Il Ministro della rete

Leggo da una decina di giorni numerosi appelli e lettere a un ipotetico Ministro di Internet. Altre lettere e petizioni, più banalmente, invocano un Ministro dell’innovazione, come se rete, internet e digitale fossero sinonimi di innovazione.

Di banalità ne leggo molte e mi spiace sottolinearlo con acidità e supponenza ma, quando ci vuole ci vuole. Riportiamo i temi e i contesti nei loro confini, per favore e proviamo ad analizzare i problemi strutturali di questo paese.

Se vogliamo continuare a parlare di innovazione, forse, dobbiamo scrollarci di dosso questa analogia inesistente. Lo scrivevo mesi fa, per ricordarlo a me stesso e a chi legge:

….. Non basta nemmeno farsi pervadere ogni giorno dall’ultima tecnologia digitale. L’inovazione non è solo tecnologia.

Ecco il punto, dolente. Ogni smanettone abile, curioso e appassionato di tecnologia si erge ad innovatore. E spesso si spaccia pure per esperto …..

Senza scomodare i dizionari ufficiali, basta dare un occhiata alla nostra cara Wikipedia per rendersi conto che l’innovazione è una filosofia complessa che si attua solamente cambiando i processi organizzativi e non solo: “… Innovazione è una’attività di pensiero che, elevando il livello di conoscenza attuale, perfeziona un processo …”.

L’innovazione non è “rinnovamento tecnologico”. L’innovazione non è “adeguamento tecnologico”. L’innovazione non è “predisposizione tecnologica”. E lo sottolineo ancora, perchè la maggiorparte dei cenacoli, dei social network tematici, dei blog che argomentano sul tema, continuano a confondere il costante e obbligato rinnovamento tecnologico, con l’innovazione.

Un ulteriore spunto me lo offre l’editoriale di Carlo Mochi su ForumPA:

“Si può certamente fare a meno di un Ministro per l’Innovazione (o tanto più di un immaginifico Ministro per Internet!), ma non si può fare a meno, quindi, di una politica di innovazione che sia unitaria, coesa e di lungo periodo ……

….. Ripeto: per tutto questo e per le altre decisive scelte che abbiamo davanti, e che ho volutamente trascurato, non serve necessariamente un Ministro per l’innovazione, ma serve necessariamente una lungimirante politica per l’innovazione.”

Dunque la politica, intesa come mandato, come compito, come onere derivato da una delega e soprattutto come obbligo a perseguire ed attuare un programma scelto e votato dalla maggioranza dei cittadini è lo strumento unico e strategico.

La politica deve fare suo il processo innovativo e proporlo come regola in ogni settore sociale ed economico. Dunque una politica che favorisca il cambiamento dei processi che, purtroppo, in Italia sono quelli che connotavano la società del secolo scorso.

Cambiare i processi significa dunque innovare. Non cambiarli, significa conservare, stagnare e deprimere.

Veniamo però al tema delle Agende digitali (Europee, nazionali???, locali, ecc.). E’ vero che molti studiosi ed economisti indicano nel digitale un opportunità e, quasi dappertutto, questo tema viene suddiviso in tre sottotemi fondamentali (INFRASTRUTTURA, SERVIZI e CULTURA).

Si dice, si profetizza, si enuncia ovunque che perseguire processi innovativi basati fortemente sull’ausilio delle tecnologie favorisca una nuova economia e un nuovo benessere. Forse è vero, ma non è scontato.

Una società che non sa innovare i processi organizzativi non può pretendere che gli stessi vengano cambiati dagli strumenti tecnologici. Non basta dotarsi di infrastruttura e servizi, serve soprattutto un cambio di passo culturale che solo un’accorta politica può determinare.

Dei tre sottotemi suddetti (INFRASTRUTTURA, SERVIZI e CULTURA), viene spesso ignorato il terzo. E la politica per prima lo ignora. Come si può pensare che un economia fordista e conservatrice, basata su processi organizzativi datati, possa trarre benefici solamente dall’infrastruttura e dai servizi?

Pensiamo solo a uno dei tanti temi che la politica attuale sta affrontando: il denaro elettronico. Infrastruttura e servizi per aderire incondizionatamente a questo processo, ci sono già.

Si pensa di poter emanare una legge che obblighi l’uso del denaro elettronico da parte delle PMI, da parte degli artigiani e commercianti al dettaglio per combattere l’evasione. Giusto, giustissimo? Ma su quale pianeta?

Quello italiano? Dove non trovi nemmeno il POS dal benzinaio? Per non parlare del meccanico o del fiorista?

Sul pianeta Italia dove si stima che a Natale l’eCommerce favorirà solo il 6% degli acquisti totali?

In Italia dove la maggioranza dei notai e degli avvocati pretendono l’assegno cartaceo e se gli parli di bonifico ti credono un marziano?

E potrei affrontare ogni tema dell’Agenda politica attuale e dimostrare che non c’è volontà di attingere ai vantaggi del digitale perchè è chiaro che ciò comporterebbe un cambiamento dei processi organizzativi. Chi gestisce l’home banking del carrozziere che ogni sera va a consegnare il denaro di carta alla cassa continua? Chi gestisce il sito di eCommerce del fiorista?

Non serve un ministro digitale o un ministro della rete, serve un azione di alfabetizzazione di massa che parte dalle scuole e arriva alle università, ma passa anche per dei 118 digitali (veri e propri centri di primo intervento) che aiutino le aziende a comprendere che i nuovi processi organizzativi possono trarre vantaggio dal digitale se, prima di tutto, ci si apre incondizionatamente al cambiamento e all’innovazione dei processi organizzativi. BISOGNA CAMBIARE IL MODO DI LAVORARE E RELAZIONARSI!

Non c’è alternativa e, per fare ciò, non serve un Ministro, serve che tutta la classe politica metta al centro dei programmi della prossima legislatura una nuova alfabetizzazione di massa perchè, oggi, il nostro problema è che siamo IGNORANTI e purtroppo, molti politici sono solo degli IGNORANTI CON L’IPAD!

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