organizzazione

Tecnologia nemica dei manager?

Leggevo proprio ieri su Forbes, alcune considerazioni di Ron Ashkenas relative al tema dell’ ulteriore complessità indotta dall’adozione delle tecnologie digitali nelle organizzazioni.

Se da un lato è ormai provato che il lasso di tempo che passa dalla commercializzazione alla piena adozione di queste tecnologie si riduce sempre di più (gli esempi del telefono confrontato con gli attuali terminali mobili è ben spiegato) contestualmente si apre un problema molto importante: più le tecnologie maturano e più son portatrici di complessità per i manager: ‘Many managers seem to report that this is what their customers, partners, and senior executives seem to expect, which drives them to work longer hours and continue business processes (e.g. emails and texts) while traveling, being with family, or on vacation.  This leads to a lack of time to think, reflect, recharge, or step back, which not only creates more complexity but also doesn’t allow managers to get control over their time‘.

Ovvero, e in parole semplici, se un manager passa la maggior parte del tempo a rispondere a tutte le email, agli sms, alle telefonate e/o a correggere testi sul terminale mobile, ciò gli sottrae tempo prezioso per pensare, riflettere, ricaricarsi, ma, soprattutto, a riprendere il controllo sul tempo dei processi e sull’organizzazione delle persone.

Ashkenas nel suo articolo propone alcuni ripensamenti sull’adozione delle tecnologie a prescindere da esse. Io vorrei però andare oltre e semplificare ancora di più questa digressione: c’è un problema grosso, grossissimo nelle organizzazioni attuali che si chiama mancanza di fiducia e di delega.

Forse dovremmo ripartire proprio da qui perchè il manager ‘ONE MAN BAND‘ non può funzionare.

Le metafore e le giare

Ne ha parlato De Rita presentando l’annuale rapporto Censis: ‘La società delle sette giare. La profonda crisi della cultura sistemica induce a una ulteriore propensione della nostra società a vivere in orizzontale. Interessi e comportamenti individuali e collettivi si aggregano in mondi non dialoganti. Non comunicando in verticale, restano mondi che vivono in se stessi e di se stessi. L’attuale realtà italiana si può definire come una «società delle sette giare», cioè contenitori caratterizzati da una ricca potenza interna, mondi in cui le dinamiche più significative avvengono all’interno del loro parallelo sobollire, ma senza processi esterni di scambio e di dialettica. Le sette giare sono: i poteri sovranazionali, la politica nazionale, le sedi istituzionali, le minoranze vitali, la gente del quotidiano, il sommerso, il mondo della comunicazione.’

Ne ha parlato durante l’omelia Don Fabio, sacerdote della mia parrocchia, durante la messa di Natale per descrivere l’immobilismo dei cristiani in questo periodo di crisi.

Ne scrisse Pirandello in una novella, diventata poi commedia: La giara (metafora di ispirazione Verghiana sull’attaccamento alla ‘roba’).

Difficile per chi vive in questo paese e ne assorbe la cultura e riferimenti sociali, ammettere che tutto sommato dentro una giara si sta bene.

Rompere le giare, mescolare prodotti, ingredienti, colori e sapori per creare qualcosa di nuovo non fa parte del nostro convincimento e non viene percepito come opportunità.

Conservarsi, conservare, tenere alla roba nostra è in fondo più facile e non richiede particolare coraggio.

Una bella giornata di sole

Finalmente oggi mi accoglie il sole fin dal mattino donando a tutta la giornata un senso di positività e di speranza.

Faccio colazione sfogliando il giornale e cerco invano qualcosa che si abbini a questa bella giornata e mi faccia credere in un futuro migliore. Ma non lo trovo.

Mi colpisce il distacco con il quale i preposti all’ordine rispondono alle domande dei giornalisti sugli episodi di Roma prima e dopo la disputa della finale di Coppa Italia. A sentir loro sembra tutto normale, tutto prevedibile e difficilmente arginabile.

Alla fine gli stessi considerano NORMALE mediare e negoziare con un censurato …… per scongiurare il peggio.

Poi continuo a sfogliare il tablet e leggo che i proprietari/tenutari dell’autobus precipitato dal viadotto Acqualonga dell’autostrada A16 il 28 luglio del 2013 (per chi ha rimosso, ricordo che provocò la morte di 40 persone), avevano falsificato i documenti della revisione. D’altronde in un paese senza regole tutto ciò è praticamente normale.

A proposito di regole, un indagine dell’Anamni evidenzia come ormai un condomino su quattro sia inadempiente con le rate del condominio. Ma ci sta, ci sta benissimo. D’altronde sono anni che in questo paese pagano solo i cretini. E poi perchè pagare qualcosa che riguarda il ‘bene comune’?

Il condominio, infatti, rappresenta la soglia di ingresso nel perimetro collettivo. Ci si sposta dai confini parentali e sacri della famiglia a qualcosa di più complesso che non appartiene più SOLAMENTE a me e ai miei cari, ma anche agli altri, ovvero a qualcuno che sta al di fuori del cerchio magico. Alla fine di questo percorso ci sarebbe anche lo Stato, ma si sa qui da noi lo Stato è un concetto talmente labile ed etereo che ascriverlo a ‘collettivo’ diventa quasi un gesto eroico che solo pochissimi tenaci sono ancora in grado di esercitare.

Lo Stato appartiene ad altri, è dominio e territorio di altri, e poi quanti sconosciuti ci sono in questo ipotetico Stato? Cosa avrò ma da DIVERE e CONDIVIDERE con costoro?. Ecco perchè ieri uno stadio intero ha fischiato l’inno. Dov’è sta il dramma? Dov’è la stranezza? Credo sia inevitabile che lo Stato prima o poi verrà cancellato in favore dell’opportunismo più bieco e dell’intolleranza verso chiunque osi affacciarsi al perimetro dei nostri affari personali o parentali.

Poi leggo ancora, purtroppo, dei drammi riguardanti il nostro territorio. Non ultimo quello delle Marche. Ennesima alluvione. Ancora morti. Qui la cronaca rivela, come da altre parti, l’accusa forte, decisa, quasi urlante nei confronti dello Stato. Come già successo in Sardegna, a Genova, nel Veneto, a Sarno, a Messina e ovunque: Perchè lo Stato non interviene? Perchè lo Stato ci lascia soli?

Ma quale Stato? Cos’è lo Stato? Lo Stato dovrebbe appalesarsi solo al bisogno e poi sparire quando ci fa comodo? Lo Stato deve tutelarci ma senza chiederci nulla in cambio?

Non lo so, sinceramente non vedo possibilità immediata di risolvere questo problema sociale che ha profonde radici culturali. Non credo sia possibile nei prossimi secoli (non ho scritto decenni) cambiare questo sentimento diffuso che ci sta condannando al declino. La maggior parte dei connazionali è fermamente convinta che la soluzione di ogni problema sia sempre a carico di qualcun altro! Nessuno pensa minimamente di essere in colpa o di essere parte dell’eventuale soluzione.

Questo auto assolversi continuo, accompagnato dall’accusa nei confronti di chiunque altro non appartenga alla nostra sfera è diabolico e non consente nessun miglioramento dell’assetto istituzionale. Non permette dunque di innovare il modello se non attraverso lo smantellamento dello stesso a favore di ? Alzi la mano chi ha la proposta vincente!

Ultimo, ma non ultimo nel tempo, assistiamo ora all’indebolimento di alcune categorie a discapito di altre, ma tutto ciò in forma non strutturale anzi, quasi sempre momentanea e/o sporadica. Il governo di turno colpisce gli esodati, poi gli insegnanti, ieri le partite IVA, presto gli statali, ieri, oggi e domani  i precari, dopo un altro giro le forze dell’ordine, magari fra un po’ anche le professioni ecc. ecc. ecc.

Non abbiamo più idea di cosa sia e di come si regge un Stato. Siamo in continua lotta fra l’abbraccio totale al mercato e alla competizione e il ritorno all’assistenzialismo e alla tutela. Non sappiamo qual’è il nostro modello di riferimento. Ma siamo sempre sicuri, anzi strasicuri, che tutto ciò non è mai un problema nostro.

Forse se ci guardassimo ogni mattina allo specchio e cominciassimo tutti a fare qualcosa che va oltre i nostri piccoli compiti, la soluzione uscirebbe da sola, senza teorie, modelli o rivoluzioni. Si chiama impegno! Nient’altro.

Un mondo senza moduli

E ci mancherebbe altro che non facessi il tifo per il buon Paolo Coppola, uno tosto che ascolta, partecipa e si fa coinvolgere in battaglie di modernizzazione e, con il nuovo ruolo di parlamentare, le porta a compimento.

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La breccia aperta sulla lotta al fax è solo un pertugio dove infilarsi per scardinare quell’odioso e farraginoso marchingegno che si chiama Pubblica Amministrazione.

Ma chi la conosce bene da dentro sa che gli antidoti sono forti e la loro composizione chimica spesso sconosciuta ai più. Per lo meno è sconosciuta ai commentatori giornalistici che con la PA hanno solamente un rapporto da utente, dunque viziato alla fonte da un approccio che li danneggia sin dal primo contatto.

Beh, da dentro è ancora peggio.

Ci son uffici che giustificano il ruolo con la ricezione di un fax e forse questo pertugio li metterà in crisi ma, negli ultimi anni, la frontiera della rendita di posizione si è spostata sul ‘modulo’, ovvero il ‘form on line’ o, molto più spesso, il ‘form da compilare e spedire’.

Ogni ufficio, e sempre più spesso ogni dipendente, si inventa un modulo, lo blinda (ho visto moduli word protetti da pssword che voi umani non potete nemmeno immaginare ….) e poi obbliga chi entra in relazione con lui (o con la sua struttura) ad accettarne la logica che, spesso è perversa e diabolica. Bene, moltiplicate questo per centinaia di moduli, flussi, luoghi (cartelle condivise), metodi (del tipo….’ devi scrivere a info@struttura.comune.xx.it perchè solo così ti verrà data una risposta ufficiale), tempi (del tipo…..’il servizio di risposta vie email è attivo dal lunedì al venerdì dalle …’) e non mi dilungo sui silenzi assordanti delle caselle di posta istituzionale che non rispondono MAI!

E la PEC? Una, singola e gestita da apposito ufficio, per ogni Ente. Provate a farvi un indirizzario PEC che abbia senso, certezza e che funzioni. E’ vero, ci sarebbe http://www.indicepa.gov.it/ , ma mica tutti si accreditano e, rispondetemi seriamente, quanti conoscevano questo servizio prima di leggermi?

Non vado oltre, chi mi conosce e legge questo blog, sa già come la penso e proprio per questo ho riassunto ieri il mio pensiero sulla bacheca FB di Paolo: ‘Vedete, non per rompere le balle al buon Paolo Coppola che si è sbattuto su questo tema. Secondo me il mezzo (ovvero il fax) non è mai il colpevole primo dell’inefficienza, ma è il suo uso perverso che va combattuto! Prova ne sia che anche la PEC, i sistemi documentali e tutti i cazzabubboli tecnologici (il fax software centralizzato esiste da 15 anni) non hanno mai cambiato nulla perchè ciò che va prima aggredito è il processo stesso che, molte volte, è progettato male, poco utile e difeso solo per opportunismo di pochi‘.

Ergo vorrei nuovamente puntualizzare, soprattutto per chi magari cerca polemica a basso costo, che l’opera di Coppola, Russo e De Monte è meritoria a va sostenuta ed emulata, ma ora attenti ai venditori.

Come spesso accade da una buona legge può derivare una cattiva attuazione. Finite le ferie si scateneranno i venditori di ‘document management system’ e i decisori li ascolteranno, così assisteremo a un delirio assoluto.

Purtroppo, sempre più spesso, chi decide non ha competenze e nemmeno visioni e questo lo porta  a pensare che l’innovazione si fa con i prodotti. Ed ecco che arriveranno i commerciali di prodotto e per l’ennesima volta la spesa schizzerà alle stelle con buona pace di tutti.

Paolo queste cose le sa. Bisogna allora acculturare il settore, cambiare le regole e far in modo che i processi non abbiano la meglio sui progetti, che il mezzo non diventi più importante del fine.

Una PA dove (fonte ARAN) più del 50% degli operatori ha superato i 50 anni non può gestire il cambiamento con il solo uso dei mezzi digitali che non ama, ci vuole qualcos’altro, uno scatto culturale e di passione. Ci vuole, insomma, voglia di cambiare e mettersi in discussione. E dentro questo dominio ne vedo sempre meno.

Di chi è la responsabilità?

Stamani a Venezia c’è stata l’ennesima acqua alta eccezionale e, come al solito, la prevenzione, e soprattutto la corretta informazione, non ha funzionato.

Noi guastatori dell’Opendata ci siamo sbattuti una sacco e in particolare il buon Scano  ha fatto da sensore social:

Poi tutti a polemizzare sui social cosi (in primis su FB), come una vera ‘smart community’.

In particolare mi son avventurato nello spiegare ai profani cosa sono i ruoli, i livelli, le astrazioni, le pile protocollari, gli SLA, ecc. ecc.
Purtroppo dietro a un sito internet, o a un servizio ‘social media’, c’è una complessità paurosa che può essere risolta solo se tutti fanno bene il loro dovere.

Mi è tornato in mente questo post perchè poi la discussione si è allungata sui malesseri del pubblico (sito del comune) e sui benefici indotti dal privato.

Resto dell’idea che se ognuno fa il suo dovere le cose possono migliorare ma bisogna che si rispetti un modello. Quello inglese, citato in quel post, è ancora li pronto per essere adottato: https://www.gov.uk/designprinciples Gli Open Data da soli non servono a niente, devono essere sfruttati in un infrastruttura di servizi e diventare utili. Ma devono far parte di un modello sovradimensionale che determina i principi con i quali si disegnano i servizi per i cittadini, non devono starne fuori.

Ma bando alle ciance, per i meno addetti ai lavori, quelli che non sanno nulla di business continuity, SLA, open standard, porte di dominio, API, SPC, cooperazione applicativa, ecc. forse basta il video di Velasco. Perchè la tecnologia è ruffiana ma sa tradire benissimo.

Enjoy

Il potere dei dati

Manca meno di una settimana a http://venetobigdata.eventbrite.com l’evento che con l’amico Michele abbiamo voluto fortemente connotare di ingredienti ‘social’.

Perché Bigdata e non solo Open Data?

Perché siamo convinti che aprire i dati pubblici sia solo l’inizio di un cammino. Una prima fase, democratica, partecipativa ed etica che restituisce un ruolo importante alle aziende (forse?) che rimette al centro la trasparenza ma che ancora non riesce a determinare quella svolta epocale che vedrà il dato come infrastruttura portante della rete.

Certo i dati aperti linkati fra di loro (linked open data) sono un obbiettivo a portata di mano. Però stiamo parlando ancora di dati strutturati e di semantiche decise da qualcuno che detiene una governante esclusiva.

Cosa succederà quando cominceremo ad analizzare meglio i dati non strutturati ? Quelli delle conversazioni sul web, quelli dei log di sistema, quelli dei sensori e delle macchine, quelli dei tag liberi e non governati, quelli emotivi e passionali, quelli mnacciosi e potenzialmente pericolosi.

Nuove applicazioni e nuove opportunità potranno derivare dalle analisi sui sentimenti degli utenti o più semplicemente dall’osservazione dei dati raccolti dai sensori, dai servizi di emergenza e da tutti i servizi di localizzazione.

I dati sono l’essenza del sapere e l’enorme quantità di dati in circolazione è un patrimonio preziosissimo che dobbiamo imparare a trattare.
I dati, sempre di più, serviranno per prendere decisioni supportate da fatti, e dunque bisogna saperli raccogliere, archiviare, gestire e pubblicare bene per favorirne le interpretazioni utili.

Potremo in futuro prevedere un terremoto o l’elezione di un candidato solo analizzando i dati? Quali possibilità di controllo avremo sui dati che ci riguardano? Esisterà ancora la privacy?

Ed è questo il nuovo potere dei dati di cui vogliamo provare a discutere venerdì.

Certo, partiremo dagli Open Data che sono l’approccio più semplice e, per certi aspetti più banale, ma proveremo a immaginare il potere dei dati nelle città intelligenti, nei sistemi ambientali, nei contesti economici e nei nuovi assetti politici.

Proprio per questo, dopo il convegno della mattina, abbiamo organizzato un Barcamp con otto tavoli di lavoro.

Vi aspetto……e non dimenticate l’hashtag: #venetobigdata

Eventbrite - Veneto Big Data - (Veneto goes Open - Open Data - Progetto Europeo Homer)

Bastone o carota?

Ormai lo sapete I’M FALLING IN LOVE! Si, mi sono innamorato dei Design principles britannici sui SERVIZI PUBBLICI DIGITALI e mi accingo a commentarne qualcuno, frustrandomi, tafaziandomi e anche incazzandomi non poco.

Tutto inizia con una premessa: These principles are intended to be ‘carrot not stick’. They’re not a list of bad things to be avoided, they’re a set of principles to inspire you, accompanied by examples which explain things further and code and resources which will make the principles easier to follow.
We’d love to know what you think — will these principles and examples be useful for you? Please let us know via govuk-feedback@digital.cabinet-office.gov.uk.

Sinteticamente: ‘NON SIAMO QUI PER BASTONARE NESSUNO, NON ENUNCIAMO QUESTI PRINCIPI PER AFFERMARE CHE TUTTO FA SCHIFO, MA SIAMO QUI PER PORTARE QUALCHE ESEMPIO ISPIRATORE E RENDERE LE COSE PIU’ FACILI. CI PIACEREBBE SAPERE CHE NE PENSATE, DUNQUE FATECELO SAPERE

Crowdsoucing, co-costruzione, ascolto, analisi dei fabbisogni???? Non lo so, ma mi sembra così chiaro e semplice che rispetto ai nostri pistolotti è già anni luce avanti. E continua la frustazione. Carry on!

Ed eccoci ai 10 comandamenti (in origine erano 7)

The 7 GDS digital principles

1) Start with needs (PARTIRE DAI BISOGNI) *quelli degli utenti, non quelli della Pubblica Amministrazione

The design process must start with identifying and thinking about real user needs. We should design around those — not around the way the ‘official process’ is at the moment. We must understand those needs thoroughly — interrogating data, not just making assumptions — and we should remember that what users ask for is not always what they need.

LA PROGETTAZIONE DEVE BASARSI SULLE ESIGENZE REALI DEGLI UTENTI. TUTTA LA PROGETTAZIONE VA FATTA ATTORNO ALL’UTENTE  (user centric design ……che bel termine ignorato beatamente nell’italico paese ). BISOGNA CAPIRE I BISOGNI ANALIZZANDOLI IN PROFONDITA’ E NON CADERE NEL SOLITO ERRORE DI FARE DELLE SUPPOSIZIONI (io direi non arrogandoci la boria di sapere cosa i cittadini vogliono). SENZA DIMENTICARE CHE CIO’ CHE CHIEDONO NON RAPPRESENTA SEMPRE UN BISOGNO.

Esempi in Italia? Citofanate nei commenti, perchè io non ne vedo.

2) Do less (FARE MENO) e qui parte la ola, perchè questo articolo letteralmente mi arrappa.

Government should only do what only government can do. If someone else is doing it — link to it. If we can provide resources (like APIs) that will help other people build things — do that. We should concentrate on the irreducible core.

LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE DOVREBBE FARE SOLO QUELLO CHE LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE PUO’ FARE (sostituirei ‘dovrebbe’ con ‘deve’). SE QUALCUNO SA FARLO MEGLIO FATECELO SAPERE E GLI OFFRIAMO TUTTI GLI STRUMENTI PER POTER SVILUPPARE AL MEGLIO LE SOLUZIONI. NEL CONTEMPO NOI CI CONCENTREREMO (meglio) SULLA NOSTRA MISSIONE E SUGLI ASSET IRRINUNCIABILI.

E dopo l’applauso? Citofonate esempi.

3) Design with data (PROGETTARE CON I DATI)

Normally, we’re not starting from scratch — users are already using our services. This means we can learn from real world behaviour. We should do this, but we should make sure we continue this into the build and development process — prototyping and testing with real users on the live web. We should understand the desire paths of how we are designing with data and use them in our designs.

SOLITAMENTE NON PARTIAMO DA ZERO QUANDO SIAMO CHIAMATI A PROGETTARE SERVIZI. ALLORA IMPARIAMO DA CIO’ CHE SUCCEDE NEL MONDO E DA QUELLO CHE STA SUCCEDENDO SUL WEB PER DISEGNARNE DI MIGLIORI. DOVREMMO CONCENTRARCI DI PIU’ SUI PERCORSI CHE SONO CREATI DAI COMPORTAMENTI DELLE PERSONE E DA COME LORO UTILIZZANO I DATI. (Gli inglesi son fantastici, usano il ‘desire path’, che figurativamente rappresenta il solco della bicicletta che devia dal percorso che gli è stato preconfigurato, per esaltare l’alternativa, la scorciatoia, la creatività e il fai da te……ecco perchè il Civic Hacking è nato da loro…..sospirone)

Short cut :)

Comunque, tema difficile perchè in Italia siamo alla fase uno, ovvero alla liberazione del dato, non ancora al suo utilizzo. Appsforitaly? http://www.appsforitaly.org/

4) Do the hard work to make it simple  (IMPEGNARSI PER SEMPLIFICARE LE COSE)

Making something look simple is easy; making something simple to use is much harder — especially when the underlying systems are complex — but that’s what we should be doing.

FARE QUALCOSA CHE SEMBRI SEMPLICE, È ABBASTANZA FACILE, FARE QUALCOSA DI SEMPLICE DA USARE È MOLTO PIÙ DIFFICILE – SOPRATTUTTO QUANDO I SISTEMI SOTTOSTANTI SONO COMPLESSI – MA QUESTO È QUELLO CHE DOVREMMO FARE.

A chi lo dite. Qui nemmeno le cose che appaiono semplici lo sono. Mi vengono in mente, anche se esco dal seminato, i siti dei provider di telefonia mobile ….. depressione.

5) Iterate. Then iterate again.  (RIPETERE, CON INSISTENZA)

The best way to build effective services is to start small and iterate wildly. Release Minimum Viable Products early, test them with real users, move from Alpha to Beta to Launch adding features and refinements based on feedback from real users.

Difficile da tradurre, perché è un modo di dire e di intendere il concetto di routine ripetitiva (loop), tipicamente anglosassone. PARTIRE DALLE PICCOLE COSE E RIPETERLE CON ENERGIA. PASSARE DALL’ALFA ALLA BETA E AGGIUNGERE CONTINUAMENTE FUNZIONALITA’ E MIGLIORAMENTI IN BASE AI FEEDBACK RACCOLTI

Si tratta della teoria (più volte enunciata su questo blog e nei miei scritti) della BETA PERPETUA. Inutile costruire cose complesse e ingestibili, meglio concentrarsi sulle piccole cose, tanto mutano in fretta e non son mai stabili. Mutare al mutare delle abitudini e degli stili. ….molto informatico :-)

6) Build for inclusion.  (COSTRUIRE SERVIZI ACCESSIBILI)

Accessible design is good design. We should build a product that’s as inclusive, legible and readable as possible. If we have to sacrifice elegance — so be it. We shouldn’t be afraid of the obvious, shouldn’t try to reinvent web design conventions and should set expectations clearly.

I servizi devono essere inclusivi, comprensibili e leggibili, pazienza se si deve sacrificare l’eleganza. Non dobbiamo avere paura dell’ ovvio, nemmeno di reinventare le convenzioni del web design e definire le aspettative in modo più chiaro.

7) Understand context. (CAPIRE IL CONTESTO)

We’re not designing for a screen, we’re designing for people. We need to think hard about the context in which they’re using our services. Are they in a library? Are they on a phone? Are they only really familiar with Facebook? Have they never used the web before?

Non stiamo realizzando servizi per il monitor del computer ma per le persone.Dobbiamo essere sicuri di aver capito da chi verrà utilizzato il servizio ed in quali circostanze. I nostri utenti stanno in una biblioteca? Usano un telefono? Son fidelizzati con  Facebook? Hanno mai usato il web prima?

8) Build digital services, not websites. (COSTRUIRE SERVIZI DIGITALI NON SITI WEB)

Our service doesn’t begin and end at our website. It might start with a search engine and end at the post office. We need to design for that, even if we can’t control it. And we need to recognise that some day, before we know it, it’ll be about different digital services again.

Attualmente il web è il miglior modo per distribuire i servizi,ma tutto può cambiare rapidamente. Inoltre i servizi debbono poter essere utilizzati anche fuori dal nostro spazio web.

9) Be consistent, not uniform. (ESSERE COERENTI, NON UNIFORMI)

Wherever possible we should use the same language and the same design patterns — this helps people get familiar with our services. But, when this isn’t possible, we should make sure our underlying approach is consistent. So our users will have a reasonable chance of guessing what they’re supposed to do.

Quando possibile bisognerebbe utilizzare lo stesso linguaggio e lo stesso format per i diversi servizi. L’importante è che la logica di fondo sia coerente.

10) Make things open: it makes things better. (FARE LE COSE OPEN: VENGONO MEGLIO)

We should share what we’re doing whenever we can. With colleagues, with users, with the world. Share code, share designs, share ideas, share intentions, share failures. The more eyes there are on a service the better it gets — howlers get spotted, better alternatives get pointed out, the bar gets raised.

Bisogna condividere il più possibile le cose che stiamo facendo. Più occhi ci sono su un servizio, meglio potrà essere sviluppato.

E’ inutile, non avremo mai la capacità di sintesi degli anglosassoni che, per certi versi è devastante e  irragiungibile. Mi si perdoni per certe sbavature nella traduzione ma, spero, di aver rappresentato un po’ del loro modo di pensare.

Veniamo ora al tema che pone Salvatore nel suo ultimo post e al ‘problema’ dei linguaggi.
FARE LE COSE OPEN: VENGONO MEGLIOBisogna condividereil più possibile lecose che stiamofacendo. Più occhi cisono su un servizio,meglio potrà esseresviluppato.
Questa mia escursione nella perfida Albione vorrebbe far riflettere sul fatto che i vari linguaggi non sono un ostacolo se la cultura digitale è condivisa fra la PA e i cittadini. Enunciando i loro principi di design dei servizi pubblici, i britannici si rivolgono a operatori acculturati che possono velocemente correggere gli errori del passato. Da noi, invece, il problema è ancora quello del burocratese e dell’autoreferenza.
A mio modo di vedere l’Action Plan italiano è poco sexy, non tanto perchè non si allinea al linguaggio geek della rete (o meglio: non solo), ma perché è  difficile da digerire. E’ un lungo elenco dei TANTI problemi e delle POCHE cose fatte, che mal si adattano a un contesto di DIGITAL GOVERNMENT.
Esempio? Proviamo a leggere questa frase dell’Action Plan: ‘approvazione di un quadro normativo più efficace per la prevenzione e la lotta alla corruzione nella PA al fine di assicurare un miglioramento delle condizioni di mercato per la concorrenza e di favorire il contenimento della spesa pubblica. I provvedimenti all’esame prevedono l’obbligatorietà dell’adozione di piani anticorruzione a carico di tutte le PA, con il coordinamento del Dipartimento della funzione pubblica, l’individuazione di un responsabile della prevenzione della corruzione, la valorizzazione di una rete capillare sul territorio, quella dei Prefetti, nella forma di supporto tecnico e informativo agli enti locali e quali tramiti tra essi e l’Autorità nazionale anticorruzione.
Ma su che pianeta viviamo? Che lingua parliamo?
Capito ora perché mi son innamorato della perfida Albione?

Modelli vincenti

Come è buffo il mondo. Ieri sera abbiamo tirato tardi chiaccherando di decrescita di relazioni analogiche, modelli di sviluppo sostenibile, storia recente, sociologia e antropologia.

Poi il digitale ci riporta alla realtà che scommette su modelli nuovi (ma ormai consolidati) nonché sulla dematerializzazione e sulla nuvola.

Diminuire la complessità per liberare risorse utili per l’innovazione

Un mio pezzo su eGov accompagnato dalle slides che ho proposto già in diversi ambiti, argomentando di cloud e nuove opportunità per l’IT.

Enjoy
 

Google docs per condividere documenti, Eventbrite per organizzare eventi, Dropbox per gestire files, e mille altri social media nella cloud di internet. Se diminuisce la complessità, ovviamente aumentano efficienza e autonomia. Vediamo come

Gestione e costi della complessità
Uno dei problemi cronici della gestione dell’IT è la ‘complessità’. Negli ultimi anni, chi ha gestito l’IT in casa (on-premise) ha dedicato molta attenzione alle performance applicative, generando spesa e spesso aumentando la complessità a causa delle molteplici evoluzioni tecnologiche (SOA, virtualizzazione, web-app, ecc.). Nel contempo, però, chi ha gestito l’IT ha mantenuto l’esclusività del ruolo e tutte le strutture di un organizzazione che hanno manifestato bisogni applicativi hanno necessariamente rivolto le loro richieste alla struttura tecnologica preposta. Il CIO (Chief Information Officer), ovvero il responsabile dei servizi informativi, ha mantenuto dunque un ruolo centrale nell’organizzazione ma, dovendosi occupare quasi esclusivamente di gestione operativa, di manutenzione correttiva e di scalabilità, è diventato sinonimo di costo. In pratica ha dovuto gestire la spesa operativa: OpEx (dal termine inglese OPerating EXpenditure), distraendosi da quello che succedeva fuori dal dominio di sua pertinenza e rinunciando all’innovazione, intesa soprattutto come rimodellazione organizzativa e flessibilità operativa.

Ci pensa la nuvola. Ma occhio al Marketplace
Grazie al cloud computing, per fortuna, le cose stanno cambiando e il CIO non sarà più distratto da un infinità di dettagli operativi i quali, molto spesso, non aiutano nel trovare le giuste soluzioni e, inevitabilmente, generano enormi frustrazioni. Egli potrà trasformarsi in un stratega dell’innovazione, nonchè elemento attivo di evoluzione e di gestione effettiva delle problematiche aziendali, affidando molti servizi al provider cloud, rinuncerà a disperdersi sui dettagli di implementazione e potrà concentrarsi nel servire al meglio i vari dipartimenti dell’organizzazione. Va posta però particolare attenzione a un fenomeno emergente, ovvero l’effetto MARKETPLACE. Con il cloud, infatti, le diverse strutture dell’organizzazione che prima si rivolgevano al dipartimento IT, assumono una maggior autonomia e possono essere messe nella posizione di scegliere e implementare servizi senza l’intermediazione della divisione IT. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti: Google docs per condividere documenti, Eventbrite per organizzare eventi, Dropbox per gestire files, ecc. e mille altri social media nella cloud di internet, che aiutano a risolvere i problemi dell’operatività giornaliera. Dunque perché gridare alla perdita di controllo o all’ingerenza altrui? Forse, sarebbe il caso di trarre tutti i vantaggi possibili da questa situazione e, grazie alle risorse liberate, occuparsi davvero di innovazione guardando oltre i confini del proprio CED.

O' famo strano

Quest’anno, il terzo Barcamp degli Innovatori della Pubblica Amministrazione “O’ famo strano”. Si, perchè l’11 Maggio a Roma, al centro della discussione, dei lavori, degli interveniti e delle esperienze, ci sarà SOLO il rapporto fra PA e web sociale.

Oltre ai tanti Innovatori ci saranno ovviamente le aziende, da quelle multinazionali come Facebook e Google alle start-up italiane.

Dunque: “O’ famo strano”…per davvero!