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Te la do io l’informazione

Credo che oggigiorno, con un po’ di destrezza e con l’ausilio di qualche cazzabubbolo digitale, sia possibile costruirsi un’informazione altamente personalizzata e priva di influenze pubblicitarie e/o editoriali.

Chiariamo subito un punto. Google News, come utente, non mi ha mai appassionato. Non ci trovo nulla di interessante nella tassonomizzazione offerta, tantomeno nella localizzazione, iperlocalizzazione e/o iperpersonalizzazione. Tanto per capirsi questa roba qua:

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Non avevo perdonato a Google la scelta suicida di chiudere Google Reader a favore di Google News (dove son state travasate parzialmente le funzionalità proprie dell’aggregatore di feed) e avevo salutato quella scelta come infausta.

Rivedendo però i miei comportamenti degli ultimi due anni e la nascita di nuovi aggregatori di news sottoforma di servizi cloud e di app per device mobili, sono ora convinto che quella scelta abbia favorito nuove opportunità per gli sviluppatori, per gli utenti e soprattutto per ridefinire un’architettura dell’informazione che con i soli RSS rischiava di rimanere assai perimetrata e per nulla dinamica.

Dunque Google News in Spagna chiude? Chiudesse anche in Italia, non me ne accorgerei nemmeno. E badate bene, il mio ragionamento non tende a dar ragione al legislatore spagnolo. Su questo argomento la penso come Mante: ‘Da quando esiste Internet ogni tanto qualcuno prova a rendersi ridicolo invocando il proprio diritto a non essere linkato senza preventiva autorizzazione o, come nella variante iberica del delirio editoriale, previo pagamento di una somma per la citazione di due righe del prezioso testo: se rimaniamo dentro il microcosmo del contenzioso editoriale la faccenda la si potrebbe ricondurre al comparto psichiatrico delle liti temerarie‘.

Il punto però è un altro. Al netto del #whocares sulla ritirata dalla Spagna, vorrei porre l’attenzione sull’ampia libertà che abbiamo nel costruirci e personalizzarci un aggregatore senza farci influenzare dalle scelte di un intermediario che sfrutta i nostri comportamenti per il suo business. Google appunto.

Dunque partiamo dall’architettura dell’informazione. Cos’è oggi l’informazione e quali sono i suoi elementi fondanti, alla soglia del 2015?

Essendo cresciuto con Altavista, Yahoo e Virgilio ho assaporato il tempo in cui i servizi di news sul web erano un tutt’uno con la ricerca e dunque parte dei cosiddetti sistemi di directory. Non c’erano gli RSS quindi qualcuno sopperiva alla syndacation favorendo tassonomie e contesti discutibili ma necessari. Insomma si impaginava il web secondo un concetto editoriale non proprio del web ma che sopperiva alla capacità di organizzarsi in proprio le informazioni.

Arrivarono gli RSS e vennero benedetti come la panacea di tutti i mali. L’informazione si poteva aggregare, federare e veicolare ovunque grazie a un protocollo di scambio che non tradiva le origini del contenuto ma ne permetteva la portabilità ovunque. Insomma il giornale non era il web, il web non era il giornale e tutti felici e contenti.

‘Content is king’ era l’altro slogan che imperava e che sottolineava come l’RSS fosse il veicolo, l’aggregatore lo strumento ma il contenuto la vera essenza e il capitale più importante da preservare all’interno dell’architettura dell’informazione.

Questi tempi seppur recenti non esistono più. Oggi l’architettura dell’informazione ha modificato di molto la sua struttura organizzativa, a cominciare dalle fonti. Web delle persone (social network in primis), sensori e dati ma anche citizen journalism hanno assunto ruolo di fonti paritarie con quelle garantite da marchio editoriale.

Leggere una lista personalizzata di tweet, una rivista su Flipboard, una ricetta di IFTT sulle attività del governo o analizzare i Big Data per conoscere i dati reali di una manifestazione, non necessitano di intermediario, tantomeno di Google News.

Emerge dunque che non solo la componente organizzativa dell’architettura dell’informazione cambia, ma anche quella semantica perchè la personalizzazione con strumenti e fonti diverse permette di ignorare una volta per tutte la etichette proprie di una semantica anacronistica che tende a dividere ancora i contesti in contenitori scelti e consolidati dai giornali del novecento (politica, attualità, esteri, sport, cultura, ecc.). Google News fa ancora questo? Secondo me si.

Dunque Google News serve a Google non serve a noi.

Forse è vero, come afferma Guido Scorza, che ‘...stiamo – forse senza accorgercene – perdendo più tempo a ragionare su come zavorarre e demolire gli attuali giganti del web di oltreoceano che a riflettere su come fare in modo che i prossimi giganti del web nascano in Europa ed abbiano nel loro patrimonio genetico la straordinaria forza ed energia che viene da una storia ricca di genialità, creatività e cultura‘. D’altronde affermavo più o meno lo stesso alcuni giorni fa nel mio post ‘Non è il nostro turno‘.

Però, a pensarci bene, queste ritirate qualcosa di buono potrebbero generare, ovvero la voglia di partecipare attivamente all’ecosistema dell’informazione, senza doverlo subire passivamente e, in seconda istanza, maggior fiducia nelle opportunità che cloud, dati e app oggi ci mettono a disposizione.

Chris Anderson lo aveva predetto da tempo. Fare a pezzi il web è un processo ormai incontrovertibile e forse offre maggior opportunità che non lasciato nelle mani di pochi giganti.

Protezione dei dati personali

Devo ammettere che il video promosso dalla Commissione Europea in tema di tutela dei dati personali sul web, vale più di mille documenti e dibattiti.

TAKE CARE!

I pilastri della democrazia

NY assembly

Stavo leggendo il disegno di legge dello Stato di New York per la trasparenza dei dati pubblici. Ovviamente anch’esso pubblico.

Il disegno di legge in questione, tende ad incentivare la messa in disponibilità dei dati pubblici per stimolare l’economia e la competitività e, ovviamente, segue la famosa direttiva obamiana del Dicembre scorso.

Scorrendolo mi son soffermato un attimo sulle motivazioni di base che qui ripropongo:

JUSTIFICATION:  New York's Freedom of Information Law establishes  "that
government  is  the  public's business and that the public...should have
access to the records of government." The  right  of  access  to  public
records  derives from the most basic tenets of American democracy; it is
an essential element of government of, by, and for the  people.  In  the
internet age, this right can and must include the right to access infor-
mation online.

Credo non servano commenti!

L'eBay dei dati

datamarketplace

Anche se da queste parti si elucubra spesso di trasparenza e di Open Data, un servizio come Datamarketplace non può passare inosservato.

Questa specie di eBay dei dati è gestito da una giovanissima start-up che ha capito una cosa molto semplice: Senza i dati le applicazioni non hanno valore. Senza i dati non possono dimostrare le loro funzionalità.

L’economia immateriale ha bisogno dei dati e, laddove i dati non si trovano, basta richiederli. Forse!

Ovvio che poi, dipende dalle disponibilità, dal modello di business, ecc. Ad esempio, 99 dollari per la lista di tutte le emittenti televisive americane, vi sembrano poco o molto?

Open Data.gov

A Maggio mi ponevo dei dubbi. E nel contempo l’Italia aveva altro da fare.

Oggi, ero in aula e diversi discenti continuavano ad essere dubbiosi proprio su questo tema! Infatti, in Italia abbiamo altro a cui pensare.

Proprio oggi,  Tim Berners-Lee in persona, ha lanciato la versione britannica di Data.gov!

Mentre in Italia la Pubblica Amministrazione è ancora convinta di essere proprietaria dei dati e non, come nel resto del mondo, un mero gestore!

data

I dati della PA sono un valore, per le imprese, per i cittadini, per le applicazioni, per i servizi…..

Ok, allora, visto che son fresco fresco di aula, vi sparo qui una cosuccia che avevo preparato…..: Ecco se la trovate dentro un programma elettorale :-)


La filiosofia dell’ “Open Data” è relativamente recente e nasce più dalla consapevolezza e dalla razio, che non da certezze normative. Nel caso dei dati pubblici, in particolare, non è molta la legislazione in materia (Sez. I art.50 del Codice dell’Amministrazione digitale, 7 Marzo 2005) e quindi ci si riferisce quasi esclusivamente a pensieri e filosofie come quella dell’Open Source, dell’Open Access e dell’Open Government.Una delle motivazioni di base che sostengono questo movimento di pensiero è la contrapposizione a un modello basato sul concetto di proprietà. Oggi lo Stato (in tutte le sue componenti locali e centrali) si comporta da “proprietario” piuttosto che da “gestore” dei dati pubblici.
Questa esclusività permette ad alcuni mediatori (di solito agenzie concessionarie o esclusive o categorie e corporazioni) di trarre dei vantaggi economici dalla fruizione ed all’arricchimento dei dati pubblici primari. I cittadini, invece, continuano a combattere dentro una giungla burocratica senza ottenere i servizi per cui hanno già pagato e spessissimo costretti a pagare nuovamente questi mediatori per avere accesso alle informazioni pubbliche.Offrire i dati dei pubblici registri agli intermediari garantisce il perpetuarsi di rendite da posizioni e lobby vere e proprie: motorizzazione, agenzia delle entrate, catasto, ecc.

L’automazione (informatica e internet) riesce a far fare un salto di qualità ai dati pubblici e al loro valore, in quanto ne favorisce il rapido scambio e l’utilizzo in ambiti più disparati, aumentando i vantaggi per il mercato e per l’economia grazie alla libera circolazione.

Il ruolo chiave sta dunque nella DISPONIBILITA’, ma anche in altri principi (
http://wiki.opengovdata.org/index.php?title=OpenDataPrinciples) ben esposti dal gruppo di lavoro americano sull’Open Government: http://www.opengovdata.org/

Come mutuare questi principi anche in Italia?
Applicando principi federali “dal basso”. Ogni Comune, ogni Provincia, ogni Regione che colleziona dati pubblici può scegliere come renderli “disponibili” ai cittadini in quanto ha già ricevuto una delega dallo Stato in questo senso. Non serve una legge nazionale.

Se il seme di questa nuova apertura mentale, filosofica e democratica attecchirà in forma federale allora anche lo Stato centrale non potrà esimersi dal mettere in disponibilità i dati che sta gestendo e rompere, finalmente, le rendite indotte a favore dei mediatori.

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