Tollerare ‘il Male’

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Conservo ancora le copie originali de IL MALE, quello di Zac per capirsi, con vignette che probabilmente oggi nemmeno un editore indipendente si azzarderebbe a pubblicare.
Linguaggio scurrile e blasfemo, disegni e foto ai confini del porno. Eppure erano gli anni ’70, al potere c’era la DC e nel paese il terrorismo provava a sovvertire lo stato e le sue istituzioni.

Eppure quel foglio satirico era tollerato, perchè nel suo delirio aiutava a leggere con leggerezza e ironia una società complessa e spesso belligerante.

Il Male non si risparmiava e non le risparmiava a nessuno. Ultimo direttore fu Vincino che, oggi, nel giorno più nero e triste per la satira, ricorda le influenze parigine a cominciare da Le Canard enchaîné.

Insieme a Zac, c’era Vauro, poi Jacopo Fo, l’immenso e rimpianto Andrea Pazienza (ho anche la prima copia di Frigidaire), Tamburini e tanti altri.

Vincino, intervistato da Sky TG 24, fra i singhiozzi non si capacitava del vile attentato ai suoi maestri francesi (Wolinsky per primo) a cui molto spesso il resto del mondo guarda come ispirazione per i fumetti, la grafica, la satira, insomma per il grande mondo delle arti visive in genere, e nelle sue varie declinazioni.

Spezzare quelle vite è come attentare a qualcosa che va oltre la breve esistenza dell’artista. È attentare all’arte intesa come libertà e tolleranza, come evoluzione, trascendenza e distacco continuo da quel giogo che è il fanatismo e l’opressione in nome di un dio che non pretende ne vittime, ne carnefici.

Le metafore e le giare

Ne ha parlato De Rita presentando l’annuale rapporto Censis: ‘La società delle sette giare. La profonda crisi della cultura sistemica induce a una ulteriore propensione della nostra società a vivere in orizzontale. Interessi e comportamenti individuali e collettivi si aggregano in mondi non dialoganti. Non comunicando in verticale, restano mondi che vivono in se stessi e di se stessi. L’attuale realtà italiana si può definire come una «società delle sette giare», cioè contenitori caratterizzati da una ricca potenza interna, mondi in cui le dinamiche più significative avvengono all’interno del loro parallelo sobollire, ma senza processi esterni di scambio e di dialettica. Le sette giare sono: i poteri sovranazionali, la politica nazionale, le sedi istituzionali, le minoranze vitali, la gente del quotidiano, il sommerso, il mondo della comunicazione.’

Ne ha parlato durante l’omelia Don Fabio, sacerdote della mia parrocchia, durante la messa di Natale per descrivere l’immobilismo dei cristiani in questo periodo di crisi.

Ne scrisse Pirandello in una novella, diventata poi commedia: La giara (metafora di ispirazione Verghiana sull’attaccamento alla ‘roba’).

Difficile per chi vive in questo paese e ne assorbe la cultura e riferimenti sociali, ammettere che tutto sommato dentro una giara si sta bene.

Rompere le giare, mescolare prodotti, ingredienti, colori e sapori per creare qualcosa di nuovo non fa parte del nostro convincimento e non viene percepito come opportunità.

Conservarsi, conservare, tenere alla roba nostra è in fondo più facile e non richiede particolare coraggio.

Il prossimo Papa

Decisamente simpatica la provocazione di NBCNews cha ha voluto sottolineare, mettendo a confronto le due foto della Associated Press in Piazza San Pietro,  come corre veloce il tempo della tecnologia, del digitale e della rete, e di come gli stili di vita cambino anch’essi repentinamente.

L’attesa del prossimo Papa, la immagino meno legata a un qualcosa da portare, piuttosto la vedo adatta per qualcosa da indossare. Concordate?

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Angelus

angelus

“… e nessuno può, e mai potrà, usare il cristianesimo, il nome di Cristo o pronunciarsi cristiano per giustificare un atto orrendo e disumano come quello commesso venerdì in Norvegia.…”.

No, non lo ha detto. Non lo ha detto, e da cristiano ci son rimasto molto male.

Il crepuscolo dei valori e degli idoli

don Minzoni

Non sono un fan di Benedetto XVI, ma la sua esternazione di ieri mi pone seri interrogativi.

C’è una linea sottile che lega due passaggi fondamentali del suo discorso e che apre il campo a diverse interpretazioni.

E’ indubbio che oggi i cristiani sono sempre più scossi e basiti di fronte al decadimento dei valori universali. Non solo di fronte ai valori riconducibili al messaggio di Cristo, sia chiaro. Essi sono basiti di fronte al crepuscolo di valori che attraversano le ideologie, le forme di società e le tradizioni più rappresentative del genere umano.

Ma la prima parte del monito di Benedetto XVI, sembra prendere ad esempio (almeno questa è la mia modesta interpretazione) i momenti più bui dei secoli recenti per porli come monito: “I lager nazisti, come ogni campo di sterminio, possono essere considerati simboli estremi del male, dell’inferno che si apre sulla terra quando l’uomo dimentica Dio e a Lui si sostituisce, usurpandogli il diritto di decidere che cosa è bene e che cosa è male, di dare la vita e la morte“.

Il collegamento alla seconda parte sembra indicare la strada sbagliata, il vicolo cieco in cui ci siamo infilati inseguendo falsi miti. Il pontefice invita a “riflettere sulle profonde divergenze che esistono tra l’umanesimo ateo e l’umanesimo cristiano. Un’antitesi che attraversa tutta quanta la storia, ma che alla fine del secondo millennio, con il nichilismo contemporaneo, è giunta ad un punto cruciale, come grandi letterati e pensatori hanno percepito, e come gli avvenimenti hanno ampiamente dimostrato“.

Questa forma estrema di nichilismo sembra riferirsi all negazione della verità e dell’apparenza, riferita a valori che non possono essere sostenuti oltre l’essere contingente. La vita e l’esistenza rappresentano un momento “transitorio” che esalta valori temporanei e che spesso non sopravvivono alla morte e alla distruzione a cui tutti siamo destinati.
Certo, chi educa le anime e non i corpi ha il compito di indicari valori che vanno al di là del momento “transitorio” della nostra esistenza fugace. Ma dovrebbe dedicare la sua attenzione anche ai valori terreni di riferimento, sui quali si cotruisce l’etica terrena.

Ma allora, perchè la Chiesa e le sue massime gerarchie (nel corso della storia recente) hanno commesso l’errore di sostenere o di non condannare regimi totalitari basati sull’esaltazione della IO, dell’idolo momentaneo, dell’esaltatore dei non-valori?

Il monito di ieri potrebbe essere (ma qui la mia riflessione rasenta la speranza) un timido inizio di presa di distanza da chi predica ideologie “che esaltano la libertà quale unico principio dell’uomo“, e vorrebbero trasformare “l’uomo in un dio, che fa dell’arbitrarietà il proprio sistema di comportamento“. Forse le tante lettere che in questi giorni sono arrivate a Famiglia Cristiana e Avvenire, hanno aperto uno spiraglio di ripensamento perchè alcuni valori non sono negoziabili. MAI!

Ma qui si ferma la speranza, perchè i fatti (sino ad oggi) dimostrano che il pericolo di svuotare le chiese è ancora un pericolo minore rispetto a quello di svuotare le casse. Ma resto comunque attento ad osservare quanti vescovi saranno ancora disposti ad osservare indifferenti la probaile deriva totalitaria. Chissà, se c’è ancora quella sottile differenza con le altre religioni monoteiste. Quella che in ambito cristiano privilegia la devozione verso i martiri, piuttosto che gli ayatollah.

Scomunica

Non credo che il Vaticano ci dichiarerà mai guerra. Forse useranno l’arma della “scomunica”.

Certo che se vogliono svuotare le chiese non devono far altro che scomunicare chi “irride” al Papa sui preservativi e perdonare i seguaci di Lefebvre.

clipped from it.reuters.com

…. vorremmo anche dire – sommessamente ma con energia – che non accetteremo che il Papa, sui media o altrove, venga irriso o offeso”, ha aggiunto Bagnasco.

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Lavarsi la coscienza

Don_Sciortino

Cambiare idea è sinonimo di intelligenza. Dice qualcuno!

Cambiarla troppo spesso è sinonimo di opportunismo. Dico io!

Sul caso Famiglia Cristiana mi torna in mente quel luogo comune “I vescovi stanno con la destra i parroci con la sinistra”, che tende a semplificare un quadro che, secondo me, è molto più complesso.

Gran parte delle gerarchie ecclesiatiche è indubbio che simpatizzino con la destra per un chiaro opportunismo economico. Sgravi fiscali, incentivi alle scuole cattoliche, sensibilità verso le economie familiari. Mescolato il tutto con una legislazione di destra più conservatrice sui temi etici, ecc. ecc.

A sinistra (escludendo radicali, socialisti e vetero-comunisti) i programmi politici non sono molto dissimili. Il PD, tutto sommato, non si discosta molto dalle proposte della PDL.

La diversità, secondo me, sta tutta sulle tematiche della solidarietà. Destra e sinistra, in questo caso, la pensano diversamente. E qui casca l’asino perchè per un cattolico non esiste nessuno di “diverso” al cospetto di Dio. Tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio. Quindi, Famiglia Cristiana che viene diffusa nelle parrocchie e non attraverso i bollettini di vescovi e cardinali, non fa altro che richiamare a questo principio.

Ora la domanda che sorge spontanea è: “Di quanta libertà gode Famiglia Cristiana in campagna elettorale?. Perchè quando i temi economici, così cari ai vescovi, diventano fondamentali, Famiglia Cristiana trattiene le sue bordate?

Sul tema delle bordate contrarie (ministri ma soprattutto GIORNALISTI DI REGIME) ho un crampo allo stomaco. Che sia rabbia?
La stampa italiana e la gran parte dei giornalisti/zerbino non sono degni nemmeno di un regime sudamericano!

Aggiornamento: Come volevasi dimostrare, il Vaticano cazzia Famiglia Cristiana!

clipped from www.repubblica.it
CITTA’ VATICANO – A farsi portavoce della posizione della Santa Sede è padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana, secondo cui il settimanale dei Paolini “è una testata importante della realtà cattolica, ma non ha titolo per esprimere né la linea della Santa Sede né quella della Conferenza episcopale italiana”.
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Che a leggerla bene,bene (…..”non ha titolo“….) significa: “zitti e statevene al vostro posto“. Allora è proprio fascismo! La libertà di espressione non c’è più!

Il Vangelo secondo Marco

di Claudio Marino

 

Tranquilli: lo so che il tenutario di questo benemerito spazio nel nome ha inserito il termine “conoscenza” e non “coscienza”: ma, contando sulla sua disponibilità (e anche sul fatto che è in vacanza), ne approfitto per fare insieme una riflessione e un saluto.

E allora mi chiedo: dov’è finita l’ora di religione? Chi è nato intorno agli anni ’70, quando il suo significato originario “istituzionale” già si avviava a trasformarsi in occasione di discussione, avrà conservato il ricordo di una sensazione particolare, quando a scuola si avvicinava questo appuntamento. A volte un’ora di cazzeggio, altre di riposo, un’oasi nella tempesta delle famigerate e temutissime interrogazioni. Raramente un momento di riflessione, di approfondimento personale e interpersonale, anche per via di come era organizzata e considerata.

Si parlava delle regole da seguire nella vita per meritarsi un posto in paradiso. Si narravano parabole, alcune chiare, altre molto meno immediate.

Una di quelle che mi è rimasta impressa parlava del padrone che torna a casa la sera e trova i servi addormentati, infuriandosi: la morale era che non si poteva sapere quando il padrone sarebbe tornato.

Ora, si sono sviluppate due interpretazioni di questa parabola. Quella classica, secondo cui conviene comportarsi in modo sempre irreprensibile, per evitare che qualcuno ci sorprenda “con le mani nella marmellata”. Una seconda, meno scontata, secondo la quale non vale la pena stare sempre sul chi va la, sempre ligi al dovere, sempre responsabili per sé e per gli altri, perché tanto qualcosa capita sempre aldilà di tutte le nostre precauzioni, precauzioni che alla fine contribuiscono solo a rendere la vita meno piacevole e più stressata. Meglio “cogliere l’attimo”, per vivere la vita sino in fondo, assaporarne ogni frutto.

 

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Capita spesso, nella vita, di oscillare tra queste due teorie. La maggior parte di noi, credo, in modo continuo, senza scatti. In ogni decisione che si prende esiste questa dicotomia tra ciò che si vorrebbe e ciò che si dovrebbe: personalmente ritengo che sia molto umano, niente di disdicevole.

A volte, invece, capita di avere delle certezze assolute, incrollabili, che nei più impegnati vengono vissute quasi come missioni. Sono queste certezze che segnano e guidano la loro vita e la loro condotta, senza pause, senza incertezze … almeno fino a quando non succede qualcosa. Qualcosa che non ti aspetti, che travolge ogni certezza e sconvolge con la forza di un tifone la scala dei tuoi valori. E allora ti trovi costretto a ripensare la tua vita, le tue priorità, a ridimensionare ciò che prima sembrava fondamentale per ridare tempo alle cose veramente importanti. Ti chiedi: “Perché proprio a me?”, ma non c’è un perché: può sembrare una disgrazia, ma a volte viene da pensare che sia una seconda occasione.

Marco è un mio amico, nei prossimi giorni dovrà sottoporsi ad un intervento chirurgico al cuore per un problema che un mese fa non avrebbe mai immaginato di avere. Sta ripensando la sua vita in funzione delle nuove priorità che si è dato.

Questo parole vogliono essere un augurio e un incoraggiamento per lui e per chi pensa che, più che aspettare una seconda occasione, sia meglio trovarla da soli. Tutti, giorno dopo giorno. L’ho invitato a leggere il blog: avete qualcosa da dirgli?