Civic commons

E’ indubbio, come più volte argomentato su questo spazio, che la rinnovata spinta alla partecipazione, favorita dalla fidelizzazione dei cittadini con i social media e facilitata dalle dinamiche di uno user empowerment sempre più evidente, tende ormai a rafforzare sempre più il senso di cittadinanza democratica che trova al sua massima espressione sui palinsesti digitali e, in particolar modo, sul web.

La capacità di includere queste forme di partecipazione e di consapevolezza democratica in un contesto di governance condivisa che spesso è stato definito GOVERNO 2.0, non può prescindere dalla lungimiranza dei decisori che sono chiamati in varie forme a governare la cosa pubblica.

Aprire il governo a forme di condivisione durante la gestione della delega, richiede uno sforzo incredibile da parte dei politici che, però, sono spesso più lungimiranti dei manager che dovrebbero applicare queste forme, regolamentarle e renderle possibili a tutti i livelli e, più facilmente, laddove la sussidiarità è più prossima, ovvero le municipalità.

Servono dunque dei luoghi (spazi web) che, prendendo spunto dalle considerazioni di Gurevitch, Coleman, Blumler, riprese anche da Cioni Marinelli nel libro Tra televisioni e social network, e che possiamo accettare con la definizione di CIVIC COMMONS!

[…] sostenere il potenziale emancipativo dell’ambiente dei nuovi media, dando forma ad uno spazio on line nel quale le energie disperse, la capacità di autoorganizzarsi, e le aspirazioni dei cittadini possono essere rappresentate, in pubblico, all’interno di un processo di feedback continuo nei confronti dei vari livelli e centri della governance. I ‘civic commons’, come li abbiamo chiamati, sarebbero una struttura permanente che funziona come uno spazio protetto per l’interazione civica […] Sarebbe uno spazio in cui gli individui e i gruppi possono svolgere attività di propaganda per dare forma all’agenda legislativa, le istituzioni locali e parlamentari possono consultarsi con i cittadini on-line, le Amministrazioni Pubbliche sono tenute a rendere conto agli utenti, e le questioni più attuali e sensibili possono essere discusse apertamente in pubblici dibattiti ordinatamente moderati e capaci di produrre risultati.[…] La creazione di  ‘civic commons’ , operanti on-line, implicherebbe l’istituzione di un tipo assolutamente nuovo di agenzie pubbliche, create dal Governo ma indipendenti da esso nella loro attività quotidiana, con il compito di stabilire links, tra la comunicazione e la politica e di connettere la voce dei cittadini in maniera più significativa con le attività quotidiane delle istituzioni democratiche […]

Dunque luoghi tutti da costruire o da reinventare, dopo il periodo iniziale connotato da un hacking più o meno spinto che ha prodotto i totem più volte citati:

http://www.fixmystreet.com

http://www.mybikelane.com

http://www.theyworkforyou.com/

http://www.writetothem.com/

…. molti dei quali partoriti sotto il cappello di http://www.mysociety.org/.

O luoghi dove la Pubblica Amministrazione accetta incondizionatamente il paradigma del web sociale e lo fa suo, come nel caso (anche questo più volte citato) di http://iris.comune.venezia.it che ben rappresenta questa ibridazione e questa logica evoluzione del civic hacking in un processo gestito, o meglio co-gestito.

La sfida, dunque, è quella di portare le dinamiche e i paradigmi dentro un processo che generi azioni tangibili, visibili, spesso frutto di applicazioni e servizi da erogare sul web a beneficio e VANTAGGIO della cittadinanza.

E qui sorge il dubbio: Chi lo deve fare? Come lo deve fare?
Ricordo che, proprio il sottoscritto, animò una discussione e un tavolo di lavoro durante il Barcamp del 2010: http://www.innovatoripa.it/posts/2010/05/1153/barcamp-2010-marketplace-delle-applicazioni-la-pa-italiana quando l’esperienza di Apps.gov sembrava l’unica praticabile. Sembra ieri, ma di acqua ne è passata tanta sotto i ponti e oggi abbiamo l’Open Data che avanza, i contest: http://www.appsforitaly.org e le prime esperienze di applicazioni da aggregare e da offrire alle Agenzie Pubbliche per superare il tema obsoleto e decisamente fallito del RIUSO.

Operazione completata? A mio avviso no. Spesso e volentieri manca il coinvolgimento del beneficiario finale e le applicazioni proposte sono frutto della percezione e dell’abilità di singoli o di gruppi ristretti, ma non sono state generate dopo un’attenta lettura dei fabbisogni reali.

Il successo di un applicazione e di un servizio per i cittadini non può prescindere dal loro coinvolgimento, a tutti i livelli (decisionale, cretivo, tecnologico di governance, di valutazione del risultato, ecc.)

A commons is a public space that is shared for the public good. The Civic Commons will be that, as well–a shared space for the public conversation about the issues we all care about.”

Dunque un marketplace dal basso è possibile e l’esperienza di http://marketplace.civiccommons.org/ può essere un buon esempio da applicare anche in Italia.

Credo che questo tema sia da mettere in agenda immediatamente dopo la chiusura del contest di Appsforitaly, senza indugi, senza se e senza ma. La democrazia partecipativa genera valore se i vantaggi percepiti dai cittadini possono concretizzarsi in azioni reali, senza la mediazione (o con una minima mediazione) dell’apparato governativo.

Keep in touch.

 

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