Radici umanistiche

Questa parte della tesi verrà tagliata. Infatti, l’elaborazione prenderà una piega più tecnica. Per cui, rimarrà qui sul blog a futura memoria :-(

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L’uomo, sin dalla notte dei tempi, ha manifestato la sua indole curiosa e si è dimostrato molto attratto da tutto ciò che lo circondava. Quando finalmente è riuscito a domare le maggior parte delle sue paure e a sfogare appieno questi sentimenti con più razionalità, ha iniziato a costruire quella che oggi chiamiamo “civiltà”. La liberazione del suo pensiero dalle paure gli ha permesso, infatti, di creare con continuità e più intensità le opere del suo ingegno che, sino a quel momento, erano frutto quasi esclusivo della necessità di risolvere gli elementi critici della sua esistenza.

Il pensiero, si sa, ha bisogno anche di sostegno, di consenso e di celebrazione per affermarsi come filosofia e spesso proprio il consenso e la sua affermazione possono decretare la “genialità” di chi lo ha espresso.

Proprio la genialità degli antichi e la voglia di conoscere, crescere e competere è stata fondamentale e, grazie ad essa, si sono sviluppate le più grandi civiltà del passato.

La crescita e l’espansione di queste civiltà sono il prodotto di una miscela straordinaria che ha saputo unire la potenza e le strategie militari alla conseguente diffusione della cultura, della scienza e della lingua le quali, quasi sempre, sono figlie del genio e dell’estro dell’uomo.

Le civiltà che si sono imposte sulle altre, sono quelle che sono riuscite a imprimere maggiormente un segno duraturo dei propri fondamenti tramandandoli per lungo tempo, grazie anche alla tradizione scritta che ha favorito la persistenza e quindi il passaggio alle generazioni successive.

Infatti, è proprio nel momento in cui la tradizione orale ed iconografica è stata affiancata dalla scrittura che si sono sviluppate le più grandi civiltà del passato. Basta pensare al ruolo importantissimo di Omero che con le sue raccolte (Iliade e Odissea) ha permesso di non disperdere i racconti degli Aedi che, sino al suo intervento, venivano tramandati solo oralmente. Il paradosso quasi incredibile ha voluto che questa necessità fosse sentita da un poeta cieco. Ma per capire questa trasformazione va tenuta ben presente la distinzione fra parlato e scritto: “la scrittura, infatti, più che a fotografare ciò che diciamo, serve a raggiungere risultati diversi da quelli che si ottengono parlando [….] La scrittura consente di recuperare l’informazione, attraverso la rilettura, anche a distanza di tempo” (Bruni, 2006)

Tramandare i fondamenti delle civiltà antiche significa anche seguire il percorso del pensiero dell’uomo e i frutti che questo ha generato nel corso dei secoli. Proprio perché la scrittura ha una durata nel tempo (mentre il parlato è istantaneo e si consuma nel momento in cui viene espresso), essa è risultata la più adatta a tramandare l’esperienza e quindi la tradizione. “Verba volant scripta manent”.

E’ forse superfluo ricordare che la trasmissione delle informazioni è uno dei compiti principali della scrittura e grazie a chi ha curato nei secoli questo compito, possiamo oggi capire molte cose sul pensiero dell’uomo, e non solo sulle sue azioni.

Guardando al passato possiamo considerare diversi momenti di sviluppo e di stabilizzazione delle forme scrittorie che si sono tramandate fino ai nostri tempi. Dai primi sistemi come l’abaco cinese e il sistema di numerazione indiano Brahmagupta, che hanno iniziato ad affermarsi già 3000 anni orsono nell’oriente del mondo, fino alla scrittura, il cui sviluppo nel mondo occidentale si tende a fissare in tre precisi momenti per le diverse tipologie: a. manuale, b. meccanica, c. digitale. Tre momenti fondamentali in cui l’uomo si è sentito davvero al centro dell’universo: a. periodo delle civiltà della Mesopotamia e della valle del Nilo, b. Rinascimento c. il momento attuale che stiamo vivendo.

Un’ escursione importante ci porta anche a considerare il concetto di autorialità legato alla scrittura, ovvero il piglio inventivo e autorevole dell’autore, e anche la sua importanza nei momenti storici suddetti. Infatti, citando ad esempio le Tavole della Legge, queste possono essere percepite come un testo senza autorialità. Nel rompere le tavole Mosè ha di fatto dematerializzato i Dieci Comandamenti separando l’autore dal testo. Grazie a questo schema possiamo comprendere che nell’antichità non era importante colui che ha scritto la parola di Dio (Mosè) ma erano molto importanti i Dieci Comandamenti che hanno potuto essere tramandati alle future generazioni anche nelle diverse versioni di Esodo e Deuteronomio pur perdendo la memoria delle origini. I Dieci Comandamenti (contenuto) sono “quello che Mosè ha detto che ha detto Dio“. Un paradigma simile è ancora oggi riscontrabile nella scrittura digitale sul web, dove dematerializzazione dell’informazione, autorialità condivisa, perdita del concetto di autenticità, dinamicità e pluralità delle fonti sono elementi fondanti del paradigma stesso: “La scrittura, insomma, proprio perché dura nel tempo, fa si che la comunicazione avvenga in assenza di coloro che si scambiano il messaggio, in tempi e luoghi diversi per chi scrive e per chi legge” (Bruni, 2006)

Le informazioni tramandate grazie alla scrittura, dunque, hanno permesso di riconsiderare le tradizioni letterarie del passato come “modello”. Il ritorno ai classici, infatti, è stato una costante nella storia e nella cultura e quasi sempre lo si è sfruttato come strategia per uscire da periodi bui, ambigui o di rottura. Non per niente, anche il momento che stiamo vivendo ora viene considerato come un “nuovo umanesimo” paragonandolo con altri momenti culturalmente elevati del passato.

Ad esempio, la tradizione scritta (Virgilio, Cicerone, Ovidio, Seneca, Apuleio, ecc.) appartenuta all’ultima grande civiltà dell’antichità: l’impero romano, è la prima ad essere richiamata nel tardo medioevo dalle tre corone italiane: Dante, Petrarca e Boccaccio, e diventerà per tutto l’Umanesimo, e poi nel Rinascimento, un continuo modello di riferimento.

Ma il richiamo ai classici è anche un modo palese per cercare il filo conduttore, la trama del pensiero moderno. Nessun pensiero nasce asettico dalla tradizione. E’ nel passato che si trova la forza, il sostegno e l’esempio vincente che grazie alle idee, al genio e alla creatività dell’uomo, permettono di sconfiggere le paure e le incertezze sul futuro.

Quando la caduta dell’impero romano e il cristianesimo determinarono una frattura profonda e insanabile per diversi secoli e, alla voglia di crescere e di conoscere, si contrappose la rassegnata convinzione cristiana per la quale ogni atto terreno fosse inutile e insignificante al confronto del grande disegno divino che tutto governava, la scrittura e la conservazione dei testi classici, il genio dell’uomo e la storia delle sue vittorie sulla paura vennero comunque conservate dagli amanuensi, pronte per rafforzare e dare vita a un altro momento di splendore.

Nel’alto medioevo, in particolare, la convinzione che “non si può sperare di comprendere il mondo: l’unica cosa da fare è contemplare ammirati la creazione di Dio. La vera conoscenza deriva solo dalla rivelazione” (Follet, 2007) rappresentava un freno alla voglia innata dell’uomo di conoscere, crescere e competere, Eppure la produzione di conoscenza, figlia diretta del pensiero dell’uomo (seppur confinata a sporadica eccellenza) non veniva mai meno e generava uomini dallo spessore di Federico II di Svevia che di conoscenza si nutrì, circondandosi soprattutto di talenti e di geni per creare nuove scuole di pensiero e persino università.

Finalmente dunque, con l’Umanesimo e soprattutto con il Rinascimento, si ebbe un impetuoso e fondamentale ritorno dell’uomo al centro dell’universo e, principalmente, crebbe la rinnovata convinzione che il suo pensiero e la sua creatività fossero gli ingredienti fondamentali per lo sviluppo della società. Gli umanisti riscoprirono il valore dell’esistenza terrena e rivolsero il loro interesse ai classici (protagonisti delle grandi civiltà del passato) riconsiderando i valori per cui valeva la pena di vivere. La vita terrena non fu più vista soltanto come un momento di passaggio verso la vita eterna, e le riflessioni dei filosofi si concentrarono sul significato e sul valore dell’esistenza dell’uomo.

L’era della rinascita, infine, portò una consapevolezza: “solo attraverso la rigenerazione dell’umanità si poteva sviluppare il progresso” e per fare ciò bisognava rivalutare l'”uomo“. Nel Medioevo la scienza si era affidata non tanto all’osservazione diretta dei fatti, quanto alla lettura di testi autorevoli e solo nella Bibbia, o nell’opera del filosofo greco Aristotele (384-322 a.C.), si ottenevano le spiegazioni dei fenomeni naturali. Tutto ciò, in accordo con la più alta opinione che l’uomo del Rinascimento ebbe di se stesso, liberò la scienza dal timore del confronto col passato e permise all’“uomo” di affidarsi alle proprie ricerche e alle proprie libere valutazioni. Il progresso aveva ripreso la sua corsa.

umanistiche

Non è un caso che in pieno rinascimento Johann Gutenberg inventò il modo più semplice e ingegnoso per ottenere molte copie di una pagina scritta, garantendo la continuità e la diffusione della conoscenza, del pensiero umano e di tutte le sue forme artistiche. Con l’espansione della scrittura meccanica si creò un altra frattura fondamentale: l’attività di scrittura e la scelta sul “cosa tramandare”, non sarebbe più stata predominio esclusivo degli ecclesiastici. Il testo, da quel momento in poi, sarebbe stato definitivamente fissato meccanicamente e legato indissolubilmente al suo autore.

Dopo Gutenberg l’autorialità non viene ancora fusa con il concetto di copyright (questo avverrà nel diciottesimo secolo) ma assume una notevole importanza proprio perché il genio dell’autore verrà sempre associato al contenuto dell’opera.

Nonostante il tentativo della controriforma di frenare l’impeto della scrittura meccanica, e non solo, questa tecnica riuscì a produrre benefici reali e tangibili come la circolazione di massa della conoscenza e l’accesso all’istruzione da parte dei meno abbienti. Si manifestava finalmente quell’embrione di società della conoscenza che oggi decantiamo con gli strumenti digitali.

Tralasciando gli ulteriori sviluppi e la diffusione capillare della scrittura in tutte le sue forme nei successivi secoli, oggi (nell’era della scrittura digitale) esaltiamo gli strumenti e i metodi derivati dalla digitalizzazione come fossero gli unici elementi abilitanti per la condivisione della conoscenza. Lo facciamo enfatizzandone l’abilità di persuasione e la viralità con cui riescono a penetrare negli stili di vita; condizionandoli.

Ma se proviamo ad analizzare alcuni comportamenti del passato con occhio vigile, forse ci accorgiamo che i grandi produttori di cultura, e quindi di conoscenza, avevano già ben presenti quali fossero i metodi più efficaci per far circolare le idee. Ad esempio, alcuni segnali ben precisi sullo sviluppo di dinamiche che oggi ci sembrano rivoluzionarie, erano già ben visibili nei modi di Francesco Petrarca.

Il Petrarca può essere, a buon titolo, considerato un esempio di blogger[1]. Infatti molti studiosi definiscono il Canzoniere un vero e proprio diario. E questo è solo il primo indizio. Vi è poi, nei comportamenti del Petrarca, un analogia con quello che fanno i blogger di oggi:

  • l’enorme utilizzo della forma epistolare (Petrarca ha scritto migliaia di lettere);
  • la catalogazione delle stesse lettere, in diversi momenti della sua vita, sottoforma di “raccolte” (tag[2]);
  • la revisione continua. Petrarca rimaneggia, ritocca e aggiunge le sue opere;
  • l’autobiografismo (il Secretum);
  • abbandona e poi riprende le sue opere durante tutto il corso della vita (salva le bozze come in un wiki[3]);
  • gran parte della sua produzione fu assemblata in diverse forme e commentata durante tutto il rinascimento;
  • tutti i critici concordano che Francesco Petrarca ha favorito la conversione della letteratura dall’oggettività alla soggettività. L’individuo si autoreferenzia e non nasconde più nulla di se stesso. Ama Laura e lo dice pubblicamente;
  • riceve le prime blog-reaction[4]. In pratica ancora vivo viene linkato[5] da Boccaccio (Il De Vita et moribus domini Francisci Petracchi de Florentia). Non era mai successo che si scrivesse la biografia di un poeta ancora vivo.

Ma non è da meno il suo contemporaneo Giovanni Boccaccio. Infatti, come non vedere nella “cornice” e nella “sottocornice” del Decameroni primi segnali di una nascente ipertestualità?” (Crivelli, 2004)

Come non assimilare l’informalità dei comportamenti della “allegra brigata” e la sua convivialità al bisogno di relazionarsi in modalità “analogica” (come diremmo oggi). Boccaccio ha lanciato il primo barcamp[6] della storia dell’umanità e tutti i post[7] di quell’evento sono ancora a nostra disposizione.

Come non scorgere nell’esaltazione della nuova classe emergente (commercianti, mercanti, artigiani) la determinazione nell’indicare la strada per l’innovazione? Il Decameron è stato scritto alla fine del medioevo, quando il concetto di “talento” era riferibile solo agli artisti.

Boccaccio invece celebra nuovi comportamenti emergenti e nuovi talenti:

  • celebra la “formazione continua” (Andreuccio da Perugia);
  • il potere della parola (frate Cipolla);
  • l’industria umana (Ser Cepparello).

Da questa analisi introduttiva possiamo dedurre che l’era digitale è sicuramente un momento rivoluzionario dal punto di vista dell’innovazione tecnologica, ma le modalità con cui ancora viene fissata e tramandata la scrittura digitale e la comunicazione sul web, sono eredità diretta di paradigmi e usi già consolidati nel passato.

Ci restano però dei quesiti da sciogliere, che potrebbero accompagnare lo sviluppo della presente tesi:

· Siamo ancora convinti che il bisogno, e la circolazione della conoscenza siano favoriti dagli strumenti tecnologici?

· E ancora, siamo convinti che l’attuale esigenza di rimettere le “persone” al centro delle organizzazioni non sia solamente lo stesso bisogno di sempre di mettere l’”uomo” al centro dell’universo?


[1] blogger: tenutario di un diario in rete

[2] tag: letteralmente “etichetta”. Parola chiave o termine associato a un “pezzo” di informazione

[3] wiki: ambiente per la scrittura collaborativa

[4] blog reaction: letteralmente citazione. Si ottiene quando un blog cita espressamente l’articolo di un altro blog

[5] link: letteralmente collegamento. Negli elborati ipertestuali, Indica una relazione fra due contenuti

[6] barcamp: conferenza aperta e non formale alla quale partecipano i blogger

[7] post: letteralmente articolo digitale pubblicato su un blog

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