Egoismo

È facilissimo, quasi scontato inciampare nel qualunquismo o raccontare banalità quando si affrontano temi complessi come quello dell’ISIS.
Il problema, però, è che oggi le bandiere nere dei nazi-islamici stanno sventolando anche sulle rive del nostro amato Mediterraneo, e rimanere indifferenti è quasi impossibile.

Anche i media sembrano imbarazzati e stanno sottovalutando i fatti, cosa che invece non è successa durante le cosiddette ‘primavere arabe’ .

Allora i tentativi di condizionamento mediatico influirono non poco nel plagio collettivo delle coscienze. Forse solo Berlusconi non esultò davanti alle atroci immagini del massacro del suo amico Gheddafi o a quelle del processo di Mubarack condotto in tribunale con la barella.

Eravamo brilli di gioia, esaltati dall’uso rivoluzionario dei social network, felici nel vedere ribellioni di massa che qui in occidente, nell’indifferenza generale, non eravamo più abituati a considerare come possibili.

Poi il silenzio e ancora tanta indifferenza dei media mentre le bandiere nere si mangiavano le rivoluzioni, gli ideali e i nostri stupidi entusiasmi.

Ora che le rivoluzioni del Magreb son definitivamente relegate nella retorica dei libri di storia, il presente ci obbliga a riflettere su come arginare il pericolo imminente. Consci che ogni riferimento, schema o modello del recente passato non funzionerebbe per niente.

Il nostro egoismo però ci compatta e ci fa sentire tutti Charlie, ovvero occidentali, pronti a difendere origini, cultura e soprattutto quell’idea di futuro che ci ancora ci accumuna.

Inutile negare che noi occidentali stavamo decisamente meglio quando i dittatori russi tenevano le masse segregate oltre la cortina di ferro. Stavamo meglio anche con Tito che obbligava i popoli balcanici a convivere con un idea di federazione-dittatura che, comunque, inibiva quel rigurgito orribile di nazionalismi folli e terribili, sfociato poi nella più crudele e sanguinosa guerra che le nostre generazioni abbiano mai visto. A pochi chilometri da casa nostra.

E quanto bene stavamo con Assad, Mubarak, Gheddafi e persino Saddam? Non dobbiamo vergognarci di pensarlo. L’egoismo e il benessere percepito in quegli anni giustificavano in pieno quel sentimento.

Ora, consci che siamo artefici del disastro a cui stiamo assistendo (mille errori politici, militari e soprattutto economici, centinaia di alleanze sbagliate, decine di nemici scambiati per amici) che fare?

Riconoscersi negli ideali dell’occidente forse non basta perchè non è una questione prettamente culturale o storica, è piuttosto una questione di vera sopravvivenza: o noi o loro. Questi fan sul serio.

Non avrei mai pensato di diventare portatore di sentimenti interventisti ma, sinceramente, non posso flagellarmi sugli errori del passato e nemmeno fidarmi del buonismo a prescindere. Oggi ho tre figli giovani per i quali vorrei un futuro migliore, a costo di un passaggio obbligato per un girone dantesco come quello che si prospetta molto a breve. Più brevemente di quanto pensiamo.

Le metafore e le giare

Ne ha parlato De Rita presentando l’annuale rapporto Censis: ‘La società delle sette giare. La profonda crisi della cultura sistemica induce a una ulteriore propensione della nostra società a vivere in orizzontale. Interessi e comportamenti individuali e collettivi si aggregano in mondi non dialoganti. Non comunicando in verticale, restano mondi che vivono in se stessi e di se stessi. L’attuale realtà italiana si può definire come una «società delle sette giare», cioè contenitori caratterizzati da una ricca potenza interna, mondi in cui le dinamiche più significative avvengono all’interno del loro parallelo sobollire, ma senza processi esterni di scambio e di dialettica. Le sette giare sono: i poteri sovranazionali, la politica nazionale, le sedi istituzionali, le minoranze vitali, la gente del quotidiano, il sommerso, il mondo della comunicazione.’

Ne ha parlato durante l’omelia Don Fabio, sacerdote della mia parrocchia, durante la messa di Natale per descrivere l’immobilismo dei cristiani in questo periodo di crisi.

Ne scrisse Pirandello in una novella, diventata poi commedia: La giara (metafora di ispirazione Verghiana sull’attaccamento alla ‘roba’).

Difficile per chi vive in questo paese e ne assorbe la cultura e riferimenti sociali, ammettere che tutto sommato dentro una giara si sta bene.

Rompere le giare, mescolare prodotti, ingredienti, colori e sapori per creare qualcosa di nuovo non fa parte del nostro convincimento e non viene percepito come opportunità.

Conservarsi, conservare, tenere alla roba nostra è in fondo più facile e non richiede particolare coraggio.

Una bella giornata di sole

Finalmente oggi mi accoglie il sole fin dal mattino donando a tutta la giornata un senso di positività e di speranza.

Faccio colazione sfogliando il giornale e cerco invano qualcosa che si abbini a questa bella giornata e mi faccia credere in un futuro migliore. Ma non lo trovo.

Mi colpisce il distacco con il quale i preposti all’ordine rispondono alle domande dei giornalisti sugli episodi di Roma prima e dopo la disputa della finale di Coppa Italia. A sentir loro sembra tutto normale, tutto prevedibile e difficilmente arginabile.

Alla fine gli stessi considerano NORMALE mediare e negoziare con un censurato …… per scongiurare il peggio.

Poi continuo a sfogliare il tablet e leggo che i proprietari/tenutari dell’autobus precipitato dal viadotto Acqualonga dell’autostrada A16 il 28 luglio del 2013 (per chi ha rimosso, ricordo che provocò la morte di 40 persone), avevano falsificato i documenti della revisione. D’altronde in un paese senza regole tutto ciò è praticamente normale.

A proposito di regole, un indagine dell’Anamni evidenzia come ormai un condomino su quattro sia inadempiente con le rate del condominio. Ma ci sta, ci sta benissimo. D’altronde sono anni che in questo paese pagano solo i cretini. E poi perchè pagare qualcosa che riguarda il ‘bene comune’?

Il condominio, infatti, rappresenta la soglia di ingresso nel perimetro collettivo. Ci si sposta dai confini parentali e sacri della famiglia a qualcosa di più complesso che non appartiene più SOLAMENTE a me e ai miei cari, ma anche agli altri, ovvero a qualcuno che sta al di fuori del cerchio magico. Alla fine di questo percorso ci sarebbe anche lo Stato, ma si sa qui da noi lo Stato è un concetto talmente labile ed etereo che ascriverlo a ‘collettivo’ diventa quasi un gesto eroico che solo pochissimi tenaci sono ancora in grado di esercitare.

Lo Stato appartiene ad altri, è dominio e territorio di altri, e poi quanti sconosciuti ci sono in questo ipotetico Stato? Cosa avrò ma da DIVERE e CONDIVIDERE con costoro?. Ecco perchè ieri uno stadio intero ha fischiato l’inno. Dov’è sta il dramma? Dov’è la stranezza? Credo sia inevitabile che lo Stato prima o poi verrà cancellato in favore dell’opportunismo più bieco e dell’intolleranza verso chiunque osi affacciarsi al perimetro dei nostri affari personali o parentali.

Poi leggo ancora, purtroppo, dei drammi riguardanti il nostro territorio. Non ultimo quello delle Marche. Ennesima alluvione. Ancora morti. Qui la cronaca rivela, come da altre parti, l’accusa forte, decisa, quasi urlante nei confronti dello Stato. Come già successo in Sardegna, a Genova, nel Veneto, a Sarno, a Messina e ovunque: Perchè lo Stato non interviene? Perchè lo Stato ci lascia soli?

Ma quale Stato? Cos’è lo Stato? Lo Stato dovrebbe appalesarsi solo al bisogno e poi sparire quando ci fa comodo? Lo Stato deve tutelarci ma senza chiederci nulla in cambio?

Non lo so, sinceramente non vedo possibilità immediata di risolvere questo problema sociale che ha profonde radici culturali. Non credo sia possibile nei prossimi secoli (non ho scritto decenni) cambiare questo sentimento diffuso che ci sta condannando al declino. La maggior parte dei connazionali è fermamente convinta che la soluzione di ogni problema sia sempre a carico di qualcun altro! Nessuno pensa minimamente di essere in colpa o di essere parte dell’eventuale soluzione.

Questo auto assolversi continuo, accompagnato dall’accusa nei confronti di chiunque altro non appartenga alla nostra sfera è diabolico e non consente nessun miglioramento dell’assetto istituzionale. Non permette dunque di innovare il modello se non attraverso lo smantellamento dello stesso a favore di ? Alzi la mano chi ha la proposta vincente!

Ultimo, ma non ultimo nel tempo, assistiamo ora all’indebolimento di alcune categorie a discapito di altre, ma tutto ciò in forma non strutturale anzi, quasi sempre momentanea e/o sporadica. Il governo di turno colpisce gli esodati, poi gli insegnanti, ieri le partite IVA, presto gli statali, ieri, oggi e domani  i precari, dopo un altro giro le forze dell’ordine, magari fra un po’ anche le professioni ecc. ecc. ecc.

Non abbiamo più idea di cosa sia e di come si regge un Stato. Siamo in continua lotta fra l’abbraccio totale al mercato e alla competizione e il ritorno all’assistenzialismo e alla tutela. Non sappiamo qual’è il nostro modello di riferimento. Ma siamo sempre sicuri, anzi strasicuri, che tutto ciò non è mai un problema nostro.

Forse se ci guardassimo ogni mattina allo specchio e cominciassimo tutti a fare qualcosa che va oltre i nostri piccoli compiti, la soluzione uscirebbe da sola, senza teorie, modelli o rivoluzioni. Si chiama impegno! Nient’altro.

I miei sbadigli sul datagate

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Non è che avere tutti contro sia molto edificante ma spesso riesco bene nell’impresa. In particolare, sulla questione datagate son riuscito ad irritare i miei interlocutori asserendo che la questione mi provoca solo enormi sbadigli.

In diversi luoghi e in diversi laghi ho provato a confrontarmi con chi manifesta sdegno e a volte persino orrore sull’ingerenza americana che viola un po’ tutto, dalla privacy alla sicurezza nazionale e individuale e bla, bla, bla.

Partiamo da alcune considerazioni evolutive. Noi umani siamo la razza eletta e ci distinguiamo dagli altri esseri a noi inferiori. Sarà vero? Molti sono i tratti e i comportamenti distintivi. Noi non facciamo l’amore in strada come i cani, ma sotto le lenzuola, mi sembra più che ovvio. E nemmeno ululiamo alla luna, in quel caso preferiamo esternare al telefono.

Dunque abbiamo una sfera personale, affettiva e privata che ci eleva dagli altri esseri. Poi aggiungici la riservatezza, la timidezza e altri sentimenti che ci portano a non condividere fatti, opinioni, sentimenti e mille altre cose. Dunque ci siamo inventati la sicurezza (che nel regno animale si chiama difesa del territorio) e la privacy (che nel regno animale non esiste). p.s. facciamo ancora parte del regno animale o siamo evoluti al punto da non riconoscerne più l’appartenenza?

Nel percorso evolutivo ci siamo inventati un sacco di cose che hanno complicato un po’ il tutto. Abbiamo introdotto il denaro (che nel regno animale non esiste) e ne abbiamo assaporato il potere effimero indotto dal suo possesso. Abbiamo imparato a dominare l’energia e abbiamo capito che produrla e governarla diventava potere. Abbiamo imparato a dominare l’informazione. Devo elencare qualche caso sul potere dell’informazione? E poi le tecnologie che bellezza, che goduria, quelle digitali poi sono il divertimento del momento.

Armati di cazzabubboli incredibili comunichiamo, ci divertiamo, facciamo acquisti on line e consultiamo banche, leggiamo giornali, fotografiamo tutto e blateriamo sui social network argomentando sulle più incredibili banalità sino a scatenare flame che ci fanno dimenticare di avere una famiglia e un esistenza.

Nel mentre succede tutto questo, fior fiore di scienziati (non solo americani inglesi e israeliani) studiano le tecnologie più incredibili sui firewall, sulle password, sugli algoritmi di cifratura, sulle autenticazioni protette e su mille altri contesti, impegnati dunque a difenderci nell’eterna guerra fra il bene e il male che, per noi evoluti, oggi si è spostata sul digitale.

Nel mentre questi benemeriti scienziati studiano e combattono, i nostri figli armati di potentissimi smartphone condividono le password (ovviamente di servizi banali e a basso rischio) con tutta la tribù. Un esempio? Ragazzino A acquista per 0,99 centesimi l’app sullo store, poi tramite qualsiasi servizio di comunicazione (ah, quanto è bella la chat multipla di Whatsapp) comunica al ragazzino B le sue credenziali in modo che anche lui possa scaricarlo. Fanno questo da piccoli e forse lo faranno anche da grandi.

Ma torniamo al punto. Il digitale pervade ormai tutto dalle comunicazioni, ai trasporti, ai consumi, ecc. Il digitale genera dati in quantità e questi dati vengono trasmessi, conservati e analizzati da società, agenzie e persino da privati. Certo, sarebbe bene che a certi dati avessero accesso solo i titolari ma, il problema non è solo tecnico, è anche culturale. Se da un punto di vista tecnico la discussione che ruota attorno a cloud computing e big data è sostanzialmente centrata sul perchè tutto deve andare in mano alle multinazionali americane, dal punto di vista culturale ruota attorno al perchè ai giovani frega poco di privacy e sicurezza, mentre gli immigrati digitali sono talmente tonti da salvare le password su Dropbox o peggio ancora affidarle alla segretaria o ancor peggio annotarle su memo-tac!

Se poi a questo tema vogliamo aggiungere un po’ di sano anti-americanismo che in Europa (e specialmente in Italia) torna ogni tanto di moda, accomodiamoci pure tutti come dei beoti, perchè il tema non va affrontato, a mio modo di parere, abbeverandosi alla fonte delle ideologie, anzi, andrebbe affrontato con la razio delle idee. Anche perchè i potenti di turno che governano l’Europa ci mettono un nanosecondo ad abbassare i toni se non, addirittura, a rimangiarsi tutto di fronte a qualche furbissima offerta americana in tema di aiuti militari o commesse commerciali. Come esempio, cito i dispacci di agenzia che riportano l’incazzatura da iena del nostro premier: ‘La decisione «giustificata dagli eventi che sono accaduti», non vuole secondo Letta «creare un antagonismo ma trovare una soluzione». Il premier Enrico Letta ci tiene a precisarlo ma allo stesso tempo chiede con forza agli Usa un «chiarimento» sul Datagate.’. Fate un po’ voi, a me sembra ridicolo se rapportato al modo in cui Craxi prendeva a pedate in c. gli americani a Sigonella, ma andiamo avanti, tanto mi sto creando solo nemici con questa dissertazione.

telecamere

Ora il vero tema è un’altro, ed è il valore culturale e sociale che viene dato alla privacy. Chiunque abbia avuto la fortuna di girare per Londra o per New York, avrà potuto notare che non esiste un solo angolo di queste città dove si possa sfuggire da una telecamera. Qualcuno dirà che non è modo, che non è vita, ma quei luoghi hanno vissuto attentati terroristici che, ora, giustificano anche la rinuncia a grosse dosi di privacy per tutelare al massimo la sicurezza.

Certo, qualcuno dirà che il modo e l’atteggiamento sono maniacali e probabilmente lo sono davvero, ma non dimentichiamo che questi signori d’oltreoceano che si bullano per le loro competenze sulla sicurezza, tecnologiche e di intelligence e sappiamo bene che girano il mondo armati fino ai denti, nel mentre ci mettono un attimo a cadere nella trappola di un bimbo afgano con la bomba a mano pronto a farli saltare in aria come coriandoli (per la cronaca l’avevano scambiata per una mela). Dunque non è una questione di intelligenza, di furbizia e nemmeno di forza, è un atteggiamento culturale che noi non comprendiamo e non accetteremo mai.

Rispetto al valore assoluto della privacy bisognerebbe controbilanciare queste argomentazioni con un altro valore assoluto che è la trasparenza, altro concetto a noi europei poco affine.

Credo che mai come oggi analizzando dati, anche con il supporto delle tecnologie, ma non solo, possiamo mettere in atto quelle azioni di ‘analisi predittiva‘ che tendono a migliorare qualità della vita, aspettative e benessere collettivo. Si parla molto di Big Data e di Smart City come fossero buzzword da propagandare per bullarsi della conoscenza di nuovi paradigmi tech. In parte lo sono ma sostanzialmente significano proprio quello che ho detto, ovvero tanti, tantissimi enormi dati da analizzare (BIG DATA) per anticipare eventi e diminuire i pericoli. Vogliamo spostare il tema sul valore e non sulla critica, proviamoci! E poi vediamo come reagiscono gli americani.
I fanatici del ‘data mining’ e della ‘sentiment analysis’ arrivano a dire che si potranno prevenire anche le guerre. Io non so se questi sono slogan o se nascondono una realtà probabile, ma so che per analizzare è necessario ascoltare.

My 2 cents

p.s. quando si parla di queste cose a livello internazionale poi, noi italiani siamo sempre in prima fila vero? http://www.intgovforum.org/cms/participants-list

La necessità di una tecnologia sostenibile

Siamo fortemente dipendenti dalla tecnologia in ogni aspetto della nostra vita, che si tratti di restare in contatto con amici e familiari in giro per il mondo, per lo shopping online, per rilassarci dopo una giornata intensa o per lavorare ecc.. I nostri smartphone, ad esempio, ci accompagnano oramai in ogni momento della giornata.

Nel mondo degli affari, la nostra tecnologia ci permette di crescere a un ritmo straordinario. Strumenti sempre più complessi ci consentono di rimanere costantemente in contatto con le nostre aziende attraverso la vasta gamma di applicazioni e funzionalità che offrono. I nostri telefoni ci forniscono gli strumenti necessari per gestire una società in movimento 24 ore su 24.

Mai prima d’ora siamo stati in grado di ottenere un così alto beneficio dalla tecnologia. Anche l’azienda più piccola può facilmente accedere ai mercati globali grazie alla facilità e alla velocità di messa in rete, attraverso i social media, i programmi di VoIP e altri canali comunicativi. Questi nuovi strumenti hanno reso più efficienti e veloci dinamiche aziendali che precedentemente richiedevano tempo, quali la ricerca e il networking. Oggigiorno gli amministratori possono concentrarsi su altri aspetti importanti del business come ad esempio lo sviluppo delle liste clienti.

Quando tali strumenti tecnologici diventano indispensabili per il mantenimento dei nostri standard di vita, risulta naturale la rincorsa al nuovo modello, nella speranza che possa offrirci caratteristiche sempre più utili e performanti.

Tuttavia, dobbiamo iniziare a riflettere sul fatto che il nostra dipendenza incondizionata per la tecnologia sta rapidamente esaurendo le risorse del  pianeta. Pensiamo a quanti gadget tecnologici giacciono inutilizzati, da mesi o anni, nel fondo di cassetti e armadi, nonostante esistano diverse soluzioni per il loro riutilizzo, dalla vendita online al recliclo delle componenti.

Questa infografica, realizzata da Fabrizio Naggia  e sviluppata da vouchercloud, evidenzia quanto lo sviluppo della tecnologia impatti sulle risorse della terra e perché sia importante cominciare a riflettere su ciò che facciamo con gli accessori in disuso.

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Il prossimo Papa

Decisamente simpatica la provocazione di NBCNews cha ha voluto sottolineare, mettendo a confronto le due foto della Associated Press in Piazza San Pietro,  come corre veloce il tempo della tecnologia, del digitale e della rete, e di come gli stili di vita cambino anch’essi repentinamente.

L’attesa del prossimo Papa, la immagino meno legata a un qualcosa da portare, piuttosto la vedo adatta per qualcosa da indossare. Concordate?

eclipse-glasses

Wear sunscreen

“The Big Kahuna” da rivedere più volte

Goditi potere e bellezza della tua gioventù. Non ci pensare.
Il potere di bellezza e gioventù lo capirai solo una volta appassite.
Ma credimi tra vent’anni guarderai quelle tue vecchie foto.
E in un modo che non puoi immaginare adesso.
Quante possibilità avevi di fronte
e che aspetto magnifico avevi!
Non eri per niente grasso come ti sembrava.
Non preoccuparti del futuro.
Oppure preoccupati ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un’equazione algebrica.
I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non ti erano mai passate per la mente, di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio.
Fa’ una cosa ogni giorno che sei spaventato: canta!
Non essere crudele col cuore degli altri.
Non tollerare la gente che è crudele col tuo.
Lavati i denti.
Non perdere tempo con l’invidia: a volte sei in testa, a volte resti indietro.
La corsa è lunga e, alla fine, è solo con te stesso.
Ricorda i complimenti che ricevi, scordati gli insulti.
Se ci riesci veramente, dimmi come si fa…
Conserva tutte le vecchie lettere d’amore,
butta i vecchi estratti-conto.
Rilassati!
Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita.
Le persone più interessanti che conosco a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita.
I quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno.
Prendi molto calcio.
Sii gentile con le tue ginocchia,
quando saranno partite ti mancheranno.
Forse ti sposerai o forse no.
Forse avrai figli o forse no.
Forse divorzierai a quarant’anni.
Forse ballerai con lei al settantacinquesimo anniversario di matrimonio.
Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso,
ma non rimproverarti neanche: le tue scelte sono scommesse,
come quelle di chiunque altro.
Goditi il tuo corpo,
usalo in tutti i modi che puoi,
senza paura e senza temere quel che pensa la gente.
E’ il più grande strumento che potrai mai avere.
Balla!
Anche se il solo posto che hai per farlo è il tuo soggiorno.
Leggi le istruzioni, anche se poi non le seguirai.
Non leggere le riviste di bellezza:
ti faranno solo sentire orrendo.
Cerca di conoscere i tuoi genitori,
non puoi sapere quando se ne andranno per sempre.
Tratta bene i tuoi fratelli,
sono il miglior legame con il passato
e quelli che più probabilmente avranno cura di te in futuro.
Renditi conto che gli amici vanno e vengono,
ma alcuni, i più preziosi, rimarranno.
Datti da fare per colmare le distanze geografiche e gli stili di vita,
perché più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane.
Vivi a New York per un po’, ma lasciala prima che ti indurisca.
Vivi anche in California per un po’, ma lasciala prima che ti rammollisca.
Non fare pasticci con i capelli: se no, quando avrai quarant’anni, sembreranno di un ottantacinquenne.
Sii cauto nell’accettare consigli,
ma sii paziente con chi li dispensa.
I consigli sono una forma di nostalgia.
Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio,
ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte
e riciclarlo per più di quel che valga.
Ma accetta il consiglio, questa volta.

Come in una puntata di CSI

Ieri Gigi e famiglia hanno vissuto una avventura, diciamo così.
Lo abbiamo seguito con curiosità e un po’ di preoccupazione su Twitter (e Facebook) dove postava aggiornamenti e foto di quello che accadeva nel motel di KINGMAN (USA) dove si trovavano.

Come potete leggere sul Gazzettino in un pezzo a cura di @carlofelice Dalla Pasqua

KINGMAN (USA) – La polizia li ha svegliati ieri all’alba, li ha fatti uscire e li ha radunati per ore insieme agli altri clienti nella hall del motel in cui alloggiavano. Gianluigi Cogo, funzionario della Regione che vive a Mestre, la moglie e i due figli, hanno vissuto in diretta l’arresto di un sequestratore a Kingman, in Arizona, una delle tappe della loro vacanza statunitense. La polizia locale, aiutata anche da alcuni uomini di corpi speciali, ha circondato il motel e, utilizzando come base proprio la stanza di Cogo, è riuscita ad arrestare il 62enne Clifford Dale Roberts.

Cogo ha narrato la vicenda quasi minuto per minuto su Twitter, scattando anche alcune foto. Grazie al servizio di Storify, questi tweet sono stati riuniti per dare corpo a un racconto organico di quelle ore da incubo.

Ecco lo Storify, in attesa di sentire il racconto direttamente da Gigi, appena vorrà raccontarcelo:

[View the story “Dal nostro inviato ultraspeciale in Arizona” on Storify]

Dall’addetta all’innaffiamento del blog in assenza del proprietario, per ora è tutto.

UPDATE ne parla anche Veneziatoday

Se questo è Twitter…

voglio scendere!

Siamo arrivati ai gruppi organizzati per scalare i Trending Topics di Twitter. Dopo cosa si fa? Ecco, magari unissimo così le forze e scendessimo in piazza per fare qualcosa di buono, invece!

Invece, collezioniamo medagliette.