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La locomotiva d'Europa

Vi ricordate quando il Nord Est veniva chiamato la Locomotiva d’Europa? E il modello Baviera, ve lo ricordate?
Come no….era ieri, non più di 10 anni fa.

Bene, ora la Demos ha svolto un indagine per il quotidiano del Nord Est, il Gazzettino. Un indagine sulle ferie dei nordestini. C’è da rimpiangere la balena bianca che ha governato per 40 anni queste lande nebbiose ed operose.

Quasi il 50% degli intervistati resterà a casa per ragioni economiche. E la locomotiva, chi la guida?

vacanze

Economia spicciola

Certo il momento non è quello adatto per fare elucubrazioni di economia spicciola e qualunquismo becero, ma la riflessione mi viene spontanea come conseguenza di una scenetta mattutina. La scenetta non ha nulla a che fare con il tema del razzismo, bensì con quello della prepotenza di certi “non mercati” che, qui nel veneziano sono ormai IL SISTEMA:

Autobus di Mestre, salgono una decina di cinesi con dei valigioni galattici che sanno ancora di naftalina, anzi sanno proprio schifosamente di naftalina al punto che impregnano tutto l’autobus (non ho la minima idea di cosa contengano, ma sono pesantissimi). I cinesi piazzano i 10 valigioni un po’ dappertutto e ignorano bellamente l’area dedicata alle valigie che, sulla linea 4L per Venezia, è ben visibile, disponibile e anche abbastanza ampia.

Particolare non di poco conto: nessuno di loro timbra il biglietto, ovvero, i biglietti!, Che a ragion di logica dovrebbero essere una ventina viste le proporzioni davvero jumbo delle valigie.

Succede che dovrei scendere, ma l’impresa diventa davvero ardua visto l’ingombro caotico del corridoio disseminato di valigioni, nonchè l’affollamento tipico del principale autobus per Venezia. Mi approccio dunque a scendere assieme ad un altro signore alla fermata del Vega e, trovandoci entrambi in grossa difficoltà nel raggiungere la porta per la discesa, ci troviamo subito a chiedere ai cinesi perchè non abbiano messo le valigie nel posto dedicato per evitare tutto quel caos. Morale della favola i cinesi parlano benissimo italiano, ci inveiscono contro, arrivano a darci dei buffoni e a mandarci a qual paese, nell’indifferenza totale dei nostri connazionali.

Non sto qui a dichiarare guerra alla Cina o a chiedere solidarietà al mio popolo per queste cazzate ma, assieme al signore, nel centinaio di metri che abbiamo fatto assieme, ci siamo messi ad elencare una serie di evidenze e, ahimè, di luoghi comuni:

  • Nessuno mette in discussione i flussi migratori e il diritto di abitare il mondo in ogni luogo.
  • Nessuno mette in discussione la libera circolazione di merci e professioni (nelle regole vigenti).
  • Si mettono piuttosto in discussione le regole elementari che servono a convivere nel modo migliore e che vengono ormai bellamente ignorate, in primis dagli italiani
  • Il regolamento dell’azienda di trasporti parla chiaro: le valigie pagano biglietto, altrimenti multa. Le valigie devono stare nell’apposito spazio, altrimenti multa
  • I veneziani, per arricchirsi in fretta, hanno venduto quasi tutti i negozi di Mestre e Venezia ai cinesi (resistono solo quelli in franchising)
  • Le merci di quelle valigie, il loro ingresso in Italia, la loro aderenza agli standard EU, ecc. sono bellamente ignorati
  • Esiste una non economia, una non regolamentazione, una specie di mercato parallelo, che sfugge a tutte le logiche scientifiche che i mercati mettono in risalto in questi giorni come “fondamentali” a sostegno delle manovre
  • L’abdicare alle regole di convivenza, al rispetto dei regolamenti, al mancato pagamento dei servizi pubblici, ecc. ecc., costituisce una miscela devestante per l’intero sistema socio-economico.

C’è un economia nera, selvaggia e fuori da qualsiasi regola che ormai regna sovrana. C’è una classe politica e manageriale drogata da megastipendi e privilegi, che ha smesso di fare politica. E ha smesso di fare “politiche” di integrazione, ha smesso di fare “politiche” di controllo. Ormai fa solamente gestione dei propri affari.

Ergo, le manovre finanziarie e fiscali servono, forse incidono, ma dovevamo pensarci vent’anni fa e non lo abbiamo fatto. Ora, se sommiamo questi comportamenti tipici dei piccoli settori, con quelli della vendita statale dei grossi asset (alimentare, trasporti, grande distribuzione, ecc.) ci accorgiamo che ormai siamo semplicemente un paese in vendita (e qui nell’operoso Nord Est della Venezia ormai in declino, lo si sente particolarmente).

Decrescita a chilometro zero

Succede che abbiamo deciso di liberarci anche della caffettiera elettrica. E non sarà l’ultimo gingillo inutile che verrà soppresso, piuttosto che regalato o riciclato. Abbiamo iniziato dalla seconda macchina, e da quel giorno proviamo a proseguire sulla strada della decrescita consapevole.

Succede allora che dobbiamo riesumare le vecchie caffettiere, ben tre che in casa erano rimaste nascoste in qualche angolo della cucina e che ora son pronte a rientrare in servizio, da riserviste esperte.

Succede che, ovviamente, le guarnizioni e i filtri son da cambiare perchè compromessi dopo anni di mancato utilizzo.

Succede che andiamo in un centro specializzato in ricambi e quello che vediamo è un paradiso di macchinette inutili e ingombranti.

macchinete caffè

La prima osservazione riguarda le capsule del caffè che, molto spesso, sono fatte in plastica e quindi rappresentano un enorme fonte di inquinamento. La seconda osservazione è relativa a un insulso confezionamento dello tisane che, chissà per quale strano delirio mentale, devono essere riprogettate per queste costose e ingombranti macchinette elettriche.

Ricola

Succede che ne discutiamo fra moglie e marito mentre aspettiamo il nostro turno. Succede che ci convinciamo sempre di più che la decrescita e l’informazione sulle opportunità e sui vantaggi della stessa, debbano rappresentare un punto fermo nelle agende economiche a tutti i livelli.

Succede che arriva il nostro turno e ci accorgiamo che è davvero dura trovare i ricambi per oggetti che escono dal mercato repentinamente e, dunque, rischiano di diventare un ulteriore aggravio per lo smaltimento.

Succede che, alla fine, ce l’abbiamo fatta e i nostri filtri (non originali) li abbiamo trovati e il caffè tornerà a sgorgare dalla moka, come una volta, come è sempre stato.

Succede anche che non tutto è da buttare e prima di uscire troviamo l’angolo della spesa intelligente, senza involucri.

Spesa intelligente

Succede che compriamo le pastiglie per la lavastoviglie senza involucro.

Succederà che venderemo anche la lavastoviglie e forse qualcos’altro. Forse. Dipende dalla forza, dalla tenacia, dall’informazione, dal beneficio, dai vantaggi percepiti o sperati.

Decrescere si può. Decrescere si deve.

Non sono un economista

Wired

Ovvero, alle superiori ho anche studiato da ragioniere :-), ma mi sembra davvero troppo poco per poter pontificare sull’Economia degli Open Data.
Eppure anche ieri, durante e a latere il convegno di Bari, in molti mi hanno chiesto quali siano i reali vantaggi per l’economia derivanti dalla liberazione dei dati da parte della Pubblica Amministrazione. Dunque, torno sul tema dopo qualche mese.

Per capire meglio l’impatto economico, dobbiamo prima fotografare i costi, la sostenibilità, lo sviluppo, la manutenzione e tutto quello che sta dietro un SERVIZIO ON LINE della pubblica amministrazione. Quasi tutte queste azioni sono a completo carico della Pubblica Amministrazione, dunque di tutti noi contribuenti.

Certo, la Pubblica Amministrazione per svolgere queste azioni si rivolge al mercato attraverso gare, affidamenti, concorsi  e dunque genera economia, perchè le aziende del mercato (nazionali o multinazionali) assumono, fanno investimenti, ecc.

Ma torniamo al servizio online. Il ciclo completo che va dalla progettazione, passa per lo sviluppo, la gestione, l’evoluzione, la messa in opera, la pubblicazione su web, ecc. ecc. è tutto a carico della PA. Si dice processo End2End, (da estremità a estremità). Tutto ciò che concerne quel servizio, dunque, è anche un costo per le nostre tasche di contribuenti.

Bene, l’Open Data dovrebbe indurre a passo un passo indietro, a NON GESTIRE tutto il processo. Eppure anche ieri, diversi operatori della PA mi dicevano: “Ho liberato i dati (trasparenza), li ho sgrezzati (Open data), li ho anche pubblicati con un software su un sito e li gestisco (a spese dell’amministrazione)“. Domanda Perchè?

Intanto mancano ancora due passaggi:

A) Predisporre i dati agli standard semantici e allo scambio (Linked open data)

B) Esporli come dataset liberi e non presentarli in aggregazioni autonome in modo che, collegati ad altri, possano generare applicazioni (mashup) infinite.

Bene, con questi presupposti, il 90% dei servizi on line potrebbero essere sviluppati da persone, aziende, creativi, ecc. sotto forma di smart apps e direttamente sul cloud.

Se non è nuova economia questa, date un occhiata ad alcuni numeri relativi all’esempio inglese.

p.s. e il mercato tradizionale che attinge dalla tetta della PA? Sarebbe costretto a innovare per restare al passo!

Best regards!

Crescere meno, crescere meglio.

Su questo spazio si è argomentato spesso, anche se in modo sintetico e banale, sulla decrescita.

Wikipedia dice che la decrescita è”….basata su principi ecologici, biologici, sociali e culturali, che prefigurano un nuovo paradigma di civiltà, in contrapposizione con quelli che regolano i sistemi vincolati alla crescita economica.”

Con la benzina alle stelle, con flussi migratori di massa che testimoniano gli scompensi economici e, soprattutto, solidali. Con la miopia dei capitalisti che puntano ancora allo spreco come volano per la produzione con, con, con……

Ebbene si, anche con la nostra imperterrita ricerca di una crescita social/digitale, dove crediamo di andare?

Giorgio, proprio oggi mentre cazzeggiavo su FF, mi condivide e mi chiede di diffondere questo incontro in programma a Trieste sabato prossimo: http://resfvg.blogspot.com/2011/02/festa-della-decrescita-2011-programma.html

decrescita

Son temi importanti e assolutamente da condividere, specialmente da parte di chi, come il bloggante e la sua famiglia, da anni cerca di impegnarsi nei GAS e nelle pratiche di finanza etica, di economia solidale, nonchè di stili di vita eco compatibili, ecc.

Ecco, direte voi che ci azzecca con il web sociale? Mah, a pensarci bene i sei gradi di separazione cominciano a starmi stretti e, secondo me, la decrescita passa anche per una riduzione e una scelta dei contatti sociali che siano portatori di valore. Sarò fuori tema? Forse, ma ci sto ragionando.

Competitività e crescita con i dati liberati

Negli ultimi mesi ho cercato di tradurre (nel senso letterale del termine) alcuni concetti e paradigmi sull’Open Government, provando poi a semplificare i testi elaborati in previsione di un trattarello più lungo che sto partorendo con notevoli sforzi,

Il primo concetto propedeutico al ragionamento indicato già dal titolo di questo post, è quello esteso di Open Government, il secondo è quello di Governo 2.0.

Entrambi indicano la strada chiara e irrinunciabile che dovrebbe portare le amministrazioni pubbliche a “fornire i dati in formato non proprietario”, dunque a liberarli. Per fare cosa?

Partiamo proprio da questa domanda e dai percorsi possibili per indicare una risposta che convinca le amministrazioni pubbliche a prodigarsi in questa pratica.

1) Perchè?

Negli ultimi mesi ho avuto modo di conversare con diversi decisori (amministratori, dunque politici) e non ho trovato ostacoli sulla filosofia generale, sul paradigma complessivo. Ho trovato difficoltà a comprendere i VANTAGGI! Ho scritto vantaggi in grassetto per enfatizzare un principio dal quale è difficile sottrarsi: ogni decisore (nel contesto italiano) vede il vantaggio in termini di consenso personale o di gruppo e difficilmente in termini di crescita complessiva del sistema. Da questo non possiamo prescindere.

Tempo fa ho argomentato sull’economia degli Open Data, in modo semplice, anche banale, e l’articolo era frutto e conseguenza di alcune chiaccherate con questi politici. In quell’articolo ho citato Obama e la sua economia ma questo non può bastare, non è esaustivo.

Tutto il percorso americano (ma anche quello inglese) di avvicinamento all’Open Data Government, è frutto della crisi economica e delle risposte che le menti più illuminate hanno cercato di dare a questa grande rottura epocale che è stata, forse, la prima grande crisi del capitalismo globalizzato. Ma non basta fare esempi, non basta indicare le bune pratiche, bisogna far vivere l’esperienza, coinvolgere il decisore, farlo partecipe.

2) Come?

Sicuramente con azioni di sistema, oppure partendo dalle buone pratiche proposte dai territori. Ma siamo in Italia e tutto questo stenta a decollare, nonostante l’accenno al tema (fra le risorse) inserito nella recente Agenda Digitale. Ancora troppo poco.
Dunque non siamo l’america, non abbiamo una direttiva, non abbiamo una piattaforma, non abbiamo una strategia.

In quell’articolo su Wired, per la prima volta ho voluto inserire il tema del Civic Hacking e indicare un percorso alternativo, forse radicale e anarchico, ma pur sempre utile per vivere l’esperienza. Purtroppo, nonostante molte discussioni, esempi portati nei tavoli dei convegni, articoli e slides buttati in rete, di esempi veri di Civic Hacking italiani ce ne sono pochi.

Vediamo intanto cos’è il Civick Hacking come paradigma prima ancora che pratica. Su Wikipedia non c’è scritto nulla, ma curiosando su Google si trovano alcuni riferimenti, sintetizzando i quali, ho voluto così tradurre il contesto: ” Il civic hacking è una pratica indotta dal senso civico che presuppone una certa dimestichezza con le tecnologie digitali, atta a utilizzare dati pubblici, liberati, per sviluppare applicazioni che portino benefici tangibili alla collettività“.

Va detto anche, per precisione di contesto, che il Civic Hacking è diverso dall’ Urban Hacking, pratica che non presuppone dimestichezza con le tecnologie digitali. Detto questo concentriamoci sulla liberazione dei dati che può avvenire per consapevolezza e dunque scelta dell’amministrazione pubblica (vedi il caso Piemonte o il caso MiaPA), o attraverso la pratica del Data scraping o, meglio ancora, Web scraping.

Queste pratiche sono facilmente traducibili in paradigma ma difficilmente comprensibili se non provate sul campo (…vivere l’esperienza…) e tradotte in VANTAGGIO
Per fare ciò, c’è bisogno di tecnici, di esperti, di smanettoni, insomma di programmatori che con degli strumenti appositi siano in grado di accedere alle informazioni presenti su un sito web (più esattamente sul server web del fornitore di informazioni) e di estrarle in una forma strutturata ma GREZZA, e predisporle per un riutilizzo applicativo.

Gli strumenti non mancano, a seconda dei linguaggi di programmazione, o dei browser utilizzati sui quali far girare le plugin atte allo scraping (grattare, demolire, raschiare…). Alcune di queste sono indicate su Wikipedia o su The EasyBee. Grattando il web possiamo trovare anche delle guide, ne cito una a supporto dello ScraperWiki utilizzato per un contesto un po’ diverso, ma utile per la comprensione del tema, come quello dell’Open Journalism (link che suggerisco agli appassionati Pier e Luca).

Dunque, scelto lo strumento, eseguito l’hack, siamo pronti a riusare i dati nel modo più creativo e utile con l’intento di fare del bene alla collettività.
Siamo pronti, anche qui nel bel paese, a far decollare un concorso di idee per sviluppare applicazioni con dati liberati?
Ma il dilemma vero è: Cui prodest? 
In un paese come il nostro è difficile far valere l’interesse globale, il vantaggio della collettività, rispetto al tornaconto. Dunque chi lo deve fare?

kennedy

3) Chi?

La risposta non è facile. Abbiamo visto come lo stato centrale latita, nonostante l’Europa ci richiami espressamente al tema, e l’Associazionismo si stia prodigando per disseminare questa cultura. Ma di fatto, ripeto, lo stato latita e dell’azione di sistema non vi è ancora nemmeno l’ombra.

Dunque non resta altro che rimboccarsi le maniche, far propri i principi e la spinta propulsiva dell’eParticipation e prepararsi a dimostrare con atti concreti che la strada è percorribile. Scateniamo l’inferno con dei contest, raduniamo i programmatori più capaci, raccogliamo i dati e riversiamoli grezzi e liberi dentro applicazioni utili.

Ma sto usando il noi, e forse mi riferisco a cenacoli, gruppi, movimenti. Può bastare? No, perchè non abbiamo l’infrastruttura dove riversare le applicazioni e, forse, ci vorrebbe un partner. Ma allora il mondo Open si scandalizzerebbe perchè Open significa anche senza privilegi e contributi. 
Su questo tema sono andato a spulciare l’esempio che spesso cito nelle mie slides o nei miei interventi pubblici. Mi riferisco a Apps for Democracy che rappresenta un modello ancor oggi valido di contest. Ecco, anche in questo caso il contributo del main sponsor è fondamentale, ed è in parte governativo e in parte privato.

Il movimento Open Data dovrebbe essere promosso dal governo come un diritto inaleniabile dei cittadini, oltre che per un risparmio sui costi del controllo e per l’entrata del Paese Italia nell’economia immateriale della PSI, promossa dall’ Unione Europea tra gli altri, e per permettere l’esercizio di un controllo sull’operato a lungo termine sulla cosa pubblica, cioè il nostro patriminio collettivo. (Matteo Brunati)

4) Quando?

Qui la risposta è facilissima: Ieri!

Nota a margine: Mi scuso per i tanti collegamenti esterni contenuti nel post ma ho ritenuto doveroso allargare il ragionamento con contributi preziosi e prestigiosi che, spero, riescano a delineare presto una scorciatoia veloce, fatta di azioni concrete e non solo di proclami.

Modello di business

Ieri, Luca mi chiedeva quale fosse il modello di business indotto dalla liberalizzazione dei dati.

Oggi risponde Vivek Kundra (U.S. Chief Information Officer) dal blog della Casa Bianca:

…From these datasets, citizens have developed hundreds of applications that help parents keep their children safe, let travelers find the fastest route to their destinations, and inform home buyers about the safety of their new neighborhood. Never before have people been so empowered with the information they need to make decisions every day….”

Che tradotto alla bella e buona, cita più o meno così: Con questi dati i cittadini hanno sviluppato centinaia di applicazioni che aiutano i genitori mantenere i loro figli sicuri, permettono ai viaggiatori di trovare la strada più veloce per le loro destinazioni e informare chi sta acquistando una nuova abitazione in merito alla sicurezza del quartiere che ha scelto. Mai prima d’ora la gente ha avuto a disposizione tante informazioni utili per prendere le decisioni di ogni giorno.

Ma soprattutto vanno cliccati i link proposti nell’articolo di Kundra, per sfogliare i cataloghi dati e le applicazioni disponibili.

Dai che tocca a noi, dai dai dai, bisogna farlo adesso, dopo l’entusiasmante sessione Amministrare 2.0 e il Barcamp di ForumPA 2010.

Spiegazioni semplici

Perchè la Lega sfonda?

Ci sono spiegazioni articolate, spesso riconducibili alla tattica politica e altre volte agli umori sociali. Ma, fra le più facili, ne indicherei una, invece, di tipo economico.

fisco

Resta un dubbio. Come riuscirà, il maggior sponsor della Lega nella PDL, a garantire nei prossimi tre anni un buon baudget per tutti i ministeri, con delle entrate fiscali ai minimi storici e con un rapporto deficit/pil che, peggio di così, si è visto solo nel 1996?

Anche volendola leggere con l’occhio degli ottimisti (di parte) la situazione è questa:

Le entrate, a loro volta, sono diminuite del 2%. Le imposte dirette su redditi e patrimoni hanno fatto segnare un calo del 7,1%, quelle indirette (come l’Iva e le altre imposte sugli affari) sono scese del 4,2%.

Ah ecco, la soluzione è il federalismo fiscale, non ci avevo pensato.
Buona Pasqua.

Il paese della cultura

6 Marzo a Roma. Mancavano 4 (quattro) minuti alla fine dell’esecuzione: http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=93633&sez=ITALIA

Life-stance

La primavera incita ai buoni propositi e, anche il bloggante, oggi ha rispolverato la bicicletta.

Va precisato, per comprendere il contesto, che la follia incontrollata di qualche mediocre stratega prestato alla politica, ha consegnato alla città di Venezia (Mestre) un patchwork di piste ciclabili non connesse fra di loro, di dimensioni variabili, spessissimo interrotte, quasi mai usate (anzi usate come parcheggi provvisori o marciapiedi allargati),  assolutamente inesistenti nei punti strategici della città, ignorate dal nuovo piano per il tram, ecc.

Combinando questa follia con il senso civico dei cittadini e degli ospiti (padroncini in primis) si ottiene una miscela di infrazioni e di mal costume che rendono vano ogni tentativo di decrescita.

Chi, come il sottoscritto, crede fortemente nell’alternativa dei mezzi ecologici e in una decrescita sostenibile, rischia di ammalarsi di bile e di passare il resto della giornata con il fegato spappolato dopo aver evitato soste selvagge, piste ciclabili invase da ogni mezzo motorizzato immaginabile e un traffico che tende a considerare la bicicletta come un fastidioso disturbo da eliminare.

E’ il senso civico che manca, quella life-stance basata su una concezione del mondo che mette in primo piano il buon senso, la ragione, la solidarietà ed il rispetto dei diritti di tutti.

mybikelane

Mestre – Via Ca’Rossa – martedì 2 Marzo 2010 – ore 8.30

In questi giorni sono pervaso dallo studio di diverse buone pratiche, a livello mondiale, sull’uso dell’eDemocracy come supporto attivo alla governance e alla sostenibilità delle metropoli.

Servizi bottom-up come Mybikelane o FixMystreet piuttosto che SpotCrime, hanno fatto scuola, così come il nostrano Mobilitapalermo.

Dalle parti dello scrivente (ma credo sia così e forse peggio nelle metropoli dello stivale) se provi a informare i vigili su queste problematiche la risposta più gentile che puoi ricevere (constatato, personalmente……..) è che le pattuglie sono impegnate in altre problematiche più importanti.

Stesso dicasi quando, molte volte, il bloggante ha cercato di segnalare soste selvagge davanti a locali pubblici che impedivano il corretto deflusso di biciclette. Sorgono dubbi, credo leciti, su come vengano sanate queste sviste, su come il perseverare di certi comportamenti non porti mai al sanzionamento. E’ nell’indole dell’uomo. Una mano, spesso, lava l’altra.

Ma, l’entusiasmo di una soluzione come Iris, che per prima in Italia ha sfruttato le buone pratiche dell’eDemocracy e le ha rese “servizio” di eGovernment, si è scontrata per l’ennesima volta con l’annoso problema del back-office.

Iris, come ho spesso argomentato, può dare ottimi risultati in quei settori dove il back-office si adegua, diminuisce drasticamente la mediazione, utilizza tempi e metodi “sociali”, spezza la burocrazia e, soprattutto REAGISCE. Nel caso delle segnalazioni che vanno ad impattare su un organizzazione discutibile come quella della polizia urbana, lascia il tempo che trova.

Iris

Da quasi un mese il bloggante attende risposta (ormai scivolata alla 17a pagina di Iris) su una problematica già indirizzata diverse volte in forma analogica: lettera, telefono e persino epistole (pubblicate) sui giornali locali. La stessa istanza, ora segnalata su Iris, verrà disattesa, perchè il problema va oltre la digitalizzazione dei servizi, va oltre lo sforzo profuso nell’aderire ai paradigmi del web sociale. Il problema è il buon senso, e questo paese lo ha irrimediabilmente smarrito.

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