I miei sbadigli sul datagate

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Non è che avere tutti contro sia molto edificante ma spesso riesco bene nell’impresa. In particolare, sulla questione datagate son riuscito ad irritare i miei interlocutori asserendo che la questione mi provoca solo enormi sbadigli.

In diversi luoghi e in diversi laghi ho provato a confrontarmi con chi manifesta sdegno e a volte persino orrore sull’ingerenza americana che viola un po’ tutto, dalla privacy alla sicurezza nazionale e individuale e bla, bla, bla.

Partiamo da alcune considerazioni evolutive. Noi umani siamo la razza eletta e ci distinguiamo dagli altri esseri a noi inferiori. Sarà vero? Molti sono i tratti e i comportamenti distintivi. Noi non facciamo l’amore in strada come i cani, ma sotto le lenzuola, mi sembra più che ovvio. E nemmeno ululiamo alla luna, in quel caso preferiamo esternare al telefono.

Dunque abbiamo una sfera personale, affettiva e privata che ci eleva dagli altri esseri. Poi aggiungici la riservatezza, la timidezza e altri sentimenti che ci portano a non condividere fatti, opinioni, sentimenti e mille altre cose. Dunque ci siamo inventati la sicurezza (che nel regno animale si chiama difesa del territorio) e la privacy (che nel regno animale non esiste). p.s. facciamo ancora parte del regno animale o siamo evoluti al punto da non riconoscerne più l’appartenenza?

Nel percorso evolutivo ci siamo inventati un sacco di cose che hanno complicato un po’ il tutto. Abbiamo introdotto il denaro (che nel regno animale non esiste) e ne abbiamo assaporato il potere effimero indotto dal suo possesso. Abbiamo imparato a dominare l’energia e abbiamo capito che produrla e governarla diventava potere. Abbiamo imparato a dominare l’informazione. Devo elencare qualche caso sul potere dell’informazione? E poi le tecnologie che bellezza, che goduria, quelle digitali poi sono il divertimento del momento.

Armati di cazzabubboli incredibili comunichiamo, ci divertiamo, facciamo acquisti on line e consultiamo banche, leggiamo giornali, fotografiamo tutto e blateriamo sui social network argomentando sulle più incredibili banalità sino a scatenare flame che ci fanno dimenticare di avere una famiglia e un esistenza.

Nel mentre succede tutto questo, fior fiore di scienziati (non solo americani inglesi e israeliani) studiano le tecnologie più incredibili sui firewall, sulle password, sugli algoritmi di cifratura, sulle autenticazioni protette e su mille altri contesti, impegnati dunque a difenderci nell’eterna guerra fra il bene e il male che, per noi evoluti, oggi si è spostata sul digitale.

Nel mentre questi benemeriti scienziati studiano e combattono, i nostri figli armati di potentissimi smartphone condividono le password (ovviamente di servizi banali e a basso rischio) con tutta la tribù. Un esempio? Ragazzino A acquista per 0,99 centesimi l’app sullo store, poi tramite qualsiasi servizio di comunicazione (ah, quanto è bella la chat multipla di Whatsapp) comunica al ragazzino B le sue credenziali in modo che anche lui possa scaricarlo. Fanno questo da piccoli e forse lo faranno anche da grandi.

Ma torniamo al punto. Il digitale pervade ormai tutto dalle comunicazioni, ai trasporti, ai consumi, ecc. Il digitale genera dati in quantità e questi dati vengono trasmessi, conservati e analizzati da società, agenzie e persino da privati. Certo, sarebbe bene che a certi dati avessero accesso solo i titolari ma, il problema non è solo tecnico, è anche culturale. Se da un punto di vista tecnico la discussione che ruota attorno a cloud computing e big data è sostanzialmente centrata sul perchè tutto deve andare in mano alle multinazionali americane, dal punto di vista culturale ruota attorno al perchè ai giovani frega poco di privacy e sicurezza, mentre gli immigrati digitali sono talmente tonti da salvare le password su Dropbox o peggio ancora affidarle alla segretaria o ancor peggio annotarle su memo-tac!

Se poi a questo tema vogliamo aggiungere un po’ di sano anti-americanismo che in Europa (e specialmente in Italia) torna ogni tanto di moda, accomodiamoci pure tutti come dei beoti, perchè il tema non va affrontato, a mio modo di parere, abbeverandosi alla fonte delle ideologie, anzi, andrebbe affrontato con la razio delle idee. Anche perchè i potenti di turno che governano l’Europa ci mettono un nanosecondo ad abbassare i toni se non, addirittura, a rimangiarsi tutto di fronte a qualche furbissima offerta americana in tema di aiuti militari o commesse commerciali. Come esempio, cito i dispacci di agenzia che riportano l’incazzatura da iena del nostro premier: ‘La decisione «giustificata dagli eventi che sono accaduti», non vuole secondo Letta «creare un antagonismo ma trovare una soluzione». Il premier Enrico Letta ci tiene a precisarlo ma allo stesso tempo chiede con forza agli Usa un «chiarimento» sul Datagate.’. Fate un po’ voi, a me sembra ridicolo se rapportato al modo in cui Craxi prendeva a pedate in c. gli americani a Sigonella, ma andiamo avanti, tanto mi sto creando solo nemici con questa dissertazione.

telecamere

Ora il vero tema è un’altro, ed è il valore culturale e sociale che viene dato alla privacy. Chiunque abbia avuto la fortuna di girare per Londra o per New York, avrà potuto notare che non esiste un solo angolo di queste città dove si possa sfuggire da una telecamera. Qualcuno dirà che non è modo, che non è vita, ma quei luoghi hanno vissuto attentati terroristici che, ora, giustificano anche la rinuncia a grosse dosi di privacy per tutelare al massimo la sicurezza.

Certo, qualcuno dirà che il modo e l’atteggiamento sono maniacali e probabilmente lo sono davvero, ma non dimentichiamo che questi signori d’oltreoceano che si bullano per le loro competenze sulla sicurezza, tecnologiche e di intelligence e sappiamo bene che girano il mondo armati fino ai denti, nel mentre ci mettono un attimo a cadere nella trappola di un bimbo afgano con la bomba a mano pronto a farli saltare in aria come coriandoli (per la cronaca l’avevano scambiata per una mela). Dunque non è una questione di intelligenza, di furbizia e nemmeno di forza, è un atteggiamento culturale che noi non comprendiamo e non accetteremo mai.

Rispetto al valore assoluto della privacy bisognerebbe controbilanciare queste argomentazioni con un altro valore assoluto che è la trasparenza, altro concetto a noi europei poco affine.

Credo che mai come oggi analizzando dati, anche con il supporto delle tecnologie, ma non solo, possiamo mettere in atto quelle azioni di ‘analisi predittiva‘ che tendono a migliorare qualità della vita, aspettative e benessere collettivo. Si parla molto di Big Data e di Smart City come fossero buzzword da propagandare per bullarsi della conoscenza di nuovi paradigmi tech. In parte lo sono ma sostanzialmente significano proprio quello che ho detto, ovvero tanti, tantissimi enormi dati da analizzare (BIG DATA) per anticipare eventi e diminuire i pericoli. Vogliamo spostare il tema sul valore e non sulla critica, proviamoci! E poi vediamo come reagiscono gli americani.
I fanatici del ‘data mining’ e della ‘sentiment analysis’ arrivano a dire che si potranno prevenire anche le guerre. Io non so se questi sono slogan o se nascondono una realtà probabile, ma so che per analizzare è necessario ascoltare.

My 2 cents

p.s. quando si parla di queste cose a livello internazionale poi, noi italiani siamo sempre in prima fila vero? http://www.intgovforum.org/cms/participants-list

2 Comments

  1. Il datagate ha avuto solo il merito di portare la questione agli occhi del grande pubblico. Per gli ‘addetti ai lavori’ la situazione è tristemente ben nota. In Italia, peraltro, credo che la cosa sia oramai irrecuperabile, visto che abbiamo avuto la rara capacità di trasformare la ‘privacy’ da un processo culturale in una ulteriore macchina burocratica.
    Quello che, però, mi meraviglia un po’ è la leggerezza dimostrata da nazioni che prendono (apparentemente) queste cose molto più seriamente. Che dei capi di stato siano ‘sotto controllo’ dimostra non certo l’abilità dell’NSA (che, peraltro, si è fatta portar via un mare di segreti ‘ben custoditi’ su un pen drive usb !), ma la leggerezza o la superficialità dell’apparato di protezione.
    Io, peraltro, ho anche dubbi sull’onnipotenza dell’agenzia americana, visto che l’FBI meno di un anno or sono ha ritenuto di dover fisicamente sequestrare un anonymous remailer, peraltro ospitato su suolo austriaco, perchè sospettato di aver favorito attività terroristica.
    Poi le spie fanno le spie, non a caso esiste il controspionaggio.

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