I promessi sposi – parte I

I promessi sposi – parte I di Claudio Marino

Questa storia si svolge nell’italico territorio, in tempi e luoghi non ben precisati e racconta le peripezie di due giovani impegnati a ritrovarsi dopo essere stati tanto a lungo separati. I personaggi sono immaginari, ma con un po’ di fantasia i lettori di questo blog potranno facilmente calarsi nella magia dei fatti narrati.

Thanks

In quel di Venezia viveva un bel giovine, che poi tanto bello e giovine non era, di nome Renzo Brunettino. Egli aveva un lavoro umile, di basso livello, inadeguato alla sua alta statura … morale: per lavoro faceva l’operaio e, per hobby, insegnava all’Università e faceva il ministro. Egli amava, corrisposto (ma era una sua opinione), una giovane donna bellissima e sfuggente, che tutti desideravano ma che nessuno riusciva a trattenere, di nome Lucia, Lucia Efficienza.

I due giovani innamorati sembravano destinati ad una felice e produttiva vita insieme: ma un brutto giorno, il destino rivelo cosa aveva in serbo per loro. Difatti, tre signorotti locali, Don Guglielmo, Don Luigi e Don Raffaele, detti “i confederati”, invidiosi che qualcuno raggiungesse l’Efficienza senza chiedere il loro benestare, fecero di tutto per separarli. E mandarono i loro bravi, i bravi dipendenti pubblici, a spaventare a morte il presule cui era stato affidato il compito di celebrare il matrimonio, minacciandolo di sciopero. Era questi un parroco bolognese, Don Romano, che tra le sue doti aveva quella di ex-Presidente della Commissione Europea ma non quella del coraggio: cosa poteva egli di fronte alle minacce di sciopero dei Bravi dipendenti pubblici? Nulla. Quindi, frappose tra i due giovani una serie infinita di ostacoli dai nomi incomprensibili, tratti dal Diritto canonico del Lavoro: CCNL, art.18, progressioni orizzontali, posizioni organizzative.

I confederati, per dar maggior forza al loro volere, rapirono l’Efficienza, per sottrarla alle influenze di Renzo. Il meschino giovane si mise subito alla sua ricerca, ed in questa odissea ricevette l’aiuto di un buon uomo, il cui ruolo si sarebbe rivelato decisivo nella storia.

A questo punto, val la pena di spendere due parole sul tipo. Quest’uomo era stato un giovane dissoluto, di non eccelse capacità, che voleva fare il giornalista: ma quando aveva l’ardire di raccontarlo a qualcuno, con la sua voce che ricordava un fischietto di carnevale, il suo interlocutore puntualmente scoppiava a ridere, giudicandolo un Alieno. Perciò questo essere vagava di redazione in redazione, senza successo, per sbarcare il lunario. Un giorno, spinto dal bisogno, decise di prendere i Voti, e fors’anche di farli prendere a qualcun altro, promettendo cieca obbedienza al suo signore (quello con la “s” minuscola). Per far questo, dovette prima essere battezzato, immergendosi nel Giordano, che poi gli sarebbe rimasto addosso come nome. Il suo mentore lo impostò dapprima in un convento in cui non faceva nulla (cioè faceva esattamente il suo dovere), con il ruolo di direttore. Successivamente, dato che c’era il rischio di essere spediti sul satellite, gli fece assumere la guida di un grande complesso in quel di Milano dal glorioso passato, caduto in disgrazia dopo che il suo vecchio fondatore, il Generale Indro della Rovere, ne era stato malamente cacciato.

Ma torniamo a noi. Fra’ giordano si adoperò moltissimo per far ritrovare i due innamorati, sferzando a suon di articoli i Bravi dipendenti pubblici e i loro mandanti, dall’alto della sua posizione e dell’autorevolezza che tutto il popolo gli riconosceva, con un piglio ed una pervicacia che, talvolta, sorprendevano persino il mite Renzo.

Ma, per disgrazia, i Bravi erano protetti da una cosca di furfanti chiamata CGIL (Comitato di Garanzia per Impuniti e Ladri), che aveva come unica missione quella di proteggere i malviventi dalla giustizia, assicurando loro un perenne indulto Clemente. Ed era potente, molto potente, aveva sei milioni di seguaci iscritti: tanto che Renzo, in un attimo di sconforto, esclamò:” Minchia, unni su sti figgh’i buttana? Si ‘i pigghiu ci rumpu ‘i corna” (traduzione dal dialetto meneghino:”Corbezzoli, dove si nascondono tutti questi fannulloni? Se li trovo li licenzio”). E questa frase passò alla storia recente come l’Editto contro i fannulloni. Ma l’incauto Renzo non si accorse che le sue frasi, che uscivano dal cuore e che erano pregne di buone intenzioni, erano state travisate dai passanti i quali, aizzati dai Confederati, si tramutarono ben presto in una folla urlante, fuori controllo, che usando come pretesto il problema del pane (il prezzo era aumentato vertiginosamente negli ultimi tempi per la carestia causata dall’uragano Set-aside venuto dall’Europa), si scagliarono contro qualunque cosa, scatenando una lunga guerriglia, passata alla storia come le cinque giornate di Milano. In questo trambusto, ai rivoltosi si unirono in quei giorni anche gruppi di giovani con drappi neri e azzurri, che non protestavano ma approfittavano comunque dell’occasione per fare un casino d’inferno, inneggiando a coloro che preferivano usare la mano sinistra, i Mancini.

Segue……….

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