Attraverso la partecipazione l’eGoverment può fare breccia nella società italiana

Mercoledì scorso ho partecipato alla tavola rotonda “L’e-government 2007-2009: un focus sul futuro. Scenari emergenti, nuove forme di innovazione e approfondimenti tematici”, organizzato dalla rivista eGov e tenutosi presso il Salone delle Autonomie locali di Rimini.

L’incontro condotto dal direttore scientifico della Rivista e-Gov Claudio Forghieri aveva come scopo quello di immaginare l’eGoverment fra 5 anni con una visione sbilanciata e accompagnata dalle tendenze emergenti. In pratica ci siamo immaginati fra 5 anni come cittadini utenti di uno stato finalmente innovato e moderno che, nel frattempo, aveva risolto alcuni problemi relativi a tecnologie, cultura e ordinamento.

Durante i lavori ho subito premesso che gli interlocutori/attori della tavola rotonda potevano fare uno sforzo, anche, immane e un esercizio di teoria e pratica estremo. Ma le regole del gioco, molto probabilmente, le avrebbero dettate i nativi digitali che, fra 5/10 anni non saranno certo classe dirigente ma forse quadri ed esecutori sia nella PA che nel tessuto imprenditoriale del nostro paese.

Loro, i nativi, sono meno propensi a porsi domande sul cosa fare e cosa adottare. Semplicemente prendono il mezzo e il metodo più semplice e lo usano.

Quindi, immaginare ancora CIE, CNS, CRS, autorità digitali e altre forme centralizzate di gestione dell’identità mi è risultato alquanto difficile da sostenere.
Fra l’altro l’ordinamento molto chiuso del nostro paese sul concetto di “identità aperta preventivamente consentita” è un freno non da poco.

I nativi usano il cellulare e con quello parlano, scrivono, ascoltano musica, scambiano foto e filmati e, se tutto andrà come la tecnologia ci fa immaginare, pagheranno il cinema, la pizza, la multa per sosta vietata, il 730 e chissà cosa semplicemente scalando il credito.

Ma l’azione che mi convince sempre di più sull’immaginare il terminale telefonico come oggetto polifunzionale è la sua adattabilità al nuovo modo di fare eGov. Quello push/pull.

L’eGov attuale gode di ampio consenso ma ha un difetto implicito. Essendo completamente pull, viene spesso percepito come un ennesimo “aiuto di stato”. Se osserviamo bene i principi sui quali si basano le politiche per lo “sviluppo della società dell’informazione” in Italia possiamo convenire che il concetto di partecipazione al progetto è qualcosa di nuovo. Per lo meno in Italia. Mettere Stato, PA Locale e destinatari dentro un metodo di Project Management comprensivo di monitoraggio e premialità (tipico degli Accordi di Programma Quadro) è sicuramente un ottima visione.
Purtroppo i destinatari vedono solo l’azione finale come “distribuita”. Quello che nei progetti viene chiamato il “deliverable”. E’ un azione pull che si può prendere, adottare, e usare.
Manca quello che io chimo “accompagnamento”. La fase di facilitazione che è fondamentale per l’adozione finale.

Non sto qui a descrivere fiumi di problemi e di critiche sulla mancata attuazione di molti progetti di eGov. Fa parte del rischio e della distorsione, non solo italiana, che porta spesso a investire troppo sulla parte di accompagnamento del progetto (studi, convegni, consulenze) piuttosto che sulle azioni di risultato (deliverables).

Piuttosto manca la partecipazione. Quella che ormai viene chiamata ePartecipation e che non è altro che l’azione push che i nativi digitali sono abituatissimi a fare.

Il concetto è semplice. Mettiamo i beneficiari al centro e facciamoli partecipare con azioni di tipo push. Questo vento del web 2.0 ha insegnato che la partecipazione dal basso è OGGI la chiave del successo di ogni progetto. La partecipazione ALL’INIZIO del progetto è fondamentale perché crea consenso e, soprattutto, senso di appartenenza.
Il concetto di “focus group” deve lasciar spazio al concetto di “comunità di pratiche”.

I nativi digitali partecipano. Fanno push/pull di video su You Tube, fanno push/pull con i P2P, fanno push/pull con tutti i sistemi di messaggistica sincrona e asincrona.
Lo stesso deve accadere per l’eGov. Se vogliamo che il cittadino sia al centro dobbiamo farlo partecipare da subito. Non può vivere il progetto per la sola parte dei risultati finali.
Tra poco non ci dirà nemmeno grazie.

Le azioni di eGov che si concretizzano in servizi e azioni, verranno viste solo come “ovvie” e spesso in ritardo con i tempi attesi.

L’eGov di tipo pull è basato troppo sulla determinazione di diritti e non sulla soddisfazione di bisogni. Per soddisfare i bisogni è necessario conoscerli, attraverso l’apertura alla partecipazione.

La sfida, dunque, per capire cosa succederà nel futuro passa, secondo me, attraverso tre azioni fondamentali:
a) Acculturamento digitale di tutti gli strati della società. Conoscenza diffusa e change management.
b) Apertura delle componenti di identità (preventivamente autorizzate) per favorire l’eDemocracy di tipo pull. “Io ti dico chi sono e di cosa mi occupo, tu mi dai il servizio”.
c) Annullamento del digital divide. Disponibilità dei “media” ad alta capacità trasmissiva, wired o wireless, Anytime, Anywhere, Anybody

2 Comments

  1. Sulla bolla dei sistemi di aggregazione 2.0 sto preparando un articoletto. Secondo me, però, i modi introdotti da questi sistemi garantiranno successo intranet ed extranet nella PA.Saranno le PA più sensibili a questi nuovi processi che, come dici tu “sopravviveranno” grazie alla maturazione. Quella maturazione che permetterà di iniettare metodi “sociali” anche nei servizi pubblici.p.s. lascia pure una traccia, un nome anche per permettere ad altri di risponderti.Grazie

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  2. Conoscendo l’eGov italiano condivido alcuni tuoi input. Essendomi occupato anche di delivery (e deliverables) oso sostenere che esistano anche progetti di eGov che qualcosa hanno prodotto. In ritardo magari, ma qualcosa di innovativo e disponibile. E’ vero: il termine “comunità di pratica”, abusato in questa prima ondata di eGov, è stato implementato sovente con superficiale limitatezza, e senza partecipanza. Il vero problema della partecipazione è i suoi costi e i suoi tempi: come fare a giustificarli e ad accollarseli? Eppoi la partecipazione che avviene nelle social community in giro per il web decreta successo e morte di molte iniziative con estrema facilità: YouTube e Flickr sono forse migliori di altri servizi analoghi destinati a morire, ma solo marginalmente. MySpace è tecnicamente inferiore a molti servizi analoghi, ma è stato il primo a diffondersi in modo virale. Ce li vedi tu gli enti italiani (e i loro fornitori) mettersi a rischiare la sopravvivenza in nome della partecipazione?

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