Rilettura e aggiunte

Intanto grazie degli spunti e delle riflessioni. Non credo che riuscirò a pubblicare tutti i capitoli della tesi sul blog, ma chi vuol leggere il wiki può mandarmi una email o mandare segnali di fumo nei commenti.

Ho allargato un po’ l’introduzione del capitolo 7 e la ri-schiaffo qua dentro. Oggi va così :-)
Ancora grazie, anche a chi ha mandato email. Preferisco, comunque, i commenti sono più open e disponibili a tutti.
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Nella prima fase di sviluppo del web (seconda metà degli anni ’90) la trasparenza delle identità appartenenti ai soggetti che lo praticavano, e lo governavano, non era un elemento fondamentale. Gli unici soggetti che si qualificavano apertamente sul web erano gli autori di contenuti e i gestori dei sistemi/servizi.

Le dinamiche di tipo “verticale” che sovraintendevano al suo sviluppo non avevano sempre bisogno di qualificare i protagonisti. Il webmaster (originariamente figura puramente sistemistica che, nel tempo, è evoluta verso una specie di “one-man-band del web), era considerato una specie di entità divina che poteva disporre a piacimento di tutte le tecnologie atte a popolare il World Wide Web con i contenuti e i servizi che meglio reputava e, comunque, adatti per un pubblico generalista che non partecipava in alcun modo alla gestione del palinsesto. Alcune eccezioni di tipo “redazionale” potevano inserire degli expert-user come redattori a supporto del master.

L’utente fruitore era assolutamente un anonimo spettatore inerte e passivo. I tempi erano dettati dal webmaster (e dai suoi collaboratori) che, senza nessuna interazione, decideva gli scenari. Tempi, contenuti, modalità e presentazione degli stessi non erano messi in discussione. E non potevano essere messi in discussione con nessun strumento interattivo o dialogico esclusa la posta elettronica.

Una prima superficiale osservazione di questi scenari rappresenta, dunque, un embrione di “comunità” solo per i produttori e gestori del web. Ma va rilevato che, in piccole nicchie virtuose, il seme della partecipazione e della condivisione stava già germogliando. I ricercatori che mettevano a disposizione archivi, gli utenti evoluti che argomentavano via Newsgroup o MailingList e, addirittura, i primi vagiti di sistemi di catalogazione e di directory (Gopher).

Insomma una divisione netta fra un elite di virtuosi e tecnicamente preparatissimi pionieri, e un mondo di utenti alle prime armi assolutamente passivi, seppure stupefatti dalle potenzialità indotte dal nuovo media. Con la differenza che i primi erano in grado di organizzarsi in comunità, i secondi assolutamente no.

Era ovviamente il periodo del pionerismo che diede vita a diverse visioni e movimenti di pensiero sullo sviluppo del web. Le visioni più conservatrici cercavano di apparentare il web ai media tradizionali come la televisione. Il modello aziendalista, sfociato poi nella New Economy (1998-2002), ne vedeva una naturale evoluzione verso l’eCommerce. Altri modelli più vicini all’ambito scientifico e culturale lo vedevano più adatto ad accompagnare studi, ricerche e sistemi bibliotecari digitali (Wikipedia). Ma i veri modelli evolutivi del web stentavano ad autoprodursi perchè tecnicamente non era ancora in grado di dimostrare la sua intelligenza e culturalmente veniva visto come un media “verticale” composto da pochissime emittenti e una moltitudine di riceventi passive.

Il gap culturale, rappresentato dalla scarsa alfabetizzazione informatica degli utenti non aiutava, inoltre, la sua espansione. I media tradizionali e gli apparati a supporto degli stessi, erano ancora più facili da gestire e, al massimo, richiedevano la lettura di un manualetto e la capacità di schiacciare dei tasti. Il web presupponeva destrezza informatica, capacità relazionali, conoscenza della lingua inglese, aggiornamento continuo delle proprie capacità espressive (scrittura e disegno) e tanto tempo da dedicare alla ricerca di fonti per poterle relazionare. Il link ipertestuale, infatti, non si autogenerava e non si manteneva da solo, ma era la conseguenza di una continua ricerca, da parte del webmaster, che lo usava come propria autoreferenza/capacità. Tanti link tanto onore e tanta reputazione. E, forse, tanti utenti.

Insomma, pochissimi sapevano scrivere sul web e pochi sapevano interagire con esso. La maggioranza degli utenti LEGGEVA il web passivamente come fosse una sorta di giornale digitale con pochi inserti multimediali ma con una grande capacità di far percepire agli utenti una dimensione globale e pressochè infinita dei suoi potenziali spazi e una potenzialità immensa della sua crescita futura e inarrestabile.

Questo approccio culturale si trascina ancor oggi ed è uno dei maggiori freni allo sviluppo delle comunità virtuali. L’utente passivo, anonimo e sostanzialemente lettore del web (in gergo lurker) è di gran lunga il maggior fruitore della rete.

Ma guardando avanti e analizzando l’evoluzione intrinseca del web di solito ci si riferisce al “web 2.0”, associando a questo numero una generazione completamente nuova di modelli, servizi e approcci. Forse esagerando e mistificando quella che, invece, era una logica evoluzione che non ha mai mostrato una vera discontinuità fra il modello 1.0 e il modello 2.0.. Insomma i due modelli sono ancora tutti e due vivi e vegeti e cercano di contaminarsi a vicenda. Il primo per affermare la validità dei contenuti, il secondo per dimostrare che gli stessi assumono maggior valore con la partecipazione.

Il modello 2.0 è quindi la forma evoluta, e quindi allargata di un bisogno primario del web, quello di ergersi a strumento di partecipazione e non solo di comunicazione. Gli strumenti partecipativi sincroni e asincroni (posta elettronica, bacheche, forum e messaggerie istantanee) una volta separati, sono diventati parte integrante del web. E così, la convergenza su un unico sistema di interazione ha permesso di dare un impulso interattivo a tutte le componenti del web pioneristico. In pratica gli elementi di interazione sociale, associati ai vari servizi applicativi on-line, sono diventati nella fase più recente della sua evoluzione parte fondamentale della progettazione di ogni nuovo servizio.

Progetti web tecnologicamente semplici ma con una enorme dimensione relazionale hanno avuto più successo di altri tecnologicamente all’avanguardia ma con scarsa capacità di coinvolgimento delle persone.

L’aspetto sociale, quindi, è diventato la chiave di successo del web di generazione evoluta e la capacità di aggregare le persone attorno a soluzioni vincenti è l’obiettivo di tutte le organizzazioni che vogliono sfruttare questo momento di espansione, per fare business o per riscuotere consenso.

Pensare alla dimensione sociale della rete permette, infatti, di distaccarsi dagli sviluppi tecnici e applicativi del web che, spesso, sono davvero entusiasmanti ed intriganti per le loro potenzialità, ma non considerano la sostenibilità sociale. La tecnologia tende a cambiare ed evolvere continuamente e spesso è la conseguenza e l’emanazione diretta delle produzioni industriali. Le dinamiche relazionali fra le persone e gruppi, invece, risentono della cultura e della tradizione e si articolano su criteri più universali.

Le reti sociali diventano quindi la nuova forma partecipata, più naturale e più adatta a questo nuovo scenario del World Wide Web. La rete diventa un luogo da ABITARE, non da CONSUMARE. E il concetto di “wide” può essere applicato non solo allo spazio e al tempo ma anche a quello di comunità di utenti che, con la forma “abitata” diventa davvero il villaggio globale che tutti auspicavano e intravedevano sin dagli albori.

Oggi, dunque, è importante ” Tenere conto della dimensione relazionale del nuovo Web e renderla proficua significa adottare strumenti innovativi per l’ideazione, progettazione e sviluppo di servizi su Internet. La nuova identità del Web, in coerenza con l’idea di Internet che si fecero Tim Berners-Lee e Robert Cailliau all’atto della sua invenzione, più di quanto non lo fosse la Rete al tempo dei “portali”, è un territorio in gran parte da esplorare. Siamo di fronte ad uno scenario nuovamente pionieristico e in via di maturazione, in cui un numero sempre crescente di prime-movers intuisce i naturali movimenti evolutivi del Web e li interpreta, traducendoli in servizi online e contemporaneamente sperimentando linguaggi, inventando strumenti e cercando di definire standard e best practices.” (Dal web 2.0 ai media sociali, AA.VV., 2007, Torino, a cura di CSP s.ca.rl.)

Fra le varie tipologie di abitanti del web distinguerei due macro classi: “i nativi digitali” e gli “immigrati digitali“. Queste due classi di abitanti non nutrono fabbisogni diversi ed entrambi desiderano abitare il villaggio globale per dare un contributo alla partecipazione e alla condivisione ma, con tempi e metodi diversi.

I nativi digitali tendono ad aggregarsi in modalità tribale, emulando gli stili di vita analogici. I luoghi da loro prediletti sono quelli che consentono relazioni sincrone e creazione di sottogruppi.

Si trovano a proprio agio nelle chat e in tutti i servizi convergenti con il telefonino cellulare che, a tutti gli effetti, rimane ancora il loro principale strumento per socializzare.

Gli immigrati sono più asincroni e cercano spazi web-sociali dove poter contribuire non solo con contenuti ma anche con conversazioni. Si sentono più a loro agio con i blog e con le comunità meno generaliste come le comunità di pratiche e, soprattutto, le comunità professionali. Usano il computer e poco il cellulare e il loro stile di comunicazione sul web è molto diverso da quello analogico tradizionale.

Gli ambienti tecnologici dove questi abitanti si relazionano vengono comunemente definiti “social network” e, pur avendo dei denominatori comuni da un punto di vista tecnologico, sono molto diversi a secondo del contesto e del tema attorno a cui si sviluppa l’aggregazione. Gli elementi che permettono l’animazione, la crescita e la diffusione di queste aggregazioni sono sostanzialmente due:

  • i soggetti (unità) o nodi della rete, che possono essere persone, gruppi di persone, luoghi o istituzioni;
  • le relazioni (link), che legano i soggetti della rete e che possono essere esclusive o reciproche, simmetriche o asimmetriche.

Le diverse tipologie di contenuti sviluppati all’interno dei “social network” permettono di segmentare questi palinsesti sociali in diverse tipologie che possiamo sintetizzare in questo elenco, non esaustivo, vista la peculiare “liquidità” di queste dinamiche digital-sociali:

  • Reti generaliste o di sostegno sociale (palinsesti tecnologici dove enfatizzare la propria autoreferenzialità). Si basano su legami deboli, a volte autorevoli ma non certificati: www.myspace.com, www.facebook.com;
  • Reti informali, non istituzionalizzate, basate sulla reputazione. Condividono interessi attraverso legami deboli ma autorevoli: www.linkedin.com;
  • Reti formali, istituzionalizzate, adatte per comunità professionali. Di solito a supporto di comunità scientifiche, politiche, economiche e sociali. Si basano su legami forti e interessi specifici duraturi;
  • Reti formali, non istituzionalizzate, adatte per comunità di pratiche. Si basano sulla condivisione di studi e buone pratiche. Hanno forti legami professionali basati sull’autorevolezza. Ne sono un esempio concreto tutte quelle che gravitano attorno alla materia dell’eLearning;
  • Reti self-service, utilissime per sviluppare progetti, ed aggregare attorno a interessi specifici momentanei: www.ning.com;
  • Reti primarie, si basano su legami fortissimi, anche di tipo parentale o amicale. Condividono su palinsesti socialmedialitutto ciò che li lega anche nel mondo analogico: foto, video, musica, documenti, ecc.: www.youtube.com, www.flickr.com, www.lastfm.com, ecc.

Un elemento importante, fondamentale e primario per capire le dinamiche che favoriscono lo sviluppo di comunità virtuali in rete è lo studio dell’individuo. Lo studio dei comportamenti dell’uomo davanti a questi scenari/palinsesti. Il modo con cui stabilisce, favorisce e soprattutto “anima” le relazioni. fornendo contenuti, partecipando a conversazioni e destreggiandosi con i vari derivati comportamentali del web di nuova generazione (taggatura, rating, feedback, ecc.)

Vanno studiate, inoltre, le reazioni ai suoi comportamenti da parte degli altri utenti, tenendo presente una fondamentale distinzione fra gli attori delle comunità virtuali:

…………….. segue con la regola delll’1-9-90

  • 90% of users are “lurkers” (i.e. they read or browse but don’t contribute)
  • 9% of users contribute from time to time, but other priorities dominate their time
  • 1% of users participate very often and account for most of the contributions

……………..

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