Chi sono i fannulloni?

di Claudio Marino

Avete visitato di recente il sito del Ministero della Funzione Pubblica magistralmente rappresentato dal Ministro Brunetta? E’ pieno di magnifiche vignette più o meno satiriche inviate da altri visitatori, che hanno un comune denominatore: mettono alla berlina il pubblico impiego, enfatizzando la scarsa efficienza ed il lassismo di chi lavora nel settore pubblico. Successivamente, per dare un’idea di par condicio, hanno trovato spazio anche vignette sul Ministro, c’è anche un concorso per votare la vignetta più cattiva.

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Evidentemente, qualcuno è convinto che uno dei compiti di un sito istituzionale sia quello di mettere in ridicolo i propri dipendenti e svilire la qualità del proprio operato, data la scarsa qualità di chi opera in tal senso. Può sembrare strano, ma ciò collima con l’idea-guida del Ministro, come è evidente dal tono delle circolari evidenziate (es: “Licenziare il dipendente pubblico? Si può!” – notare il punto esclamativo) mentre sembra che, per ora, l’innovazione sia confinata ad una generica serie di buoni ma fumosi propositi.

Essendo un dipendente pubblico, come peraltro il Ministro Brunetta (solo che lui da circa 20 anni è in aspettativa/distacco per svolgere i propri mandati politici), mi arrogo il diritto di conoscere un po’ il funzionamento ed il malfunzionamento della P.A. e quindi, non sapendo disegnare, ho scelto di scrivere una lettera al Ministro, per evidenziare qualche aspetto che, IMHO, è degno di nota nella strada verso l’efficienza. Perché di cattiveria in giro ce n’è già troppa e non serve gettare benzina sul fuoco.

Invito tutti coloro che hanno idee e stimoli in questo senso a farle conoscere al Ministro.

Egregio Signor Ministro,

sono un dipendente pubblico che, nel corso del lavoro all’interno della P.A., ha avuto modo di farsi un’idea sul suo funzionamento, sulle carenze nei confronti del cittadino/utente ma anche dei suoi punti di forza.

Ho appreso con interesse della Sua nomina quale massimo responsabile dell’attività del settore pubblico e la Sua annunciata svolta in direzione dell’efficienza. Raramente, in passato, i Suoi predecessori hanno dimostrato una volontà di miglioramento e innovazione nell’ambito di competenza, oppure molto spesso i loro provvedimenti si sono rivelati inefficaci perché inapplicabili o intempestivi.

Allora mi chiedo e Le chiedo: chi sono i fannulloni, coloro che limitano l’azione della pubblica amministrazione, che non sanno o non vogliono far funzionare bene gli apparati al servizio di tutti i cittadini, che traggono vantaggi personali dall’inefficienza?

Nella maggior parte dei casi, il cittadino che ha rapporti con la P.A., anche sospinto da una campagna di stampa interessata per motivi commerciali a soffiare sul fuoco delle polemiche,   tende ad additare la categoria dei dipendenti pubblici come fannulloni, profittatori, pascià tutelati dallo Stato servitore anziché servito, nascosti e protetti da una muraglia inespugnabile che si chiama burocrazia, un mostro talmente potente ed infido che persino i suoi membri hanno paura ad osteggiare.

L’inefficienza è connaturata in ogni organizzazione umana, nella misura in cui ciascuno ha un’idea su come operare diversa da quelle altrui. E’ fisiologico che esista un siffatto dualismo, che diviene patologico quando qualcuno riesce ad approfittarne.

Siamo tutti ben coscienti che nel pubblico molte cose non vanno. E che esistono molti dipendenti che non contribuiscono a migliorare la situazione, parassiti senza etica del lavoro, che non hanno coscienza dell’importanza del loro contributo individuale al benessere collettivo. E anche che è sacrosanto penalizzare chi non vuole lavorare poiché sottrae risorse a chi si impegna onestamente.

Signor Ministro, Lei sa che il qualunquismo non porta risultati ma solo polemiche. Lei, che conosce la pubblica amministrazione, dia un segnale forte non di giustizialismo, ma di progresso.

Non è mai scemato il dubbio che l’ingessamento delle procedure, la carenza di attenzione che talvolta si manifesta nell’operato degli Enti pubblici sia tollerato, accettato, forse voluto da taluni soggetti per motivi poco edificanti dei quali non possiamo, per dignità, disconoscere l’esistenza.

In una attività privata, il dipendente inefficiente viene licenziato. Proprio per questo motivo, il fallimento o la scarsa efficienza nel settore privato non può essere imputata a tutti i dipendenti. In questi casi, le responsabilità interne sono dei quadri, della dirigenza, del management, dei soggetti che non hanno saputo svolgere appieno le loro funzioni di coordinamento, controllo, gestione. I problemi di Alitalia, Telecom, Autostrade o Fiat, ad esempio, non nascono dall’incompetenza dei lavoratori, ma da scelte fatte molto più in alto, scelte scellerate o derivanti da analisi imprecise, ma implicanti comunque livelli di responsabilità diversi da quelli di operai o impiegati.

Perché nella P.A. la situazione dovrebbe essere differente? Non abbiamo forse ogni giorno sotto gli occhi i fallimenti dei piani industriali di grandi aziende pubbliche e non, paragonabili alle voragini nei bilanci degli Enti locali?

Nella P.A., inoltre, si aggiunge un ulteriore elemento di disturbo: la sempre sbandierata e mai realmente attuata riforma Bassanini, che tendeva a separare la sfera politica da quella gestionale. Oggi i due campi sono ancora volutamente frammisti, per impedire alla dirigenza di affrancarsi dall’arroganza di alcuni politici. Ma purtroppo, spesso avviene che anche dall’interno delle amministrazioni non si ricerchi questa autonomia, accondiscendendo scelte sbagliate e finalizzate al solo consenso elettorale, per non dare l’impressione di osteggiare questa o quella volontà politica e restare in buoni rapporti con tutti.

Secondo un diffuso stereotipo, molti dipendenti pubblici nell’orario di servizio abbandonano il posto di lavoro per fare la spesa: quanta parte di responsabilità è imputabile a questi e quanta invece al suo responsabile che non vede o finge di non vedere, che non è in grado di controllare e non si preoccupa del controllo, che non riesce neanche ad accorgersi della scarsa produttività del dipendente? Non è ovvio supporre che chi è investito della responsabilità di coordinare e dirigere un gruppo di lavoro sia in grado di valutare i punti di forza e di debolezza delle risorse umane che da lui dipendono?

Come valutare poi coloro che, all’interno della pubblica amministrazione (ma allo stesso modo avviene in altri settori), spinti da invidie e gelosie e dall’alto di posizioni di responsabilità confinano in un angolo le iniziative altrui, deresponsabilizzano o ignorano scientemente le competenze altrui, creano artatamente problemi per poi trovarvi soluzione, evitano di condividere conoscenze e competenze per mantenere posizioni di privilegio? Solo perché un discreto in mezzo ai mediocri appare bravo e indispensabile, mentre un discreto in mezzo ai bravi appare inutile e fuori posto. Fa rabbia pensare che, a volte, tutto ciò avviene sotto lo sguardo imbelle del management che non vuole assumersi il rischio e la fatica di rivoluzionare l’assetto della sua struttura, cagionando danni incalcolabili alla crescita professionale del personale.

Nella lotta agli sprechi ed all’inefficienza, potrebbe allora risultare più efficace partire dall’alto, ricercando quelle sacche di incompetenza, superficialità, filosofia del “tirare a campare” che hanno caratterizzato troppo spesso il funzionamento interno delle pubbliche amministrazioni. Senza dimenticare che la disonestà è presente ed agisce a tutti i livelli: pertanto occorre evitare che chi è preposto a redigere atti non li rediga, chi deve ripartire il lavoro in modo equilibrato faccia disparità, chi ha il compito di controllare lo faccia in modo burocratico e superficiale; perseguendo l’obiettivo che ciascuno lavori guidato non solo dalle leggi e dalle consuetudini, ma dal buon senso e dall’interesse comune, con l’obbligo morale ma anche contrattuale di segnalare ostacoli e problemi dell’azione amministrativa al suo e ad altri livelli, comportandosi come il buon padre di famiglia. E’ questo, Signor Ministro, che oggi manca nella pubblica amministrazione: l’interesse a migliorare il proprio e l’altrui lavoro, tendenza imputabile più spesso all’impossibilità di avere spazi per l’iniziativa personale, che al lassismo ed alla poca voglia di lavorare.

L’architettura ci insegna che, spesso, il modo migliore per far funzionare qualcosa non è demolire e ricostruire, ma valorizzarne le potenzialità. Moltissimi dipendenti pubblici hanno enormi potenzialità, che rimangono molto spesso inespresse a causa dei motivi che Le ho esposto. Confido che i Suoi prossimi provvedimenti vadano in questa direzione, correggendo quella che appare, allo stato attuale, una linea penalizzante per le retribuzioni di tutti i dipendenti pubblici, in modo indiscriminato, che rischia fortemente di rimanere inattuata non appena si scontrerà con l’inefficienza di molti dei decisori delle pubbliche amministrazioni. Alimentando così i luoghi comuni secondo cui il dipendente pubblico è un fannullone e il politico trae vantaggio dall’inefficienza.

La ringrazio per l’attenzione e, compatibilmente con i Suoi impegni, mi piacerebbe conoscere la Sua opinione.

Claudio Marino

One Comment

  1. Grazie gigi e a tutti, non per me ma per l’importanza che l’argomento ha per il futuro di tutti noi. Si può scherzare sull’altezza del ministro, bene le vignette (alcune favolose) anche sui dipendenti fannulloni (che possano essere inghiottiti dal ministrino). I fannulloni, queli che danneggiano i veri lavoratori e la collettività, vanno sbatuti fuori a calci, ma attualmente si sta criminalizzando una categoria di persone tagliando in modo indiscriminato a tutti una parte dello stipendio, in barba ai contratti ed ai livelli già bassi. Il tenutario merita di guadagnare meno, secondo voi? Responsabilità di tutti, ma le riforme vanno fatte per bene, in modo da essere applicabili, per migliorare davvero. Comunque, scrivete a Renatino e fategli sapere che esistono altre realtà, anche malate ma curabili in modo diverso.

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