Pungente

Si, davvero molto pungente Gianluca Nicoletti su La Stampa.

L’articolo, centrato sull’evoluzione della specie in salsa tech (nerd, geek e social addicted visti come protagonisti della mutazione evolutiva), chiude e in certo senso chiosa l’approccio social prevalente, bollandolo come assolutamente INUTILE per l’evoluzione del genere umano.

….In realtà ogni social network è solo apparentemente un ambiente plasmato sul futuro tecnologico, si tratta solamente di un parco giochi semplificato per intrattenere la parte più passatista dell’umanità, quella che non inventerà mai nulla perché troppo occupata a rendersi interessante sotto la patina nobilitante d’Instagram. Non cambierà certo il mondo chi lo gira per villaggi vacanze, ma solo per postare tramonti e beveroni tropicali e fare schia…‘.

Rifletto e registro :)

Egovernment facile facile

Son da sempre convinto che un servizio web offerto alla cittadinanza (non solo inteso come set di servizi interattivi on line, ma soprattutto co-progettazione e partecipazione) sia qualcosa di propedeutico e precedente la tecnologia. Dunque questa offerta deve passare e maturare attraverso la consapevolezza dell’amministratore pubblico, le opportunità offerte a chi vuol partecipare e soprattutto una grande voglia di fare.

Poi ovviamente ci vuole anche la tecnologia e, di questi tempi, specialmente i piccoli comuni non hanno molti soldi per investire in tecnologia.

Però il municipio on-line è la casa dei cittadini e se manca questa casa i cittadini digitali si sentono persi. Spesso i piccoli comuni sono spaesati, non sanno da che parte cominciare, si affidano a enti più grossi, ad aziende pseudo-specializzate, copiano, fanno parecchi errori di scelta.

Un percorso interessante potrebbe essere quello di utilizzare una piattaforma sociale molto semplice e immediatamente disponibile. WordPress è nato dapprima come piattaforma blog e poi evoluto come CMS (Content Management System). Oggi è molto maturo e universalmente conosciuto e utilizzato. Govpress è una distribuzione di WordPress sempre più solida e utilizzata (44.000 download) al punto che una grandissima città come Filadelfia (questo il sito attuale) sta per riposizionarsi proprio in questa nuova modalità: http://alpha.phila.gov/

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E’ Open source, è bello ed è facile. Se non riuscite a installarlo presso il vostro comune o non sapete come metterlo in opera nel cloud, chiedete al Digitalchampion più vicino. Son sicuro che vi saprà aiutare.

Che fine hanno fatto i blogger?

Ci fu una stagione, qui nel bel paese, in cui i blogger erano famosi. Alcuni venivano pure etichettati come blogstar assecondando quel principio per il quale si può essere famosissimi in rete e semi sconosciuti nel proprio condominio.

Fu una stagione sotto certi versi pioneristica e un po’ da cricca che servì a molti di noi per comprendere le dinamiche della rete e delle relazioni digitali.

Tempi belli dove l’indicatore di influenza era il backlink o il numero di commenti sotto i post. Nei momenti di festa come quelli che stiamo per vivere, spuntavano alberelli e altre idiozie che scatenavano flame e risse infinite. Si, perchè la blogosfera italiana è stata spesso rissosa e un po’ tamarra, dimenticandosi troppo spesso che la vera differenza l’avrebbero fatta, comunque, solo i contenuti e le competenze.

Tenere un blog obbligava a reggere il ritmo di diversi post giornalieri e, soprattutto, a non perdere il filo delle discussioni aggregate su siti specializzati come Technorati o l’italianissimo Blogbabel.

I giornali quotidiani e le riviste guardavano ai blogger come a dei marziani e i direttori erano un po’ impauriti da queste creature che, senza nessun dato scientifico a supporto, erano convinti fossero fra gli artefici del calo di vendite al chiosco.

Poi, arrivarono i social network e diventò di moda imputare a quest’ultimi l’improvvisa e rapida moria di blog.

Fu allora che i blog cominciarono a morire e i blogger a trasferirsi altrove. Sui blog collettivi, sulle colonne dei giornali on line o semplicemente sui social dove iniziarono a reclutare follower per incrementare il loro nuovo indicatore di influenza.

Oggi di quel mondo rimane poco, per fortuna, ma ciò che rimane è finalmente di gran qualità. E sto parlando dei blog personali sopravvissuti al dominio dei 140 caratteri.

Alcuni son rimasti qui, ancora monitorati dal buon vecchio Blogbabel con quell’algoritmo spesso criticato.

Ammetto che dei blog personali mi son sempre interessato molto, per apprendere stili di scrittura e accedere a competenze spesso di spessore assoluto. Li ho aggregati prima su Google reader, ora su Feedly sempre con la stessa etichetta: ‘conversazioni‘.

E ancor oggi, leggendo i post aggregati sotto quella voce, riesco a vivere un rapporto con la rete meno disturbato dal rumore di fondo e dall’assurda velocità dello stream sociale. Mi ritrovo in pace e in armonia con una delle più belle esperienze che la rete mette a disposizione. Il blog appunto.

Devo solo trovare il modo di tornare a scrivere di più, con maggior ampiezza e dettaglio, con più pazienza e rinnovata passione.

I blog non sono morti e non moriranno mai. Possono solo migliorare.

Buone feste

La morte di Foursquare

Vabbè, scrivo questo post in un venerdì non molto vivace di Agosto. Dunque mood negativo, avvertiti.

Dopo aver vissuto lo split fra Foursquare e Swarm con una certa repulsione e sfiducia, ieri ho provato il nuovo Foursquare ufficialmente ridisegnato in versione 8.0

Andiamo con ordine, anche dopo aver letto il post di Vincos, sempre molto attento e competente in materia.

La geolocalizzazione è morta, viva la geolocalizzazione: Chi si ricorda di Brightkite, Gowalla, ecc? Quasi nessuno. Ma potrei proseguire con l’italianissimo Mobenotes! Ve li ricordate i servizi ‘location-based‘?
Bene, tutto ciò aveva un senso (e forse oggi non lo ha più), perchè quasi tutti i servizi web-mobili attuali, ma non solo, aggiungono le funzionalità di geolocalizzazione e spesso di social chekin embedded. Ovvero fanno diventare prassi l’abitudine di far sapere ai propri fun/follower dove ci si trova.

Dunque l’esclusività e il vantaggio competitivo è finito e la funzionalità è diventata trasversale a tutte le piattaforme. Google e Facebook in primis.

Gaming, prize e engagement: Foursquare aveva capito per primo che l’incentivo all’azione (check-in, tip, commento, ecc.) dovevano essere premiate. Prima con i badge di cui bullarsi (mayorship per capirsi) e poi con i prize messi a disposizione dagli advertiser, ovvero sconti, promozioni e veri e propri regali.

Che abbia funzionato, sembra proprio di no, anche perchè uno dei motivi che ha indotto Foursquare allo split sembra sia proprio la diminuzione dei check-in. A tal proposito val la pena leggere un post del Maggio scorso proprio sul blog ufficiale di Foursquare:

Back in 2009 when we had 50,000 people using Foursquare, they were awesome. But as our community grew from 50,000 people to over 50,000,000 today, our game mechanics started to break down:

  • Points became arbitrary and less reflective of real-world achievement, because a check-in at a concert in Istanbul is really different than one at a dog park in New York (and the thousands of types of check-ins in between).
  • We created hundreds and hundreds of badges to appeal to different people around the world. Some of you want more, though we hear more often that badges stopped feeling special a long time ago.
  • Mayors were great when Foursquare was small and you were competing against your friends to rule the neighborhood coffee shop, but as more people signed up, earning a mayor crown became impossible.

Dunque questo meccanismo non paga più e viene demandato, con altre aggiunte (sticker in primis) alla nuova social app chiamata SWARM! Sarà un successo? Io credo di no, e spero di essere smentito, ma avrà vita breve.

Forse ai tamarri piace addobbarsi di adesivi da condividere con gli amici, ma la cosa mi lascia perplesso.

GPS rulez: Entrambe le nuove app, ovvero Foursquare 8.0 e Swarm fanno ampio uso del servizio di passive location sharingIn pratica GPS always on and shared! Da paura, vero?

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Insomma, mica tanto direi. Molti nuovi servizi prevedono questa funzione di default. Pensate a tutti i sistemi wearable o alle app di traking (Runkeaper, Runtastic, Nike, Step counter, ecc.) e andando oltre (per begare subito con tutti i detrattori interessati alla privacy) riflettiamo sul fatto che i nuovi smartphone portano in dote un nuovo processore dedicato proprio a queste attività in movimento, come ad esempio il co-processore M7 dell’iPhone 5S.

Detto questo sono molto d’accordo con Vincos quando fa notare la scarsa attenzione alla privacy a discapito dell’opportunità indotta:

In pratica, anche se l’app non è attiva, collezionerà questi dati nei server di 4sq al fine di comprendere le abitudini dell’utente e anticiparne i desideri, ma anche per poter costruire una mole di informazioni utilizzabile, in forma aggregata, per la pubblicità.
Crowley pensa che questo tracciamento continuo verrà accettato dagli utenti perché lo vedranno trasformarsi in consigli utili. Resta il fatto che viene attivato automaticamente, senza un avviso. Una mossa azzardata nel momento in cui anche Facebook sta virando verso una maggiore attenzione alla privacy

Ma andando oltre, veniamo alle mie considerazioni e perplessità che manifestavo su Facebook dibattendo con diversi amici:

A) Yelp rulez. Per chi come me ha frequentato diverse volte Stati Uniti e Inghilterra sa che Yelp sta correndo alla grande e l’accordo con Apple (consigli di Yelp sulle mappe) , e non solo, la sta portando a diventare l’app più utilizzata di sempre nell’ambito delle ‘raccomandazioni’.

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Il recommendation engine di Yelp è il preferito (anche se in Italia ancora stenta) e i motivi sono questi:

In a nutshell, that’s how Yelp works. Every day our automated software goes through the more than 47 million reviews that have been submitted to Yelp to select the most useful and reliable ones to help you find the business that’s right for you. Unlike many other sites, our stance is quality over quantity when it comes to reviews. As a result, we only recommend about three-quarters of the reviews we get. More often than not, these reviews come from active members of the Yelp community, and from those we’ve come to know and trust.


B) No pay no play: Il gaming associato al prize dava un senso alla partecipazione su Foursquare, dovrebbe darla anche su Swarm? Secondo me no, perchè non incentiva il business, ma solo una competizione fra friends, fine a se stessa.

C) Le competenze di cui bullarsi in un network asimetrico come il nuovo Foursquare (more tips more competence) non credo paghino, anche perchè lo sforzo richiesto dovrebbe generare anche qui una forma di gratificazione reale che non può essere solo un profilo più ricco e posizionato o delle menzioni sulla scheda del locale censito. Mi sbaglierò, ma non paga.

D) Quale sorte per le API? A me piaceva molto giocare con Foursquare, specialmente per lo storitelling., Guardate un po’ come mi divertivo: http://www.tripline.net/gigicogo

Detto questo, spero di essere smentito dai ragazzi di Foursquare, ma la vedo nera. Dunque che fare, che alternative usare per chi, come me, sta pensando di andare oltre?

Non lo so, ma mi sa che Zuck ne trarrà notevoli vantaggi.

Accumulatori seriali

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Con la diffusione su larga scala dei Social Media si sta verificando un fenomeno che definire inutile è perlomeno riduttivo. Se posso permettermi lo definirei dannoso per la reputazione personale.

Gli ‘accumulatori seriali‘ sono quei personaggi che scalano le classifiche dei vari social per raggiungere un numero di follower sufficiente per bullarsi con gli amici o con i datori di lavoro (don’t forget che un buon Social Media Manager da il meglio di se in qualità, non in quantità).

Il loro comportamento lo noti subito. Su Linkedin usano la solita frase preconfezionata: ‘Sei una persona di cui ho piena fiducia: vorrei quindi invitarti ad entrare a far parte della mia rete‘. Indovinate un po’ quale trattamento riservo a tali richieste, non è difficile dai :)

Su Facebook ti chiedono il contatto reciproco senza accompagnare l’azione con uno straccio di messaggio del tipo: ‘ Ciao sono tizio, ti leggo con piacere su altri social e mi piacerebbe stabilire un contatto anche qui per ….‘. Niente di niente. Solo una richiesta asettica priva di qualsiasi sentimento. Al che io rispondo comunque con una frasetta tipica che, spero, denoti cortesia e non supponenza: ‘Se non vi aggiungo subito sul mio profilo personale, quando mi mandate la richiesta, può essere sicuramente che non mi ricordi chi siete. Ok, sto invecchiando, ed è colpa mia. Ma fate uno sforzo, accompagnate la richiesta con due righe di informazioni.’. Il 99% di questi signori nemmeno rispondono alla mia sollecitazione e spariscono nell’oblio della rete per sempre.

Su Twitter (che notoriamente non obbliga alla reciprocità) il loro comportamento è ancora più buffo. Ti agganciano come follower e seguono per un paio di ore la tua TL, magari fanno un retweet di un tuo post o lo aggiungono fra i preferiti per farsi notare poi, se non li agganci anche tu come following, recedono dal contatto e se ne tornano nell’ombra.

Argomentavo attorno a questi comportamenti nell’ ultimo lavoretto: Business Networking e oggi giungo al punto di definire questa pratica come dannosa per la reputazione personale perchè assimila questi tizi agli stalker.

La qualità e il valore delle relazioni in rete (professionali o non) è qualcosa di molto più complesso e più profondo rispetto a degli asettici numeri. Per stabilire relazioni profittevoli è necessario analizzare le fonti, i contenuti, la frequenza, l’originalità e offrire agli altri altrettanto se non di più, possibilmente favorendo un arricchimento reciproco.

Poi ci sta che uno possa fare scelte rigide, ovvero seguire poche selezionatissime fonti, magari per fiducia o stima o ancora per conoscenza diretta.

Fate un po’ voi. Volete continuare ad essere dei lurker con grandi numeri o preferite diventare dei contributori a prescindere dalla lunghezza della vostra lista di follower?

Breaking news

Velocemente un paio di annotazioni per il week end

A) Concordo al 100% : http://www.linkiesta.it/banda-larga-non-basta ma è un tema che ho dibattuto spesso in questo blogghino

B) Ho consegnato la prefazione per il nuovo libro dell’amico Michele che pubblicheremo sulla collana Pionero. Ve la butto qui, così ci date un’occhiata, ok?

Se la città cambia o cambierà in meglio, lo si dovrà soprattutto alle persone e al loro modo di intendere e cercare la felicità e il benessere.

Il gioco è parte della felicità e soprattutto della creatività che ognuno di noi singolarmente o in gruppo riesce ad esprimere.

Michele Vianello, nel suo secondo libro dedicato alle città intelligenti, parte proprio dal gioco e contesta da subito le ‘regole del gioco’ stesso, ovvero i regolamenti, i livelli di mediazione e anche gli arbitri.

Se poi l’arbitro è la Pubblica Amministrazione, ovvero la stessa che scrive, applica e spesso elude i regolamenti, allora c’è qualcosa che non va e che alla lunga inficia su quella ricerca di benessere e felicità che legittimamente è aspirazione di tutti.

Dunque il metodo proposto è quello che trae origine dal paradigma della “gamification”, quindi meno intriso di tecnologie abilitanti, meccanismi di controllo e, soprattutto, controllori.

Vianello immagina smart citizen che giocano con i dati aperti, in grado di costruire applicazioni e, ovviamente, molto impegnati nell’indirizzare le politiche del loro territorio. Quando Vianello immagina lo scenario dove tutto ciò può avvenire (le pareti di un canyon, una foresta, i cartelloni pubblicitari, ecc.) sembra di rivivere l’epopea di Sim City.

Il testo per il suo aspetto giocoso, ma anche provocatorio, si pone in antitesi con quella che viene definita “la via tecnocratica alla smart-city”, ovvero il tentativo di legiferare, modellare e omologare approccio, strumenti e metodi che minano l’intelligenza e la creatività e soprattutto la consapevolezza dei cittadini appartenenti alla smart community. Per Vianello i sistemi normativi, come pure quelli troppo benchmark-oriented, tendono a frenare lo sviluppo condiviso e partecipato della città o del territorio del nuovo millennio.

L’approccio alle misurazioni e in particolare alle stime sulla felicità o meglio alla soddisfazione del ‘vivere’, passano inevitabilmente attraverso la ‘smart governance’ ovvero la capacità inclusiva, democratica e innovativa di un Amministrazione Locale di confrontarsi con gli smart citizen. E qui siamo distati anni luce da ciò che si auspica. Il grado di partecipazione va confrontato con altri parametri, primo il vantaggio al partecipare, secondo la gioia di partecipare, terzo la capacità di coinvolgimento. Dunque un mix fra indicatori e sensazioni, fra approccio scientifico ed empirico. D’altronde la città smart è un organismo vivente e mutevole e dunque va preso in considerazione l’effetto trend, ovvero ciò che indirizza il cambiamento e questo può essere tutto ciò (commerciale e sociale) che fa vivere meglio. Null’altro.

Ecco perché a Michele Vianello piacciono tanto anche gli oggetti digitali che inducono a cambiare il territorio partendo dal cambiamento degli stili di vita. Non tutto quello che esce ogni anno dal CES inciderà profondamente sulle nostre vite ma, spesso, quelli che ci sembrano solo giocattoli tecnologici possono cambiare radicalmente il modo di relazionarsi, fare business o semplicemente vivere meglio. E questo è il gioco della vita, ai tempi del web, del cloud, dei social network e dell’internet degli oggetti, paradigmi che per l’autore sono il riferimento (o meglio i pilastri) su cui si basa un territorio intelligente.

Gianluigi Cogo Direttore Scientifico di Pionero

C) E’ uscita su ForumPA un’intervista su Business Networking, il lavoro fatto a quattro mani con Simone. Riporto qui anche questa così riempio il post :)

Business networking, una strada che la PA deve percorrere. 20/01/2014 di Eleonora Bove

Cadono le barriere, non importa che si lavori per un ente pubblico o un privato, noi siamo quell’ente. Il web ha rimescolato le carte in tavola: le relazioni interne si sovrappongono a quelle esterne in un flusso di comunicazioni e reti di relazioni che identificano e caratterizzano Istituzioni o aziende. In questo contesto un buon networking è fondamentale. Ne parliamo con Gianluigi Cogo.

Le nuove tecnologie hanno cancellato il confine tra il volto ufficiale e il dietro le quinte; che sia un’istituzione pubblica o un azienda privata non importa, siamo quello che appariamo e la nostra rete di contatti o meglio networking ci definisce. La serie di relazioni e flussi comunicativi “peer to peer” in cui siamo immersi creano una zona diffusa di scambio: comunicativo, affettivo, di servizio. Si può fare business sui social? Sicuramente sì, in quanto luoghi virtuali in cui si afferma più di qualsiasi altro la centralità della persona e delle relazioni. Partecipazione, apertura e trasparenza diventano i nuovi dogmi per creare visibilità, credibilità e reputazione, ma due più due non sempre fa quattro. Il web, terra di opportunità ma anche di grandi illusioni, bisogna saperlo governare. Ne parliamo con Gianluigi Cogo che ha da poco pubblicato, assieme a Simone Favaro, per Maggioli il libro “Business Networking” .

Iniziamo con una provocazione: il web non si discosta tanto dalla vita reale, importa più chi si conosce che cosa?

Assolutamente sì. Si ribaltano dei falsi miti, si pensa che sul web possano nascere delle amicizie, in realtà non è così. Si instaurano delle modalità che poco si discostano dalla realtà e molto dipende dalle persone, che vengono rimesse al centro delle relazioni. Certo gli strumenti contano, ma la negoziazione e la relazione tra le persone è ancora il punto di partenza. Che grazie ai social si possa usufruire di un enorme patrimonio di contatti a costo zero e che basti aggiungere una persona tra i propri contatti per avviare un’attività, sono alcune delle tante illusioni in cui si cade nel web.

Eppure secondo una ricerca IPSOS il 68% degli italiani riconosce l’importanza del networking on line. Secondo la tua esperienza è davvero questa la fotografia del nostro paese?

Non credo proprio. Io ogni anno, con il mio corso universitario dedicato proprio ai social, mi relaziono con centinaia di ragazzi e tocco con mano qual è la loro idea e, a oggi, il nostro Paese considera ancora i social network come strumenti di entertainment puro. Ma se andiamo a vedere, sotto c’è tutta un’infrastruttura che permette di fare applicazioni, single sign on e tutta una serie di attività diverse, ma chi ha questa consapevolezza? Sono pochissimi. Lo stesso vale per Twitter, quanti lo usano professionalmente? Qualche redazione giornalistica o qualche azienda che ha un social media team e lo usano per fare customers care, ma sono una percentuale piccolissima.

Parliamo un po’ di reputazione sul web. Quanto conta e come si costruisce. Ci sono dei trucchi o al tempo non c’è rimedio?

L’unico trucco è l’etica, punto. Ci sono degli strumenti per monitorare la propria web reputation, ma sono l’etica e la coerenza che fanno una reputazione sul web. Dimentichiamo che la rete ha una memoria formidabile e spesso per fretta tralasciamo tutte quelle azioni che sono di semplice buon senso, ma che fanno la nostra reputazione e finiamo per pagarne le conseguenze. Discorso che vale per le aziende, ma anche per le persone

Tutto ciò è riferibile anche alla PA?

Io dico sempre che per capire come mai le PA non riescono ad essere persuasive o attraenti sul web, basta guardare le loro reti intranet. Se ci sono delle difficoltà a relazionarsi all’interno, difficilmente ci riuscirà all’esterno. Come dicevo le barriere sono cadute, ormai casa e lavoro sono la stessa cosa. Gli strumenti che utilizzi nel privato, sono gli stessi che utilizzerai a lavoro. E’ quel fenomeno che viene definito consumerization. La Pa non si scrollerà mai di dosso la muffa, quel modo di essere vista come appesantita dalla burocrazia se non aderisce a tutte quelle dinamiche che avvengono nel privato in materia di customers care. Perché quando parliamo di social la PA ha sempre una policy che fissa gli orari del servizio? Io credo che la PA si debba avvicinare al modello d’impresa, superare la dimensione temporale, e non pensare a come regolamentare la rete.

In merito alle persone che fanno l’azienda, mi sembra che oggi la linea che separa la gestione delle relazioni interne ad una azienda e la gestione di quelle esterne sia venuta meno. Che ne pensi?

Ormai questo confine non esiste più. Io vado un po’ controtendenza rispetto a quelli che dicono che bisogna avere un profilo personale e uno aziendale/istituzionale sui social. Sono contrario. Tu fai parte dell’azienda o dell’Istituzione, perché il discorso è lo stesso per la PA, 24 su 24. Quella è la tua immagine e la tua reputazione, non è che la puoi distinguere o separare a seconda del profilo. L’azienda e la PA parlano attraverso i propri dipendenti. Ormai le barriere sono cadute, parliamo di flussi di comunicazioni, di reti, non parliamo più di mercati quando pensiamo ad un’azienda o ad un’istituzione.

Un esempio di un business networking ben riuscito.

Pensiamo a FIAT Brazil che, sfruttando il proprio networking di 29.000 contatti, lanciò il primo esperimento di progettazione di un’automobile in modalità ”crowdsourced”, la FIAT Mio. Furono raccolte 22.000 proposte e il progetto è stato poi rilasciato in licenza Creative Commons, così da poter essere riutilizzato e sviluppato anche da comunità esterne a FIAT. Quindi non brevetta il progetto, ma essendo FIAT partecipe al processo ha un vantaggio sui competitor e, avendo esternalizzato la fase di ricerca e sviluppo, ha ottenuto un grande risparmio che può essere investito nella produzione.

D) Venerdì prossimo sarò a Verona ospite dell’ordine degli ingegneri per chiacchierare su Hack4Med il contest europeo sugli Open Data. Maggior dettagli in settimana.

E) Markettona finale. Business Networking è in offerta su Amazon per 18.50 Euro

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Opera quarta

Il quarto papello del bloggante, scritto a 4 mani con l’amico Simone Favaro è ora disponibile per l’acquisto.

Potete pensarlo come un bel regalo di Natale :)


Oltre all’editore che un’altra volta ha creduto in me/noi, un particolare ringraziamento a Mauro Lupi, prefattore e agli amici Barbara Bonaventura, Mafe De Baggis, Vincenzo Cosenza, Gianluca Diegoli, Marco Massarotto, Alberto D’Ottavi, Robin Good e Giorgio Soffiato che hanno contribuito alla parte interattiva del libro contenuta nel capitolo: ‘I protagonisti’

Viaggiautore 2.0

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Eccomi, come ogni anno, a fare il punto sugli strumenti di trip planning e/o trip sharing. Come direbbe l’ottima Roberta, mi sento un viaggiautore e dunque mi avvalgo di strumenti ma, soprattutto, di metodi utili a questo scopo.

Rispetto agli anni precedenti (link ancora utili sui servizi di trip-planning :)

il primo argomento di quest’anno è la scheda dati per lo smartphone!

Ebbene si, alla favola che negli USA c’è Wi-Fi ovunque, non crede più nessuno. Ovvero, è quasi scontato che ci sia nei Motel ma, nelle grosse catene di alberghi spesso è a pagamento.

Starbucks, MacDonald, Whole Foods, Denny’s, Dunkin’ Donuts, ecc. sono un po’ ovunque e vi offrono una connessione profilata ma, se vi trovate a percorrere la spettacolare I-70 e per 120 miglia non c’è anima viva, compresi distributori, aree di sosta ecc. ….. la vedo davvero dura condividere l’esperienza :)

Visto che il roaming è un concetto assurdo, ai limiti della delinquenza legalizzata, conviene acquistare una SIM in loco che dia accesso ai dati in mobilità: http://www.mrsimcard.com/iphone.html. Ricordarsi di comprare una carta di credito usa e getta (si trovano in tutti i supermercati) e di attivare il contratto con quella, fornendo l’indirizzo dell’ultimo albergo dove si è alloggiato :)

Fase 1 – preparazione del viaggio

Il volo è, come sempre, il primo acquisto e lo si fa circa ???? mesi prima della partenza. Ok, tutti conoscete Skyscanner, Opodo, Kayak e chi più ne ha più ne metta ma, le varie dicerie sulla convenienza economica dgli 8 mesi prima o dei 4 mesi prima che si leggono in rete, non servono a nulla. La prima regola è attivare gli alert per rimanere informati sui ribassi

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e la seconda regola è controllare le commissioni di incasso che, spesso, anzi molto spesso, sono il fattore decisivo che fa la differenza!

Per fortuna, un broker come Kayak da un po’ di giorni offre anche questa interessantissima funzionalità, che serve proprio a sondare le migliori commissioni applicate dai vendor su cui lo stesso broker si appoggia per le offerte. Non male!

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Con il biglietto in mano, di solito, procedo ad altre due sole prenotazioni dall’Italia, ovvero l’auto a noleggio e l’albergo per la prima notte o per le prima tappa. Il resto sarà on-the-go!

Per l’auto, è inutile che vi racconti i vari tentativi con broker alternativi. Qui Opodo (che si appoggia a Rentalscar.com) batte tutti e si avvale di un servizio ‘Miglior tariffa garantita‘: http://www.rentalcars.com/PriceWatch.do che, nel caso l’alert vi avvisi di una riduzione di prezzo ad acquisto già effettuato, vi aggiornerà il contratto che, ovviamente, salderete solo all’atto della consegna dell’auto.

Per l’albergo mi appoggio a Hotwire.com e ai suoi alert. Attenzione che i prezzi più bassi si ottengono con i ‘deal’, ovvero le offertone al buio! In pratica si sceglie la zona, la categoria (stelle) e il livello dei servizi (amenities) ma non l’albergo, che viene comunicato solo dopo l’effettuazione del pagamento. Di solito con questa modalità riesco ad alloggiare in hotel 4 stelle al prezzo di un hotel a 2 stelle. Come funziona? Semplice, piuttosto che lasciar camere invendute, i gestori si appoggiano su Hotwire che le rivende a prezzi stracciatissimi :)

Fase 2 – La gestione

Qui negli anni non mi son discostato di molto dalle esperienze originali e lo strumento che mi permete di mantenere tutto sotto controllo è ovviamente Tripit, ad oggi unico strumento killer per la gestione di un viaggio. Il tutto avviene in modo davvero semplice e si può memorizzare proprio tutto (dalla prenotazione aerea, al noleggio dell’auto, al booking dell’albergo, alle mappe, i percorsi e persino la linkografia e le foto dei posti da visitare) sfogliando poi comodamente il tutto da tablet o dallo smartphone.

Per inserire i dati su Tripit è sufficiente inoltrare le mail di conferma dei gestori a plans@tripit.com o, come nel caso di Hotwire, acconsentire all’integrazione far i due servizi. Davvero una favola.

Come negli anni scorsi mi avvalgo, comunque, anche di un mappa personale su Google Maps che viene molto comoda per calcolare le distanze. Anche qui, con la nuove funzioni di Maps Engine Lite, basta compilare un foglio di Excel e il gioco è fatto!

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Facile vero?

Fase 3 – Il viaggio

Smartphone, smartphone e dunque tanto, tantissimo smartphone. Per fotografare e per inviare (RIGOROSAMENTE QUANDO SI TROVA UN HOTSPOT) le foto nel cloud. Trovate voi il modo, ogni servizio (iCloud, Dropbox, Flickr, Sugarsync, ecc. lo consente.

Poi, SEMPRE SE TROVATE UN HOTSPOT WI-FI, vi consiglio l’applicazione più bella per iPhone o per Android, con la quale condividere (anche in forma privata con delle web gallery) le foto con i parenti e gli amici: http://www.flayvr.com/

 

Smartphone, smartphone e dunque tanto, tantissimo smartphone per la parte social, dove privilegio Foursquare sempre utile per i tips e per i deals ma, soprattutto per la fase 4, ovvero quella del racconto che vedremo più avanti.

Negli USA va moltissimo anche Yelp che viene usata tantissimo dai viaggiatori buongustai e non solo.

Poi smartphone per pubblicare sul blog dedicato al viaggio con WordPress mobile e ancora smartphone per tutte le app che mi serviranno a fare il checkin del volo a ricaricare le carte di credito con la mia banca, a prenotare gli alberghi con i deal di Hotwire e trovare gli hot spot Wi-Fi gratuiti!

Tutto ciò che farò di ‘social’ appare magicamente nella stream line di Rebelmouse che, direi, è davvero molto cool come storytelling on-the-go! http://www.rebelmouse.com/gigicogo/

Fase 4 – Il racconto

Al ritorno c’è il gran lavoro di post-produzione legato alle foto scattate con la reflex. Non sono un patito dell’instant sharing per questa tipologia di foto, anche se ormai, con prodotti consolidati come: http://www.eye.fi/ tutto ciò sarebbe già possibile.

Dunque, prima di uppare le foto su 500px e/o Flickr, passeranno anche dei mesi, as usual.

Più rapida sarà la ricostruzione della mappa grazie agli automatismi dello stupendo: http://www.tripline.net/gigicogo ! Qui i checkin di Foursquare saranno preziosissimi e in un battibaleno la mappa sarà pronta.

Molti siti mettono a disposizione uno spazio dedicato ai racconti (metodologia poco in voga in Italia) per favorire l’approccio esperenziale che, secondo me, è il più affascinante e vincente.

Un esempio è quello del Quebec: http://www.destinationquebec.com/search/media o ancor meglio del Maine: http://www.visitmaine.com/insider/ (esperienze consigliate dagli indigeni).

Io racconterò il viaggio in un blog dedicato, come già fatto in passato: http://therouteus66.wordpress.com/ e non mi sottrarrò ai tre servizi di visual storytelling che più adoro, ovvero Erly, Jux e Fotopedia reporter

E da quest’anno, udite udite, anche il magazine con Flipboard che, da un punto di vita della UX e della Content Curation, diventa davvero un modo di raccontare i viaggi fantasmagorico.

Altri tips, servizi, consigli? Son tutto orecchie!

Feed reader, nulla sarà più come prima

img credits http://googlesystem.blogspot.it/

Pronti con i pop corn? Come promesso ieri su Twitter, post lunghissimo sul futuro dei lettori di feed.

Il 2 Luglio è più vicino di quanto sembri, dunque la settimana entrante sarà quella fondamentale per scegliere il sostituto di Google Reader, sovrano regnante e incontrastato leader dei lettori di feed RSS che, proprio quel giorno, lascerà il trono senza indicare successori.

Quali sono le funzioni che hanno reso insostituibile il re dei re dei lettori di Big G?

A) Gestione cloud e indipendenza dai client.
Questo è ciò che ormai viene riconosciuto come valore assoluto per poter gestire le proprie sottoscrizioni senza dover riempire la cache di un software, di un client di posta o peggio ancora di una cartella del proprio disco fisso.

B) Single Sign On
Chi non ha un account Google? Quanto è semplice accedere a Google Reader senza dover digitare login e password?

C) Organizzazione in cartelle
La vera forza di Google Reader è la tassonomia personalizzabile. Ognuno di noi negli anni ha taggato le proprie fonti per organizzare al meglio il proprio lavoro e questo ha creato una gestione molto comoda delle proprie sottoscrizioni a cui è difficile rinunciare

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D) Condivisione sociale
Molte funzioni già embedded e selezionabili, nonchè un linguaggio di scripting per aggiungere ulteriori condivisioni personalizzate

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E) Funzioni di publishing
Con possibilità di visualizzare pagine web o i widget o ancora blogroll personalizzati.

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F) Moltissime modalità di visualizzazione
Compatta, estesa, media, ecc.

G) Supporto di API per sviluppatori
Anche se mai sistematizzate, collezionate ed esposte per bene, le API di Google hanno permesso a migliaia di sviluppatori di creare applicazioni basate su Google Reader. (Vedi unofficial site: http://undoc.in/)

H) Notevole velocità
Il rendering sul browser (specialmente Chrome) è davvero performante al punto che, personalmente, leggo sempre i feed in visualizzazione estesa, immagini comprese.

I) Integrazione con Feedburner
e grande capacità di accettare tutti i vari protocolli con i quali vengono esposti i feed

L) Funzionalità statistiche

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M) Scorciatoie da tastiera per la lettura veloce.

e mille altre funzionalità che sarebbe paradossale elencare tutte ora che il servizio chiude ma che, nel tempo, ci hanno fatto amare questo servizio nei tempi in cui i tablet e i palmari non la facevano da padrone.

Perchè aggiungo questa considerazione? Perchè la variabile fondamentale per la decisione da intraprendere viene influenzata molto dalla predisposizione e dall’attenzione che dedichiamo alla ‘mobilità’ quando decidiamo di leggere, di diffondere o, meglio ancora, di curare i contenuti.

Dunque, in attesa del 2 Luglio abbiamo due alternative:

  • La prima è abbandonare il metodo pregresso basato sull’uso del browser desktop e accettare nuovi paradigmi e nuovi servizi (tornerò su questo argomento ma vi invito a leggere quello che scrivevo a Settembre dello scorso anno quando ancora non era stata annunciata la chiusura di Google Reader)
  • La seconda è cercare un clone di Google Reader per ritrovare tutte queste funzionalità, aggiungendo anche quelle mobili.

E partiamo dalla seconda. La guerra dei cloni che è appena cominciata, rilevando come molti di questi siano ‘browser centrici’ e pochi abbiano predisposto ANCHE una soluzione mobile come evoluzione del vecchio e morente Google Reader.

Ad oggi abbiamo una serie di competitor minori e alcuni Big che stanno scaldando i motori in attesa del 2 Luglio. Prenderò in esame solo quelli che permettono di importare le nostre precedenti iscrizioni su Google Reader, non potrebbe essere altrimenti. Non prendo nemmeno in considerazione il dover ricominciare tutto da capo riselezionando le fonti e censirò solo quelli che mantengono inalterate tutte, o quasi, le caratteristiche del vecchio Google Reader.

1) Inoreader https://inoreader.com/

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Un po’ lento nel refresh delle sottoscrizioni, spesso perde la sessione e si è costretti a reinserire le credenziali di accesso.
Ha un ottimo look and feel e permette di scegliere anche ‘themes’ diversi per una miglior personalizzazione. Dispone di un’ampia scelta di bottoni sociali per la condivisione e questo favorisce sicuramente chi fa attività di ‘link spraying‘.

2) The old reader http://theoldreader.com/

Old reader team

Localizzato in italiano, semplice ed intuitivo, integra la funzione ‘read it later’ con Pocket ma permette di condivider solo su Facebook. Per ovviare a ciò (come nel mio caso che indirizzo sempre il flusso di condivisione prima su Twitter) è necessario utilizzare un bookmarklet specifico. Resta comunque uno dei cloni migliori, dai quali non aspettarsi grandi evoluzioni perchè, come sottolineano i ragazzi che lo gestiscono: ‘As all of you probably know, The Old Reader is something that we do in our spare time, and obviously the amount of work we can do is heavily influenced by our day jobs, personal life, and air dates of our favorite TV shows. So while we usually are quite open about our plans, we prefer not to promise any release dates

3) Commafeed https://www.commafeed.com

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E’ quello che ad oggi preferisco. Fosse non altro per la sua interfaccia pulita e minimalista che mi ricorda il vecchio reader di Big G.
E’ un progetto open source ospitato su on GitHub. Espone in modo chiaro le API e la documentazione relativa e, se volete dare una mano per la traduzione, basta che vi tiriate su le maniche.

4) FeedBooster http://feeds.qsensei.com/

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Social login (anche OpenId), immediata importazione delle sottoscrizioni di Google Reader via ‘remote-login’ protetta SSL al proprio account di Google (attenzione se avete attivato la verifica in due passaggi su Google, dovete creare password specifica) o in alternativa con l’importazione del file OPML.

Molto veloce, visualizzazioni e filtri personalizzabili, social sharing e, soprattutto, la funzione molto comoda di ‘similar article search’.
Lo sto usando da un po’ ancora non mi convince del tutto ma è indubbiamente il migliore dal punto di vista dei filtri. Inoltre non ha nessuna pubblicità di disturbo che spesso intriga negli altri lettori con vista a ‘pannelli’.

Ammetto di averne provati anche altri, ma non mi dilungo nella lista dei cloni perchè vorrei approcciare anche altre analisi sul contesto prima di suggerire una scelta. Dunque, per i più curiosi, ci sono delle liste che girano in rete, una delle più curate sulle varie alternative a Google Reader è questa: http://t.co/omAAsMYhkB gestita in modalità crowd.

E ora veniamo a quelli che stanno scaldando i muscoli.

Digg ha promesso, già dal giorno dopo l’annuncio della chiusura di Google Reader, che avrebbe messo le sue truppe al lavoro. Per la precisione 5 dei suoi ingegneri che, con tanto di foto, ci stanno raccontando sul blog come va la vitaccia da quelle parti ma, ad oggi, non c’è nemmeno lo straccio di una beta.

Certo se si muove un colosso come Digg l’aspettativa è alta, anche se nelle ultime ore son stati bruciati dalla velocità di un altro big, ovvero AOL.

Il big dei big degli internet service and content provider, avrà pensato ai suoi 30 milioni di utenti orfani di un servizio ad alta fidelizzazione come Google Reader e dunque ha immediatamente lanciato la beta privata del suo reader: http://favorites.my.aol.com/ e domani la renderà disponibile al grande pubblico, comprese le API per gli sviluppatori.

Certo, i più attenti ricorderanno che ci provò anche 8 anni fa con esiti infausti, ma val la pena offrirgli un altra chance se questa addolcirà i nostri palati di consumatori di notizie in rete.

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Accertato ora che Facebook non si getterà nella mischia, l’altro grande competitor, cresciuto notevolmente approfittando degli spazi lasciati liberi proprio da Google Reader è Feedly che dopo aver vissuto sugli allori come estensione per i browser e applicazione mobile molto apprezzata, ha deciso di approfittare della chiusura di Google Reader per lanciare il suo servizio in cloud.

Qui siamo di fronte a un sistema ibrido e al tempo stesso complesso che, secondo me, non ha ancora raggiunto la maturità e rischia grosso proprio a ridosso dell’uscita annunciata dei due Big di cui sopra.

Ammetto che l’integrazione con le app mobile, la scelta di andare sul cloud e l’ibridazione fra il concetto di feed reader e digital magazine ha molte carte in regola per assicurarsi un ruolo nel mercato della content curation ma, ad oggi, mi sembra che ancora non si sia fissato uno schema maturo e originale tale da convogliare la maggior parte degli utenti verso questo mini ecosistema.

Mi lascia ancora perplesso la mancata sincronizzazione fra le letture cloud sul browser e quelle mobile. Non son mai riuscito ad ottenere la perfetta sincronizzazione e, in pratica, mi ritrovo a rileggere su mobile quello che ho già letto sul desktop.

Delle varie modalità di lettura sulla versione browser, sono obbligato ad utilizzare solo quella ‘full article’ per poter accedere ai bottoni sociali per la mia attività di spraying compulsivo :)

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Feedly resta comunque un servizio importante che sta occupando spazi interessanti in questo scenario ed è sicuramente un precursore nell’ibridazione fra i mondi desktop e mobile.

Dunque affrontiamo la seconda parte dell’analisi, quella che si svincola quasi totalmente dal browser e prende in considerazione un dato assoluto: oggi leggiamo molto di più in mobilità, curiamo le notizie in mobilità e spesso editiamo pure, sempre in condizioni di estrema mobilità.

Come dicevo, ne scrissi abbondantemente a Settembre dello scorso anno, per cui invito a rileggere quel post  integralmente per convenire o criticare (a seconda delle opinioni) sulle nuove modalità che, negli ultimi mesi, mi hanno spinto ad abbandonare sempre di più la curation via desktop e dunque via browser.

In questo panorama è indubbia la presenza ingombrante ma di enorme spessore di Flipboard che nella sua evoluzione ci ha consentito di diventare tutti ‘editor da divano’. Mi spiego meglio. Flipboard è nato come aggregatore visual e social per dispositivi mobili. Ha vissuto di gloria grazie alle inserzioni native che i provider di news precaricavano nel suo directory ma non ha mai nascosto di sfidare apertamente Google Reader usando le sue API e favorendo la cross authentication alle sottoscrizioni del lettore di reader.

All’inizio anch’io non ho dato peso a questa funzione perchè preferivo sfruttare nativamente le funzionalità e, soprattutto, le metodologie implicite di Flipboard che mi permettevano di agire secondo la logica ‘SOCIAL FIRST’. Ovvero, seguivo le fonti e le condivisioni dei miei social friend, dando grande spazio a ciò che proveniva da Twitter, Linkedin, ecc.

Poi mi son concentrato sulla nuova funzionalità riviste che considero una delle più entusiasmanti evoluzioni della Content Curation di sempre e ho fatto anch’io l’editore dal divano, attività che mi piace un sacco e che cercherò di espandere in futuro.

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Ma in questi giorni ho ripreso in considerazione l’offerta di Flipboard a migrare dentro il suo ecosistema le mie sottoscrizioni di Google Reeder.

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Dunque, ho reinserito le mie credenziali di Google Reader sugli account collegati a Flipboard e ho reimportato tutto li dentro.

Cosa farò ora? Non lo so, per un po’ manterrò la vecchia sottoscrizione nativa di Google Reader come un ‘pannello’ di Flipboard, poi è altamente probabile che sposterò le letture su riviste dedicate o semplicemente sui pannelli dei miei ‘social friends’, lasciandomi guidare dal solo flusso che ha ormai senso in questi ambiti: Io leggo quello che tu consigli, lo aggrego e lo condivido su altri canali o su riviste dedicate. That’s all!

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Se non vi piace Flipboard le stesse funzionalità è possibile attivarle, prima del 30 Giugno, anche su Pulse o Zite, due aggregatori mobili che ho citato nel più volte menzionato post  di Settembre scorso.

Alla fine di tutta questa disquisizione, nel caso vogliate tenervi ancora qualche giorno a disposizione per riflettere,  non dimenticate di salvare i vostri dati di Google Reader al sicuro. La procedura è molto semplice:  https://support.google.com/reader/answer/3028851

Prima di salutarvi, vi chiedo di non esitare a mandarmi altri link di lettori rss che non ho menzionato Se li scovate e si li ritenete utili, basta aggiungerli ai commenti.

Buona content curation a tutti e, come hanno ben enfatizzato sul blog di GOS, ricordatevi che ora ….. ‘ the playground is now open‘ …… potete giocarci tutti!

p.s. mentre chiudevo il post ho provato anche http://app.swayy.co/ una nuova applicazione desktop che misura la popolarità dei contenuti aggregati dalle fonti sociali. Enjoy.

Cercasi alternativa disperatamente

Jux chiude!

Certo, non è il problema più grave che assale questo pianeta, ma a me attirava un sacco questo servizio di visual story telling!

Ne parlavo poco tempo fa, recensendo alcuni servizi di visual curation: http://webeconoscenza.net/2013/04/29/digital-storytelling-e-dintorni/

 

Era l’unico in grado di sfruttare le API di servizi foto, video e mappe visuali. Mi mancherà e sto cercando alternative che abbiano lo stesso appeal e le stesse funzionalità.

Se fossi una start-up italiana, citofonerei ai tizi e proverei a capire come continuare il lavoro. Non c’è Pinterest che tenga se volete raccontare un marchio, un pretotipo, un idea. Peccato!