Accecati da Silvio

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Un altro torrido Agosto a parlare di Berlusconi. Già, mi sembra ieri, durante i mondiali del 1994, commentavamo le uscite di Ferrara, Maroni e del fatto che B. aveva portato uomini azienda nel governo. Poi cadde (patto della sardina) , poi si alzò, e ricadde e si rialzò e ad ogni mese di Agosto, fra un olimpiade e un campionato di calcio, si torna inevitabilmente a mettere B. al centro delle nostre discussioni sostenendo, quasi sempre, che i problemi dell’Italia dipendono da lui.

A dire il vero, pur non nutrendo nessuna simpatia per il cafone, non credo che la colpa del nostro declino dipenda da lui.

La colpa dipende da noi tutti e dal fatto che non abbiamo più coraggio e tenacia. Ammesso che ne abbiamo mai avute dopo il Rinascimento.

Lo spunto per queste amare disgressioni, mi viene da queste articolo de Il Gazzettino che ben enfatizza come persino gli asset che definiamo strategici siano messi in discussione e sotto attacco dagli investitori stranieri.

Noi italiani continuiamo a guardare al passato, e alle nostre specificità, come le uniche in grado di farci sopravvivere. Ma non è di sopravvivenza che vorrei morire, ma di speranza.

Come sperare se nulla di nuovo viene osato? Come sperare se nulla di vecchio viene cambiato?

Se guardiamo a paesi come la Germania usciti con le ossa rotte dalla guerra, o all’Argentina uscita devastata da una crisi o ancora la Turchia già annientata a livello di impero ottomano, assistiamo a una vivacità e a un dinamismo incredibili.

Esempi ce ne sono altri e tutti stanno a dimostrare che nel cambiamento ci sono molti rischi ma, altrettante opportunità.

Quello che noto nel mio paese è la stanchezza, l’indifferenza, l’incapacità di andare a sbattere contro tutto e tutti pur di portare avanti un idea di futuro.

La maggior parte dei canti di ‘innovazione’ sono ritornelli copiati altrove. Specialmente nel campo dell’innovazione tecnologica che, forse, è meglio che lasciamo stare, tanto non è farina nostra. Nei fatti non siamo capaci di inventarci un asset tutto nostro che sfidi l’intero pianeta. Persino nel turismo (asset strategico) non osiamo più e paesi come la Germania stanno per superarci in termini di presenze.

Il vero problema è che preferiamo tenerci quel poco che abbiamo, mugugnando che è colpa di qualcun’altro senza ammettere che siamo tutti noi incapaci di cambiare e di sfidare il rischio e le inevitabili avversità. Il male del nostro paese si chiama opportunismo, o meglio: lasciami stare, che mi è sempre andato bene così!

I link di questo post son locali, riferiti a fatti veneziani. Fatti della mia città che per 1000 e più anni ha conquistato i mari e innovato commerci, politica e stili di vita. Oggi è lo specchio del paese in cui viviamo, ovvero un posto vecchio, corrotto e decadente che vive nel ricordo delle sue glorie e vorrebbe continuare a vivere solo di rendita mentre gli antichi nemici e amici  turchi, cinesi e russi se la stanno comprando a pezzettini.

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