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Lifestream

Nelle prossime lezioni devo aggiungere questa slide per spiegare in modo sintetico il concetto di “lifestream”.

Lifestream

Il giro del fumo

Voi non ci crederete ma son ancora qui a discutere del lifestream :-) Tutto, o quasi, si evolve e si migliora ma, come il vino buono, invecchia. E anche il buon vecchio lifestream (che di anni comincia ad averne un po’) va tenuto sotto controllo con apposite cure, una costante prevenzione (miii quanto rumore) e qualche screening di controllo.

Cos’è il lifestreaming? E vabbè, ne ho parlato per mesi: E’ lo scorrere della vita digitale, è il nostro rapporto quotidiano con i cazzabubboli che ci permettono di stare sul web e di partecipare allo sviluppo e alla crescita sociale dello stesso.

Ok, ok, voi lo chiamate Facebook. Ma non è proprio così. Facebook è una delle modalità di lifestreaming ma non l’unica e, seppur efficace per aggregare e visualizzare molte risorse del web sociale, non è la mia preferita.

Dunque, rifaccio il giro del fumo dopo alcuni mesi, mettendo al centro nuovi protagonisti e, ovviamente, mutuati stili di vita.

lifestream

A) Identità, status, georeferenziazione.

Tutto parte da qui. Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo….. parafrasando Blade Runner :-)

La mia scelta sul punto di partenza è ricaduta già da diversi anni su ClaimID: http://claimid.com/gigicogo , perchè l’identità in rete è un url e quest’url deve essere OPEN!

Ovviamente ci vuole un Gravatar, perdinci! Perchè un avatar è un segno distintivo UNIVOCO: http://it.gravatar.com/gigicogo e una volta cambiato (perchè ogni tanto lo cambiate vero) ecco che magicamente cambia su tutti i socialcosi.

Ora l’dentità è DATA e RAFFIGURATA. Serve localizzarla, seguirla nei suoi spostamenti, rincorrendo le breadcrump. E qui Foursquare: http://foursquare.com/user/webeconoscenza va per la maggiore, per ora. Anche se non disdegno altri servizi, ma non perdiamo altro tempo!

E, chi si occupa di notificare, oltre agli spostamenti, i cambi di umore (conversazioni), i deliri (contenuti) e il mutare delle relazioni (link). Ovviamente Twitter: http://twitter.com/webeconoscenza/

Il tutto, attraverso accordi, federazioni e accesso alle API, viene inviato all’aggregatore. Difficile? Forse, ma funziona in modo trasparente all’utente. E se non funziona, ci sono sempre i vecchi RSS che possono essere esposti e inviati all’aggregatore di cui sopra.

flusso1

C) Contenuti

Non solo il blog genera contenuti. Per quanto mi riguarda contenuto è tutto ciò che arricchisce la conoscenza, che esalta l’esperienza e favorisce la relazione, per cui:

Questo ambaradan, secondo la logica già espressa per l’ OAuth o per gli RSS, viene nuovamente inviato all’aggregatore.

flusso2

C) Aggregazione

A questo punto i flussi si aggregano principalmente su tre palinsesti (aspettando Twitter versione News):

  • Friendfeed: http://friendfeed.com/gigicogo. Poco conosciuto dai più, ma davvero ben predisposto a sostenere, poi, le conversazioni.
  • Google Reader/Buzz/profile: http://www.google.com/profiles/gigi.cogo. Tutti servizi della stessa famiglia e collegati fra loro. Utilissimi per categorizzare (cartelle) o folksonomizzare (tag) i vari feed RSS aggregati.
  • Facebook: http://www.facebook.com/gigicogo. Si, anche Facebook è un aggregatore. Usato bene, con sobrietà nella modalità fan page, può essere interessante. Caterina me lo consiglia sempre e, nei prossimi giorni, forse proverò a renderlo sinergico con il blog attraverso l’adozione di alcune plugin.

Ovviamente tutti queste aggregazioni vanno CONDIVISE con i propri contatti e questo, in linea di principio, favorisce le conversazioni.

flusso 3

D) Alert (notifiche)

Ora il tema è tosto, come non farsi sommergere dalle notifiche? Certo, l’overload è una brutta piaga e dunque conviene lavorare di cesello. Personalmente ho spento quasi tutto.

Restano attivi SOLO i seguenti alert:

  • Qualcuno mi aggiunge su Facebook, Flickr o Foursquare
  • C’è un nuovo DM su Friendfeed o su Twitter

Stop! Amo i digest settimanali (Linkedin), amo quelli mensili (pochi li adottano), in assenza di queste funzionalità, elimino la funzione di notifica.

Dunque, se qualcuno mi legge su Friendfeed, Twitter, Greader condiviso, Buzz ecc. non vengo nemmeno più avvertito e, se non ricambio, non è per maleducazione, vedo di riuscire a farlo un paio di volte all’anno quando non ho proprio nulla di meglio da fare.

Quindi, qualcosa continua, inesorabilmente, a cambiare dall’ultima volta che ho riflettuto sul tem. E non è solo una questione di relazioni, di gradi di separazione, di reputazione. E’ una questione di scelta. Scegliere fra i tanti socialcosi è una questione, ormai, di sopravvivenza….giudicate un po’ voi: http://www.webeconoscenza.net/social/.

Molti di questi li ho soffocati nel sonno e non se ne sono nemmeno accorti. Cinico? Spietato? Ragazzi, ho bisogno di più tempo, per leggermi un buon libro. Il web sociale è fantastico, è immediato, disponibile, facile, ma ……. tutti quei momenti andranno perduti per sempre, come lacrime nella pioggia…… (Blade Runner)

Tanti amici, tanto onore

Riportare il blog al centro, è sempre stato un pallino del bloggante.

L’aspetto fortemente autoreferenziale di questa dinamica non mi spaventa. Credo che il blog sia un palchetto, una tribuna, insomma uno strumento che, nelle sue implicite caratteristiche funzionali, tenda ad elevare, a spingerci qualche gradino più in alto. Insomma, si tratta di “montare su uno scagno”, come si dice dalle mie parti.

Le reti sociali, invece, tendono a rielaborare queste dinamiche rivedendo equilibri e distanze. Le reti sociali, per le loro caratteristiche intrinseche, spingono ad aumentare le relazioni, a costruire un sistema di link che ha delle regole diverse da quelle del blog, ma possono diventare un ottimo amplificatore per questo fantastico strumento.

La teoria dei sei gradi di separazione e i suoi limiti (teoria di Dunbar), sono ancora oggi oggetto di studio e non ci hanno svelato come trovare gli equilibri migliori.

Mi spiego meglio. Fino a qualche anno fa eravamo abituati a relazionarci attraverso le tecniche dei blog (pingback, commenti, feed, ecc.) oggi, invece, dobbiamo sommare a queste tecniche, tutte quelle che derivano dalle relazioni stabilite tramite la frequentazione e il presidio dei social network.

Ne avevo già parlato in un lungo post di alcuni mesi fa e, allora, stavamo assistendo al fenomeno Wave, come oggi assistiamo al fenomeno Buzz (forse) e ad altri che stanno cercando di mescolare le carte.

In questi giorni le riflessioni di Louis Gray, quelle di Pierluca, e il tentativo di sottrarmi al rumore, mi hanno spinto a rivedere i flussi e le modalità di presidio.

Dunque, Twitter diventa un sistema di status e sempre meno interattivo. Assorbe feed da altri provider a cui sono abbonato e si limita ad indicare momenti e sentimenti.

social1

I due sistemi di lifestreaming che aggregano scritture e letture, rimangono Buzz e Friendfeed, con poca interazione (p.s. non ho mai usato Facebook per la lifestream aggregation). Praticamente zero commenti o quasi.

social2

Unendo questi contenuti, le letture, i tweet, ai commenti e ai backlink, si crea l’effetto overload dal quale provo ad allontanarmi.

overload

Resta quindi valida l’idea di concentrare su Linkedin, Facebook e tutta una serie di Social Network tematici, il riferimento professionale sul quale attivo anche i sistemi di monitoraggio della reputazione.

reppers

Ora provo a lavorare di cesello. Poi vedremo gli effetti :-)
Keep in touch!

Policy

Leggendo l’ultimo post dell’ottimo Pierluca, la mia convinzione di abbandonare il presidio di Friendfeed è ancor più decisa.

Intanto rimuovo qualche flusso, successivamente consolido in meglio il mio lettore di feed (qualche taglio qua e la) e mi ri-concentro sulle letture e sui commenti dei blog, come si faceva fino a un paio di anni fa.

Nulla di talebano, il lifestreaming mi piace ancora. Ma la confusione, e la troppa dispersione in flame e fuffologie varie, richiede un ripensamento e delle dinamiche più sobrie.

Gigicogo

I need to relax my mind!

Al loop al loop

Oggi vi tedierò ancora su Buzz.

Le considerazioni di questo post sono relative alle dinamiche degli abitanti della rete. Guardano più all’affermazione di modalità condivise fra gli early adopters che non ad un osservazione più generale sulla bontà degli strumenti e dei servizi per le organizzazioni (che tratterò più avanti). Quindi ce la suoniamo e ce la cantiamo fra di noi, per capirci fra quelli che fanno un uso quotidiano degli RSS e cercano di ricavare il massimo dall’interoperabilità fra i servizi del social web.

Del Lifestream, questo fenomeno che ci attanaglia e ci eleva lo status di “partecipante” ai livelli massimi, ho parlato spesso, al punto di postare anche un item su wikipedia: Socialsfera!

Lifestream

immagine di David Armano

Detto questo provo a definire un contesto che mi permetta di centralizzare i flussi, controllare le sorgenti, orchestrare le relazioni e, ovviamente, evitare il loop.

Da cosa partire? Cosa mettere al centro? Se stessi come hub o le sorgenti a cui si attinge? O entrambi? Direi entrambi!

Quindi, i due punti di partenza sono inevitabilmente il proprio “public profile” su Google: http://www.google.com/profiles/gigi.cogo (dite la verità, da quanto non lo controllavate?) e i contenuti condivisi nell’aggregatore di Rss: http://www.google.com/reader/shared/gigi.cogo . In pratica definisco chi sono e cosa leggo. Che per molti nella socialsfera corrisponde un po’ al detto “sono quello che leggo“. Ma a dir la verità, io sono anche quello che scrivo, per cui centrale diventa anche l’emittente primaria delle mie elucubrazioni: il blog.

Certo, qui la situazione si complica perchè da più parti si tende a sottolineare che le conversazioni “trasversali” nei sistemi di Lifestreaming tendono a svuotare le aree commenti dei blog. Io non sarei così talebano, anche perchè esistono diversi servizi che permettono di gestire i commenti attraverso un costante monitoraggio delle fonti blog e delle discussioni che ruotano sulle stesse. Cito Backtype oppure Intensedebate, solo per citarne alcuni.

Quindi per evitare il loop si tratta di fare ordine alle proprie idee e capire come indirizzare il flusso. Per quanto mi riguarda punterei proprio su Buzz in considerazione del fatto che la social search di Google privilegia sicuramente questa sorgente sia per le persone: http://www.google.com/s2/search/social che per i contenuti: http://www.google.com/s2/search/social#socialcontent.

Quindi si tratta di gestire con un certo ordine le sorgenti da inserire fra i propri “siti collegati” al profilo di Google.

Ponderare bene se sia davvero il caso di far convergere in questo aggregatore anche gli altri flussi (Twitter e Friendfeed fra tutti), scegliere il tipo di presenza: pubblica nel caso si intenda socializzare globalmente e far conoscere le proprie opere, i propri pensieri e le proprie relazioni, privata nel caso si scelga di moderare la presenza, renderla meno chiassosa e magari chiusa su alcuni cluster professionali o famigliari.

Certo, sempre contestualizzando l’ambito degli abitanti attivi della rete ed early adopters per antonomasia, va detto che ora non siamo più una sparuta avanguardia. Su Gmail c’è il resto del mondo che ci guarda, quindi la presenza pubblica va valutata molto seriamente.

Di Facebook che ne pensate? Io credo che porterà Friendfeed (dopo un anno quasi di sperimentazione dall’acquisizione del 2009) fin dentro la piattaforma madre, altrimenti rischia un calo rilevante.

Tecnicamente Buzz mi piace, apre un mondo di opportunità, non si distacca dai principi che hanno reso famosi i sitemi a 140 caratteri, ma li porta in contesti più ampi e più futuribili, lasciando agli utenti un ampia scelta di come gestire il proprio flusso e le proprie fonti. E non è poco.

Certo, Big G fa sempre più paura, la nostra wonder wheel è solo una rappresentazione di quello che LUI ci raffigura. Sta a noi lavorare di cesello. La partecipazione sul social web è fatica. Ma anche tanta attenzione.

attenzione

Ora, sarebbe il caso di capire come il post che state leggendo verrà commentato? Buzz ancora non prevede delle API di collegamento all’area commenti del blog, ma credo si tratti di aspettare poco :-) Intanto ecco il mio feed, fatene buon uso: feed://buzz.googleapis.com/feeds/gigi.cogo/public/posted

Ottobre ha segnato un decremento sensibile dei contenuti postati su FF! Avete la stessa impressione?

E questo è stato il mio dubbio/allarme postato ieri proprio sulla piattaforma di FriendFeed.

Detto ciò, mi ero ripromesso di non tornarci sopra, perchè la discussione (con rari inserti di cazzeggio) si è sviluppata bene e ha permesso di sviscerare alcuni aspetti che portano a serie ma serene riflessioni, a circa un anno dal boom di questo strumento sociale.

Ma andiamo con ordine, mettendoci seduti con i pop corn a portata di mano e vediamo di capire perchè il Lifestream è in crisi. O se davvero lo è!

A) I presupposti

Il lifestreaming gode di un discreto successo grazie a tutta una serie di strumenti (web, ma anche mobile) che permettono di mantenere alta l’attenzione su quello che sta succedendo in tempo reale nella vita digitale di ognuno di noi (diary of your electronic life).

Brian Solis, l’aveva anche previsto nel suo Conversation Prism.

2735401175_fcdcd0da03[1]

La domanda di Brian Solis (5 Agosto 2008) era questa: “If a conversation takes place online and you’re not there to hear or see it, did it actually happen?

A pensarci bene si prospettavano due alternative. La prima relativa alla gestione delle conversazioni in modo differito e conservativo. La seconda aderente al paradigma della real-time communication/collaboration.
Stranamente, proprio in questi giorni assistiamo alla nascita di un servizio di social search, coerente con la prima alternativa (più lenta, conservatrice e riflessiva) e ad un altro in linea con la seconda alternativa (rapido, immediato, reattivo), ovviamente Google Wave.

Ma prima di Google e delle sue mosse autunnali, Friendfeed aveva in parte delineato una dinamica nuova e di discreto successo: Vivere la vita digitale mentre scorre, sviluppando temi attorno al flusso e in base al flusso, con la possibilità di sfruttare le fonti e i contenuti delle propri relazioni sociali basate sui propri contatti dei social media e dei social network e di sfruttare gli stessi contatti come “hub forti” per aggregare anche flussi più distanti dalla propria giunzione nei 6 gradi di separazione.

B) Il successo di FriendFeed in Italia

E’ indubbio che in Italia FriendFeed sia stato colonizzato quasi da subito dai blogger. Il motivo è molto semplice e va individuato nella diffusa ossessione dei blogger nostrani ad allargare la propria rete di contatti e lettori.

Lo strumento principe per controllare l’interesse ai temi sviluppati su un blog è il monitoraggio e l’analisi dei lettori abbonati. Da questi numeri non avremo mai la certezza che effettivamente i sottoscrittori leggeranno sempre e tutto quello che produciamo su un blog, ma sono un ottimo indicatore perchè rappresentano la volontà specifica ad essere informati sui temi. I lettori casuali o veicolati dai motori di ricerca, sono invece molto spesso saltuari, sporadici e, chiunque conosca un po’ le dinamiche della web analysis sa che rimangono pochissimo sul blog e vi ritornano quasi mai. Infatti quest’ultimi, diversamente dagli abbonati, cercano qualcosa di attinente alla keyword immessa sul box di ricerca di Google o Bing, e se non trovano soddisfazione non restano certo a gironzolare sul nostro blog.

Ecco dunque che l’analisi degli abbonati è un ottimo indicatore. Per ottenerla è sufficiente abbonarsi a Feedburner e monitorare l’andamento delle sottoscrizioni, nonchè l’interesse sui temi (click sulla risorsa aggregata).

feedburner[1]

Fino a qui tutto bene, ma dall’estate scorsa Feedburner considera FriendFeed come un aggregatore di feed. Dunque? Dunque tutti i contatti che si abbonano ad un profilo su Friendfeed sono automaticamente considerati lettori affezionati.
Tecnicamente è ineccepibile, ma non sono convinto che chi mi segue su Friendfeed lo faccia per i miei contenuti, spesso lo fa per mantenere salda la “relazione”. E la “relazione” non è il “contenuto”.

La relazione è il mezzo!

Analizzando il mio Feedburner si noti come su 1333 sottoscrittori, ben 759 sono provenienti da Friendfeed. Infatti, eccoli:

ff[1]

Questa analisi si evince anche dalla discussione di ieri dove il tema centrale era: “perchè l’interesse su FF sta calando?”.

Perchè secondo il bloggante, si è confuso il mezzo con il contenuto! Friendfeed è un grande aggregatore di contenuti ( principalmente feed esterni e pochi temi nativi) ma ha un effetto drenante che spinge la liquidità del lifestream in tutti i rivoli senza trattenere le discussioni di valore. Cosa che invece il blog ancora riesce a fare. Quindi, anche se i contenuti ci sono, vengono sovrastati dall’overload generale.

C’è stata una prima fase esplosiva di FF dove alcuni blogger hanno sofferto il fatto che le discussioni si stavano spostando dal blog sul lifestream. E questo ha indotto alcuni a fare scelte radicali.

C) Cosa succede adesso?

Ora, la dinamica delle conversazioni e dei temi di valore che, grazie a queste e su queste piattaforme si sorreggono, è in evoluzione continua. C’è chi considerada il blog ancora un modello di “conservazione” quasi editoriale, sia dei temi che  dei contenuti. Costui continuerà a portare il lifestream verso questa origine. Attirando i lettori da Friendfeed e impostando i commenti con le plugin di Backtype o di Intensedebate.

Altri inseguiranno il lifestream alla rovescia. Fuori dal blog e dai social network per inseguire in real time le discussioni di valore a provare a trarne vantaggio. Ma questo è faticosissimo. Già il web2, e tutto il tema della socializzazione è fatica, ora vogliamo trarre beneficio anche professionale dal lifestream o dalla partecipazione in Wave o dal semplice lurking su Facebook? Signori, qualcuno dovrà pur pensare a lavorare e quindi a produrre azioni concrete.

Ecco perchè l’interesse cala!

I social network al tempo della retorica

Che il bloggante si sia espresso in tempi non sospetti sui fenomeni del microblogging e del lifestream è ormai scritto su Wikipedia! (la voce l’ho davvero aggiunta io con il contributo di @Catepol).

Ma più in generale è il tema del Social Networking che è stato trattato in questo spazio diverse volte, animando dibattiti e riflessioni.
L’amico Stefano (con il quale abbiamo conversato spesso in rete su questi argomenti) torna a stimolare il dibattito mettendo sul piatto una visione prospettica e geometrica di assimetria fra la dinamica del bloggare e quella del partecipare allo scorrere della vita sociale (lifestreaming?). Stefano tocca il tasto dolente dell’abbandono dei blog e punta il dito sulla mancanza di incisività delle “conversazioni liquide e frenetiche” tipiche del lifestream.

Il bloggante, ha osservato questo fenomeno con particolare attenzione nel corso degli ultimi anni e, diciamo, che la storia del lifestream che si è mangiato i blog, non lo convince del tutto.
Interessante è anche l’osservazione di Gianluca: “FF non è simmetrico, per cui, al contrario di FB (almeno in certa misura) ricrea (almeno in potenza) il fenomeno dei 1000 follower/100 following con formazione spontanea di Friendfeedstar (che in certi casi ricalcano le Blogstar, ma non sempre)“.

Su queste analisi, comunque, si gioca un po’ la credibilità del fenomeno “socialsfera” (ormai ex-blogosfera) che, diciamolo, in Italia non ha espresso mai un grande valore e nemmeno un movimento incisivo e credibile. Il blogger italico (o per lo meno quella sporca trentina che dal 2003 si è costituita in clan) ha fondato la sua esistenza su due fattori portanti e importanti: il narcisismo del consenso e le relazioni esclusive. Il narcisismo del consenso è un nettare essenziale alla sopravvivenza della specie. Il commento, il backlink, sono il riscontro ossessivo ma indispensabile al lavoro di redazione del post. Mentre la relazione esclusiva rafforza il clan, lo contestualizza e lo eleva ad elite (sarebbe banale chiamarlo blogroll, ma di fatto, tecnicamente, lo è!).

Ed era così prima che si spezzasse l’incantesimo. Prima che l’onda anomala del lifestream mettesse (o rimettesse) in discussione tutto. Quanti eravamo su Facebook fino a 2 anni fa? Pochi credo. Qualche decina di migliaia in tutta Italia e qualche centinaio fra i blogger che, in qualche modo, si relazionano attraverso gli hub forti!

6 gradi

Ed eccoli li! I 6 gradi di separazione sono scoppiati. Esplosi, implosi, frantumati in un Big Bang…….che ha generato nuove relazioni, nuovi link, nuovi piccoli e grandi attori della parte abitata della rete che non hanno mai conosciuto: il prima. Ieri ho chiesto alle mie figlie (22 e 18 anni) che cos’è OGGI il web. Mi hanno risposto senza esitazione: “E’ Facebook!”.

Questa consapevolezza ancora non è così permeata nel vecchio clan. Qualcuno ha provato a capire, a collegare, a relazionare i vari mondi con Friendfeed e altri cazzabubboli. Ma il Big Bang ha creato nuove galassie, non ha rimodulato quelle esistenti. Il Big Bang ha creato nuovi pianeti, incoscenti del prima e privi di relazioni subordinate. Un esempio su tutti (tecnico purtroppo): Ho chiesto a molti miei contatti di Facebook che si divertono a commentare i miei post direttamente da DENTRO la piattaforma di Facebook (grazie alla funzione dell’app Networkedblogs), se fossero a conoscenza che quella era una funzione che collegava il mio blog personale (L’ORIGINALE) a Facebook. Ovviamente no. Ma non gli e ne frega nulla! Il fatto che esista o non esista un blog da decenni, non gli sposta una virgola. E’ solo retorica, puro esercizio dialettico su “definizioni”. Blog, Social Network? E’ il web bellezza! Le sue sfumature sono dettagli.

Alla fine qualcuno se ne sta andando. Del vecchio clan si stan perdendo le traccie. Il Big Bang ha ucciso il loro narcisismo? Ha ucciso la loro creatività? O ha messo in discussione le relazioni esclusive? Non ho la risposta, anche perchè io stesso mi muovo con difficoltà e con una certa schizzofrenia dentro questi ambienti mutevoli e mutanti.

Twitter ad esempio. Nel 2006 ne ero un fan. Oggi che lo usa la casalinga di Voghera (e che i contenuti sono davvero discutibili) non mi attrae quasi più. Quindi il virus del clan ha colpito anche me? Forse si! E’ la solita storia, vecchia come il cucco. Si stava meglio quando si stava peggio! Si stava meglio quando eravamo 4 gatti! Cosa insegna tutto ciò? Forse che le dinamiche non si possono determinare in pochi ma, che le stesse, sono frutto di diversi e differenti approcci.

Gli stili di vita si subiscono e non si determinano. Ahimè! E forse quelle di BJ Fogg sono solo delle pie illusioni. La follia dell’uomo non ha limiti e anche il Social Networking non sa come definire se stesso, perchè chi lo anima è ancora alla ricerca di un identità che, troppo spesso, si confonde solo con la visibilità. E quando questa ne risente, tutto si rimette in discussione.

A proposito. Che fine ha fatto Wave?

Twitter fai da te

Mentre mezzo mondo discute sul cambio di rotta di Twitter….da “lifestream status” a “news aggregator“.

Il bloggante si è fatto il lifestream domestico.

Enjoy

Anche GReader è ormai “lifestream compliant”

Molto carin la funzione di Google Redaer che permette di commentare e sviluppare conversazioni sugli rss condivisi.

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La socialsfera si allarga e le relazioni si consolidano. IMHO

La questione si complica

Ieri pomeriggio stavo mettendo in ordine alcune presentazioni. Nei prossimi giorni, infatti, ho in programma un seminario e alcune lezioni a un Master sulla comunicazione.

I temi sono analoghi e l’attività di disseminazione dovrebbe persuadere l’adesione incondizionata all’ecosistema “conversazionale”, nel quale siamo ormai quasi tutti immersi.

Ci sono una serie di keywords e di assunti/dogmi che rendono le dinamiche conversazionali sul web un vero e proprio PARADIGMA, al quale moltissimi non vogliono aderire e, addirittura, molti vogliono ostacolare.

I detrattori vanno compresi, vanno studiati e, in presenza dei più maliziosi, vanno anche studiate vere e proprie forme di prevenzione e difesa personale.

I dogmi:

6. Internet permette delle conversazioni tra esseri umani che erano semplicemente impossibili nell’era dei mass media.

7. Gli iperlink sovvertono la gerarchia.

8. Sia nei mercati interconnessi che tra i dipendenti delle aziende intraconnessi, le persone si parlano in un nuovo modo. Molto più efficace.

9.Queste conversazioni in rete stanno facendo nascere nuove forme di organizzazione sociale e un nuovo scambio della conoscenza.

blog it
clipped from www.vitodibari.net

5. Il Web è sociale. Le persone fanno il Web, “popolano il Web”, socializzando e spostando via via maggiori componenti dalla vita fisica a quella online.

10. Il Web è nelle nostre mani. Si implementa un’aumentata organizzazione e categorizzazione dei contenuti, che enfatizza l’interazione mirata, mediante deep linking. Grazie a fenomeni come la “classificazione sociale” (social tagging) i contenuti sono sempre più facilmente raggiungibili.

blog it

La riflessione:

Un articolo di Stagliano su Repubblica cade quasi a fagiolo e mi permette di riflettere su queste dinamiche con occhio vigile, con un po’ di malizia indotta e con una prospettiva critica che mi aiuta a far emergere il valore, solo il valore da tutte queste conversazioni.

Un paio di episodi mi hanno fatto riflettere. Il primo è relativo ad alcune discussioni con docenti universitari, i quali hanno criticato la cultura della “conversazione sul web” e le varie dinamiche di buzz e di lifestream, ponendo l’accento sulla mancanza di autorialità.
Il problema è serio. Chi è l’autore delle conversazioni. O meglio quali fra i tanti autori sono “responsabili” della fonte, dell’emersione e della diffusione?

Il secondo è conseguente a una chiaccherata con un manager che mi raccontava dei suoi rifiuti a farsi riprendere in video durante i convegni perchè,  “…….non si sa mai, potrei aver detto qualche stuppidagine e finire su YouTube ne va della mia reputazione……”
Quindi non dico quello che penso, o meglio non lo dico nelle forme o nei momenti che lo potrebbero fissare digitalmente!

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Già, le riflessioni di Stagliano e di Clay Shirky ci dovrebbero aprire gli occhi. E’ passato il tempo del “tanto siamo 4 gatti e ce la suoniamo fra di noi”. Oggi gran parte della nostra vita, e delle nostre relazioni, è scandita dal web e CONSERVATA sul web. A volte anche distorta ad arte perchè non siamo più 4 gatti e quindi siamo competitor di tutti i nuovi arrivati. E non tutti questi nuovi arrivati sono qui per socializzare. I più rampanti devono far emergere il loro talento, spesso a discapito del nostro.

Solo un anno fa eravamo poche decine di migliaia su Facebook. Twitter era un giocattolo per un centinaio di addicted. Friendfeed un media emergente per pochi eletti.
Oggi si mischia tutto e le nostre traccie sono disseminate e intrecciate su centinaia di media digitali sparsi per il pianeta. E ci leggono, ci guardano, ci studiano. Anche per farci i dispetti.

Si può sapere dove eravamo e con chi ci stavamo relazionando, cosa stavamo leggendo e cosa stavamo scrivendo. I post hanno orario (e vaglielo a spiegare che si possono scrivere prima e poi programmare). Twitter ti dice se stai scrivendo da web, dal cellulare o con altre applicazioni. Digg, Stumbleupon, Facebook, Friendfeed, potrebbero descrivere la nostra giornata.

E già potremmo sorridere sul fatto che gli analisti di marketing ci studiano i comportamenti. A questo abbiamo fatto il callo. Ma ora dobbiamo anche pensare che se qualcuno ci vuol fare un dispetto ha mille fonti e mille opportunità.

Il bloggante, inoltre, lavora nel pubblico e da anni evangelizza sulla cultura digitale favorito da consulenze ministeriali, momenti seminariali e di approfondimento pubblico, ecc. Ma hai voglia di predicare  “emersione”, ora che il web è di tutti devi “pararti il culo” e stare più attento di prima a come ti muovi e a quello che scrivi. Ogni Ministro, ogni parlamentare, quasi ogni uomo politico si è fatto la “posizione” sui social media. Ma quante di queste posizioni sono interattive, dialogiche? Da subito tendono a fissare una “presenza discreta” e “sobria”, attenta allo strumento, ma quasi mai aperta sul contenuto. E questo dovrebbe farci riflettere.

Rimedi? Non ne esistono di buoni per tutti e per ogni stagione. Questi paradigmi, infatti, sono in costante evoluzione. Certo, selezionare meglio le relazioni, questo si. Pensare tre volte prima di scrivere ogni considerazione, e poi ripensarci ancora.

E poi, da ultima, una disgressione sui numeri. Andando avanti di questo passo avremo più “citizen journalist” che lettori, con l’effetto di leggerci da soli nelle disquisizioni e negli approfondimenti che produciamo, mentre i lettori curiosi si divertiranno a gossippare sulla parte più intrigante che la piazza telematica ci regala. A quel punto si dovrà ricominciare da qualche altra parte perchè, l’ho detto in tempi non sospetti: “se Facebook (inteso come media gossipparo e pieno di cazzeggio) è il web, allora voglio scendere prima”.

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