La sindrome del freno a mano

freno a mano

Michele mi chiama in causa nel suo ultimo post e volentieri rispondo, approfittando per stendere alcune considerazioni molto personali e, purtroppo, molto negative.

Il suo slogan lo faccio mio: ‘ Valorizziamo per questa volta i disubbidienti, coloro che “sbaraccano la burocrazia”, coloro che hanno coraggio di innovare contro tutti. Premiamo coloro che sono stati degradati per le loro idee

…. e non potrebbe essere altrimenti, proprio perchè ne son convinto e con lui mi batto da anni (anche se con ruoli e responsabilità molto diverse) per aggregare una task force di innovatori disubbidienti.

Quello che proviamo a fare, a suggerire, a provocare e persino a premiare (se ci è concesso il ruolo in qualche occasione) ha sicuramente del fascino, dell’appeal e non nascondo che molto spesso ti gratifica con delle effimere pacche sulle spalle.

Son anni e anni che continuo a provocare e a raccogliere consensi da persone che si dimostrano affascinate da certe suggestioni poi, però, succede sempre la stessa cosa: scatta la sindrome del freno a mano!

Ho provato ad analizzare il perchè e ad adottare persino strategie diverse per ottenere risultati stabili ma, ogni volta, qualcuno ha tirato il freno a mano.

Succede quasi sempre così:

A) Il fascino del nuovo.

E’ indubbio che quando proponi qualcosa di nuovo che rompe schemi e convenzioni, tutti si lasciano affascinare. Beh non proprio tutti, gli scettici a prescindere ci sono sempre, ma credo sia un problema caratteriale.

Ho visto fior di manager e di decisori che al loro primo giorno di mandato ti chiamano e ti chiedono: ‘dai raccontami qualcosa di nuovo che spacca tutto, ….. dai dai che poi che lo facciamo‘. E per un po’ cavalcano l’idea e la sfida. Poi, pian piano, entrano nel girone infernale della contingenza, del quotidiano, del complesso, del compromissorio e cominciano a tirare il freno a mano.

B) Il ruolo

Qualcosa (quasi sempre qualcuno a dire il vero) gli fa capire che le rivoluzioni lasciano morti e feriti per strada ed è meglio aspettare, praticare la politica dei piccoli passi.

Cosa si giocano? Il ruolo ovviamente! Quando fai una rivoluzione, i ruoli son messi in discussione e questo crea grossissimi problemi a chi deve difendere per primo la sua posizione personale. Dunque gli stessi che consigliano prudenza, tatticismo e pragmatismo son quelli che per primi affidano al decisore la difesa del loro ruolo.

La gran parte delle leggi (tu lo sai bene Michele), son scritte dai tecnici. Ti sei mai chiesto perchè enunciano principi e non contengono alcuna soluzione?

Accettare incondizionatamente una sfida significa accettare il fatto che E’ POSSIBILE SBAGLIARE! Ma non in Italia. La nostra cultura manageriale si è arenata proprio su questo problema. Tutti i manager credono di essere bravi difendendo il loro ruolo dai possibili rischi. Ergo, stanno fermi e ricacciano indietro gli innovatori. E, soprattutto, congelano normative, regolamenti e leggi con tatticismi tesi solo a posticipare tutto. A rimandare a un successivo …… qualcosa!

C) Stallo

Ci son casi in cui, come dici tu Michele, qualcuno è stato persino degradato ma, nella maggior parte dei casi è molto peggio. Molto peggio.

Nella maggior parte dei casi vieni usato. Ti illudono di essere l’apriscatole e poi ti fanno apparire come il rompiscatole.

Questo genera lo stallo e il ritardo nell’accettare le sfide e il cambiamento.

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Caro Michele, anche a me affascina il nuovo e mi appassiona tutto quello che ancora deve accadere. Ma ciò non da certezze. I decisori e i manager preferiscono non rischiare, non sbagliare e ci mandano avanti a fare gli evangelisti per poi rinnegarci e ,  purtroppo sempre più spesso, sbeffeggiarci alle spalle.

Ora il tema che tu poni va ricondotto sui binari del possibile. E su questo ti do garanzia che faremo ogni sforzo per valutare con criteri diversi i progetti del premio eGov.

Sul resto delle mie considerazioni, purtroppo molto pessimistiche, non posso che manifestarti il mio disagio. Vivo un momento di grande sofferenza, non per me, sia chiaro, ho avuto dalla vita tante gioie e soprattutto migliaia di relazioni positive che mi hanno fatto crescere. Ho conosciuto molte fra le più belle teste del paese ma ho anche capito che devo spingere i miei figli ad andarsene al più presto. Tomasi di Lampedusa ci aveva fotografati talmente bene che quella fotografia, ahimè, non sbiadirà mai!

Un abbraccio

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