Oltre i 6 gradi si separazione

Per chi non la conoscesse, la teoria dei sei gradi di separazione è un’ipotesi secondo la quale qualsiasi persona può essere collegata a qualunque altra (ovviamente anche sconosciuta) attraverso una catena di conoscenze con non più di 5 intermediari.

La teoria è stata proposta per la prima volta nel 1929 dallo scrittore ungherese Frigyes Karinthy in un racconto breve intitolato: Catene. Nel 1967 il sociologo americano Stanley Milgram formulò la teoria del mondo piccolo, dimostrando come attraverso la propria rete di conoscenze un gruppo di persone del Nebraska fosse in grado di venire a contatto con sconosciuti nel Massachusetts.

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Ora, questa teoria, IMHO, è alla base di molte relazioni che si sono sviluppate con strumenti come il blog. Le relazioni avvenivano (e in parte ancora avvengono) fra blogger e blogger, fra blogger e commentatori e tra i commentatori stessi. Il cemento della relazione è la “conversazione” attorno al tema. Ora, molti blogger stanno decretando la fine delle conversazioni per colpa degli strumenti di “lifestream” di cui ho spesso trattato su questo blog. Insomma, la blogosfera e i suoi attori si sta trasferendo sulla socialsfera con armi e bagagli.

 

 

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Leggendo e partecipando ai commenti di Gino su alcuni post di Minghetti, mi chiedevo che fine farà il “mondo piccolo”. Fra l’altro, in queste mie riflessioni, non vorrei dimenticare anche la teoria di Dunbar per la quale: il numero massimo di persone con cui un singolo è in grado di mantenere un rapporto sociale si aggira intorno al valore di 150.

Questo valore si basa sulla ricerca dell’omonimo scienziato inglese (Dunbar, 1992) che utilizzò una equazione di regressione sui dati raccolti su 38 generi di primati per ricavare il valore di 147,8, con una probabilità del 95% che il valore cadesse fra 100 e 230. Dopo aver ricavato questo valore, Dunbar l’ha confrontato con i gruppi sociali umani e ha verificato che era un accettabile. Infatti tutti i gruppi umani, fin dalla preistoria, tendono ad assestarsi al massimo intorno alle 200 persone.

In un “mondo grande” come quello che si sta delineando grazie alla pervasività di Facebook o FriendFeed va capito meglio, secondo me, il ruolo futuro degli “hub” che, sinora, hanno garantito l’interoperabilità fra le reti. Se per i nuovi protagonisti del lifestream la reputazione, l’influenza e la fiducia sono il motore del successo, allora si sta delineando un vero “ecosistema digitale” auto-sostenibile, parallelo a quello analogico, ma più dinamico.
Sicuramente schizzofrenico, veloce, rumoroso, forse viziato dall’overload, ma di indubbio appeal per i nativi digitali. Insomma, un ecosistema digitale che non è concettualmente diverso da a un ecosistema biologico, dove ogni singola parte (nodo) cresce con il tutto (rete). Ma con una concezione più olistica del web, proprio perché le reti basate su relazioni, sono per definizione: “complesse” e soggette a “invarianza di scala” (scale free network). Infatti quando un utente (nodo) deve stabilire una nuova relazione (collegamento) tende, di solito, a preferire utenti (nodi) autorevoli ed influenti che dispongono già di molte relazioni, portando questi ultimi ad una crescita esponenziale con l’aumentare del numero dei collegamenti della rete.

Questi nodi sono dei veri e propri “hub” che hanno la funzione di collegare zone della rete che sarebbero altrimenti irraggiungibili secondo la teoria dei “6 gradi di separazione”, In pratica gli “amici degli amici degli amici degli amici degli amici dei miei amici”, rappresentano buona parte della popolazione mondiale attiva sul web.

Ma funziona? Siamo sicuri che si aspiri a questo? Non è che si punti a un ennesimo “celopiùlunghismo” anche su Facebook? Tanti amici tanto onore?

Nelle reti sociali, i cluster costruiti sulla fiducia (gruppi chiusi) sono sempre collegati agli altri cluster attraverso i nodi – hub. Quindi? Qual’è il ruolo degli hub nel Lifestream? Nella mia modesta opinione, il Lifestream è un tentativo di spostare il ruolo di hub dalle persone agli strumenti.

Come dicevo nei commenti al post di Gino:”…Postare su un social media e poi lasciar fare a lui la propagazione su tutti gli altri canali è qualcosa che ancora stento a capire come evolverà…” E voi?

22 Comments

  1. […] E’ un modo molto interessante per poter valutare, nel caso servisse una risorsa per la nostra attività, se questo contatto ha delle buone referenze o meno. I contatti per LinkedIn sono di 3 tipi: diretti, di secondo livello (contatti dei nostri contatti) o nel nostro network (i contatti indiretti oltre il secondo grado). A tal proposito ricordo che esiste una teoria (mai confermata, ma neanche rigettata) che afferma che in un network di persone, al sesto grado di conoscenza si copre l’intera popolazione, detta anche teoria dei sei gradi di separazione. […]

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  2. @Gigimi sbottono in primavera .. devo tenermi riguardato con sto freddo .. finché c’è la neve preferisco lavorare di metafora: i wiki come snowboard e ciaspole, i blog come skilift, i forum come rifugi per polentate e bicchierate in compagnia ..Che bello!Che calore umano!!Me l’hanno fatto scrivere perfino su FB … unbelievable!Son davvero Innovatori quelli che ci son riusciti ;-)Ci risentiamo dopo il disgelo .. Ok?

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  3. Nel ringraziarvi ancora per i preziosi commenti……@andrea qui non ci sono mostri sacri, ma solo “mostri” :-)Fa piacere che un “nativo” viva l’esigenza di andare oltre il “luogo”. Purtroppo la blogosfera è ancora legata al concetto di “cluster”, ed è normale che sia così. Oltre i 6 gradi è dura sopportare il carico delle relazioni. Ma il lifestream sta mettendo fortemente in crisi questo paradigma.@luca alagnala tua è una visione positiva dove l’uomo è ancora dominatore della tecnologia. Io su questo ho forti dubbi, anche se non sono pessimista del tutto. Stili di vita associati al “potere tecnologico” come lo spostamento in asincrono della posta elettronica, mi fanno tremare.Dobbiamo avere il diritto e il dovere di mediare anche i ritmi imposti dalle tecnologie, e non assecondarli a porescindere.FF alza di molto la soglia di sopportabilità. IMHO.@Italo VignoliMi era sfuggito un parallellismo geografico. Ma mi sembra una prospettiva davvero interessante.Daltronde, dalle LAN alle WAN si passa sempre per apparati attivi, magari non hub, ma switch o router che hanno il compito di “relazionare” interconnettere zone geografiche diverse.@federico moretti, se non sbaglio sei un “nativo”……per cui sei tu che dovresti dirci in questi ecosistemi cosa ritieni più rilevante. La rete, i nodi, i mezzi, i temi. Siete voi, IMHO, che dovreste guidare noi immigrati :-)@Luigi, sbottonati :-)

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  4. Sarà per la mia formazione classicistica, ma le statistiche mi hanno sempre fatto sorridere: benché mi sia valsa un 30 in sociologia, la teoria dei cd. “sei gradi di separazione” ha un valore piuttosto relativo… se non nella sua forma originaria, ovvero nell’urbanistica sovietica. Ma è un discorso decisamente avulso dalle dinamiche del web. Al contempo, stabilire un massimo di 150 contatti (e c’è anche chi non ti accetta se dovessi essere 151°) per le relazioni sostenibili mi sembra ridicolo: per fare un esempio, personalmente ricordo aneddoti e quant’altro risalenti ad anni fa… mentre altre persone coinvolte non li hanno memorizzati. Esattamente come so benissimo quante delle ragazze tra i miei contatti (e sono +400, tra uomini e donne) sono fidanzate e quante no: la memoria è selettiva e non ammette statistiche, tant’è che dei ragazzi non ho idea di quale sia la situazione sentimentale… non essendo di mio interesse l’articolo. Insomma, a me sembra ci sia un eccessivo onanismo sul web 2.0 e sue evoluzioni: sicuramente ha assunto il ruolo di hub per i rapporti professionali o, semi-professionali (categorie d’interessi comuni e quant’altro), ma l’utilizzatore-medio ne fa uso per egocentrismo e “casual dating”. Esattamente come qualsiasi altro strumento di comunicazione, dagli MMS ai biglietti nelle bottiglie di vetro gettate a mare. Non so, forse sto diventando eccessivamente cinico e più “selettivo” della mia stessa memoria, ma spesso ho l’impressione che si dia troppa importanza a flussi d’informazione che nel 99% dei casi sono del tutto irrilevanti…

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  5. Secondo me invece vale la pena di approfondire l’aspetto analitico per questi motivi:1) perché Internet dovrebbe essere, a detta di tutti gli addetti ai lavori, l’unico media veramente misurabile2) perché le aziende investono su ciò che possono misurare e che, soprattutto in questo periodo di morìa delle vacche (cit.), garantisce una razionalizzazione delle sempre minori risorse in funzione di un utilizzo efficace ed efficiente di persone, metodi e strumentiSono invece d’accordo sul fatto che, come già introdotto da Catepol, le persone piegano al loro volere gli strumenti: è già successo con Facebook e Twitter, probabilmente succederà con altri come ad esempio FriendFeed. Non è nemmeno una cosa negativa (non del tutto, almeno), in quanto le persone sanno (o pensano di sapere) quello di cui hanno bisogno e se lo scelgono da sole.Alla peggio capita che gli strumenti siano sottoutilizzati rispetto alle loro effettive potenzialità.

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  6. E’ sorprendente come i flussi di aggregazione su Internet riproducano le dinamiche di aggregazione degli individui (e delle loro aggregazioni, i centri abitati) sul territorio. Non avevo mai pensato a una similitudine tra la teoria geografica delle località centrali e gli aggregatori online, ma credo che cercherò di approfondire questo tema (in fin dei conti, come ho sempre detto, sono un geografo prestato alla comunicazione).Pensate, gli individui che hanno più relazioni sono le “aree metropolitane” della rete, e quelli che ne hanno di meno sono le città e i paesi (con le loro diverse caratteristiche: centri di pianura, di strada, di ponte, di incrocio, e così via). I centri stabiliscono relazioni tra loro, passando dalle aree metropolitane, che in questo modo crescono in proporzione al numero dei centri che mettono in relazione (quindi, più rapidamente dei centri più piccoli).Detto così, forse, è chiaro solo per chi ha capacità di rappresentazione cartografica, ma disegnato – ne sono sicuro – fa un altro effetto.

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  7. secondo me nel cercare di approfondire troppo gli aspetti analitici si rischia un “observer effect”, purtroppo ci sono tante cose che ancora non sappiamo o non siamo in grado di spiegare. e tentare di applicare un modello matematico può essere rischioso perchè i nodi di questo grande modello in realtà sono persone e non abbiamo modelli davvero soddisfacenti per questo, neanche le reti neurali lo sono del tutto. ci servirebbe l’IA ma siamo ancora indietro.allora parto dal versante opposto.sì le persone continuano ad essere essenziali nei loro diversi ruoli sociali e i mezzi non riusciranno a sostituirle.così tanto essenziali che sono loro che plasmano la tecnologia a loro immagine e non il contrario.per es. un mezzo come friendfeed viene usato diversamente in diversi gruppi sociali; negli USA non ha la stessa valenza che ha da noi (cluster, autorevolezza, sopravvivenza ecc.) e probabilmente in Africa (dove possibile) ne ha un’altra ancora diversa (uno strumento di emancipazione sociale…).il punto è che cambiando la tecnologia dovremmo cambiare anche il nostro punto di vista del fenomeno.vedremmo allora che le conversazioni non stanno realmente morendo ma si stanno trasformando in qualcos’altro, che quello che sembra information overload in realtà è il liquido essenziale in cui nuota il plancton della conversazione, che i nativi digitali non sono geneticamente diversi ma semplicemente non devono fare la fatica di disimparare per reimparare di nuovo, perchè partono da tabula rasa.e così chi è hub continuerà a esserlo in questa Rete e in quella futura, come probabilmente lo è sempre stato, solo che riuscirà a farlo sempre meglio. a patto che sappia evolversi continuamente.

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  8. Provo a dare anch’io il mio contributo, anche se in mezzo a questi mostri sacri della blogosfera mi sento un attimo fuori luogo.La mia esperienza con gli strumenti sociali del web è iniziata circa un anno fa. Allora spinto dalla necessità di cercare materiale per la mia tesi ho scoperto l’universo dei blog e delle reti sociali. Così piano piano mi sono appassionato e tra me e me ho pensato perchè non ci provo? Vorrei anch’io dire qualcosa di interessante, partecipare, condividere. Poco a poco ho cominciato a scrivere articoli su quello che mi piaceva. Con l’arrivo dei primi commenti anche a relazionarmi, conoscere nuove persone, ampliare le mie conoscenze grazie alle discussioni sempre più costruttive e stimolanti che maturavano all’interno del blog o per telefono, mail, a volte di persona.E’ stato una sorta di circolo virtuoso, che ogni giorno mi portava a dialogare e confrontarmi con ricercatori, manager e professionisti, studenti che difficilmente avrei mai potuto incontrare nella mia vita senza il blog, sia per la distanza fisica, che per il divario sociale.Da lì, il passaggio a linkedin o facebook è stato semplice. Per comunicare meglio, per comodità o immediatezza ci siamo ritrovati con la maggior parte di questi nuovi amici su facebook, linkedin, viadeo ecc…Se penso a quante opportunità di collaborazione e amicizia può creare il solo fatto di scrivere un blog rispetto a come la pensavo prima di iniziare questa avventura, mi sembra incredibile.La rete è il mezzo che in futuro muterà di più il nostro modo di relazionarci formando nuovi ed inesplorati ecosistemi. I gradi di separazione scenderanno sempre di più fino a che le barriere tra un individuo e l’altro saranno abbattute completamente portando a compimento l’idea preconizzata da Meyrowitz nel libro “Oltre il senso del luogo”. Grazie per l’attenzione. Un nativo digitale

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  9. visto che siamo in temahub è chi che capisce che NON DEVE REPLICARE TUTTI I FLUSSI tra ff, fb, twitter ecc…ma anzi che deve definirne un percorso nel rispetto di chi lo segue Nub non è chi invece continua a REPLICARE TUTTI I FLUSSI tra ff, fb, twitter ecc…(per parlare solo di quelli noti eh…ma c’è gente che replica INLOTRE su pownce, jaiku, meemi, bla bla bla bla…)nel primo caso sei hub e la persona dietro è determinante nella decisione della direzione dei flussi comunicativi nel secondo caso solo un replicatore che usa strumenti…nel primo caso posso deciderti di seguire i diversi rivoli che prende la comunicazione a seconda dello strumento, perchè la persona piega lo strumento al suo volerenel secondo caso, ove dovessi decidere di seguirti, decido che ti seguo solo su un canale al massimo (tanto tutto il resto è uguale, tutto il resto è rumore, tutto il resto è noia)

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  10. @postoditaccoa) sul primo punto penso sia determinante la presenza degli hub analogici. Alla Catepol per capirsi :-) Nel senso che son loro a trainare. Veri e propri Technology Steward.b) questa è durissima. Secondo me bisognerebbe andare oltre le nostre percezioni da immigrati. Io osservo i miei figli, e non c’è metrica che tenga. Hanno una capacità innata di svilupapre relazioni dopo una chat, un post, una foto, una festa, una gita, ecc. Guardo spesso come si comportano i miei tre figli e rimango sempre sorpreso. A seconda delle emozioni e dei momenti, spingono fino all’inverosimile. Ho visto aggregarsi attorno a una foto su Netlog dei pistolotti che nemmeno su Flickr avevo mai visto.c) Ecco, qui siamo ancora avanti noi. Anche perchè siamo più riflessivi e ponderiamo il rapporto con il mezzo. Come dice Gino nel commento dopo il tuo, non si sa come i nativi si comporteranno sulle conversazioni. Per ora vediamo solo come sfruttano il mezzo e la velocità con cui si relazionano.d) qui siamo sull’Enterprise. Chi studia KM sa che molte conversazioni sono la genesi di progetti di valore. Come misurarle non so. So che vanno incentivate e, soprattutto, disintermendiate, altrimenti si inibiscono.@Gino, come dicevo a @postoditacco, le cose che vedi tu le vedo anch’io nei comportamenti dei nativi. Ma che valore danno?Forse val la pena soffermarsi sul vantaggio che si può trarre da una conversazione a valore. Ma siamo nuovamente sull’Enterprise, argomento che tratterò a breve.Comunque noi siamo hub che possiamo discriminare, mentre i mezzi?

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  11. rispondo all’appello, anche se adesso sono di corsa, magari ci ritorno sopra dopoun tempo (prima di internet) entrare in contatto era difficile, e i 6 gradi sorprendevano per quanto erano pochi… Oggi entrare in contatto e’ quasi una commodity, e (grazie a fenomeni come catepol, e altri con migliaia di contatti) i 6 gradi sono anche troppi rispetto a quelli che servonoquello che fa la differenza e’ la relazione, appunto, e quella non la fa il tool. Ma non finisce qui. Una relazione fatta di piccoli cenni alla propria quotidianita’ e di battutine, e di commenti flash sui fatti di cronaca, chiamiamolo un “livello minimo di relazione”, sara’ la prossima commodity.Questo e’ il modo con cui stiamo andando avanti da sempre: prima c’erano i messaggeri, poi la posta, poi il telegrafo, poi il telefono, … cosa succedera’? Che prevarranno gli strumenti sulle relazioni? No! proprio il contrario. Le relazioni si svilupperanno, e nuovi livelli di coinvolgimento diventeranno ragionevolmente raggiungibili.Chi aveva interpretato ieri un semplice ruolo di “centralinista” puo’ forse temere di vedere soppiantato il proprio ruolo dagli strumenti. Ma chi e’ veramente in grado di tessere relazioni ricche sul piano umano, continuera’ ad essere un punto di riferimento, un hub, come dici tu.

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  12. Bellissimo e interessantissimo post, Gigi.Era da tempo che avevo tra i miei propositi quello di fare un post simile, in cui analizzare la dinamica e gli effetti di hub e relazioni all’interno dei processi di comunicazione della blogosfera.Infatti è da un po’ che osservo i fenomeni più significativi, ultimamente in particolare quelli legati al lifestreaming, dove le dinamiche sono nuove e più imprevedibili.I miei obiettivi erano:a) capire se e come sia possibile prevedere determinati risultati a fronte di particolari *stimoli* o *eventi casuali* che determinino *passaggi di stato*.b) capire se e quali metriche si possono definire e applicare per rilevare e misurare le relazionic) vedi punto (b), però applicato alle conversazioni, anche in un’ottica predittivad) definire metodi basati su dati oggettivi per la costruzione di progetti di comunicazione con ROI misurabile (quindi non solo basati sull’esperienza soggettiva delle persone ma anche su KPI utilizzabili da chiunque ne sia in grado, chiaramente comprensibili ed apprezzabili anche dalle aziende)Mi è piaciuta moltissimo anche la rappresentazione grafica, grosso modo quello che avevo in mente io.Roberto

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  13. non è l’accumulo insomma di contatti in rubrica ma l’aumento esponenziale della capacità di entrare in relazione con altri…(e ripeto tutto quello che ora si fa con i vari strumenti, come dissi al twittercamp, banalmente si può fare solo con la mail…)

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  14. Se sopravvivono solo i mezzi… ad un certo punto ci si annoierà e si andrà di nuovo a cercare le persone… fidati(e comunque le persone che fanno le persone e non solo gli utilizzatori di strumenti son quelle che s’annoiano meno…IMHO…quindi, tipo io, restisto…)…per me non esiste: è un mio amico perchè è un contatto facebook o lo conosco perchè è un mio compagno di merende su twitter…esiste che io attraverso questi strumenti (senza dimenticare il blog, mai…) condivido qualcosa di me, qualcosa che so, entrambe le cose. E se non so…chiedo a chi vive digitalmente come me: come persona connessa che si relaziona a mille livelli.

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  15. LOL,lo so lo so che tu sei l’HUB per antonomasia :-)Però la riflessione mi tormenta.Se tutti continuano a credere che il mezzo fa la relazione, prima o pi la relazione non ci sarà più, soppraviveranno solo i “mezzi”!

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  16. ad ogni modo volevi arrivare a qualcuno con la teoria dei 6 gradi? (pensavo cercassi qualcuno quando ho letto il titolo)Se così fosse chiedi all’hub catepol…secondo me ci arriviamo eh;-)

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  17. visto che pretendi commenti posso dire la mia? E’ breve: a postare sui social network (o ripostare in molti casi cose di altri) son bravi tutti. Ancor più bravi a inserire (anche in loop) il feed di tutto in tutto (esempio tutto su facebok, tutto su ff, i feed su twitter e bla bla bla). Insomma a far questo non ci vuole veramente nulla. Son gli strumenti come dici tu e come dice gino che fanno il lavoro sporco per noi, ad un certo punto.Facile.Certo…così come è facile che scorra tutto via nel flusso e che nessuno ci faccia più caso. IMHO se non c’è dietro la persona hub e la sua capacità di entrare in relazione (che siano 20, 50, 100 o 1000 gli amici e gli amici degli amici)…a poco servono gli strumenti.

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