Cerca

webeconoscenza

Tag

tesi

Versione finale

Tesi Gigi Cogo http://d.scribd.com/ScribdViewer.swf?document_id=12465480&access_key=key-1dm2ly521uplb3lx26tr&page=1&version=1&viewMode=

The final countdown!

Nella prefazione c’è scritto questo:

Ringraziamenti

Il primo ringraziamento va a mia moglie che in questi ultimi mesi ha sacrificato moltissimo del suo tempo per permettermi di sanare questo vecchio debito. La presente tesi, infatti, avrebbe dovuto essere svolta dopo i primi tre anni di Università che ho svolto negli anni ’80 del secolo scorso ma, purtroppo, le vicissitudini della vita a volte portano lontano dai propri obiettivi.

L’elenco delle persone che vorrei ringraziare potrebbe essere lunghissimo e forse non sarebbe del tutto esaustivo, perché molte di queste persone non le ho mai conosciute.

Va detto però che molte di loro abitano la rete e quindi, anche se non le conosco di persona, condividono con me uno spazio e un tempo che sono diventati una casa comune, o meglio un villaggio dove tutti insieme condividiamo la conoscenza.

“Rubare idee da una persona è plagio, rubarle da molte è ricerca” (legge di Felson)

clipped from www.unive.it
LE-032 COGO GIANLUIGI LA CONOSCENZA CONDIVISA E I NUOVI PARADIGMI DELLA COMUNICAZIONE 2.0
Relatore: CORTESI

Correlatori: TOMASIN MICELLI

blog it

Radici umanistiche

Questa parte della tesi verrà tagliata. Infatti, l’elaborazione prenderà una piega più tecnica. Per cui, rimarrà qui sul blog a futura memoria :-(

_________________________________________________________________________

L’uomo, sin dalla notte dei tempi, ha manifestato la sua indole curiosa e si è dimostrato molto attratto da tutto ciò che lo circondava. Quando finalmente è riuscito a domare le maggior parte delle sue paure e a sfogare appieno questi sentimenti con più razionalità, ha iniziato a costruire quella che oggi chiamiamo “civiltà”. La liberazione del suo pensiero dalle paure gli ha permesso, infatti, di creare con continuità e più intensità le opere del suo ingegno che, sino a quel momento, erano frutto quasi esclusivo della necessità di risolvere gli elementi critici della sua esistenza.

Il pensiero, si sa, ha bisogno anche di sostegno, di consenso e di celebrazione per affermarsi come filosofia e spesso proprio il consenso e la sua affermazione possono decretare la “genialità” di chi lo ha espresso.

Proprio la genialità degli antichi e la voglia di conoscere, crescere e competere è stata fondamentale e, grazie ad essa, si sono sviluppate le più grandi civiltà del passato.

La crescita e l’espansione di queste civiltà sono il prodotto di una miscela straordinaria che ha saputo unire la potenza e le strategie militari alla conseguente diffusione della cultura, della scienza e della lingua le quali, quasi sempre, sono figlie del genio e dell’estro dell’uomo.

Le civiltà che si sono imposte sulle altre, sono quelle che sono riuscite a imprimere maggiormente un segno duraturo dei propri fondamenti tramandandoli per lungo tempo, grazie anche alla tradizione scritta che ha favorito la persistenza e quindi il passaggio alle generazioni successive.

Infatti, è proprio nel momento in cui la tradizione orale ed iconografica è stata affiancata dalla scrittura che si sono sviluppate le più grandi civiltà del passato. Basta pensare al ruolo importantissimo di Omero che con le sue raccolte (Iliade e Odissea) ha permesso di non disperdere i racconti degli Aedi che, sino al suo intervento, venivano tramandati solo oralmente. Il paradosso quasi incredibile ha voluto che questa necessità fosse sentita da un poeta cieco. Ma per capire questa trasformazione va tenuta ben presente la distinzione fra parlato e scritto: “la scrittura, infatti, più che a fotografare ciò che diciamo, serve a raggiungere risultati diversi da quelli che si ottengono parlando [….] La scrittura consente di recuperare l’informazione, attraverso la rilettura, anche a distanza di tempo” (Bruni, 2006)

Tramandare i fondamenti delle civiltà antiche significa anche seguire il percorso del pensiero dell’uomo e i frutti che questo ha generato nel corso dei secoli. Proprio perché la scrittura ha una durata nel tempo (mentre il parlato è istantaneo e si consuma nel momento in cui viene espresso), essa è risultata la più adatta a tramandare l’esperienza e quindi la tradizione. “Verba volant scripta manent”.

E’ forse superfluo ricordare che la trasmissione delle informazioni è uno dei compiti principali della scrittura e grazie a chi ha curato nei secoli questo compito, possiamo oggi capire molte cose sul pensiero dell’uomo, e non solo sulle sue azioni.

Guardando al passato possiamo considerare diversi momenti di sviluppo e di stabilizzazione delle forme scrittorie che si sono tramandate fino ai nostri tempi. Dai primi sistemi come l’abaco cinese e il sistema di numerazione indiano Brahmagupta, che hanno iniziato ad affermarsi già 3000 anni orsono nell’oriente del mondo, fino alla scrittura, il cui sviluppo nel mondo occidentale si tende a fissare in tre precisi momenti per le diverse tipologie: a. manuale, b. meccanica, c. digitale. Tre momenti fondamentali in cui l’uomo si è sentito davvero al centro dell’universo: a. periodo delle civiltà della Mesopotamia e della valle del Nilo, b. Rinascimento c. il momento attuale che stiamo vivendo.

Un’ escursione importante ci porta anche a considerare il concetto di autorialità legato alla scrittura, ovvero il piglio inventivo e autorevole dell’autore, e anche la sua importanza nei momenti storici suddetti. Infatti, citando ad esempio le Tavole della Legge, queste possono essere percepite come un testo senza autorialità. Nel rompere le tavole Mosè ha di fatto dematerializzato i Dieci Comandamenti separando l’autore dal testo. Grazie a questo schema possiamo comprendere che nell’antichità non era importante colui che ha scritto la parola di Dio (Mosè) ma erano molto importanti i Dieci Comandamenti che hanno potuto essere tramandati alle future generazioni anche nelle diverse versioni di Esodo e Deuteronomio pur perdendo la memoria delle origini. I Dieci Comandamenti (contenuto) sono “quello che Mosè ha detto che ha detto Dio“. Un paradigma simile è ancora oggi riscontrabile nella scrittura digitale sul web, dove dematerializzazione dell’informazione, autorialità condivisa, perdita del concetto di autenticità, dinamicità e pluralità delle fonti sono elementi fondanti del paradigma stesso: “La scrittura, insomma, proprio perché dura nel tempo, fa si che la comunicazione avvenga in assenza di coloro che si scambiano il messaggio, in tempi e luoghi diversi per chi scrive e per chi legge” (Bruni, 2006)

Le informazioni tramandate grazie alla scrittura, dunque, hanno permesso di riconsiderare le tradizioni letterarie del passato come “modello”. Il ritorno ai classici, infatti, è stato una costante nella storia e nella cultura e quasi sempre lo si è sfruttato come strategia per uscire da periodi bui, ambigui o di rottura. Non per niente, anche il momento che stiamo vivendo ora viene considerato come un “nuovo umanesimo” paragonandolo con altri momenti culturalmente elevati del passato.

Ad esempio, la tradizione scritta (Virgilio, Cicerone, Ovidio, Seneca, Apuleio, ecc.) appartenuta all’ultima grande civiltà dell’antichità: l’impero romano, è la prima ad essere richiamata nel tardo medioevo dalle tre corone italiane: Dante, Petrarca e Boccaccio, e diventerà per tutto l’Umanesimo, e poi nel Rinascimento, un continuo modello di riferimento.

Ma il richiamo ai classici è anche un modo palese per cercare il filo conduttore, la trama del pensiero moderno. Nessun pensiero nasce asettico dalla tradizione. E’ nel passato che si trova la forza, il sostegno e l’esempio vincente che grazie alle idee, al genio e alla creatività dell’uomo, permettono di sconfiggere le paure e le incertezze sul futuro.

Quando la caduta dell’impero romano e il cristianesimo determinarono una frattura profonda e insanabile per diversi secoli e, alla voglia di crescere e di conoscere, si contrappose la rassegnata convinzione cristiana per la quale ogni atto terreno fosse inutile e insignificante al confronto del grande disegno divino che tutto governava, la scrittura e la conservazione dei testi classici, il genio dell’uomo e la storia delle sue vittorie sulla paura vennero comunque conservate dagli amanuensi, pronte per rafforzare e dare vita a un altro momento di splendore.

Nel’alto medioevo, in particolare, la convinzione che “non si può sperare di comprendere il mondo: l’unica cosa da fare è contemplare ammirati la creazione di Dio. La vera conoscenza deriva solo dalla rivelazione” (Follet, 2007) rappresentava un freno alla voglia innata dell’uomo di conoscere, crescere e competere, Eppure la produzione di conoscenza, figlia diretta del pensiero dell’uomo (seppur confinata a sporadica eccellenza) non veniva mai meno e generava uomini dallo spessore di Federico II di Svevia che di conoscenza si nutrì, circondandosi soprattutto di talenti e di geni per creare nuove scuole di pensiero e persino università.

Finalmente dunque, con l’Umanesimo e soprattutto con il Rinascimento, si ebbe un impetuoso e fondamentale ritorno dell’uomo al centro dell’universo e, principalmente, crebbe la rinnovata convinzione che il suo pensiero e la sua creatività fossero gli ingredienti fondamentali per lo sviluppo della società. Gli umanisti riscoprirono il valore dell’esistenza terrena e rivolsero il loro interesse ai classici (protagonisti delle grandi civiltà del passato) riconsiderando i valori per cui valeva la pena di vivere. La vita terrena non fu più vista soltanto come un momento di passaggio verso la vita eterna, e le riflessioni dei filosofi si concentrarono sul significato e sul valore dell’esistenza dell’uomo.

L’era della rinascita, infine, portò una consapevolezza: “solo attraverso la rigenerazione dell’umanità si poteva sviluppare il progresso” e per fare ciò bisognava rivalutare l'”uomo“. Nel Medioevo la scienza si era affidata non tanto all’osservazione diretta dei fatti, quanto alla lettura di testi autorevoli e solo nella Bibbia, o nell’opera del filosofo greco Aristotele (384-322 a.C.), si ottenevano le spiegazioni dei fenomeni naturali. Tutto ciò, in accordo con la più alta opinione che l’uomo del Rinascimento ebbe di se stesso, liberò la scienza dal timore del confronto col passato e permise all’“uomo” di affidarsi alle proprie ricerche e alle proprie libere valutazioni. Il progresso aveva ripreso la sua corsa.

umanistiche

Non è un caso che in pieno rinascimento Johann Gutenberg inventò il modo più semplice e ingegnoso per ottenere molte copie di una pagina scritta, garantendo la continuità e la diffusione della conoscenza, del pensiero umano e di tutte le sue forme artistiche. Con l’espansione della scrittura meccanica si creò un altra frattura fondamentale: l’attività di scrittura e la scelta sul “cosa tramandare”, non sarebbe più stata predominio esclusivo degli ecclesiastici. Il testo, da quel momento in poi, sarebbe stato definitivamente fissato meccanicamente e legato indissolubilmente al suo autore.

Dopo Gutenberg l’autorialità non viene ancora fusa con il concetto di copyright (questo avverrà nel diciottesimo secolo) ma assume una notevole importanza proprio perché il genio dell’autore verrà sempre associato al contenuto dell’opera.

Nonostante il tentativo della controriforma di frenare l’impeto della scrittura meccanica, e non solo, questa tecnica riuscì a produrre benefici reali e tangibili come la circolazione di massa della conoscenza e l’accesso all’istruzione da parte dei meno abbienti. Si manifestava finalmente quell’embrione di società della conoscenza che oggi decantiamo con gli strumenti digitali.

Tralasciando gli ulteriori sviluppi e la diffusione capillare della scrittura in tutte le sue forme nei successivi secoli, oggi (nell’era della scrittura digitale) esaltiamo gli strumenti e i metodi derivati dalla digitalizzazione come fossero gli unici elementi abilitanti per la condivisione della conoscenza. Lo facciamo enfatizzandone l’abilità di persuasione e la viralità con cui riescono a penetrare negli stili di vita; condizionandoli.

Ma se proviamo ad analizzare alcuni comportamenti del passato con occhio vigile, forse ci accorgiamo che i grandi produttori di cultura, e quindi di conoscenza, avevano già ben presenti quali fossero i metodi più efficaci per far circolare le idee. Ad esempio, alcuni segnali ben precisi sullo sviluppo di dinamiche che oggi ci sembrano rivoluzionarie, erano già ben visibili nei modi di Francesco Petrarca.

Il Petrarca può essere, a buon titolo, considerato un esempio di blogger[1]. Infatti molti studiosi definiscono il Canzoniere un vero e proprio diario. E questo è solo il primo indizio. Vi è poi, nei comportamenti del Petrarca, un analogia con quello che fanno i blogger di oggi:

  • l’enorme utilizzo della forma epistolare (Petrarca ha scritto migliaia di lettere);
  • la catalogazione delle stesse lettere, in diversi momenti della sua vita, sottoforma di “raccolte” (tag[2]);
  • la revisione continua. Petrarca rimaneggia, ritocca e aggiunge le sue opere;
  • l’autobiografismo (il Secretum);
  • abbandona e poi riprende le sue opere durante tutto il corso della vita (salva le bozze come in un wiki[3]);
  • gran parte della sua produzione fu assemblata in diverse forme e commentata durante tutto il rinascimento;
  • tutti i critici concordano che Francesco Petrarca ha favorito la conversione della letteratura dall’oggettività alla soggettività. L’individuo si autoreferenzia e non nasconde più nulla di se stesso. Ama Laura e lo dice pubblicamente;
  • riceve le prime blog-reaction[4]. In pratica ancora vivo viene linkato[5] da Boccaccio (Il De Vita et moribus domini Francisci Petracchi de Florentia). Non era mai successo che si scrivesse la biografia di un poeta ancora vivo.

Ma non è da meno il suo contemporaneo Giovanni Boccaccio. Infatti, come non vedere nella “cornice” e nella “sottocornice” del Decameroni primi segnali di una nascente ipertestualità?” (Crivelli, 2004)

Come non assimilare l’informalità dei comportamenti della “allegra brigata” e la sua convivialità al bisogno di relazionarsi in modalità “analogica” (come diremmo oggi). Boccaccio ha lanciato il primo barcamp[6] della storia dell’umanità e tutti i post[7] di quell’evento sono ancora a nostra disposizione.

Come non scorgere nell’esaltazione della nuova classe emergente (commercianti, mercanti, artigiani) la determinazione nell’indicare la strada per l’innovazione? Il Decameron è stato scritto alla fine del medioevo, quando il concetto di “talento” era riferibile solo agli artisti.

Boccaccio invece celebra nuovi comportamenti emergenti e nuovi talenti:

  • celebra la “formazione continua” (Andreuccio da Perugia);
  • il potere della parola (frate Cipolla);
  • l’industria umana (Ser Cepparello).

Da questa analisi introduttiva possiamo dedurre che l’era digitale è sicuramente un momento rivoluzionario dal punto di vista dell’innovazione tecnologica, ma le modalità con cui ancora viene fissata e tramandata la scrittura digitale e la comunicazione sul web, sono eredità diretta di paradigmi e usi già consolidati nel passato.

Ci restano però dei quesiti da sciogliere, che potrebbero accompagnare lo sviluppo della presente tesi:

· Siamo ancora convinti che il bisogno, e la circolazione della conoscenza siano favoriti dagli strumenti tecnologici?

· E ancora, siamo convinti che l’attuale esigenza di rimettere le “persone” al centro delle organizzazioni non sia solamente lo stesso bisogno di sempre di mettere l’”uomo” al centro dell’universo?


[1] blogger: tenutario di un diario in rete

[2] tag: letteralmente “etichetta”. Parola chiave o termine associato a un “pezzo” di informazione

[3] wiki: ambiente per la scrittura collaborativa

[4] blog reaction: letteralmente citazione. Si ottiene quando un blog cita espressamente l’articolo di un altro blog

[5] link: letteralmente collegamento. Negli elborati ipertestuali, Indica una relazione fra due contenuti

[6] barcamp: conferenza aperta e non formale alla quale partecipano i blogger

[7] post: letteralmente articolo digitale pubblicato su un blog

L’idea della madonna

Il bloggante sta completando in questi giorni un lavoro che avrebbe dovuto vedere la luce il secolo scorso sotto altra forma e, probabilmente, con altre tematiche.

Infatti, correva l’anno 1983 quando il bloggante interrompeva gli studi universitari per dedicarsi ad altre attività. Ben 14 esami (del vecchio ordinamento) erano già in saccoccia e ne sarebbero bastati altri 5 per arrivare al traguardo. Ma si sa, le vicissitudini della vita a volte portano lontano dai propri obiettivi.

L’anno scorso, preso dalla smania di sanare questo vecchio debito, il bloggante ha sostenuto gli ultimi esami (9 secondo il nuovo ordinamento) e concordato il tema della tesi.

Fino a qui nulla di straordinario, se non per il fatto che la tesi riprende molti dei temi trattati su questo blog per cui, al relatore, è venuta l’dea della madonna :-)

potresti poi fare un esperimento: pubblica sul tuo blog il drafting della tesi… per poi aggiungere in appendice alla stessa gli “input” più interessanti…”

Al bloggante sembra davvero una bella idea, perchè questo è un luogo dove si condivide TUTTO e il concetto di proprietà intellettuale ha ben poco senso. Insomma, una tesi “2.0” a tutti gli effetti.

Ora la sfida più dura è trovare qualcuno, fra i lettori di questo blog, interessati al tema e magari orgogliosi di vincere il premio “della madonna”. Ovvero veder pubblicate le proprie considerazioni (commenti su questo blog o su Ibridamenti) come parte integrante della tesi.

Lo so, c’è di meglio nella vita, ma non si sa mai. Qualche folle come il bloggante ci sarà pure!

p.s. la bozza, ovviamente non è definitiva, perchè in questi giorni ci sarà l’ultima revisione con i relatori e i co-relatori. La consegna definitiva avverrà il 26 Febbraio.

Vista l’orribile formattazione di Scribd, chi desidera la versione in Doc o Odf può scrivermi a gigi.cogo[at]gmail.com

Tesi Gigi Cogo http://d.scribd.com/ScribdViewer.swf?document_id=12465480&access_key=key-1dm2ly521uplb3lx26tr&page=1&version=1&viewMode=list

Tesi mode on: Consigli?

Titolo: La conoscenza condivisa e i nuovi paradigmi della comunicazione 2.0
Sottotitolo: Come le nuove dinamiche del web possono aiutare le organizzazioni a rinnovare i processi in un ottica di Enterprise 2.0

Un po’ di estratti li avete visti in alcuni post precedenti…….mi dareste qualche dritta sulla bibliografia?
Per ora sto leggendo questi libri, suggeritemi cosa integrare o ditemi se ho scelto delle minchiate:

Cybersocialità. Nuove forme di interazione comunitaria
Autore: Casalegno Federico
Editore: Il Saggiatore
Genere:  scienze sociali
Argomento:  comunicazione, realtà virtuale
Collana: La cultura
Pagine: 128
ISBN: 8842812773
Data pubblicazione: 2007

Galassia Internet
Autore: Castells Manuel
Editore: Feltrinelli
Genere:  scienze sociali
Argomento:  internet
Collana: Universale economica. Saggi
Traduttore: Viviani S.
Pagine: 262
ISBN: 8807818914
Data pubblicazione: 2006

Lo stile del Web. Parole e immagini nella comunicazione di rete
Autore: Carlini Franco
Editore: Einaudi
Genere:  scienze sociali
Argomento:  comunicazione, internet
Collana: Einaudi contemporanea
Pagine: 175
ISBN: 8806145738
Data pubblicazione: 1999

Il mondo digitale. Introduzione ai nuovi media
Autori:  Ciotti Fabio  Roncaglia Gino
Editore: Laterza
Genere:  libro. elaborazione dati
Argomento:  multimedialità, mass-media, internet
Edizione: 12
Collana: I Robinson. Letture
Pagine: X-510
ISBN: 8842059749
Data pubblicazione: 2008

Essere digitali
Autore: Negroponte Nicholas
Editore: Sperling & Kupfer
Genere:  scienze sociali
Argomento:  tecnologia
Collana: Scienza
Traduttore: Filippazzi F. – Filippazzi G.
Pagine: 270
ISBN: 8820020041
Data pubblicazione: 1995

Business blog. Come i blog stanno cambiando il modo di comunicare dell’azienda con il cliente
Autori:  Scoble Robert  Israel Shel
Editore: Il Sole 24 Ore Pirola
Genere:  gestione e servizi ausiliari
Argomento:  web marketing
Collana: Mondo economico
Traduttore: Mometto P.
Pagine: XX-310
ISBN: 8883638360
Data pubblicazione: 2007

Il valore della conoscenza. Teoria e pratica del knowledge management prossimo e venturo
Autori:  Azzariti Ferdinando  Mazzon Paolo
Editore: Etas
Genere:  gestione e servizi ausiliari
Argomento:  direzione aziendale
Collana: Management
Pagine: XI-206
ISBN: 8845312755
Data pubblicazione: 2005

La parte abitata della Rete
Autore: Maistrello Sergio
Editore: Tecniche Nuove
Genere:  scienze sociali
Argomento:  internet
Collana: Informatica. Internet
Pagine: VIII-173
ISBN: 8848119727
Data pubblicazione: 2007

Wikinomics
Autori:  Tapscott Don  Williams Anthony D.
Editore: Etas
Genere:  economia
Argomento:  globalizzazione, internet
Pagine: XIV-377
ISBN: 8845313840
Data pubblicazione: 2007   
The Big Switch
Autore: Nicholas Carr
Editore: W W NORTON & CO
Genere:  lingua inglese
ISBN: 0393062287
Data pubblicazione: 01 Feb 08

La nuova comunicazione interna. Reti, metafore, conversazioni, narrazioni
Autori:  Artuso Paolo  Mason Giacomo
Editore: Franco Angeli
Genere:  gestione e servizi ausiliari
Argomento:  comunicazione, organizzazione aziendale
Collana: Management Tools
Pagine: 176
ISBN: 8846491106
Data pubblicazione: 2008

La società digitale
Autore: Granieri Giuseppe
Editore: Laterza
Genere:  scienze sociali
Argomento:  società contemporanea, tecnologia
Collana: Saggi tascabili Laterza
Pagine: 198
ISBN: 8842080470
Data pubblicazione: 2006

Government 2.0: Using Technology to Improve Education, Cut Red Tape, Reduce Gridlock, and Enhance Democracy
Autore: William D. Eggers
Editore: Rowman & Littlefield Publishers
Genere:  Politica
Argomento:  eGovernement
Pagine: 240
ISBN: 0742541754
Data pubblicazione: 2005

The long tail
Autore: Chris Anderson
Editore: RANDOM HOUSE BUSINESS BOOKS
Genere:  lingua inglese
ISBN: 1844138518
Data pubblicazione: 03 May 07

Reshaping Your Business with Web 2.0
Autore: Vince Casarez, Billy Cripe, Jean Sini, Philipp Weckerle
Editore: McGraw-Hill Osborne Media
Pagine: 202
ISBN: 0071600787
Data pubblicazione: 2008

Tesi mode on – L’introduzione generale

Sto raffinando l’introduzione generale alla tesi.

Essendo una tesi di “informatica umanistica e comunicazione” ho cercato di trovare il collegamento fra la cultura umanistica e quella digitale.

E’ ancora una bozza su cui lavorare ma, se qualcuno vuol esprimere pareri, questo è il posto giusto.

________________________________________________________________________

L’uomo, sin dalla notte dei tempi, ha manifestato un indole curiosa e si è dimostrato molto attratto da tutto ciò che lo circondava. Quando finalmente riuscì a domare le maggior parte delle sue paure e a sfogare appieno questi sentimenti con più razionalità, ha iniziato a costruire quella che oggi chiamiamo "civiltà". La liberazione del suo pensiero dalle paure gli ha permesso, infatti, di creare con più intensità e continuità le opere del suo ingegno.

Il pensiero però, si sa, ha bisogno di sostegno, di consenso e di celebrazione per diventare "genio".

Proprio la genialità degli antichi e la voglia di conoscere, crescere e competere è stata fondamentale e, grazie ad essa, si sono sviluppate le più grandi civiltà del passato.

La crescita e l’espansione di queste civiltà non è avvenuta solo grazie alla potenza e alle strategie militari ma, fondamentalmente, grazie allo sviluppo della cultura, delle scienze e della lingua che sono figlie del genio e dell’estro dell’uomo.

Le civiltà che si sono imposte sulle altre sono quelle che sono riuscite a imprimere maggiormente un segno duraturo dei propri fondamenti, tramandandoli per lungo tempo grazie alla tradizione scritta.

Infatti, nel momento in cui la tradizione orale ed iconografica è stata affiancata dalla scrittura, si sono sviluppate le più grandi civiltà del passato. Per capire questa trasformazione va tenuta ben presente la distinzione fra parlato e scritto: "la scrittura, infatti, più che a fotografare ciò che diciamo, serve a raggiungere risultati diversi da quelli che si ottengono parlando" (Bruni, Manuale di scrittura e comunicazione, 2006, p. 23).

Tramandare i fondamenti delle civiltà antiche significa anche seguire il percorso del pensiero dell’uomo e i frutti che questo ha generato nel corso dei secoli. Proprio perchè la scrittura ha una durata nel tempo (mentre il parlare è istantaneo e si consuma nel momento in cui viene pronunciato) è risultata la più adatta a tramandare l’esperienza e quindi la tradizione. Verba volant scripta manent.

E’ forse superfluo ricordare che la trasmissione delle informazioni è uno dei compiti principali della scrittura e grazie a chi ha soddisfatto nei secoli questo compito, possiamo oggi capire molte cose sul pensiero dell’uomo e non solo sulle sue azioni.

I modelli associabili ai momenti in cui la scrittura ha conosciuto il suo massimo splendore sono fondamentalmente tre (a. manuale, b. meccanica, c. digitale) e sono tutti e tre momenti fondamentali in cui l’uomo si è sentito davvero centro dell’universo ( a. periodo delle civiltà della Mesopotania e della valle del Nilo, b. Rinascimento c. il momento attuale che stiamo vivendo).

Le informazioni tramandate grazie alla scrittura, hanno permesso di riconsiderare le tradizioni letterarie del passato come "modello". Il ritorno ai classici, infatti, è stato una costante e quasi sempre lo si è sfruttato come strategia per uscire da periodi bui, ambigui o di rottura. Non per niente anche il momento che stiamo vivendo viene considerato come un "nuovo umanesimo" paraganondolo con altri momenti culturalmente elevati del passato.

La tradizione scritta (Virgilio, Cicerone, Ovidio, Seneca, Apuleio) appartenuta all’ultima grande civiltà dell’antichità: l’impero romano, è la prima ad essere richiamata nel tardo medioevo dalle tre corone italiane: Dante, Petrarca e Boccaccio, e diventerà per tutto l’Umanesimo, e poi nel Rinascimento, un continuo modello di riferimento. Questo richiamo continuo ai classici, rappresenta una costante richiesta di feedback ai grandi pensatori del passato. E’ un modo palese per cercare il filo conduttore, la trama del pensiero moderno. Nessun pensiero nasce asettico dalla tradizione. E’ nel passato che si trova la forza, il sostegno e l’esempio vincente che grazie alle idee, al genio e alla creatività dell’uomo, permettono di sconfiggere le paure e le incertezze sul futuro.

Quando la caduta dell’impero romano, e il cristianesimo, determinarono una frattura profonda e insanabile per diversi secoli e, alla voglia di crescere e di conoscere, contrapposero la rassegnazione rafforzata dalla convinzione cristiana che ogni atto terreno fosse inutile e insignificante, al confronto del grande disegno divino che tutto governava, la scrittura e la conservazione dei testi classici, il genio dell’uomo e la storia delle sue vittorie sulla paura erano conservate, pronte per rafforzare e dare vita a un altro momento di splendore.

Nei secoli bui la convinzione che "non si può sperare di comprendere il mondo: l’unica cosa da fare è contemplare ammirati la creazione di Dio. La vera conoscenza deriva solo dalla rivelazione" (Ken Follet, Mondo senza fine , 2007, p. 96) rappresentava un freno alla voglia innata dell’uomo di conoscere, crescere e competere, Eppure la produzione di conoscenza figlia diretta del pensiero dell’uomo (seppur confinata a sporadica eccellenza) non veniva meno e generava uomini dallo spessore di Federico II di Svevia che di conoscenza si nutrì, circondandosi di talenti e di geni per creare nuove scuole di pensiero e persino università.

Finalmente dunque con l’Umanesimo, e soprattutto con il Rinascimento, si ebbe un impetuoso e fondamentale ritorno dell’uomo al centro dell’universo e, soprattutto, la rinnovata convinzione che il suo pensiero e la sua creatività fossero gli ingredienti fondamentali per lo sviluppo della società. Gli umanisti riscoprirono il valore dell’esistenza terrena e rivolsero il loro interesse ai classici (protagonisti delle grandi civiltà del passato) riconsideranto i valori per cui valeva la pena di vivere. La vita terrena non fu più vista soltanto come un momento di passaggio verso la vita eterna e le riflessioni dei filosofi si concentrarono sul significato e sul valore dell’esistenza dell’uomo.

L’era della rinascita, infine, portò una consapevolezza: "solo attraverso la rigenerazione dell’umanità si poteva sviluppare il progresso" e per fare ciò bisognava rivalutare l’UOMO. Nel Medioevo la scienza si era affidata non tanto all’osservazione diretta dei fatti quanto alla lettura di testi autorevoli: nella Bibbia o nell’opera del filosofo greco Aristotele (384-322 a.C.) si rintracciavano le spiegazioni dei fenomeni naturali. In accordo con la più alta opinione che l’uomo del Rinascimento ebbe di se stesso, la scienza si liberò dal timore del confronto col passato e si affidò alle proprie ricerche e alle proprie libere valutazioni. Il progresso era iniziato.

fgen2

Non è un caso che in pieno rinascimento, Johann Gutenberg scoprì il modo più semplice e ingegnoso per ottenere molte copie di una pagina scritta garantendo la continuità e la diffusione della conoscenza e quindi del pensiero umano e di tutte le sue forme artistiche. Con la diffusione della scrittura meccanica si creò un altra frattura fondamentale: l’attività di scrittura e la scelta sul "cosa tramandare" non era più predominio esclusivo degli eclesiatici.

Nonostante il tentativo della controriforma di frenare l’impeto della scrittura meccanica, e non solo, questa tecnologia riuscì a produrre benefici reali e tangibili come la circolazione di "massa" della conoscenza e l’accesso all’educazione da parte dei meno abbienti. Era l’embrione di quella società della conoscenza che oggi celebriamo con gli strumenti digitali.

Oggi esaltiamo strumenti e metodi digitali come fossero gli unici elementi abilitanti per la condivisione della conoscenza. Lo facciamo enfatizzandene l’abilità di persuasione e la viralità con cui riescono a penetrare negli stili di vita; condizionandoli!

Ma se proviamo ad analizzare alcuni comportamenti del passato con occhio vigile, forse ci accorgiamo che i grandi produttori di cultura, e quindi di conoscenza, avevano ben presente quali fossero i "metodi" per far circolare le idee. Ad esempio, alcuni segnali ben precisi sullo sviluppo di dinamiche che oggi ci sembrano rivoluzionarie, erano già ben visibili in Francesco Petrarca.

Francesco Petrarca si può definire il primo blogger della storia infatti, molti studiosi definiscono il Canzoniere un vero e proprio diario. E questo è solo il primo indizio. Vi è poi, nei comportamenti del Petrarca, un analogia con quello che fanno i blogger:

  • l’enorme utilizzo della forma epistolare (Petrarca ha scritto migliaia di lettere);
  • la catalogazione delle stesse lettere, in diversi momenti della sua vita, sottoforma di "raccolte" (tag);
  • la revisione continua. Petrarca rimaneggia, ritocca e aggiunge le sue opere;
  • l’autobiografismo (il Secretum);
  • abbandona e poi riprende le sue opere durante tutto il corso della vita (salva le bozze come in un wiki);
  • gran parte della sua produzione fu assemblata in diverse forme e commentata durante tutto il rinascimento;
  • tutti i critici concordano che Francesco Petrarca ha favorito la conversione della letteratura dall’oggettività alla soggettività. L’individuo si autoreferenzia e non nasconde più nulla di se stesso. Ama Laura e lo dice pubblicamente;
  • riceve le prime blog-reactions. In pratica ancora vivo viene linkato da Boccaccio (Il De Vita et moribus domini Francisci Petracchi de Florentia). Non era mai successo che si scrivesse la biografia di un poeta ancora vivo.

800px-Waterhouse_decameron

Ma non è da meno il suo contemporaneo Giovanni Boccaccio. Come non vedere nella "cornice" e nella "sottocornice" del Decameron i primi segnali di una nascente ipertestualità? (1)

Come non assimilare l’informalità dei comporatmenti della "allegra brigata" e la sua convivialità al bisogno di relazionarsi in modalità "analogica" (come diremmo oggi). Boccaccio ha lanciato il primo Barcamp della storia dell’umanità e tutti i post di quell’evento sono ancora a nostra disposizione.

Come non scorgere nell’esaltazione della nuova classe emergente (commercianti, mercanti, artigiani) la determinazione nell’indicare la strada per l’innovazione? Il Decameron è stato scritto alla fine del medioevo, quando il concetto di "talento" era riferibile solo agli artisti.

Boccaccio invece celebra nuovi comporatamenti emergenti e nuovi talenti:

  • celebra la "formazione continua" (Andreuccio da Perugia);
  • il potere della parola (frate Cipolla);
  • l’industria umana (Ser Cepparello).

Siamo ancora convinti che il bisogno e la circolazione della conoscenza sia favorito dagli strumenti?

(1) T. Crivelli, Il "commendabile ordine" e "la spezial grazia" della libertà: Dinamiche ipertestuali e di genere nel Decameron, a.c. di M. Picone e M. Mersica, Firenze, Franco Cesati Editore, 2004

Tesi mode on – eGov

Ho iniziato il capitolo 8 e ne condivido le prime due pagine……ancora da correggere, ma lo spirito del capitolo è questo :-)

8) Le dinamiche del web 2.0 a supporto dei servizi di eGovernment
(dematerializzazione, orchestrazione e semplificazione dei processi)

Anche la Pubblica Amministrazione è stata investita dall’uragano 2.0 e, in questi ultimi anni, si è assistito al fiorire di mille sperimentazioni e davvero pochi prototipi di eGoverment 2.0. Pochi perchè non è facile far dialogare la Pubblica Amministrazione e i cittadini. Quest’ultimi, giustamente, esigono servizi, fatti e azioni concrete. Come sempre son costretti a pagare in anticipo le prestazioni (con le tasse), e non sempre ricevono in cambio un prodotto di qualità.

Purtroppo la Pubblica Amministrazione è continuamente alla ricerca di un assetto più rispondente alle esigenze e ai tempi dei cittadini e in questa ricerca non è sola perchè, anche nel resto del pianeta, si è recentemente sviluppato un dibattito sull’evidente necessità di un “public sector” più moderno, leggero, veloce. E giustamente si è identificato nelle tecnologie dell’informazione lo strumento d’elezione da porre al servizio di questo cambiamento epocale: “Today’s technologies can play a crucial role in fixing the problems of modern government, changing how we get to work, how we pay our taxes, how we register our businesses, and how our kids learn. For example by tying toghether different computers database and facilitating the quick exchange of information, technology can help tear down the walls between government agencies. By cutting the operating costs of government – for activities ranging from processing taxes to delivering benefits – e-government can return huge saving to taxpayers” (William D. Eggers, Government 2.0: Using Technology to Improve Education, Cut Red Tape, Reduce Gridlock, and Enhance Democracy, USA, 2005).

Se lo scenario, quindi, è dominato da una continua trasformazione e da accelerazioni continue dovute alla costante immissione sul mercato di strumenti e soluzioni tecnologiche tendenti, in linea di massima, a semplificare i processi, le infrastrutture tecnologiche dei sistemi della Pubblica Amministrazione (intese come mix di tecnologie, modelli organizzativi e indirizzi politici) diventano assolutamente strategiche per fronteggiare e gestire le nuove sfide. Ma sono pronte a rimodellare i loro sistemi sul paradigma 2.0 e sulle dinamiche conversazionali e partecipative?

Se le aziende hanno scoperto nel “conversare” con i clienti un modo nuovo di concepire il CRM (Customer relationship management), gli Enti e le Aziende pubbliche stanno cercando la giusta miscela per offrire servizi ricevendo in cambio feedback positivi o critiche costruttive. Per fare ciò possono certamente usare gli strumenti del web senza costruirsi un sistema complesso di CRM (Citizen relationship management). Ma per fare ciò devono saper dialogare e prima di tutto comunicare.
Purtroppo la comunicazione della Pubblica Amministrazione è spesso solamente un apoteosi di autoreferenza. E’ un continuo proclama di progetti e sperimentazioni di dubbio valore nonchè una continua autocelebrazione dei pochi successi raggiunti. Volendo estremizzare un paradosso: “la Pubblica Amministrazione dovrebbe diventare una “struttura assente”: qualcosa che, funzionando alla perfezione, non desse evidenza di sé e non si “facesse notare”. Ci si aspetta che “tutto funzioni”, che un’organizzazione invisibile e non invadente assicuri la quantità e la qualità dei servizi che rappresentano il corrispettivo per le tasse pagate” (Netics, Un nuovo framework per l’Amministrazione Digitale, Torino, 2008)

Diventa quindi fondamentale passare dalla cultura del procedimento a quella del servizio a valore. Purtroppo non è facile, perchè la Pubblica Amministrazione è chiamata a svolgere “pratiche” piuttosto che offrire “valore aggiunto” attraverso i servizi. Sostanzialmente la revisione dei processi, favorita dalle nuove tecnologie, dovrebbe svincolare la macchina amministrativa dall’oppressione di quella che è, ancora oggi, una “cultura del procedimento” e favorire quindi un attenzione più marcata sull’utente finale (Citizen relationship management).

Non si tratta più di adempiere pedissequamente a delle regole (la semplificazione impone l’abbandono di codici, regolamenti, circolari, ecc.) ma di concentrarsi sulla cultura del “servire il cliente” cercando di semplificare le modalità con cui l’utente/cliente (citizen) accede ai servizi.
In questo modo i processi risulteranno semplificati e ci sarà più tempo per una comunicazione di marketing che tenda a enfatizzare risultati, prestazioni, costi e obiettivi. Dando la massima trasparenza (sempre con la comunicazione) agli obiettivi prefissati, a quelli raggiunti e alle risorse (finanziarie, umane, tecnologiche) impiegate.
Per fare questo è fondamentale ripensare all’organizzazione: “None of this will happen, however, without a fundamental change of thinking. Government will never truly realize the transformative benefits of information technology until government systems, ways of delivering services, and bureaucratic structures are rethought and redesigned to reflect the realities of the Information Age” William D. Eggers, Government 2.0: Using Technology to Improve Education, Cut Red Tape, Reduce Gridlock, and Enhance Democracy, USA, 2005)

Ma tornando ai sistemi, è necessario ripensare a un nuovo modello cercando di disacoppiare l’applicazione dalla soluzione. L’approccio tradizionale che prevede un applicazione “end to end” per gestire un processo, è troppo oneroso e quasi mai riesce a soddisfare le ovvie evoluzioni, e correzioni, che nel tempo si rendono necessarie. L’eGovernment è troppo spesso inteso come un applicazione/soluzione tesa a semplificare procedure tradizionali magari spostando sul web l’ambito di gestione di “pratiche”, tradizionalmente di sportello. Questo approccio non è assolutamente scalabile e non tiene conto, quasi mai, dei fabbisogni reali e, soprattutto, della “user-experience”.
Si è assistito in questi ultimi anni, alla migrazione di moltissime applicazioni dal client-server al web, semplicemente spostando di ambito l’applicazione senza minimamente riprogettarla. Questo è tecnicamente possibile grazie a strumenti tecnologici che velocizzano le migrazioni e permettono di interagire con le applicazioni attraverso l’interfaccia web. Ma la logica di flusso che è all’origine di queste applicazioni non interpreta le nuove modalità di interazione basate sulla user-experience. Il cittadino/utente si vede riproporre la stessadinamica semplicemnete su un altro canale.
Per fare un esempio, non basta spostare il modulo cartaceo dallo sportello al web, riproponendolo come fosse una copia digitale. E’ necessario, invece, rivederne la logica sotto una nuova dinamica che semplifichi il rapporto fra cittadino e istituzione. Forse il modulo non serve nemmeno più e alcuni strumenti già ampiamente diffusi sul web e ben assimilati dall’esperienza degli utenti in rete (user experience) possono rilevarsi più semplici. Inoltre, il linguaggio della rete (comune alle due parti del processo) potrebbe abbattere la diffidenza e la barriera culturale.

In questo senso alcune esperienze di eGovernment 2.0 sono improntate sul dialogo e non sul modulo. Troppo spesso l’accoglimento di un istanza passa attraverso modulistiche incomprensibili che non riescono assolutamente a mappare i contenuti e i sentimenti dell’utente. E’ assurdo sviluppare applicazioni web dove le scelte sui campi da riempire possono essere fatte scegliendo le alternative preconfezionate. Questa mediazione è assurda e inibisce il deposito stesso dell’istanza, mentre un commento sul blog dell’Ufficio Relazioni con il Pubblico, permette all’utente di esprimersi in libertà e senza mediazione. A questo devono aver pensato gli impiegati del governo americano quando hanno istituito il blog dello U.S. Government: “We are federal employees who work in the Office of Citizen Services and Communications at the U.S. General Services Administration. In our daily jobs, we encounter a staggering amount of U.S. government information and services that can benefit your life“.
E’ una modalità dialogica e non mediata che permette di affrontare problemi e fare proposte semplicemente scrivendo sul web a chi ha il compito di indirizzare, come nel caso degli Uffici di relazione con il pubblico.

Tesi mode on – L’evoluzione naturale del web verso un approccio costruttivista

Lunedì di festa e quindi di studio……..con l’introduzione al capitolo 3, riguardante ‘L’evoluzione naturale del web verso un approccio costruttivista (La sviluppo dell’intelligenza collettiva).

Un grazie a Gianni che mi ha dato diversi spunti utili.
___________________________________________________________________

Il costruttivismo è un approccio teorico-filosofico molto antico che definisce la conoscenza come quel processo, essenzialmente interiore e soggettivo, che nasce dall’esperienza personale di ognuno di noi. La realta non viene più vista come qualcosa di oggettivo e la conoscenza non è più, dunque, una “rappresentazione” del mondo esterno ricavata dal mondo reale, ma la conseguenza diretta dell’esperienza soggettiva. E’ l’esperienza individuale, quindi, che favorisce la creazione della conoscenza, partecipando in maniera attiva alla sua costruzione.

Si contrappone al paradigma del comportamentismo: “….Questa visione ha forti radici nella psicologia behaviorista nordamericana secondo la quale il comportamento di un essere vivente (animale o persona) è la risposta ad uno stimolo. Se, poi, la risposta è seguita dalla ricompensa, questa non è più casuale ma sistematica ed ha molte probabilità di essere data nel futuro: l’organismo ha appreso.” (G. Marconato, Verso un paradigma d’insegnamento ed apprendimento “migliorato” dalla tecnologia, Treviso, 2003)

Ecco dunque che la conoscenza “trasmessa” si contrappone nettamente, almeno nella concettualizzazione derivata dalla ricerca teorica, alla conoscenza “costruita”. Infatti, oggi abbiamo maggior consapevolezza che la rappresentazione stessa del mondo nel quale viviamo è la conseguenza dell’organizzazione cognitiva delle nostre esperienze. E’ dunque un mondo soggettivo, basato sulla somma delle esperienze individuali. Queste teorie già enunciate nell’opera di Piaget e nella teoria dei costrutti personali di Kelly, sono state sostenute anche nella concezione costruttivista della conoscenza formalizzata da von Glasersfeld. Per non dimenticare, infine che trova più specifiche elaborazioni nella cibernetica di secondo ordine di von Foerster, nella teoria dell’autopoiesi di Maturana e Varela, nel movimento del costruzionismo sociale avviato da Gergen, nella psicologia culturale di Bruner e nell’approccio discorsivo di Harré.

Con l’avvento del web partecipato ogni individuo porta le proprie esperienze individuali sulla rete e contribuisce a una rappresentazione della conoscenza basata sulla somma di tantissime costruzioni individuali. Il web 2.0 è semplicemente una dinamica che permette a tutti di dare il proprio contributo (leggere, scrivere e relazionarsi) nella costruzione di una nuova rappresentazione della conoscenza collettiva.

L’assunto principale del costruttivismo cognitivo si sposa perfettamente con il web 2.0 proprio perchè mette l’individuo, e la sua esperienza, al centro del paradigma della costruzione della conoscenza.

Anche se il costruttivismo esiste da prima delle tecnologie digitali, sono queste a renderlo più facilmente realizzabile (l’esplorazione, la collaborazione, la conversazione, ….). Il grande cambiamento che sta avvenendo con il web 2.0, è l’imporsi della consapevolezza dell’esistenza della dimensione informale dell’apprendimento e lo sviluppo di strategie e strumenti per sostenerlo. E’ nell’ambito dell’eLearning 2.0 che l’approccio costruttivista dimostra il massimo della potenzialità perchè ogni attore, indistintamente (docenti e discenti), porta le proprie esperienze e contribuisce a costruire la conoscenza collettiva. In estrema sintesi, il costruttivismo dell’eLearning 2.0 si basa su alcuni elementi fondamentali:

• la modalità estremamente dialogica delle nuove dinamiche di apprendimento con cui si costruisce il sapere;

• l’importanza riconosciuta a tutti gli aspetti comunicativi e relazionali;

• il nuovo e determinante ruolo del discente che diventa quasi paritario al docente;

• la disintermediazione che favorisce l’apporto degli UGC (user generated content) con dignità paritaria agli LO (learning object);

• il coinvolgimento continuo in attività didattiche on-line con strumenti e servizi 2.0 (wiki, blog, tagging, rating, ecc.);

• la continua e determinante raccolta di feedback e sistemi di autovalutazione che sviluppa il senso di autonomia e consapevolezza del discente sul proprio processo apprenditivo;

• la collaborazione, cooperazione, interazione, partecipazione da parte dei discenti.

Tutto ciò definisce quell’ecosistema conosciuto anche come “informal learning” così bene definito da Stephen Downes (ricercatore canadese del in un artcolo che è considerato il manifesto dell’e-learning 2.0 e che definisce esattamente il principio costruttivista, la dinamica collaboratriva e il contesto ideale per l’applicabiulità di queste dinamiche che è la “comunità di pratiche”: “In the world of e-learning, the closest thing to a social network is a community of practice, articulated and promoted by people such as Etienne Wenger in the 1990s. According to Wenger, a community of practice is characterized by “a shared domain of interest” where “members interact and learn together” and “develop a shared repertoire of resources.” (E-learning 2.0,

Il ruolo degli strumenti 2.0 diventa centrale nella mutazione costruttivista dell’elearning. I docenti e gli operatori dell’eLearning sono infatti fra i più assidui utilizzatori degli strumenti di blogging. Grazie a questa loro abilità hanno allargato di molto il loro perimetro di collaborazione e oggi posso discutere con i colleghi di tutto il mondo. Aprondo il loro blog agli studenti e dialogandoo continuamente con essi rafforzano quel paradigma fondamentale dell’elearning 2.0 che non vede una netta distinzione fra questi due attori dell’informal learning.

Proprio per la sua connotazione “informale” il blog si predispone perfettamente alla dinamica conversazionale e, grazie al coinvolgimento degli studenti, i docenti possono discutere con gli stessi sui più svariati argomenti anche non strettamente di natura didattica. Tutto ciò favorisce la “relazione” e il senso di appartenenza a un progetto. Il percorso di apprendimento diventa condiviso e il programma didattico è solo una traccia attorno alla quale costruire conoscenza condivisa.

La costruzione può avvenire anche attaraverso l’uso dell’interoperabilità. I blog, infatti, sono ambienti ideali per creare mash-up con altri contenuti, siano essi certificati come i learning objects o le *pedie universitarie che con i contenuti generati dagli utenti. Questa modalità di syndacation permette lo sviluppo di ambienti talmente informali al punto di diventare veri e propri sistemi di aggregazione personale o di gruppo. I cosidetti “Personal Learning Environment”, definiti anche “portfolio personale di apprendimento”: “The portfolio can provide an opportunity to demonstrate one’s ability to collect, organize, interpret and reflect on documents and sources of information. It is also a tool for continuing professional development, encouraging individuals to take responsibility for and demonstrate the results of their own learning” (E-learning 2.0,

Grazie a questa spinta anche gli LMS (Learning management system) si rimodellano per consentire a tutti gli attori della formazione on-line di dare il loro contributo. Attorno al “modulo formativo” si assiste alla crescita dei mash-up e di tutti quelli elementi laterali e federabili al modulo principale che tutti gli LMS mettono, oggi, a disposizione di docenti e discenti (blog personale, wiki, forum, valutazione, tagging, instant messagging, presence, videoconference, ecc.). In questo modo tutti costruiscono attorno al modulo la conoscenza collettiva liquida ma molto estesa e mai stagnante. Infatti, è proprio la possibilità di costruire continuamente e far evolvere l’ecosistema della conoscenza nel web che determina quel fenomeno innovativo dell’apprendimento permanente o longlifelearning.

Per fortuna, molti ambiti della formazione online si stanno evolvendo verso il modello costruttivista. L’elearning non è più una modalità per ricevere formazione on-line ma, piuttosto, per costruire “conoscenza collettiva”. La spinta innovativa di questo paradigma è sotto gli occhi di tutti quelli che partecipano nel web e non sono più spettatori asettici. Questi nuovi attori, detti anche “abitanti della rete”, costruiscono innovando, perchè hanno un grande talento nell’usare tutti gli strumenti che la tecnologia mette a disposizione ma, soprattutto, perchè sono maledettamente curioosi. Citando J. S. Brown: “innovare non è solo guardare avanti ma anche intorno …

Mode: TESI ON! – Introduzione alla conoscenza

Oggi pomeriggio mi son dilettato sull’introduzione al capitolo 3 della tesi che dovrà svilupparsi sul tema della condivisione della conoscenza……bhe, fino a stasera ho scritto questo:

____________________________________________________________________________________

Per gli antichi la conoscenza era soprattutto soggettiva. Legata al paradigma della certezza tangibile così ben espresso da Abbagnano nel suo Dizionario filosofico:

” In generale, col termine conoscenza si intende una tecnica per l’accertamento di un oggetto qualsiasi, o la disponibilità o il possesso di una tecnica siffatta. Per tecnica di accertamento va intesa una qualsiasi procedura che renda possibile la descrizione, il calcolo o la previsione controllabile di un oggetto; e per oggetto va intesa qualsiasi entità, fatto, cosa, realtà o proprietà, che possa essere sottoposta a tale procedura…Come procedura di accertamento, ogni operazione conoscitiva è diretta ad un oggetto e tende a instaurare con l’oggetto stesso un rapporto dal quale emerga una caratteristica effettiva di esso. Pertanto le interpretazioni della conoscenza che sono state date nel corso della storia della filosofia si possono considerare come interpretazione di questo rapporto e come tale ricondurre a due alternative fondamentali: 1) per la prima interpretazione, quel rapporto è una identità o simiglianza (intendendosi per simiglianza un’identità debole o parziale) e l’operazione conoscitiva è una operazione di identificazione con l’oggetto o di riproduzione di esso; 2) per la seconda alternativa, il rapporto conoscitivo è una presentazione dell’oggetto e l’operazione conoscitiva una procedura di trascendenza. Secondo questa dottrina, conoscere significa venire in presenza dell’oggetto, puntare su di esso o, col termine preferito dalla filosofia contemporanea, trascendere verso di esso. La conoscenza è allora l’operazione in virtù della quale l’oggetto stesso è presente: o presente per così dire in persona o presente in un segno che lo renda rintracciabile o descrivibile o prevedibile.”

L’età moderna, però, ha messo in crisi questo paradigma introducendo la scopera cartesiana del “soggetto”, come dimensione trascendente, interiore e riflessiva dell’IO. La conoscenza si è rafforzata quindi come “rappresentazione”, possibilmente fedele, di quello che colgono i nostri sensi. Ma è diventata anche un prodotto delle nostre elaborazioni interiori, quelle effettuate dall’IO.

A complicare questi paradigmi è intervenuto anche l’assunto di uno dei più grandi studiosi della conoscenza personale (Michael Polanyi, 1891 – 1976) per il quale, la vera conoscenza non può essere esplicitata con delle regole perchè esiste una predominanza di conoscenza tacita che ogni uomo utilizza per il proprio apprendimento.

Riassumendo, dunqe, “La conoscenza esplicita è l’insieme di rappresentazioni e dati resi pubblici e codificati in qualche forma tangibile e trasmissibile: un manuale, una procedura o una risposta all’interno di un forum sono tutte forme di conoscenza esplicita, ovverasaperi sistematizzati e, per così dire, “solidificati”.

La conoscenza implicita, al contrario, si basa sull’esperienza personale, su regole e procedure in parte opache, su intuizioni e giudizi soggettivi, su capacità non perfettamente esplicitate, su routine semiautomatiche. Il modo in cui sappiamo usare un artefatto, l’abilità nel rispondere in modo rapido e pertinente ai segnali provenienti dal nostro ambiente di lavoro, la capacità di interpretare un linguaggio o di stabilire un collegamento fra due fatti sono tutti esempi di conoscenza tacita, che comprende quindi il know-how personale, le competenze pratiche, le conoscenze e l’esperienza individuali, spesso difficili da trasmettere agli altri.” (La nuova comunicazione interna, Artuso-Mason, Franco Angeli, 2008)

Ora, con questi presupposti possiamo analizzare il processo attraverso il quale ogni uomo acquisisce la sua conoscenza e lo possiamo definire come quel “processo cognitivo” che è scandito da una sequenza di singoli eventi concreti e tangibili. Attraverso questo preciso e ripetuto processo avviene la formazione di un qualsiasi contenuto di conoscenza.

Infatti, la mente elabora costantemente le informazioni provenienti dall’ambiente esterno e le organizza su basi spaziali, temporali e logiche. La conoscenza di ciò che ci circonda è quindi un bisogno, per crescere, sopravvivere, confrontarsi e apprendere, e tutto questo avviene per somma di eventi che costruiscono un insieme più articolato e che può essere definito “conoscenza individuale”.

Va anche considerato che la formazione della conoscenza individuale procede attraverso molteplici percorsi culturali ed intellettuali fra loro interconnessi, determinati dalle particolari comunità sociali a cui si appartiene e dalle particolari esperienze cui si è sottoposti.

La “conoscenza collettiva” rappresenta, invece, la somma delle conoscenze individuali che si dispongono alla condivisione. Essa non è misurabile in nessun momento e in nessun spazio. E’ il frutto di un insieme di scambi e di relazioni ed è mediata socialmente. Se accessibile a tutti in forma democratica, può diventare intelligenza collettiva. Lo sviluppo della conoscenza collettiva è favorito dalle reti, non necessariamente digitali. Infatti, anche nel mondo analogico, lo scambio e la relazione in ambiti più o meno grandi, rappresenta forme di conoscenza plurale ed è soggetto a continue mediazioni in ambito di condivisione. La condivisione (attraverso momenti, luoghi e occasioni) è indispensabile e rappresenta il momento “connettivo” della conoscenza.

Se a tutti questi concetti aggiungiamo gli strumenti (ad esempio le reti di calcolatori) otteniamo una disponibilità di conoscenza in ogni luogo e in ogni tempo. Questo nuovo insieme di esseri umani, computer, aziende, istituzioni, associazioni, università e scuole è in grado di progettare e capire cose che nessun singolo individuo, da solo, potrebbe fare.

La condivisione, infatti, trascende i singoli elementi che la compongono e diventa neutrale, persino democratica e sicuramente libera. Grazie a questa sua neutralità può incidere sull’etica, sulla politica, sulla religione e sull’economia. Infatti, la conoscenza diventa un bisogno fondamentale per gli individui e per le organizzazioni.

Il secolo che stiamo vivendo sta segnando un folle incremento della velocità con la quale le informazioni vengono scambiate. Persino le aziende hanno capito perfettamente che il flusso di informazioni è diventato uno dei principali fattori discriminanti. Infatti, per ottenere un vantaggio competitivo sempre maggiore, esse stanno assumendo la consapevolezza che il fattore tempo può essere determinante. E per vincere questa sfida devono recuperare il maggior numero di dati e informazioni nel minor tempo possibile.

Queste informazioni, una volta trasformate in conoscenza, consentono di ridurre l’incertezza nel processo decisionale, che è uno dei maggiori indicatori di inefficacia per le aziende moderne.

Tutto ciò è ormai inevitabile e sempre più spesso il successo o il fallimento di un’azienda, dipenderà dal modo con cui questa saprà raccogliere e gestire le informazioni. Alla base di ogni cambiamento strategico aziandale ci dovrà essere una precisa gestione e condivisione della conoscenza.

Purtroppo gli attori di queste dinamiche, già oggi, non sono solo i vertici delle aziende ma, sempre più spesso, gli operatori che dalla base aziendale (con grandissima abilità) riescono a far circolare le informazioni dentro e fuori l’azienda stessa.

C’è quindi un rovesciamento delle gerarchie anche nella circolazione delle idee. La capacità di muoversi in rete determina un nuovo digital divide culturale. Purtroppo, ancora moltissime persone ai massimi vertici delle aziende, non hanno compreso in pieno il valore di queste dinamiche e, soprattutto, i benefici.

Rilettura e aggiunte

Intanto grazie degli spunti e delle riflessioni. Non credo che riuscirò a pubblicare tutti i capitoli della tesi sul blog, ma chi vuol leggere il wiki può mandarmi una email o mandare segnali di fumo nei commenti.

Ho allargato un po’ l’introduzione del capitolo 7 e la ri-schiaffo qua dentro. Oggi va così :-)
Ancora grazie, anche a chi ha mandato email. Preferisco, comunque, i commenti sono più open e disponibili a tutti.
_______________________________________________________

Nella prima fase di sviluppo del web (seconda metà degli anni ’90) la trasparenza delle identità appartenenti ai soggetti che lo praticavano, e lo governavano, non era un elemento fondamentale. Gli unici soggetti che si qualificavano apertamente sul web erano gli autori di contenuti e i gestori dei sistemi/servizi.

Le dinamiche di tipo “verticale” che sovraintendevano al suo sviluppo non avevano sempre bisogno di qualificare i protagonisti. Il webmaster (originariamente figura puramente sistemistica che, nel tempo, è evoluta verso una specie di “one-man-band del web), era considerato una specie di entità divina che poteva disporre a piacimento di tutte le tecnologie atte a popolare il World Wide Web con i contenuti e i servizi che meglio reputava e, comunque, adatti per un pubblico generalista che non partecipava in alcun modo alla gestione del palinsesto. Alcune eccezioni di tipo “redazionale” potevano inserire degli expert-user come redattori a supporto del master.

L’utente fruitore era assolutamente un anonimo spettatore inerte e passivo. I tempi erano dettati dal webmaster (e dai suoi collaboratori) che, senza nessuna interazione, decideva gli scenari. Tempi, contenuti, modalità e presentazione degli stessi non erano messi in discussione. E non potevano essere messi in discussione con nessun strumento interattivo o dialogico esclusa la posta elettronica.

Una prima superficiale osservazione di questi scenari rappresenta, dunque, un embrione di “comunità” solo per i produttori e gestori del web. Ma va rilevato che, in piccole nicchie virtuose, il seme della partecipazione e della condivisione stava già germogliando. I ricercatori che mettevano a disposizione archivi, gli utenti evoluti che argomentavano via Newsgroup o MailingList e, addirittura, i primi vagiti di sistemi di catalogazione e di directory (Gopher).

Insomma una divisione netta fra un elite di virtuosi e tecnicamente preparatissimi pionieri, e un mondo di utenti alle prime armi assolutamente passivi, seppure stupefatti dalle potenzialità indotte dal nuovo media. Con la differenza che i primi erano in grado di organizzarsi in comunità, i secondi assolutamente no.

Era ovviamente il periodo del pionerismo che diede vita a diverse visioni e movimenti di pensiero sullo sviluppo del web. Le visioni più conservatrici cercavano di apparentare il web ai media tradizionali come la televisione. Il modello aziendalista, sfociato poi nella New Economy (1998-2002), ne vedeva una naturale evoluzione verso l’eCommerce. Altri modelli più vicini all’ambito scientifico e culturale lo vedevano più adatto ad accompagnare studi, ricerche e sistemi bibliotecari digitali (Wikipedia). Ma i veri modelli evolutivi del web stentavano ad autoprodursi perchè tecnicamente non era ancora in grado di dimostrare la sua intelligenza e culturalmente veniva visto come un media “verticale” composto da pochissime emittenti e una moltitudine di riceventi passive.

Il gap culturale, rappresentato dalla scarsa alfabetizzazione informatica degli utenti non aiutava, inoltre, la sua espansione. I media tradizionali e gli apparati a supporto degli stessi, erano ancora più facili da gestire e, al massimo, richiedevano la lettura di un manualetto e la capacità di schiacciare dei tasti. Il web presupponeva destrezza informatica, capacità relazionali, conoscenza della lingua inglese, aggiornamento continuo delle proprie capacità espressive (scrittura e disegno) e tanto tempo da dedicare alla ricerca di fonti per poterle relazionare. Il link ipertestuale, infatti, non si autogenerava e non si manteneva da solo, ma era la conseguenza di una continua ricerca, da parte del webmaster, che lo usava come propria autoreferenza/capacità. Tanti link tanto onore e tanta reputazione. E, forse, tanti utenti.

Insomma, pochissimi sapevano scrivere sul web e pochi sapevano interagire con esso. La maggioranza degli utenti LEGGEVA il web passivamente come fosse una sorta di giornale digitale con pochi inserti multimediali ma con una grande capacità di far percepire agli utenti una dimensione globale e pressochè infinita dei suoi potenziali spazi e una potenzialità immensa della sua crescita futura e inarrestabile.

Questo approccio culturale si trascina ancor oggi ed è uno dei maggiori freni allo sviluppo delle comunità virtuali. L’utente passivo, anonimo e sostanzialemente lettore del web (in gergo lurker) è di gran lunga il maggior fruitore della rete.

Ma guardando avanti e analizzando l’evoluzione intrinseca del web di solito ci si riferisce al “web 2.0″, associando a questo numero una generazione completamente nuova di modelli, servizi e approcci. Forse esagerando e mistificando quella che, invece, era una logica evoluzione che non ha mai mostrato una vera discontinuità fra il modello 1.0 e il modello 2.0.. Insomma i due modelli sono ancora tutti e due vivi e vegeti e cercano di contaminarsi a vicenda. Il primo per affermare la validità dei contenuti, il secondo per dimostrare che gli stessi assumono maggior valore con la partecipazione.

Il modello 2.0 è quindi la forma evoluta, e quindi allargata di un bisogno primario del web, quello di ergersi a strumento di partecipazione e non solo di comunicazione. Gli strumenti partecipativi sincroni e asincroni (posta elettronica, bacheche, forum e messaggerie istantanee) una volta separati, sono diventati parte integrante del web. E così, la convergenza su un unico sistema di interazione ha permesso di dare un impulso interattivo a tutte le componenti del web pioneristico. In pratica gli elementi di interazione sociale, associati ai vari servizi applicativi on-line, sono diventati nella fase più recente della sua evoluzione parte fondamentale della progettazione di ogni nuovo servizio.

Progetti web tecnologicamente semplici ma con una enorme dimensione relazionale hanno avuto più successo di altri tecnologicamente all’avanguardia ma con scarsa capacità di coinvolgimento delle persone.

L’aspetto sociale, quindi, è diventato la chiave di successo del web di generazione evoluta e la capacità di aggregare le persone attorno a soluzioni vincenti è l’obiettivo di tutte le organizzazioni che vogliono sfruttare questo momento di espansione, per fare business o per riscuotere consenso.

Pensare alla dimensione sociale della rete permette, infatti, di distaccarsi dagli sviluppi tecnici e applicativi del web che, spesso, sono davvero entusiasmanti ed intriganti per le loro potenzialità, ma non considerano la sostenibilità sociale. La tecnologia tende a cambiare ed evolvere continuamente e spesso è la conseguenza e l’emanazione diretta delle produzioni industriali. Le dinamiche relazionali fra le persone e gruppi, invece, risentono della cultura e della tradizione e si articolano su criteri più universali.

Le reti sociali diventano quindi la nuova forma partecipata, più naturale e più adatta a questo nuovo scenario del World Wide Web. La rete diventa un luogo da ABITARE, non da CONSUMARE. E il concetto di “wide” può essere applicato non solo allo spazio e al tempo ma anche a quello di comunità di utenti che, con la forma “abitata” diventa davvero il villaggio globale che tutti auspicavano e intravedevano sin dagli albori.

Oggi, dunque, è importante ” Tenere conto della dimensione relazionale del nuovo Web e renderla proficua significa adottare strumenti innovativi per l’ideazione, progettazione e sviluppo di servizi su Internet. La nuova identità del Web, in coerenza con l’idea di Internet che si fecero Tim Berners-Lee e Robert Cailliau all’atto della sua invenzione, più di quanto non lo fosse la Rete al tempo dei “portali”, è un territorio in gran parte da esplorare. Siamo di fronte ad uno scenario nuovamente pionieristico e in via di maturazione, in cui un numero sempre crescente di prime-movers intuisce i naturali movimenti evolutivi del Web e li interpreta, traducendoli in servizi online e contemporaneamente sperimentando linguaggi, inventando strumenti e cercando di definire standard e best practices.” (Dal web 2.0 ai media sociali, AA.VV., 2007, Torino, a cura di CSP s.ca.rl.)

Fra le varie tipologie di abitanti del web distinguerei due macro classi: “i nativi digitali” e gli “immigrati digitali“. Queste due classi di abitanti non nutrono fabbisogni diversi ed entrambi desiderano abitare il villaggio globale per dare un contributo alla partecipazione e alla condivisione ma, con tempi e metodi diversi.

I nativi digitali tendono ad aggregarsi in modalità tribale, emulando gli stili di vita analogici. I luoghi da loro prediletti sono quelli che consentono relazioni sincrone e creazione di sottogruppi.

Si trovano a proprio agio nelle chat e in tutti i servizi convergenti con il telefonino cellulare che, a tutti gli effetti, rimane ancora il loro principale strumento per socializzare.

Gli immigrati sono più asincroni e cercano spazi web-sociali dove poter contribuire non solo con contenuti ma anche con conversazioni. Si sentono più a loro agio con i blog e con le comunità meno generaliste come le comunità di pratiche e, soprattutto, le comunità professionali. Usano il computer e poco il cellulare e il loro stile di comunicazione sul web è molto diverso da quello analogico tradizionale.

Gli ambienti tecnologici dove questi abitanti si relazionano vengono comunemente definiti “social network” e, pur avendo dei denominatori comuni da un punto di vista tecnologico, sono molto diversi a secondo del contesto e del tema attorno a cui si sviluppa l’aggregazione. Gli elementi che permettono l’animazione, la crescita e la diffusione di queste aggregazioni sono sostanzialmente due:

  • i soggetti (unità) o nodi della rete, che possono essere persone, gruppi di persone, luoghi o istituzioni;
  • le relazioni (link), che legano i soggetti della rete e che possono essere esclusive o reciproche, simmetriche o asimmetriche.

Le diverse tipologie di contenuti sviluppati all’interno dei “social network” permettono di segmentare questi palinsesti sociali in diverse tipologie che possiamo sintetizzare in questo elenco, non esaustivo, vista la peculiare “liquidità” di queste dinamiche digital-sociali:

  • Reti generaliste o di sostegno sociale (palinsesti tecnologici dove enfatizzare la propria autoreferenzialità). Si basano su legami deboli, a volte autorevoli ma non certificati: www.myspace.com, www.facebook.com;
  • Reti informali, non istituzionalizzate, basate sulla reputazione. Condividono interessi attraverso legami deboli ma autorevoli: www.linkedin.com;
  • Reti formali, istituzionalizzate, adatte per comunità professionali. Di solito a supporto di comunità scientifiche, politiche, economiche e sociali. Si basano su legami forti e interessi specifici duraturi;
  • Reti formali, non istituzionalizzate, adatte per comunità di pratiche. Si basano sulla condivisione di studi e buone pratiche. Hanno forti legami professionali basati sull’autorevolezza. Ne sono un esempio concreto tutte quelle che gravitano attorno alla materia dell’eLearning;
  • Reti self-service, utilissime per sviluppare progetti, ed aggregare attorno a interessi specifici momentanei: www.ning.com;
  • Reti primarie, si basano su legami fortissimi, anche di tipo parentale o amicale. Condividono su palinsesti socialmedialitutto ciò che li lega anche nel mondo analogico: foto, video, musica, documenti, ecc.: www.youtube.com, www.flickr.com, www.lastfm.com, ecc.

Un elemento importante, fondamentale e primario per capire le dinamiche che favoriscono lo sviluppo di comunità virtuali in rete è lo studio dell’individuo. Lo studio dei comportamenti dell’uomo davanti a questi scenari/palinsesti. Il modo con cui stabilisce, favorisce e soprattutto “anima” le relazioni. fornendo contenuti, partecipando a conversazioni e destreggiandosi con i vari derivati comportamentali del web di nuova generazione (taggatura, rating, feedback, ecc.)

Vanno studiate, inoltre, le reazioni ai suoi comportamenti da parte degli altri utenti, tenendo presente una fondamentale distinzione fra gli attori delle comunità virtuali:

…………….. segue con la regola delll’1-9-90

  • 90% of users are “lurkers” (i.e. they read or browse but don’t contribute)
  • 9% of users contribute from time to time, but other priorities dominate their time
  • 1% of users participate very often and account for most of the contributions

……………..

Blog su WordPress.com. | The Baskerville Theme.

Su ↑