7 Comments

  1. Purtroppo il tempo di fare un post mi manca, pero’ lancio comunque la continuazione a quello che hai giustamente fatto notare, caro Gigi.

    Dal tuo post su wired c’è questo:

    Impatto economico. Un passo indietro della pubblica amministrazione darebbe dunque ossigeno immediato a tutta una serie di start-up e di giovani web agency che potrebbero incentivare la crescita di nuovi distretti dell’economia immateriale e rappresenterebbero quel nuovo sistema produttivo che, pian piano, andrebbe a sostituirsi a quello della produzione fordista oggi in crisi, e sostenuto solo dagli aiuti di stato.

    Quindi serve chiarire la questione economica: che incentivi e che disincentivi ci sono per la PA e per i privati nella gestione e nella creazione e distribuzione degli Open Data?

    Prima di rispondere, invito a leggere due post, con il mondo dentro.
    -> Freebase Gridworks, Data-Journalism and Open Data Network Effects
    -> Drivers vs. Enablers

    Al di là degli strumenti, quello che si chiede Stefano è questo: se io creo e rendo disponibile uno strumento per rendere semplici aggregazioni dati anche complesse da fonti open e non sto creando un’innovazione disruptive nel Mercato dell’integrazione dati. Il dilemma si pone quando nello strumento è insito il Network Effect, cioè la capacità poi di rimandare quella rielaborazione di un singolo indietro, per creare innovazione distribuita. ( un po’ come si faceva con Seti@home o come si fa con le pagine Web, che ricombinano in maniera creativa i contenuti grazie ai link e al loro costo nullo ).
    Che incentivi ci sono e che problemi ci sono nel rendere palese questo Network Effect? ( si pensi al dilemma dell’equilibrio di Nash e dei free riders ) Ovviamente è una domanda aperta…

    Prendo un estratto dal primo:

    It is in that spirit that this tweet today from @delineator that made me stop and ponder (emphasis is mine):

    @symroe I’m making a lot of use of gridworks too – are you uploading your data back into freebase? not sure if I want to give them the scoop

    This is something that was in the back of my mind but I had not put in such clear terms before: the people digging for open data gold might be keen to praise and support all efforts that make more free data and free tools available (as they feel it makes it easier for them to find their digital gold), but while they have clear and established incentives to reveal their findings (what is the story and where they found it, which is the foundation of their credibility as journalists), they do not (yet) have incentives to reveal how they got to it or to share the result of the data curation effort with others. This is because they worry that it might only make it easier for others to find other stories from that pile of already cleaned data and thus, de-facto, ’steal’ it from them.

    This is not much different, for example, to what happened with the human genome project when public and private institutions started to race to compile the entire map of the human DNA: only when the costs of DNA sequencing became so low as to make their proprietary advantage in data hoarding marginal, private institutions started to share their data with public efforts.

    The principal network effect attractor for Gridworks is the notion that internal consistency, external reconciliation and data integration between heterogeneous datasets are surprisingly expensive even for the most trivial and well covered data domain (this is something Metaweb learned the hard way while building Freebase).

    This fact makes “curated open data hoarding” an unstable equilibrium: all it takes is one person to be a little less selfish and share their partially curated datasets in an open shared space in order to share the curation cost with others to disrupt the proprietary advantage of hoarding. This is very similar to the idea of creating a vendor branch of an open source project and make money off of the proprietary fork: it works only if the vendor branch is as effective as the open community to keep up with innovation and evolution of the ecosystem (and history of open software shows this is hardly ever a sustainable business model if the underlying community is healthy and vibrant).

    Proviamo a fare una sintesi, vista la quantità di spunti?

    Io ho lanciato il sasso, e su questo torno appena posso con almeno un paio di post. Ricordo che questi framework di cui parlano sono un passaggio OLTRE al semplice mettere i dati in forma Open Data e Linked Data, e quindi connessi perfettamente con il Web. Perchè si mette nelle mani dell’economia della conoscenza anche lo sforzo di creare dataset aggregati dotati di senso
    Quello che negli USA inizia ad essere chiamato appunto Data Journalism.

    Alla fine permettono di inserire e di dare alla collettività lo sforzo di aggregazione di quei dati, e di un minimo di navigabilità ( che oggi invece è il luogo dove si puo’ e si deve innovare ).

    Visto che serve capire perchè la PA dovrebbe investire negli Open Data, occorre magari guardare un po’ in là in questa nuova filiera della catena del valore e capire come si ci potrebbe porre. Giusto per avere un quadro completo e chiaro…

    The thing is: with Exhibit, or with any other system that makes the entire data available (this includes Freebase), the immediate perception that people have is that making their entire dataset available to others is clearly benefiting others and doesn’t seem to offer clear benefits for them (which was the central issue of my previous post).

    Sure, you can try to guilt-trip them into releasing their data (cultural pressure) or use reciprocal licensing models (legal pressure), but really, the driver that works best is when people want to collaborate with one another (or are not bothered by others doing it on their own work) because they immediately perceive value in doing so.

    Both Exhibit and Gridworks were designed with the explicit goal to be at first drivers for individual adoption (so that you have a social platform to work with) and potential enablers for collaborative action later (so that you can experiment with trying to build these network effects); but a critical condition for the collaborative enabler is that it must not reduce the benefit of individual adoption or otherwise it will reduce its ability to drive network effects.

    Incentivi e disincentivi non scontati per un passaggio notevole dell’economia immateriale devo dire. Ah, e questo è il MIT, dove ci si scontra su questi temi da diversi anni. Io li terrei d’occhio .)

    E qui, su queste cose, si potrebbe collegarsi anche alla decrescita: perchè sto spostando la catena del valore e l’economia dello sharing toglie dal Mercato quello che non dovrebbe essere del Mercato, no? Lo rende un commons, almeno in parte. Bisogna capire come gestire i free riders, però.

    Non tutti i beni sono merci, e non tutte le merci sono beni .) Dal mio punto di vista questa è la motivazione principale per cercare il giusto equilibrio su tali questioni.

    Non dovremmo più confondere il concetto di merce con quello di bene. Quindi dovremo anche cambiare il misuratore della ricchezza nazionale. E rincorrere una decrescita. Dove per decrescita si intende una riduzione volontaria della produzione di alcuni tipi di merci che si ritengono inutili o dannose”. Sì, perché la decrescita presuppone una valutazione qualitativa di ciò che si ritiene utile produrre, di quanto si ritiene utile produrre e di come si produce.

    Da “Felicità sostenibile“.

    Credo sia impossibile spiegare l’economia dello sharing e degli open data senza ricorrere a questo fine, in un certo senso. E credo sia per questo che l’economia immateriale oggi presenta così tanti problemi ad essere compresa, ed ancor più, tutelata.

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    1. Eccomi qua Matteo, hai fatto un commento che è un vero post :-)

      Ho letto tutto con attenzione e questa frase che hai scritto: "….E qui, su queste cose, si potrebbe collegarsi anche alla decrescita: perchè sto spostando la catena del valore e l'economia dello sharing toglie dal Mercato quello che non dovrebbe essere del Mercato, no? Lo rende un commons, almeno in parte. Bisogna capire come gestire i free riders, però….", mi stimola un casino, anche perchè vengo da due giorni di elucubrazioni su floss e etica, ecc ecc. E di GAS e di decrescita si è parlato, come puoi immaginare leggendo il mio post su Cagliari.

      Riprendiamolo questo discorso, alla prima occasione. Credo anch'io che, al di là delle nuova economia sia tempo di affrontare il tema di un "economia migliore".

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      1. @gigi: già alla fine è proprio un post, in un certo senso…
        E’ che sono cose che hanno trovato un climax dentro di me grazie a sinergie oggi chiare e sulle quali ci si puo’ confrontare. Erano latenti, in effetti.

        Al di là della questione incentivi e disincentivi, occorre considerare il commons dei dati che si va a creare con la nuvola dei Linked Data. Un luogo dove grazie agli agli Open Data, il sapere collettivo degli Stati e delle PA mondiali possono interagire senza gli atriti classici dei costi di accesso e di gestione dell’economia informativa fisica ( o meglio, molto molto molto minori rispetto alle modalità consuete ).

        L’effetto di questo nuovo permanere trasparente di un ecosistema pronto all’uso crea un effetto dirompente sulla possibilità di far emergere la filiera lunga dei beni che si producono, ben al di là della filiera gestita oggi dalla singola azienda, sotto il controllo delle normative statali.

        Il costo sociale, quello vero, diventa molto più esplicito proprio da chi ha interesse a farlo emergere: la cittadinanza attiva e gli Stati che hanno capito dove stiamo andando. Una prima base per una minore asimmetria informativa che apre un nuovo motivo per generare un’economia migliore.
        Non per niente in America inizia ad essere chiamato Data Journalism, in effetti. Un giornalismo non più fatto solo sull’emergenza dei fatti, o sulla loro visualizzazione per dirla alla De Biase, ma su una vera e propria gestione dei dati e non più solo delle parole.
        Non più vittime dell’interpretazione delle cifre, ma consapevoli poi che le cifre sono in un commons comune a tutti, sotto il controllo collettivo della cittadinanza. .) e qui in Italia non è poca cosa…

        E’ qui che vedo l’unione degli sforzi della cittadinanza attiva oggi racchiusa nei GAS e nelle province che possa dal basso far emergere maggiore sostenibilità al sistema in quanto tale.

        Stiamo lavorando ad un bene comune che è fondamentale, a mio avviso.
        Si sta lavorando per fornire una tracciabilità universale ai dati ed ai loro movimenti ( e qui si deve gestire cosa va messo online e cosa no, ovviamente ), grazie al fatto che diventano esplicite le relazioni ( grazie agli URI e al Linked Data ). Pensa alla Supply Chain, e al reale costo sociale delle risorse e dei lavorati, se diventa ben rappresentato il flusso con i costi ad ogni fase e a carico di chi ( non tanto a livello di nome, quanto di privato o di collettività con le tasse che diventerebbero trasparenti grazie agli open data in maniera aggregata ).
        Riesco a vedere che fasi vengono coperte con le tasse, e quali vengono date in mano al libero mercato. E alla fine ho ben rappresentato il flusso finale.

        Open Data nel mondo dell’archeologia, per quanto riguarda la storia invece, porterebbe ad altri vantaggi indiscutibili:
        -> Open Data in Archaeology
        Pensiamo alla scuola e allo spirito critico che si potrebbe mettere in campo…

        Io sto mettendo un piccolo piede di porco sulla trasparenza del mondo dell’advertising: ma qui nelle prossime settimane arriveranno news in merito.

        Quello che vedo è che la famosa etica e sostenibilità che oggi è vista da pochi, e magari in forme diverse, applicata a questo nuovo commons in fase di creazione di dati, possa essere finalmente esplicitata in n forme comprensibili a tutti, con numeri alla mano e ben esplicitanti il reale flusso negativo in atto oggi nella gestione delle risorse.

        Un flusso oggi nascosto tra le maglie dei dati delle filiere, che non emerge facilmente. Un flusso che un contantore come il PIL, puramente quantitativo non sarà mai in grado di raccontare.
        Ma che la cittadinanza attiva con gli open data legati tra loro nei Linked Data potrà dar un peso qualitativo ben preciso, finalmente.

        Un po’ come le bibliografie dei libri e relative citazioni prima dell’introduzione dell’ipertesto, se vogliamo.
        Emergeva davvero il flusso relativo ad un concetto presente in un libro citato, e ripreso poi in quello che si stava leggendo? Era faticoso renderlo esplicito.

        Pensiamolo oggi con l’ipertesto come è stato potenziato questo capitale di relazione tra idee.
        Potere del link.
        Pensiamolo sui dati lo stesso passaggio…

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      2. Matteo mi sto chiedendo che ruolo avranno le multinazionali dell’ICT. Tutto quello ch dici è davvero affascinante ma sai come funzionano le cose da noi, vero? Con le commesse, gli appalti, ecc. Ne parleremo a Venezia dai, la cosa è affascinante ma il percorso irto di resistenze, IMHO!

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      3. @gigi: io ho questo pensiero in potenza, interpretando le possibilità a nostra disposizione. Poi ovviamente si parte da un sottostrato che tu conosci molto meglio, pero’ queste sono le prime possibilità.

        Anche solo gestirne una minima parte, darebbe il via a innovazioni sociali mica piccole.

        E nemmeno a farlo apposta, guarda cosa è uscito venerdì ma io l’ho visto solo oggi:
        -> wurvoc.org – linked open data for Quality of Life

        Sul tema qualità della vita .)

        Sharing and exploiting knowledge sources is vital to the domain of agriculture, food and living environment or Quality of Life in general. Public information should be available freely. In particular if this information is formalized along the lines of the Semantic Web, or as Linked Data, direct electronic access can have a strong impact on innovation in this area.

        The objective of wurvoc.org is to publish vocabularies and associated web services relevant to this domain. Here, you can browse our vocabularies and directly interface with them. The vocabularies are the result of publicly financed projects. They are mostly based on multiple sources. Presently wurvoc.org provides vocabularies on the general domain of physical units and quantities, food additives, drinks and dairy products. Feedback on content and structure of the vocabularies is most welcome.

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