giocano con i dati aperti, in grado di costruire applicazioni e, ovviamente, molto impegnati nell’indirizzare le politiche del loro territorio. Quando Vianello immagina lo scenario dove tutto ciò può avvenire (le pareti di un canyon, una foresta, i cartelloni pubblicitari, ecc.) sembra di rivivere l’epopea di Sim City.

Il testo per il suo aspetto giocoso, ma anche provocatorio, si pone in antitesi con quella che viene definita “la via tecnocratica alla smart-city”, ovvero il tentativo di legiferare, modellare e omologare approccio, strumenti e metodi che minano l’intelligenza e la creatività e soprattutto la consapevolezza dei cittadini appartenenti alla smart community. Per Vianello i sistemi normativi, come pure quelli troppo benchmark-oriented, tendono a frenare lo sviluppo condiviso e partecipato della città o del territorio del nuovo millennio.

L’approccio alle misurazioni e in particolare alle stime sulla felicità o meglio alla soddisfazione del ‘vivere’, passano inevitabilmente attraverso la ‘smart governance’ ovvero la capacità inclusiva, democratica e innovativa di un Amministrazione Locale di confrontarsi con gli smart citizen. E qui siamo distati anni luce da ciò che si auspica. Il grado di partecipazione va confrontato con altri parametri, primo il vantaggio al partecipare, secondo la gioia di partecipare, terzo la capacità di coinvolgimento. Dunque un mix fra indicatori e sensazioni, fra approccio scientifico ed empirico. D’altronde la città smart è un organismo vivente e mutevole e dunque va preso in considerazione l’effetto trend, ovvero ciò che indirizza il cambiamento e questo può essere tutto ciò (commerciale e sociale) che fa vivere meglio. Null’altro.

Ecco perché a Michele Vianello piacciono tanto anche gli oggetti digitali che inducono a cambiare il territorio partendo dal cambiamento degli stili di vita. Non tutto quello che esce ogni anno dal CES inciderà profondamente sulle nostre vite ma, spesso, quelli che ci sembrano solo giocattoli tecnologici possono cambiare radicalmente il modo di relazionarsi, fare business o semplicemente vivere meglio. E questo è il gioco della vita, ai tempi del web, del cloud, dei social network e dell’internet degli oggetti, paradigmi che per l’autore sono il riferimento (o meglio i pilastri) su cui si basa un territorio intelligente.

Gianluigi Cogo Direttore Scientifico di Pionero

C) E’ uscita su ForumPA un’intervista su Business Networking, il lavoro fatto a quattro mani con Simone. Riporto qui anche questa così riempio il post :)

Business networking, una strada che la PA deve percorrere. 20/01/2014 di Eleonora Bove

Cadono le barriere, non importa che si lavori per un ente pubblico o un privato, noi siamo quell’ente. Il web ha rimescolato le carte in tavola: le relazioni interne si sovrappongono a quelle esterne in un flusso di comunicazioni e reti di relazioni che identificano e caratterizzano Istituzioni o aziende. In questo contesto un buon networking è fondamentale. Ne parliamo con Gianluigi Cogo.

Le nuove tecnologie hanno cancellato il confine tra il volto ufficiale e il dietro le quinte; che sia un’istituzione pubblica o un azienda privata non importa, siamo quello che appariamo e la nostra rete di contatti o meglio networking ci definisce. La serie di relazioni e flussi comunicativi “peer to peer” in cui siamo immersi creano una zona diffusa di scambio: comunicativo, affettivo, di servizio. Si può fare business sui social? Sicuramente sì, in quanto luoghi virtuali in cui si afferma più di qualsiasi altro la centralità della persona e delle relazioni. Partecipazione, apertura e trasparenza diventano i nuovi dogmi per creare visibilità, credibilità e reputazione, ma due più due non sempre fa quattro. Il web, terra di opportunità ma anche di grandi illusioni, bisogna saperlo governare. Ne parliamo con Gianluigi Cogo che ha da poco pubblicato, assieme a Simone Favaro, per Maggioli il libro “Business Networking” .

Iniziamo con una provocazione: il web non si discosta tanto dalla vita reale, importa più chi si conosce che cosa?

Assolutamente sì. Si ribaltano dei falsi miti, si pensa che sul web possano nascere delle amicizie, in realtà non è così. Si instaurano delle modalità che poco si discostano dalla realtà e molto dipende dalle persone, che vengono rimesse al centro delle relazioni. Certo gli strumenti contano, ma la negoziazione e la relazione tra le persone è ancora il punto di partenza. Che grazie ai social si possa usufruire di un enorme patrimonio di contatti a costo zero e che basti aggiungere una persona tra i propri contatti per avviare un’attività, sono alcune delle tante illusioni in cui si cade nel web.

Eppure secondo una ricerca IPSOS il 68% degli italiani riconosce l’importanza del networking on line. Secondo la tua esperienza è davvero questa la fotografia del nostro paese?

Non credo proprio. Io ogni anno, con il mio corso universitario dedicato proprio ai social, mi relaziono con centinaia di ragazzi e tocco con mano qual è la loro idea e, a oggi, il nostro Paese considera ancora i social network come strumenti di entertainment puro. Ma se andiamo a vedere, sotto c’è tutta un’infrastruttura che permette di fare applicazioni, single sign on e tutta una serie di attività diverse, ma chi ha questa consapevolezza? Sono pochissimi. Lo stesso vale per Twitter, quanti lo usano professionalmente? Qualche redazione giornalistica o qualche azienda che ha un social media team e lo usano per fare customers care, ma sono una percentuale piccolissima.

Parliamo un po’ di reputazione sul web. Quanto conta e come si costruisce. Ci sono dei trucchi o al tempo non c’è rimedio?

L’unico trucco è l’etica, punto. Ci sono degli strumenti per monitorare la propria web reputation, ma sono l’etica e la coerenza che fanno una reputazione sul web. Dimentichiamo che la rete ha una memoria formidabile e spesso per fretta tralasciamo tutte quelle azioni che sono di semplice buon senso, ma che fanno la nostra reputazione e finiamo per pagarne le conseguenze. Discorso che vale per le aziende, ma anche per le persone

Tutto ciò è riferibile anche alla PA?

Io dico sempre che per capire come mai le PA non riescono ad essere persuasive o attraenti sul web, basta guardare le loro reti intranet. Se ci sono delle difficoltà a relazionarsi all’interno, difficilmente ci riuscirà all’esterno. Come dicevo le barriere sono cadute, ormai casa e lavoro sono la stessa cosa. Gli strumenti che utilizzi nel privato, sono gli stessi che utilizzerai a lavoro. E’ quel fenomeno che viene definito consumerization. La Pa non si scrollerà mai di dosso la muffa, quel modo di essere vista come appesantita dalla burocrazia se non aderisce a tutte quelle dinamiche che avvengono nel privato in materia di customers care. Perché quando parliamo di social la PA ha sempre una policy che fissa gli orari del servizio? Io credo che la PA si debba avvicinare al modello d’impresa, superare la dimensione temporale, e non pensare a come regolamentare la rete.

In merito alle persone che fanno l’azienda, mi sembra che oggi la linea che separa la gestione delle relazioni interne ad una azienda e la gestione di quelle esterne sia venuta meno. Che ne pensi?

Ormai questo confine non esiste più. Io vado un po’ controtendenza rispetto a quelli che dicono che bisogna avere un profilo personale e uno aziendale/istituzionale sui social. Sono contrario. Tu fai parte dell’azienda o dell’Istituzione, perché il discorso è lo stesso per la PA, 24 su 24. Quella è la tua immagine e la tua reputazione, non è che la puoi distinguere o separare a seconda del profilo. L’azienda e la PA parlano attraverso i propri dipendenti. Ormai le barriere sono cadute, parliamo di flussi di comunicazioni, di reti, non parliamo più di mercati quando pensiamo ad un’azienda o ad un’istituzione.

Un esempio di un business networking ben riuscito.

Pensiamo a FIAT Brazil che, sfruttando il proprio networking di 29.000 contatti, lanciò il primo esperimento di progettazione di un’automobile in modalità ”crowdsourced”, la FIAT Mio. Furono raccolte 22.000 proposte e il progetto è stato poi rilasciato in licenza Creative Commons, così da poter essere riutilizzato e sviluppato anche da comunità esterne a FIAT. Quindi non brevetta il progetto, ma essendo FIAT partecipe al processo ha un vantaggio sui competitor e, avendo esternalizzato la fase di ricerca e sviluppo, ha ottenuto un grande risparmio che può essere investito nella produzione.

D) Venerdì prossimo sarò a Verona ospite dell’ordine degli ingegneri per chiacchierare su Hack4Med il contest europeo sugli Open Data. Maggior dettagli in settimana.

E) Markettona finale. Business Networking è in offerta su Amazon per 18.50 Euro

businessnetworking

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