Animare per competere

Della necessità di animare le reti sociali avevo già scritto l’anno scorso su questo blog. Torno ora sull’argomento, stimolato da alcune recenti attività professionali e sociali che mi permettono di contestualizzarlo meglio.

La crescita esponenziale dei fenomeni legati al “web partecipato” (o se volete chiamarlo web 2.0 va bene lo stesso) ha già messo in primo piano le persone a discapito, parzialmente, dei contenuti. Nel mondo business, infatti, si assiste ormai da diversi anni a una mutata attenzione nei confronti degli attori che ruotano attorno al brand o al prodotto. Per attori intendo sia quelli delle comunità aziendali (dipendenti e consulenti) ma ovviamente anche ai i consumatori/clienti.

Il Cluetrain Manifesto, d’altronde, nel momento in cui aveva tracciato la strada che conduceva ai “mercati conversazionali”, aveva anche manifestato una certa sofferenza nei meccanismi tradizionali che governavano le filiere organizzative e le funzioni ma, ancora, non aveva previsto quali figure potessero facilitare le organizzazioni nel passaggio obbligato dalla “comunicazione” alla “conversazione”.

Anche attorno all’informazione si è assistito a un mutamento radicale delle dinamiche tradizionali. Infatti, il concetto di “fonte” si sta ridimensionando. Proviamo a chiedere ai nativi digitali cos’è la fonte?

Difatti, nel mondo dell’informazione è l’influenza, e il prestigio dell’emittente, che assume sempre più importanza strategica. Più del contenuto che continua ad essere trasmesso e mutato in rete secondo le diverse prospettive e le diverse opportunità.

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Ma chi facilita le organizzazioni? Chi traina verso questo cambiamento? Il reparto IT, la Comunicazione o le HR?
Dipende. Dipende dai vari contesti e dalla storia, dalle afferenze e dalle tradizioni di queste strutture dentro l’organizzazione.

Ovviamente sarebbe meglio affidare compiti precisi a figure orizzontali puttosto che verticali. Se le dinamiche del web partecipato sono democratiche forse è meglio che non sia il vertice ad animare la partecipazione e la conversazione.

Ecco che ci viene in aiuto la figura del Community Manager, vero e proprio animatore delle discussioni e propositore di nuovi argomenti, scenari, visioni, ecc. E’ una figura che non va pensata esclusivamente on-line. Certo, deve avere una reputazione sul web che ne faciliti l’influenza ma deve essere anche un collante nei processi di gestione del knowledge e del marketing.

Qualcuno potrebbe obiettare che, in un momento di crisi e recessione, è piuttosto difficile per un azienda o un organizzazione accollarsi un ulteriore onere per promuovere questa figura anche se, forse, si potrebbe più facilmente trasformare professionalità già esistenti, spesso di dubbia efficacia comunicativa e strategica. O no?

Ormai è assodato che il “sito” web non può vivere e crescere da solo o rinnovando di tanto in tanto veste grafica. Spesso il “sito” è un insieme di oggetti partecipativi e quindi va orchestrata la relazione fra gli stessi e naturalmente con gli utenti.

Inoltre, uno dei ruoli fondamentali del “community manager” è quello di aggregare gli utenti per stimolarli a partecipare, rendendoli parte attiva e fondamentale del “brand” fino a farli sentire un insieme unico con il prodotto o il servizio. Infondere fiducia e senso di appartenenza. Promuovere contest, gruppi, e mille altre forme virali di partecipazione.

Certo, i contenuti sul web ci sono ancora, ma non solo quelli dell’azienda. Oggi si mescolano con gli UGC e il “community manager” deve osservarli e anche controllarli, così comè ha già imparato a fare per le discussioni. Deve, insomma, curare la reputazione dell’azienda.

Non credo che questa figura debba essere necessariamente un geek. Meglio se la sua cultura e la sua formazione sono di tipo umanistico, accompagnate da una destrezza nell’uso del web e degli strumenti sociali ad esso associati, e con una spiccata propensione al marketing, alla promozione e alla comunicazione perchè la sua missione, in fin dei conti, è quella di aiutare l’azienda a competere!

Che ne pensate?

9 Comments

  1. @Poddy, @salvatorela mia non è una ricerca è una constatazione.Questo ruolo, nel pubblico e nel privato è ormai indifferibile.Ogni azienda, ma direi meglio “ogni organizzazione” pubblica o privata ha bisogno di un orchestratore sociale che tuteli la reputazione del brand e che promuova le srategie dentro i canali sociali (social media, reti sociali, siti web, ecc.).Da dove estrapolarlo, che formazione fargli fare, l’inquadramento e la dipendenza da quale business unit, sinceramente non lo so.So solo che le organizzazioni che si sono aperte al web sociale non possono sperare che tutto fili liscio senza un coordinamento.Ciao

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  2. ciao gigiè da un pò che sto seguendo questo discorso sul community managermanager = direttore, dirigente, leadercommunity = comunità, gruppoleader di un grupponon mi è chiarissimo gigi dove vuoi andare a pararema…che questo sia o debba essere una persona multi competente non ci piove!creativosicuro!quali e di che livello devono essere queste competenze?dipende…. tu a quale brand ti riferisci?pubblica amministrazionecomunale, provinciale, regionale nazionale, europea, mondiale?un privato?piccola media o grande azienda?così come me lo stai disegnando sembra ai miei occhi un WEB- dirigente delle Pubbliche Relazionio un dirigente delle pubbliche relazioni con competenze websempre pubbliche relazionipubbliche relazionici sono corsi universitari e master per questomi pare che tu hai qualche contatto alla bocconiper chiedere qualche informazionemagari vedi solo che libri utilizzano per gli esami di questi corsi e ci dai una lettada poco hanno pubbicato in italia per la fausto lupetti editore “propaganda” 14€ un libro di uno degli inventori delle pubbliche relazioni di Edward Louis Bernays un classicote lo consiglioleggerlo ti aiuterà anche a capire qualcosa del presente e del recente passatose il tuo obbiettivo riguarda la pubblica amministrazionei termini “aiutare l’azienda a competere”forse -a mio parere- andrebbero sostituiti con “aiutare l’azienda a confrontarsi”pubblico e privato hanno dei fini diversicon il fine cambia anche il mezzoperchè essi sono intimamente legaticambiando uno cambia anche l’altro:-)

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  3. Ciao Gigi, ciao Caterina e ciao Luigi. Il ruolo del Community Manager è proprio quello che si occupa della realtà conversazionale tra il Brand a cui si riferisce e la realtà globale/locale in cui è immesso.Cosa ne pensi Gigi? E Luigi?

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  4. E se il Community Management fosse veramente un ruolo multi-professionale, come Gigi sta iniziando a dire?Se ci facciamo mente locale la questione diventa come implementarlo quel ruolo .. posso metterla così la questione?

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  5. Caterina, come elucubravo in una altro post, il tutor si sta evolvendo di più verso il concetto di Technology Steward che è un facilitatore tecnologico per le comunità professionali e di pratiche ma che non ha il compito di tenere alta la reputazione del brand.Il community manager, IMHO, è più legato alla cultura della rete, alle sue evoluzioni e a cogliere le opportunità dei mercati conversazionali per la competitività della sua azienda.Ti vedrei bene per il secondo. Benissimo per il primo!

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  6. avendo studiato e lavorato da tutor online ti dico che era (ed è) un lavoro che mi piacerebbe tanto fare quello del community manager. La tecnologia e i siti senza le persone e le relazioni dietro non sono nulla. Solo che un mediatore della comunicazione a vari livelli è indispensabile, per le aziende soprattutto

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