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Digitale no. Futuro si!

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Son conscio del fatto che pochi mi leggeranno a ferragosto ma voglio levarmi qualche sassolino dalla scarpa lo stesso.

I giorni scorsi persino Repubblica (due paginoni sull’edizione cartacea) si è intrigata di Fondi Strutturali, Obiettivi Tematici, Agenda Digitale e Accordi di Partenariato. Roba tosta, di solito per soli addetti ai lavori.

Sarà il fatto che a Repubblica (ma anche su Il fattoquotidiano) vogliono enfatizzare cose risapute, ovvero che la UE ci ha accusato di non aver predisposto un piano strutturale per sostenere la competitività e dunque la crescita con i soldi che ci da.

Sarà che la componente digitale (Obiettivo Tematico 2) è stata buttata giù alla buona, con poche competenze, zero strategie e per l’ennesima volta con la Pubblica Amministrazione al centro dei possibili finanziamenti. Tanto per cambiare.

Sarà che l’accusa in sintesi dice: ‘regimi di aiuto “generalisti” orizzontali andrebbero evitati”. E sostituiti da “un sostegno mirato alle imprese legato allo sviluppo tecnologico”.

Sarà che per l’ennesima volta l’incompetenza della nostra classe dirigente pubblica (la più pagata a livello europeo) ha partorito l’ennesimo pateracchio all’italiana.

Dunque veniamo a noi e prepariamoci a risolvere questo grave problema con l’ennesima stagione di convegni e di seminari su ‘come sarebbe bello il bel paese con il digitale e bla, bla, bla, bla‘. Dove una serie di non ben identificati pseudo-esperti di qualche cosa (la maggior parte delle volte sono esperti di lettura web e di copia e incolla) ci racconteranno delle mirabolanti avventure delle start-up della Silicon Valley, delle tante app che ci fanno vivere meglio, di come ci stamperemo la dentiera con una stampante 3D e di quella novità che si chiama internet (25 anni, ripeto 25 anni e ancora la chiamano innovazione) che è la cosa più bella, democratica e divertente del mondo.

A loro si uniranno amministratori delegati che diranno: ‘ehi ho scoperto l’eCommerce, che figata!‘. E tanti dirigenti pubblici che mostreranno come son riusciti a erogare servizi digitali 20 anni dopo dei loro cugini europei, spendendo 4 volte tanto. Ma bullandosi il doppio.

E il problema resterà irrisolto perchè tutti confonderanno tecnologie abilitanti con innovazione, internet con il digitale e markette con piani industriali.

Ok, fine del piagnisteo da vecchio rompiballe. Passiamo alla proposte?

La prima potrebbe essere una moratoria di almeno due anni. Zero convegni, zero seminari, zero chiacchiere. Tornare in trincea e risolvere i problemi di tutti i giorni che son tanti, perchè chiacchierando di digitale il paese non cresce.

Poi vorrei che si smettesse di parlare di digitale perchè è fuorviante. Parliamo di futuro e basta. Che ne dite?

Per ultimo direi ‘normalità’. Nel senso che il digitale non è per niente innovativo, è semplicemente una componente matura per lo sviluppo dell’economia come lo sono le strade asfaltate, i cavi elettrici e la carne in scatola.

 

Agenda digitale

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Molti osservatori, proprio oggi, fanno presente che il Decreto Legge 179/2012 ‘Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese‘  conosciuto anche come ‘ Decreto Crescita 2.0′ o ‘Agenda Digitale’, a un anno dalla sua entrata in vigore si dimostri l’ennesima incompiuta all’italiana.

C’è del vero, sia chiaro. Noi italiani siamo maestri di complessità e dopo aver legiferato troviamo mille modi per dilatare i tempi, rimandando a successivi decreti attuativi, linee guida, regolamenti, gruppi di studio e di coordinamento o cabine di regia.

Però va anche detto che ciò che a stento la legge cerca di normare, tutti i giorni si incammina autonomamente verso quella innovazione che è difficile fermare perchè fa parte della logica delle cose. E’ l’innovazione tecnologica o di prodotto che, sempre più spesso, incide fortemente nei cambiamenti e negli stili di vita.

E’ vero, siamo un paese poco connesso, poco alfabetizzato e anche un po’ pigro, ma stiamo cambiando perchè i nostri figli son già cambiati.

La politica delle decisioni è ancora lenta e poco smart ma le persone che dovrebbero accelerare il processo mi sembrano di grande spessore. Ho avuto il piacere di conoscere Agostino Ragosa direttore Agid e di incontrarlo in diverse occasioni e mi sembra molto competente, serio e tenace. Non ho mai conosciuto Francesco Caio (Commissario del Governo per l’attuazione dell’Agenda digitale, ) ma ne ho sentito tessere le lodi da molti amici insospettabili (segue video che ho ascoltato con grande interesse).

Possiamo affermare che le redini sono state affidate a persone competenti e dunque non è un problema di persone ma di tempi.

I tempi, però, si evincono, anche in considerazione di due fattori, fondamentalmenti:

– groviglio burocratico

– scarsità di risorse

Sul primo punto è difficile intervenire perchè i bizantinismi tipici di una legislazione tutta tesa alla prosopopea e poco attenta all’azione atuattiva sono ormai  incancreniti. Le liturgie che seguono i decreti legislativi, per elabarorare linee guida, decreti attuativi e altre spinte che dovrebbero essere propulsive, poi, non ve li descrivo nemmeno.

Sul secondo invece c’è poco da aggiungere a quello che è sotto gli occhi di tutti, ovvero scarsità di risorse nazionali e incapacità di sfruttare appieno quelle europee. Su questa tematica, inoltre, c’è attualmente una partita aperta sulla priorità di destinazione delle risorse europee fra PON e POR, ovvero fra piani operativi nazionali e regionali (una bella lezioncina sui Fondi Strutturali è stata elaborata dal Formez)

Tornando alla spinta propulsiva e all’ottimismo, sono reduce da due manifestazioni fra le più importanti a livello nazionale (Premio eGov e Smart City Exibition) dove ho visto entusiasmo, passione ed energia. E tutto ciò per merito dei territori che stanno portando avanti agende digitali basate su progetti dal fortissimo impatto innovativo, molti di questi si configurano come veri e propri switch-off che lo Stato Centrale non potrà mai coordinare o pre-ordinare.

Sono soprattutto progetti che cambiano la testa e l’approccio e usano quallo che già c’è, ovvero la tecnologia disponibile per vivere meglio.

Dunque non sono pessimista, anzi sono molto ottimista. Nei prossimi mesi descriverò meglio alcuni progetti che mi stanno intrigando, compresi alcuni che mi vedono direttamente impegnato perchè, come molti amici hanno avuto modo di osservare, mi sto concentrando molto di più sul fare e soprattutto mi sto relazionando con chi davvero si tira su le maniche tutti i giorni.

Opex is the innovation killer!

Ieri ho clamorosamente bigiato il Barcamp degli innovatoriPA perchè impegnato a moderare un convegno che mi ha rigenerato e mi ha fatto ben sperare per il futuro del digitale in questo paese.

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A prima vista, l’argomento potrebbe sembrare troppo complesso, ostico e tecnologico ma, nella sostanza, grazie davvero alla pazienza e alla perseveranza del Direttore Ragosa, abbiamo maturato una serie di convinzioni che possono sostenere per davvero questa agognata Agenda Digitale del Paese.

In pratica, andando oltre le classiche visioni che collocano il cloud computing fra le infrastrutture strategiche e abilitanti per l’erogazioni dei servizi, ci si è soffermati su due punti chive:

A) Diminuire la complessita e dunque la spesa corrente (OPEX)

B) Riprogettare i servizi in ottica ‘mobile’! Cloud e Mobile sono il matrimonio perfetto.

C) Snellire la burocrazia per le grandi forniture e i grandi progetti. Pre-Commercial Public Procurement (PCP)?

Vi alscio dunque ai video e non posso che sottolineare il cambio di passo e di modello imposto da Ragosa. Non è piaggeria, non ho ricordo in passato di direttori generali, ministri o altri burocrati dello stesso spessore, usi ascoltare tutti, annotare ogni critica o suggerimento e rispondere a tutti, spendendo 5 ore in comunità senza la boria di chi ha la verità in tasca.

Speriamo si passi presto all’azione.

p.s. per fine settimana scriverò più approfonditamente di questo argomento su Pionero. nel contempo godetevi una decina di video!

Coraggio

Ha ragione Luca De Biase: ‘…Non si coltiva una visione senza, insieme, empirismo e ispirazione, capacità progettuale e narrativa. C’è una fondamentale convergenza della ricerca tecnica e umanistica…’

Al netto del contesto a cui si ispira Luca (analisi dei Big Data) resta il principio sacrosanto che le formule, per quanto esatte, non hanno visione, intuizione e ispirazione.

Ma, dal mio piccolo osservatorio, aggiungerei un’ulteriore componente: IL CORAGGIO!

La paura di sbagliare è il primo freno dell’innovazione nel nostro paese. E invece bisognerebbe sbagliare spesso e capirne i motivi. My 2 cents.

Moriremo incazzati

Leggo lo splendido post di Luca che, a fine anno, stila un elenco di motivi per causa dei quali non si innova o dove quella poca voglia di innovare viene repressa e molto spesso sconfitta o emarginata.

Ritrovo, in un paio delle sue asserzioni, quasi degli slogan veri, condivisibili, provati e studiati spesso:

1) Gli innovatori nella burocrazia sono quasi sempre isolati

2) In un contesto generalmente conservatore e pigro, le persone poco innovative si sentono confortate quando un innovatore non riesce o quando riesce ma viene scoperto qualcosa che ne peggiora l’immagine

3) La conoscenza delle strade dell’innovazione richiede lunghe spiegazioni

e devo riallacciarmi all’altro post/manifesto di Gianni (più volte citato in questo blog e altrove) che sommato a quello di Luca stimolano un po’ la voglia di incazzarsi e di combattere, ma fino a quando?

Infatti, il problema vero è che stiamo invecchiando senza assistere a cambiamenti radicali.

Luca dice che …  un oceano di cose che cambiano lentamente ma, a chi invecchia ciò appare poco bastante e spesso deprimente.

Come affermo spesso da queste parti, sarebbe bello vincere qualche volta, e non assistere sempre e solo alla vittoria di chi sta fermo, non si espone, si muove sotto traccia e cerca soprattutto l’equilibrio.

Qualche volta sarebbe bello che vincesse uno scapigliato, incazzato, controcorrente e visionario. Ma non succede quasi mai.

Allora stimolato dalla lettura del post di Luca continuo nell’ amaro esercizio di ricerca dei motivi ostanti,  provando ad indicare alcune soluzioni a portata di mano:

1) Rotazione dei ruoli.
L’unica volta che ho assistito a una rotazione dei ruoli, è avvenuto durante la mia carriera sportiva. La società per la quale allenavo a pallacanestro, impose a noi giovani allenatori delle squadre giovanili di ruotarci e quindi chi allenava i più grandi si trovava l’anno dopo ad allenare i piccini e viceversa. La stessa cosa l’applicai in campo, provando a far portare palla ai lunghi e a giocare sotto canestro i piccoli, in modo che vedessero le cose da prospettiva diversa.

Nelle grandi organizzazioni (pubbliche o private non fa differenza) tutto ciò non accade quasi mai. Anzi, la scusa per non ruotare è quasi sempre riferita all’ esperienza. Frasi del tipo: ‘è li da vent’anni perchè ha un esperienza indiscussa in quel ruolo‘, sono consuetudine, ma a me fanno ancora tremare i polsi.

2) Formazione obbligatoria.
Purtroppo la formazione è diventata una voce di costo, nulla più.
I grandi manager non partecipano più a percorsi formativi e riqualificativi, da decenni. Essi stessi son convinti che quello che hanno acquisito nel percorso formativo di base sia bastante.
Chi giudica i curricula dei nuovi assunti, molto spesso si trova a giudicare persone che hanno skill e certificazioni più qualificanti di lui.
La formazione vine comunque considerata un costo che deve assumersi in proprio il neo assunto e, un’altro trucco per abbassare il livello verso la mediocrità, è quello di classificare i vari skill come ‘equipollenti’.

3) Indicatori di produttività.
La produttività è diventata nel tempo una ‘voce stipendiale’, nulla più. Non esistono criteri di valutazione supportati da indicatori, parametri e soprattutto modelli che possano davvero distinguere chi opera per l’eccellenza da chi fa semplicemente il suo dovere.
E’ necessario fissare la quota stipendiale ‘variabile’ a modelli di valutazione certi e, sopratutto, gestiti da auditor esterni all’organizzazione.

4) Sperimentazione.
Non c’è tempo per la ricerca di nuovi modelli organizzativi, di nuove modalità di gestione dei progetti e, soprattutto dei processi. Sembra che il modello fordista (gerarchico, metodico e legato più alla quantità degli output che alla loro qualità) sia ancora l’unico modello di riferimento.
Ci son sempre più di due modi per affrontare un problema, ma se non si ha il coraggio di star a guardare un’altro come lo affronterebbe, non si innova mai e si rimane fermi nelle proprie ataviche convinzioni.

5) Gioco e fantasia.
Tutto ciò che non rientra nei modelli classici, anzi è considerato perdita di tempo. Ho avuto al fortuna di girare per l’MIT, di frequentare i campus della Silicon Valley, di toccare con mano un approccio divertente e giocoso alla professione, come dico spesso: ‘in infradito‘.
A volte passiamo 9 o 10 ore nei nostri luoghi di lavoro e, se ci pensiamo bene, son più ore di quelle che passiamo fra le mura domestiche. Perchè non rendere queste ore un momento di felicità?

Mi fermo qui, ma tornerò ancora su questi temi, perchè non voglio morire incazzato.

Abbracciare il digitale

Riporto una mia intervista di oggi, rilasciata a Simona Silvestri, per eGov News.

Concepire le tecnologie digitali come mezzo e non come un fine. A sottolineare il concetto è Gianluigi Cogo(Rete Innovatori PA e docente universitario di Social Media), con il quale apriamo un nuovo approfondimento sui servizi innovati per l’utenza: un tema di stretta attualità, direttamente proveniente dal Premio Egov 2012 e che vede le Pubblica Amministrazione, locale e nazionale, impegnata su progetti che rendano più intelligente e automatizzato il territorio, proprio grazie all’uso delle tecnologie. Infomobilità, telesorveglianza, risparmio energetico sono soltanto alcuni degli elementi in ballo, ambiti in cui la PA si sta muovendo: resta da capire se bene o male

 

Che qualcosa si stia muovendo è indubbio, anche perché il decreto Crescita 2.0, e prima ancora il C.A.D., hanno fissato alcuni paletti normativi che obbligano il comparto pubblico a rinnovarsi e a guardare avanti – attacca Cogo – Diverso discorso riguarda la “propensione” naturale a evolvere che, obiettivamente, è quasi del tutto assente. Ovvio che alcune eccellenze ci sono, ma non fanno regola e difficilmente trainano il resto del comparto”. Il riferimento immediato va proprio al Premio Egov 2012, di cui Cogo è stato Direttore scientifico, che nell’ultima edizione ha dedicato un’intera sezione al tema, riuscendo a portare a Riccione oltre un centinaio di amministrazioni pronte a gettarsi nella mischia dell’innovazione.
“Lo scorso Settembre al Premio E-Gov di Riccione abbiamo premiato leamministrazioni più talentuose cercando fra queste quelle che hanno dimostrato la propensione naturale di cui sopra e, ribadisco, sono davvero pochissime. Non è solo una questione tecnologica, perché, se è vero che il digitale pervade quasi tutti i contesti della vita quotidiana, non si tratta solo di adottare tecnologie, piuttosto di capire i nuovi modelli di gestione. Social network, smart device, web apps, cloud computing, open data, domotica, ecc, sono tutte “keyword” che sottolineano come nella vita di tutti i giorni le tecnologie cambiano lo stile di vita e di come spesso succede per davvero. Nella Pubblica Amministrazione, invece, restano parole vuote che non si riesce a contestualizzare dentro nuovi modelli organizzativi. La città intelligente è fatta soprattutto di modelli (diversi per ogni luogo) che si adattano e traggono benefici anche, non solo, dalle tecnologie suddette. E questa riflessione evidenzia un’inerzia che riguarda tutto il paese, non solo alcune zone. Anche nel triangolo cosiddetto “industrializzato” siamo fermi a modelli vecchi che non reggono più il ritmo della società digitale”.
Un dubbio che comunque permane, analizzando i progetti realizzati da comuni, province, regioni e dagli altri enti, è che talvolta siano caratterizzati più dall’estemporaneità che non da una progettualità reale e definita. “Le tecnologie digitali sono il mezzo, non il fine. È vero che oggi aiutano a svolgere meglio e ad automatizzare molte attività, ma da sole non bastano. Si tratta piuttosto di capire quali vantaggi queste tecnologie e questi oggetti possono offrire nel modello di città intelligente che scegliamo. Ma il modello non è uguale per tutti” ribadisce Cogo. “Per capire i bisogni della gente bisogna instaurare un dialogo che porti prima di tutto alla piattaforma dialogico-interattiva che è la smart community, ovvero un luogo dove si dibatte ma anche si crea. Dove le associazioni, i liberi cittadini e i professionisti costruiscono il “governo aperto”, ovvero quel modello che permette di progettare assieme (co-design) i servizi che renderanno, poi, la città più sostenibile e dunque più intelligente. Ma attenzione, nulla è scritto sulla pietra, perché le città evolvono, le comunità si trasformano e dunque i servizi vanno considerati in “beta permanente”, pronti a essere ripensati o rimodellati”.
La domanda, a questo punto, sorge spontanea: esistono settori pubblici che, più di altri, richiedono maggiormente una dose massiccia di ICT e innovazione, ancor più in questo momento a fronte della complessa crisi economica che stiamo vivendo? “Io sarei per ridurre l’impegno della PA nel settore ICT, perché non è il suo mestiere. Oggi più che mai si può passare dai vecchi modelli (insourcing e outsourcing) a quello più utile per la progettazione e la gestione dell’ICT, ovvero ilcrowdsourcing. Mi spiego meglio. Se prima le tecnologie venivano gestite in casa (on premise), oggi si tende a spostarle sulla nuvola (cloud computing) dove il sistema operativo di riferimento è il web stesso. La più grande piattaforma di relazioni sociali diventa anche la piattaforma di applicazioni e servizi. E in quel luogo le applicazioni si costruiscono attraverso la tecnica del mashup, ovvero combinando pezzi, tecnologie e idee di soggetti plurimi, a costi molto più bassi e con complessità infinitamente ridotte. Non vedo altre strade se non la dismissione della complessità derivante dalle tecnologie ICT tenute in pancia dalla PA”.
In questo percorso molti invocano l’intervento e una maggiore responsabilità da parte delle imprese, chiamate ad accompagnare la Pubblica Amministrazione verso una progressiva innovazione dei servizi. “Le imprese hanno il vantaggio di percepire più velocemente ciò che è vantaggioso per il loro business ma, molto spesso, non hanno la lungimiranza di percepire cosa è vantaggioso per il sistema. Questa è una caratteristica tipica che non ci permette di aggregare distretti, piuttosto che centri di eccellenza. Sono un po’ scettico, credo poi che molte aziende ICT siano refrattarie a investire sul cambiamento e a cogliere al volo l’opportunità di un mercato globale che, anche per loro, trova nel web l’unico denominatore comune. Mi rattrista vedere molte imprese che non abbracciano i nuovi paradigmi e che dopo vent’anni non hanno nemmeno un sito e, men che meno, un servizio di eCommerce. Come possono aiutare la PA?”.
Il salto verso l’innovazione è ormai un passo obbligato per le nostre amministrazioni, chiamate a supplire in questo modo a un ritardo cronico ormai inconcepibile: ma i cittadini sono pronti a fare lo stesso? “La PA deve essere obbligata all’innovazione, altrimenti di suo è troppo lenta. Vanno emanate direttive sanzionatorie, accompagnandole con momenti di “coaching” per fare in modo che la fase di evoluzione non rallenti. Per contro, i cittadini sono sempre di più “empowered”, ma usano questo potere per i loro vantaggi personali e non per instanziare un cambiamento. I fenomeni di partecipazione ci sono, ma sfociano quasi sempre nel “mugugno”, quasi mai nell’offerta di soluzioni. Nascono i primi hackathon (parola molto alla moda che significa, più o meno, concorso per applicazioni) dove alcune amministrazioni offrono i loro dati per riprogettare le applicazioni che devono erogare servizi ai cittadini. Questa modalità è molto trendy ma viene negoziata fra l’amministrazione e i programmatori più nerd, quasi mai viene chiesto ai cittadini cosa vogliono, e quasi sempre, dopo il mugugno, i cittadini non si organizzano per rivendicare i loro diritti”.

Digital by default

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Di questi tempi (ferie, canicola, ecc.) ho poca voglia di argomentare sui temi dell’Agenda Digitale, mentre il buon Luca si sbatte non poco.

A Settembre ho diversi impegni professionali programmati su questo tema ma, leggendo i programmi e titoli dei vari eventi, sembra che anche quest’anno nulla sia cambiato. Eppure la Cabina di regia, il decreto Digitalia, la nuova Agenzia Nazionale, ecc. dovevano accelerare la digitalizzazione del paese.

Nulla di tutto ciò. Siamo fermi alla fase persuasiva ed evangelica dove convegni, workshop, esposizioni e giornate di studio ancora si sprecano, al punto che sto rifiutando un sacco di impegni per stanchezza e per delusione.

L’osservazione che mi sento di fare (per l’ennesima volta) è che forse non abbiamo più bisogno di evangelisti e driver dell’innovazione. Pionieri, avanguardisti e sognatori stanno predicando nel deserto o, peggio ancora, a se stessi e ai pochi accoliti.

Il dramma che emerge da queste osservazioni è la constatazione …… amara, che manca un sostrato culturale ampio e coinvolgente tale da garantire un approccio ‘digital by default’, ovvero ‘si fa solo con il digitale’.

Questo mio eterno richiamo ad uno switch off definitivo che coinvolga aziende e istituzioni nel modo di agire, pensare ed evolvere, non è supportato dalla cultura generale di questo vecchio paese.

Culturalmente, a parte poche eccellenze, siamo fermi al Rinascimento e dai fasti remoti di questo periodo non riusciamo a distaccarci.

Condire i nuovi paradigmi con termini ormai noiosi come, open, social, smart, ha ben poco senso se l’approccio organizzativo ed evolutivo rimane immutato.

Resto comunque attento alle sporadiche manifestazioni di interesse che ancora ricevo sul mio appello a ribaltare l’approccio culturale con o senza l’ausilio dei media mainstream. A Settembre, su questo preciso e puntuale tema, avrò diversi incontri che potrebbero tramutarsi in strategia educativa.

Dunque, in parole povere, lo sforzo sarà quello immane di tirar giù i manager da quel pidistallo di argilla dove si son rifugiati, e riportarli sui banchi di scuola (digitale, ovviamente).

Articolo di Gigaom molto interessante sulle strategie che accompagnano la scelta del cloud.

Un passo indietro

Quello che dico ai seminari e ai convegni, ma anche quello che scrivo nei miei libri (il prossimo di imminente uscita tratterà molto di ‘passi indietro‘….) non è, ovviamente, ben visto dentro i domini della cosa pubblica con la P maiuscola.

Eppure sono convinto sia necessario un passo indietro e NON FARE o FARE MENO tutta una serie di cose, a cominciare dall’informatica, passando per i servizi on-line, per finire ai siti web, solo per elencarne alcune. C’è chi lo fa meglio e più a basso costo.

Ho citato mille esempi (http://data.gov.uk/ideas tanto per elencarne uno) e ora ne propongo un’altro molto sintetico ma efficace: https://www.gov.uk/designprinciples

Su questo tema fa un ragionamento parzialmente condivisibile anche Simone Brunozzi, rilanciato da Mante. Per contribuire al dibattito, direi che condivido il concetto che gira attorno al ‘meglio concentrarsi sulle cose che si sanno fare bene e sfruttare le risorse più prossime e disponibili‘, ma è anche vero (in senso assoluto) che innovazione significa anche cambiamento, pur che sia a vantaggio di tutti e che non significhi sperpero di risorse. E qui mi riallaccio nuovamente alle mie riflessioni sul passo indietro del pubblico con la P maiuscola. Così, tanto per contribuire un po’ a superare la crisi.

Ad maiora

Obsolescenza

L’innovazione tecnologica si evolve a ritmi impressionanti.
I vantaggi sono percepibili, ma ancora non per tutti.

Forse Telecom ha pensato di offrire vantaggi a anche a chi, oggi, non se li può permettere. E mi sembra corretto.
La cabina intelligente, tutta ergonomica, satinata e dotata di schermi touch, è affascinante.

Poi, nel mentre leggevo di questa novità, apro il cassetto per prendere il carica batterie del cellulare e, nell’osservare quanti cavi, pennine usb da pochi giga, vecchie schede sim, dischi portatili inutilizzabili, una marea di cavi, mouse, tastiere e moltissime suppellettili telefoniche, televisive, infoqualcosa, ormai buttate li e inutilizzate, mi sorge un dubbio.

In quanto tempo queste cabine saranno obsolete?

La tecnologia touch è presente o è già passato?

Dalla regia mi dicono che il futuro dei display è già ‘pieghevole’

Dunque, se il progetto andrà avanti, chi smaltirà queste nuove cabine da qui a qualche anno, visto che quelle obsolete ancora non sono state smaltite?

Lungi da me l’essere conservatore ma, la vera innovazione è:

  • wi fi libero in ogni città
  • tablet e smartphone a un costo accessibile per tutti e gratuiti nelle scuole
  • adsl in ogni casa e in ogni azienda a metà del prezzo attuale
  • una connessione dati cellulare che assomigli a una connessione dati cellulare

poi parliamo di gabine digitali. Oops!

p.s. VIVA LA RICERCA. SEMPRE!

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