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Una bella giornata di sole

Finalmente oggi mi accoglie il sole fin dal mattino donando a tutta la giornata un senso di positività e di speranza.

Faccio colazione sfogliando il giornale e cerco invano qualcosa che si abbini a questa bella giornata e mi faccia credere in un futuro migliore. Ma non lo trovo.

Mi colpisce il distacco con il quale i preposti all’ordine rispondono alle domande dei giornalisti sugli episodi di Roma prima e dopo la disputa della finale di Coppa Italia. A sentir loro sembra tutto normale, tutto prevedibile e difficilmente arginabile.

Alla fine gli stessi considerano NORMALE mediare e negoziare con un censurato …… per scongiurare il peggio.

Poi continuo a sfogliare il tablet e leggo che i proprietari/tenutari dell’autobus precipitato dal viadotto Acqualonga dell’autostrada A16 il 28 luglio del 2013 (per chi ha rimosso, ricordo che provocò la morte di 40 persone), avevano falsificato i documenti della revisione. D’altronde in un paese senza regole tutto ciò è praticamente normale.

A proposito di regole, un indagine dell’Anamni evidenzia come ormai un condomino su quattro sia inadempiente con le rate del condominio. Ma ci sta, ci sta benissimo. D’altronde sono anni che in questo paese pagano solo i cretini. E poi perchè pagare qualcosa che riguarda il ‘bene comune’?

Il condominio, infatti, rappresenta la soglia di ingresso nel perimetro collettivo. Ci si sposta dai confini parentali e sacri della famiglia a qualcosa di più complesso che non appartiene più SOLAMENTE a me e ai miei cari, ma anche agli altri, ovvero a qualcuno che sta al di fuori del cerchio magico. Alla fine di questo percorso ci sarebbe anche lo Stato, ma si sa qui da noi lo Stato è un concetto talmente labile ed etereo che ascriverlo a ‘collettivo’ diventa quasi un gesto eroico che solo pochissimi tenaci sono ancora in grado di esercitare.

Lo Stato appartiene ad altri, è dominio e territorio di altri, e poi quanti sconosciuti ci sono in questo ipotetico Stato? Cosa avrò ma da DIVERE e CONDIVIDERE con costoro?. Ecco perchè ieri uno stadio intero ha fischiato l’inno. Dov’è sta il dramma? Dov’è la stranezza? Credo sia inevitabile che lo Stato prima o poi verrà cancellato in favore dell’opportunismo più bieco e dell’intolleranza verso chiunque osi affacciarsi al perimetro dei nostri affari personali o parentali.

Poi leggo ancora, purtroppo, dei drammi riguardanti il nostro territorio. Non ultimo quello delle Marche. Ennesima alluvione. Ancora morti. Qui la cronaca rivela, come da altre parti, l’accusa forte, decisa, quasi urlante nei confronti dello Stato. Come già successo in Sardegna, a Genova, nel Veneto, a Sarno, a Messina e ovunque: Perchè lo Stato non interviene? Perchè lo Stato ci lascia soli?

Ma quale Stato? Cos’è lo Stato? Lo Stato dovrebbe appalesarsi solo al bisogno e poi sparire quando ci fa comodo? Lo Stato deve tutelarci ma senza chiederci nulla in cambio?

Non lo so, sinceramente non vedo possibilità immediata di risolvere questo problema sociale che ha profonde radici culturali. Non credo sia possibile nei prossimi secoli (non ho scritto decenni) cambiare questo sentimento diffuso che ci sta condannando al declino. La maggior parte dei connazionali è fermamente convinta che la soluzione di ogni problema sia sempre a carico di qualcun altro! Nessuno pensa minimamente di essere in colpa o di essere parte dell’eventuale soluzione.

Questo auto assolversi continuo, accompagnato dall’accusa nei confronti di chiunque altro non appartenga alla nostra sfera è diabolico e non consente nessun miglioramento dell’assetto istituzionale. Non permette dunque di innovare il modello se non attraverso lo smantellamento dello stesso a favore di ? Alzi la mano chi ha la proposta vincente!

Ultimo, ma non ultimo nel tempo, assistiamo ora all’indebolimento di alcune categorie a discapito di altre, ma tutto ciò in forma non strutturale anzi, quasi sempre momentanea e/o sporadica. Il governo di turno colpisce gli esodati, poi gli insegnanti, ieri le partite IVA, presto gli statali, ieri, oggi e domani  i precari, dopo un altro giro le forze dell’ordine, magari fra un po’ anche le professioni ecc. ecc. ecc.

Non abbiamo più idea di cosa sia e di come si regge un Stato. Siamo in continua lotta fra l’abbraccio totale al mercato e alla competizione e il ritorno all’assistenzialismo e alla tutela. Non sappiamo qual’è il nostro modello di riferimento. Ma siamo sempre sicuri, anzi strasicuri, che tutto ciò non è mai un problema nostro.

Forse se ci guardassimo ogni mattina allo specchio e cominciassimo tutti a fare qualcosa che va oltre i nostri piccoli compiti, la soluzione uscirebbe da sola, senza teorie, modelli o rivoluzioni. Si chiama impegno! Nient’altro.

Leadership

L’altro giorno, l’amico Davide, poneva un quesito su Twitter:

Abbiamo cominciato un piccolo thread ma poi, ieri sera, ci ho ripensato su e mi son arrovellato in pensieri, definizioni, sintesi, mutuate da ciò che vedo e percepisco nel mio perimetro.

Per me essere leader significa non farsi influenzare e farsi rispettare. Essere leader non va confuso con un ruolo specifico. Il ruolo di leader te lo assegnano le persone con cui ti relazioni e non è inseribile in un tassello dell’organizzazione.

Può essere leader chiunque, a qualsiasi livello della scala sociale e organizzativa. Ma deve avere competenze, etica e soprattutto capacità di conduzione di progetti complessi e di problem solving. Non ha bisogno di esigere rispetto, perchè questo lo conquista con l’esempio e le buone relazioni.

Il manager è un’altra cosa. Spesso è nominato, molte volte non è competente. Ancora più spesso esercita il ruolo con boria e poca passione. Deve rispondere del suo operato a chi lo ha nominato.

E ho detto tutto

Quella passione artigiana che non piace al potere

Aaron Swartz

La morte, per suicidio, di Aaron Swartz viene ‘celebrata’ da molti blogger e giornalisti come una sfida al sistema e al potere. Dai più viene definito come ‘attivista informatico’ …. termine un po’ strano, connotato da fascino hacker.

Leggo in queste celebrazioni il desiderio di testimoniare la passione e forse la ‘religione’ che pervade ancora alcuni dei grandi talenti e protagonisti, nonchè virtuosi dell’algoritmo informatico.

Se da un lato la cosiddetta ‘consumerization‘ e il pervasivo controllo del settore da parte delle grosse multinazionali ha omologato questo mestiere a quelli più antichi e tradizionali (oggi fare il sistemista o il programmatore equivale ormai al lavorare in fabbrica) resistono  ancora approcci e metodologie artigianali che non nascondono motivazioni più profonde e una notevole dote di passione.

L’hacking è un approccio (erroneamente connotato da valenza negativa) molto passionale e val la pena citare il passaggio tratto da Wikipedia: …. ‘si riferisce più genericamente ad ogni situazione in cui si faccia uso di creatività e immaginazione nella ricerca della conoscenza.’

Ogni volta che questo approccio creativo necessita di conoscenza più profonda e di accesso alle fonti primarie del sapere e del ‘potere’, avviene il cortocicuito. Aaron Swartz lo sapeva bene e sapeva anche a cosa andasse in contro se il processo che lo attendeva si fosse risolto con una condanna a suo sfavore.

Quel suo fare da alternativo, anarchico e ‘fricchettone del codice’, non era frutto di qualche inseminazione ideologica distorta, era solo una forsennata sete di conoscenza.

Le sue più felici intuizioni lo portarono a sviluppare il codice che sarebbe diventato poi uno standard del web, come l’RSS o a supportare la diffusione dei CC collaborando attivamente con Lawrence Lessig, nonchè a fondare la Demand Progress che lanciò la campagna mondiale contro la censura di Internet (SOPA/PIPA). Dunque pilastri del pubblico sapere, del diritto alla conoscenza e alla diffusione delle informazioni con protocolli standard e licenze libere.

Non ho nessun elemento per poter affermare (come molti stanno facendo) che l’opposizione alla sua sete di sapere lo avesse logorato e l’attesa del processo lo abbia definitivamente portato alla depressione, so di certo che al potere i creativi non piacciono, perchè la cretività mette spesso in dubbio i pilastri su cui il potere si mantiene e si perpetua.

Informatica e città intelligenti

Praticamente in chiusura del corso, dopo aver trattato Social Media e Social Network, Cloud e Open Data, Apps, Consumerization e Gamification, credo sia naturale convogliare gli sforzi e i talenti dei nuovi laureandi in informatica verso il ridisegno delle città in cui vivono.

Domani introduco il tema delle città intelligenti. Vediamo come va e se qualcuno degli studenti inserisce il tema nel suo project-work.

Agenda Digitale

Sull’Agenda Digitale del Governo tornerò con riflessioni più circonstanziate non appena avrò elementi più significativi rispetto a questo libro dei sogni.

Di primo acchito vorrei far notare un paio di cose:

A) Già dalla prima settimana (ormai conclusa) si doveva stilare il piano finanziario. Qualcuno ne sa qualcosa?

B) Chi decide quali e quanti sono gli stakeholders da convocare face-to-face?

C) I Data Center sono le nuove fabbriche del futuro e se non sono green, meglio lasciar perdere.

D) Il primo collo di bottiglia è l’alfabettizzazione digitale. Qui mi sta bene, ma la LIM no, per piacere, dategli un tablet a questi figlioli!

E) Le aziende sono più analfabete dei cittadini. Chi ha il coraggio di ammetterlo?

F) Non è tutto riconducibile a smart. Troppo comodo. Prova a rendere smart le tariffe dell’ADSL tanto per cominciare, e poi parliamo del resto.

H) Il logo è orribile! Magari bastava rivolgersi a Zooppa!

Intanto salutiamo i nativi digitali con un tweet.

I nuovi padroni

Bellissima scenetta alcune ore fa al gate 13 dell’aereoporto di Venezia, volo AZ 1472 per Roma.

Quando, dopo un’ora di ritardo per il maltempo, finalmente scatta l’annuncio dell’imbarco e i possessori delle carte club e le famiglie con i figlioletti al seguito si precipitano verso l’ingresso dell’aereomobile, subito vengono stoppati da un ufficiale dei carabinieri in divisa d’ordinanza.

Dopo aver bloccato il flusso, lo stesso ufficiale chiama a se 16 passeggeri cinesi che stavano nelle retrovie e li fa passare davanti a tutti, belli e tronfi con i loro bagagli a mano rappresentati da un tripudio di griffe delle più famose boutique veneziane.

La scena dura un po’ perche’ i cinesi si intrattengono uno ad uno ad ossequiare l’ufficiale con sontuosi inchini.

Il primo ad incuriosirsi e’ un signore vicino a me che chiede gentilmente all’ufficiale: “scusi ma chi sono questi signori?”. L’ufficiale senza alcuna boria e con un certo senso dello spirito, risponde: “sono i miei futuri datori di lavoro”.

Mentre le operazioni d’imbarco proseguono con una certa lentezza dovuta anche all’ingombro delle tante borse, borsette e pacchi regalo (in quantita’, numero e dimensioni ben oltre cio’ che prevede il regolamento), un altro signore continua il dialogo con l’ufficiale: “ma scusi, non ci puo’ spiegare cosa sta succedendo?”.

L’ufficiale, rivolto ora all’intera comunita’ del volo AZ 1472, informa con voce sontuosa: “sono rappresentanti del governo cinese”.

Io, che mi trovo a due passi da lui gli dico: “certo che questi nuovi padroni hanno capito subito come si sfruttano i privilegi”. “Caro signore”, mi fa eco l’ufficiale, “e’ la prima cosa che hanno imparato e che sfruttano quotidianamente”.

Have a nice flight!

Il popolo della libertà

di Claudio Marino

L’articolo di Ilvo Diamanti citato dal tenutario del blog giorni fa mi spinge a fare alcune riflessioni. Diamanti fa una foto crudele, ma veritiera, della realtà. Una realtà in cui i nuovi strumenti di conoscenza a disposizione delle persone, il web per primo, hanno contribuito a far nascere una nuova coscienza di noi stessi nel mondo in cui viviamo, una innovativa e per certi versi sorprendente visione del rapporto tra l’essere umano ed il suo contesto: la società dell’informazione.

Inizialmente, questa “scoperta” aveva il sapore della novità, si gustava quasi come un avvincente documentario che faceva conoscere un pezzo di realtà sino ad allora ignorata, non interferiva con il nostro essere donne e uomini, madri e padri, lavoratori, studenti o altro. Era un bel panorama, un viaggio da programmare ma senza ansia, un promettente spiraglio. Il tutto condito da una sorprendente facilità di accesso, che sollevava i più pigri e/o impegnati dal fastidio di dover trovare spazio e tempo per documentarsi. Come non farsi tentare?

Com’è ovvio, nelle persone di una certa età (più mentale che anagrafica) tutto questo ha sortito effetti mitigati dall’esperienza e da una certa naturale diffidenza verso il nuovo: ma nei più giovani e aperti, già per natura poco inclini alla ricerca, all’approfondimento, ha avuto il sapore di un mondo nuovo, migliore del vecchio, più facile e veloce, più interessante e avvincente, più “libero”, che anziché richiedere fatica e impegno ti porta quello che vuoi posto casa. Un modo nuovo di vivere la conoscenza che non ha impiegato molto per convincere i nuovi adepti dell’inutilità del vecchio. Portando talvolta con sé, come effetto collaterale, la convinzione che ciascuno può avere a disposizione tutti gli strumenti necessari per “costruirsi”, per crescere umanamente e professionalmente. E’ libertà, questa? Mah!

La scuola, ahinoi, in questa visione (che, sebbene in espansione, mi auguro possa essere marginale e non generalizzata), rientra tra i vecchi strumenti, non si confà alle nuove esigenze: è stantia, conservatrice, inadeguata, poco elastica. Non è utile.

Purtroppo, il problema non si risolverebbe, come provocatoriamente Diamanti propone, eliminando la categoria dei professori. Tutte le professioni legate ai servizi, alla cultura, alla formazione umana e civile sono sempre più viste come un lusso che oggi non ci si può più permettere, un di più rispetto all’importanza dell’autoaffermazione, della via primaria al successo self-made: non vanno forse in questa direzione gli esempi più eclatanti che rimbalzano nei media, nella politica, nell’economia?

In tempi come i nostri, dominati dall’incertezza per il futuro, è umano preoccuparsi dei bisogni primari: lavoro, casa, sicurezza. E pazienza se ciò comporta il passaggio in secondo piano di attività come l’approfondimento culturale, la riflessione, la socializzazione; pazienza se si è portati a pensare di potervi rinunciare, di poterlo tagliare come le spese superflue, spese di tempo, di concentrazione, di impegno. Ma è libertà, questa?

Qualcuno, citando l’ormai famoso “Is Google making us stoopid?”, ha detto che “la prossima generazione non saprà mai cosa si è persa”. Non sono d’accordo, se si circoscrive al popolo del web, ai nativi digitali. Invece, IMHO, costituisce un rischio concreto per chi sarà costretto a scegliere tra cultura e lavoro, tra riflessione e carriera, tra ideali e idee. Per chi non sarà libero di decidere.

Chi mette in discussione l’utilità della cultura, contrapponendola al valore dell’esperienza, commette l’errore di separare due aspetti dello stesso, universale valore: quello della conoscenza, tutta la conoscenza. Che non aiuta a vivere ed a migliorarci solo quando diventa sterile nozionismo, inutile saccenteria, sganciata da ogni realtà, arrotolata su se stessa in una nuvola di autocompiacimento, all’insegna del “ma quanto siamo bravi, noi” tanto cara ai militanti di una certa parte politica che, non a caso, è stata di recente duramente e ripetutamente punita dall’elettorato. Ma che diventa virtù quando, per merito suo, si acquisisce la consapevolezza di poter fare anziché subire, di poter parlare anziché sentire, di poter decidere senza condizionamenti del proprio futuro.

Per sperare di risolvere la questione palestinese, ai decisori di domani non basterà sapere che israeliani e palestinesi si odiano, gli servirà conoscere come si è arrivati a questo punto. E a chi intende proteggere la propria famiglia, non basterà conoscere la marca dell’insetticida, gli servirà conoscere l’effetto residuo sull’ambiente.

Cosa succederà (succede già oggi) quando il gap culturale penalizzerà le nuove generazioni, i trentenni di un molto prossimo domani, rendendoli poco adattabili ai nuovi scenari di politica, economia, vita sociale? Chi si farà carico dello sviluppo sostenibile?

Charles Darwin, molto tempo fa, ha fornito una risposta: sopravvive solo chi è capace di adattarsi, gli altri sono destinati all’estinzione. Non appaia semplicistico, è provato da millenni. Non è apocalittico, è una legge naturale. Per fortuna, governabile: sta a noi, al nostro libero arbitrio, alla libertà di acquisire e gestire al meglio la conoscenza, attrezzarci in modo opportuno. Ma bisogna essere liberi di farlo.

Bloggare le decisioni strategiche

Nei paesi anglofili, l’uso del blog personale da parte dei manager IT è un dato di fatto. Vale la pena curiosare (grazie alla segnalazione di O1net) come i manager di Iona Technologies hanno commentato l’acquisizione da parte di Progress Software.

Per i non addetti ai lavoro si tratta di un pesce grande (Progress Software) nel campo delle SOA, che acquisisce un pesce rampante e veloce come l’irlandese Iona. E’ il mondo dell’interoperabilità applicativa ai tempi di Internet. Insomma aziende di una certa caratura mondiale, quotate al Nasdaq che evolvono, si integrano, acquisiscono, ecc.

Le mie osservazioni si basano sulla forma dialogica con cui i manager di queste aziende espongono, in modo molto personale, i loro sentimenti che travalicano gli orizzonti prettamente aziendalisti. Basta leggere i blog di Chris Horn e di Eric Newcomber per farsi questa idea.

Enfatizzo e approfitto di questo, perchè proprio ieri avevo segnalato la questione Telecom. Certo, si tratta di tutt’altra cosa ma, IMHO, manca completamente il rapporto dialogico dei manager con il resto dell’azienda.

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Mi piacerebbe vedere il blog di Tronchetti, di Montezemolo, di Tanzi. Lo so, sono un romantico ma penso sia un processo lento ma inevitabile. Se si vogliono diminuire i conflitti e aumentare il senso di appartenenza agli ecosistemi (aziende pubbliche o private, enti, associazioni, gruppi, partiti, ecc.) bisogna cominciare a esternare i sentimenti, non solo gli enunciati formali.

Te la do io la TAV!

Ieri mattina guidavo in autostrada accompagnato dal dibattito di Radio Anch’io. Il tema era “Accordo sulla Tav” che è ancora disponibile in Podcast sul sito della Rai.

Non mi dilungo sulle considerazioni relative all’accordo che, ancora una volta, dimostrano come in Italia per abbattere la sindrome di NIMBY si spendano troppi anni e, soprattutto, troppe energie: Penso che non si potrà mai conteggiare quanto ci son costati questi 15 anni in mancanza di competitività e in lievitazione dei costi.
Va premesso, inoltre, che l’accordo raggiunto, pur essendo un passo in avanti, non è un via libera al progetto definitivo.

Sulla trasmissione che ho ascoltato ieri, mi tornano ancora in mente alcune considerazioni appena, appena sfiorate. La prima riguarda l’obbligo, ormai non più procastinabile, di limitare il trasporto su gomma, in quanto il prezzo dei derivati dal petrolio è una componente di costo insostenibile. Ma la Fiat che dice? La maggiore azienda italiana ha obbligato una nazione intera a sostenere il trasporto su gomma negli ultimi 50 anni. Luca Cordero che ne pensi?

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Il tema delle infrastrutture di alta velocità è legato, oltre che al trasporto delle merci, anche a quello del trasporto passeggeri e qui si evince una netta fuga in avanti verso la soddisfazione delle classi più abbienti. Si continua, infatti, ad investire sugli Eurostar e si tagliano i treni per i pendolari. E lo si fa tutta Italia. Oppure, nei casi migliori, si lascia in cancrena l’infrastruttura e i servizi di supporto ai pendolari stessi.
Negli ultimi mesi le tensioni su questo tema sono state altissime in tutta Italia perchè da un lato si tende ad incentivare l’uso del treno e dall’altro non si offrono servizi che possano persuadere ad utilizzarlo.

L’altro ieri sono stato spinto anch’io a prendere un treno per pendolari, perchè l’uso della bicicletta, con 40 gradi all’ombra, non mi sembrava salutare. Dopo diverso tempo mi son recato alla stazione di Venezia-Carpenedo, una tipica stazione per pendolari del laborioso ed efficiente NordEst. Questa stazione, va precisato, è localizzata in città e non sulle montagne dell’Afghanistan!

Lo stato di degrado è questo:

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Solo per mostrare la macchinetta emettitrice di biglietti, logicamente scassata. Le scritte sui muri e le porte divelte (la sala d’attesa è abbandonata ai vandali). La macchinetta obblitteratrice rotta e, per rispetto di chi era al riparo dal caldo in sala d’attesa, non ho fotografato lo scempio dell’unico posto dove ripararsi per aspettare il treno.

Salito in treno ho prontamente chiesto al controllore di timbrare il biglietto che avevo preacquistato da un tabaccaio. Mi ha assicurato che ripassava ma non lo ha fatto, per cui ho viaggiato da “portoghese” su un treno TAF godendomi il display informativo, logicamente non funzionante.

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Questo è lo stato di abbandono e di degrado del ricco Nord Est. Questo è solo uno degli effetti dell’alta velocità. Tutto l’attenzione del bravissimo Mauro Moretti, osanato da tutti gli economisti va verso le classi abbienti, gli utilizzatori degli Eurostar.

Il prezzo da pagare è alto, altissimo. Oltre agli investimenti faraonici per la TAV e per tutta l’infrastruttura ad alta velocità italiana (molti giornali hanno denunciato come la Roma-Napoli alla fine sia costata il doppio delle previsioni), dobbiamo pagare il prezzo altissimo della distruzione e dell’abbandono della rete pendolare. Quella che con i prezzi degli abbonamenti permette a Trenitalia di incamerare milioni di Euro sicuri ogni mese.

Ma suvvia, siamo perfettamente consapevoli che è un prezzo giusto e obbligato. Perchè solo così ci risparmieremo lo smog, salveremo il pianeta, costringeremo gli arabi a ridimensionare il prezzo del greggio e romperemo il monipolio Fiat del trasporto su gomma. Sicuri?

Noi formichine lo facciamo per il sistema paese, mentre Luca Cordero e i suoi amici lo fanno per che cosa

Quindi italiani, stringiamo la cinghia, facciamo in modo che le nuove infrastrutture si realizzano per il sistema che poi, dalla Fiat alla Ntv il gioco è sempre lo stesso: noi paghiamo e loro ci guadagnano.

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Ha ragione il compagno e rivoluzionario Giulio. I finanzieri sono la vera peste di questo secolo.

Tecnologia Alleva Galline (TAG) per Orfani di Sistema (OS)

di Luigi Bertuzzi

Aggiornato e ripubblicato

L’uso della “Tecnologia dell’Informazione” (IT) è stato introdotto in tempi antecedenti la disponibiltà di una formazione abilitante e di curriculum disciplinari specifici. L’evoluzione dell’IT in ICT (Tecnologia dell’Informazione e della Comunicazione) è stata il risultato di un percorso e di una strategia di apprendimento, intesi come significato “originale” di disciplina

Il latino disciplina discende da discipulus che a sua volta deriva dal termine disco il cui significato primo è apprendere, imparare per via di istruzione o pratica. Il latino disciplina ha la sua traduzione italiana in istruzione, insegnamento, educazione, lezione, scuola: Nella pratica, il termine ha finito per passare da un significato legato alla “funzione dell’apprendere” a quello di “modalità di realizzazione dell’apprendimento” per, poi, assumere quello di “insieme delle conoscenze raggruppate secondo criteri specifici che costituiscono materia d’insegnamento e di studio”.

Siamo, cioè, passati da un significato legato ad un percorso e ad una strategia di apprendimento ad uno legato all’organizzazione di conoscenze.

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Quindi, inizialmente, la “Tecnologia dell’Informazione” è stata percepita come strumento o attrezzo, da usare per risolvere una gamma di problemi, progressivamente sempre più ampia.

L’attrezzo “Tecnologia dell’Informazione” (IT) si presentava all’utilizzatore con un manico, o impugnatura, ergonomicamente perfetto/a, chiamato Sistema (Operativo) o OS. Il “Sistema” è stato quindi l’interlocutore primario di una relazione Utente – Tecnologia in cui giocava un ruolo .. in costante evoluzione .. di “gestore di risorse”.

L’evoluzione dell’IT in ICT fu caratterizzata da tre processi fondamentali, portati avanti in ambiti di ricerca scientifica, prima della creazione di un mercato dell’informatica di consumo:

  1. il perfezionamento del “Sistema” (Operativo) in risposta ai bisogni degli utenti, fino alla comparsa del concetto di “Sistema Aperto”, cioè realizzabile con codice “pubblicamente disponibile”, quindi destinato a non essere più protetto da copyright;
  2. la crescente necessità di gestire l’acquisizione, il trasferimento, la condivisione e quindi “la capitalizzazione” di una nuova risorsa: “la conoscenza”;
  3. la capacità d’interconnettere “Sistemi Aperti” per acquisire e mantenere la portabilità e l’interoperabilità dei dati, delle applicazioni e delle persone.

Il primo risultato veramente innovativo di quei tre processi fu la nascita del WEB .. un sistema (utilizzabile nei contesti più diversi) di gestione della conoscenza, frutto di un strategia di apprendimento che permise a un ambiente di utenti (i fisici del CERN) di capitalizzare la conoscenza necessaria e sufficiente a permettere d’inventare il WEB .. in anticipo sui fornitori di prodotti ICT. L’importanza di questo semplice dato di fatto sembra ancora totalmente ignorata.

Quindici anni, circa, dopo la nascita del WEB, si prova un senso di sgomento di fronte alla difficoltà che ancora esiste a mettere in relazione “Strategia di Apprendimento”, “Sistema” e “Capitalizzazione della Conoscenza”.

Dieci anni prima del WEB era iniziata la corsa all’oro dell’informatica di consumo, stimolata dalle rosee speranze create dal successo dell’M24 (il PC dell’Olivetti) ma, allo stesso tempo, era iniziato un processo degenerativo dell’informatica “strumento” (l’informatica vera): il Sistema non fu proposto come “impugnatura di un attrezzo”; fu proposto invece come componente di “soluzioni” (per l’ufficio, per il commercio, per il progettista, eccetera) da vendere con un accessorio d’obbligo (bundled) prodotto da Microsoft (DOS; WINDOWS) o da Apple (Mac-OS).

Evolvendoci come consumatori di soluzioni informatiche, offerte per anticipare o creare nuovi bisogni, piuttosto che nate dall’apprendimento di come soddisfarli, siamo diventati “orfani di sistema” .. ci siamo condannati a crescere senza sentire il bisogno di uno strumento di gestione della conoscenza; la conoscenza, poi, abbiamo finito per non percepirla neanche più come una risorsa da acquisire … come frutto di una strategia di apprendimento; è diventata anche quella un prodotto in vetrina, con la sua brava etichetta (TAG).

Alcuni fornitori di tecnologia hanno saputo far loro la strategia degli utenti inventori del WEB; per noi, il WEB è diventato solo uno smisurato distributore di briciole di conoscenza, che becchettiamo qua e la, come fanno le galline .. animali non intelligenti .. secondo la canzone di Cochi e Renato. La nostra superiorità intelletuale sulle galline si esprime forse nel fatto che becchettiamo conoscenza con il cartellino (TAG) .. o che ci inebriamo in nuvole di etichette (TAG CLOUDS)? ;-)

La conseguenza più tragica dello sfascio in cui siamo precipitati sembra essere l’incapacità di analisi; qualcuno attribuisce al WEB e ai suoi accessori d’obbligo (Google ci rende stupidi?) la colpa di non essere più capaci di approfondire e di intrattenere conversazioni significative, costretti a passare da un argomento all’altro dall’overdose informativa che ci mostriamo ben disposti a subire; nessuno sembra aver notato che l’importanza di approfondire è ora resa quasi insignificante dall’urgenza di mettere in relazione e integrare conoscenze diverse, senza dover diventare esperti di ciascuna.

La stupidità non è prodotta da chi ci rovescia addosso più conoscenze di quelle che riusciamo a percepire .. esprime piuttosto la nostra totale incapacità di affrontare il problema e “imparare” a fabbricarci una soluzione.

Usiamo tutti la stessa rete, come se fossimo una moltitudine di ragni che s’illudono di poter trarre nutrimento da una preda condivisa; non pensiamo che ogni ragno si fa la sua rete .. per capitalizzare sul proprio risultato. Il ragno Google si è fatta la sua, di rete .. bella, efficace .. quasi “monopolistica” ;-)

Chi di noi arriva a concepire di potersi fare una propria rete? Chi ha voglia di adattare l’analogia del ragno al caso che ci riguarda? Chi vuole proporsi di capire la differenza tra la rete del ragno (statica) e la rete che dovremmo imparare a farci noi (dinamica)?

Anche se gli esperti dicono da tempo che il capitale di rischio non può più essere il motore dell’economia, che il nuovo motore dovrà funzionare a capitale sociale .. votiamo per un Sistema politico controllato da uno che ha i soldi :-((

Il concetto di Sistema (Gestore di Risorse), che evolve in risposta ai bisogni (cioè alle strategie di apprendimento) dell’utente, ci è tanto estraneo da renderci ciechi e sordi al richiamo della sua importanza per la qualità della nostra vita, in ogni campo (sociale, politico, economico, educativo ..).

Preferiamo davvero crescere come polli in batteria .. a becchettare il mangime cognitivo erogato da una Tecnologia Alleva Galline (TAG)?

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