Generazioni

Leggo, lurko, ogni tanto mi acciglio un po’. Li conosco, alcuni posso definirli amici. Forse.

Eppure c’è qualcosa che stona e che non torna. Non le rivendicazioni, le aspettative, le speranze. Forse i modi, le sfumature, chissà. Ora scalciano, chiedono spazio, e prendono di mira tutti quelli che gli stanno davanti. In senso generazionale. Lo fanno sul web.

Ho figlie maggiorenni, brave, laureate o laureande che, aspettando qualcosa di meglio, lavorano come commesse.

Ho anche amici trentenni che appena usciti dall’università pretendono di fare i manager.

Fra i due estremi c’è un mondo di ragionamenti, di ideologie, di retropensieri e di opportunismi. Ma anche di storia.

E allora ricordo il ’69, l’autunno caldo. Probabilmente nessuno lo ricorda, e molti di quelli che ora scalciano non erano ancora nati. Mio padre scioperava da mesi, difendeva lo stato sociale. Eravamo alla fame, la crisi attuale mi fa ridere, al confronto. Venne il giorno che ci chiese anche i risparmi del porcellino. Si, il porcellino quello sopra il frigorifero, dove noi figli mettevamo i nostri piccoli risparmi.

Era appena passato il ’68 e aveva lasciato il segno. La classe operaia e quella studentesca andavano in piazza a braccetto. Rivendicavano diritti che ora, molti trentenni, forse giustamente considerano la causa di tutti i mali: il posto fisso, l’assistenza garantita, la pensione, ecc.

Chi ci stava davanti, sempre da un punto di vista generazionale, non ce la fece passar liscia. Per 20 anni molti giovani illusi, ideologizzati, sfruttati dai partiti (il PCI per primo), arruolati dalla malavita, furono sacrificati e persero la vita. Chi protestava non aveva il web, a volte è utile ricordarlo. Non aveva amplificatori mediali, doveva farsi il mazzo con il volantinaggio, nelle scuole e nelle fabbriche.

Poi vennero gli anni della spesa, del benessere e del menefreghismo. Gli yuppies non avevano studiato molto, ma erano la generazione da bere e pretendevano di aver in mano le redini del paese. Successe che una generazione intera venne lasciata fuori dalle stanze dei bottoni. Succede spesso nella storia. E gli yuppies vinsero e diventarono manager.

E allora ricordo che feci il cameriere, il commesso in una vetreria, vendevo enciclopedie nei cinema, poi feci il custode di museo, l’impiegato in tribunale, e tanti altri mestieri. Trovai infine la via dello sport e poi quella della professione. Ci misi quasi 15 anni a stabilizzarmi.

Come me, molti dei miei coetanei.

Ecco, io sono uno di quelli che stanno davanti. E che spesso, per chi legge con continuità questo blog, urla: largo ai giovani!

Si, largo ai giovani, quelli meritevoli e quelli che combattono davvero, in silenzio e con dignità, tutti i giorni dando e dandosi speranza, senza mugugnare ma facendo, con grande umiltà, tutti i mestieri possibili e probabili per arrivare un giorno a trovare la loro dimensione.

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