Paese fottuto

Mestre, operosa cittadina del Nord Est italico, ore 8.45 presso un ufficio pubblico dello Stato.

Nella guardiola un commesso/usciere sta giocando a ruzzle o a sudoku con il suo smartphone.

Buon giorno, avrei bisogno di ………

Un attimo che ghe domando a la me colèga

Mette il telefono in vivavoce ed estende la richiesta alla collega che, dall’altro capo del telefono risponde:

dighe che l’orario xe dae diese e …..

WTF! Probabilmente era l’altro giocatore di ruzzle on line che ho distratto dalla concentrazione sulla partita.

Ora avanti un altro di quelli che mi invita a resistere e a non persuadere i miei figli a scappare all’estero.

2 Comments

  1. Non ho resistito dal seguire la lettura del tuo post, visto che il relativo titolo riecheggia quotidianamente nella mia mente, ogni volta che cerco di capire se esista una qualche possibilità di fattivo cambiamento delle dinamiche organizzative del “sistema” p.a. e, quindi, anche della società italiana nel suo complesso.
    Ogni volta arrivo alla solita conclusione, il sistema p.a. non è in grado di cambiare perché sia all’esterno (politica e cittadini) sia al suo interno (management, funzionari e impiegati) è totalmente assente (o, meglio, è concentrata in isole autoreferenziali) la cultura organizzativa di base necessaria a dare implementazione alle norme poste dal legislatore al fine di dotare la p.a. di strumenti di gestione tipici dell’azienda (strumenti di cui oggi siamo dotati in quantità: abbiamo codificato l’utilizzo dei modelli di qualità, abbiamo previsto i cicli di pianificazione-programmazione-gestione e controllo di gestione, abbiamo le norme che prevedono la valutazione delle strutture e delle persone che operano nella p.a., abbiamo norme e linee guida per l’orientamento al cliente, ai servizi, ai processi, per la customer satisfaction, per il CRM, ecc, ecc.).
    Le questioni della “professionalità” (la prospettiva di riuscire ad avere impiegati pubblici di qualità) e del “merito” (la possibilità che le persone formate, e soprattutto capaci, non debbano mettersi in coda dietro a persone con “requisiti differenti”; e non sono dunque costrette a domandarsi se espatriare), e quindi, l’idea di un sostanziale nuovo modo di essere e di agire della p.a., sono direttamente conseguenti alla capacità della p.a., e in particolare del suo management, di attingere consapevolmente ad una diffusa cultura organizzativa di base, di cui a mio parere iniziamo a sentire la mancanza in troppi ambiti di vita del nostro “bel” paese.
    Per chiudere, scusa per la prolissità del ragionamento, purtroppo (pur mantenendo nell’intimo una speranzosa illusione di risveglio culturale del Paese), non credo ci si debba vergognare di consigliare ai propri figli di scappare all’estero. Tanto più che, spesso (ma credo che sia quasi un’evidenza statistica), gli stessi che invitano a resistere nell’atto di persuasione alla fuga, o hanno i propri figli residenti oltre confine, o li hanno spediti a studiare in qualche università straniera.

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