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Opera quarta

Il quarto papello del bloggante, scritto a 4 mani con l’amico Simone Favaro è ora disponibile per l’acquisto.

Potete pensarlo come un bel regalo di Natale :)


Oltre all’editore che un’altra volta ha creduto in me/noi, un particolare ringraziamento a Mauro Lupi, prefattore e agli amici Barbara Bonaventura, Mafe De Baggis, Vincenzo Cosenza, Gianluca Diegoli, Marco Massarotto, Alberto D’Ottavi, Robin Good e Giorgio Soffiato che hanno contribuito alla parte interattiva del libro contenuta nel capitolo: ‘I protagonisti’

I miei sbadigli sul datagate

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Non è che avere tutti contro sia molto edificante ma spesso riesco bene nell’impresa. In particolare, sulla questione datagate son riuscito ad irritare i miei interlocutori asserendo che la questione mi provoca solo enormi sbadigli.

In diversi luoghi e in diversi laghi ho provato a confrontarmi con chi manifesta sdegno e a volte persino orrore sull’ingerenza americana che viola un po’ tutto, dalla privacy alla sicurezza nazionale e individuale e bla, bla, bla.

Partiamo da alcune considerazioni evolutive. Noi umani siamo la razza eletta e ci distinguiamo dagli altri esseri a noi inferiori. Sarà vero? Molti sono i tratti e i comportamenti distintivi. Noi non facciamo l’amore in strada come i cani, ma sotto le lenzuola, mi sembra più che ovvio. E nemmeno ululiamo alla luna, in quel caso preferiamo esternare al telefono.

Dunque abbiamo una sfera personale, affettiva e privata che ci eleva dagli altri esseri. Poi aggiungici la riservatezza, la timidezza e altri sentimenti che ci portano a non condividere fatti, opinioni, sentimenti e mille altre cose. Dunque ci siamo inventati la sicurezza (che nel regno animale si chiama difesa del territorio) e la privacy (che nel regno animale non esiste). p.s. facciamo ancora parte del regno animale o siamo evoluti al punto da non riconoscerne più l’appartenenza?

Nel percorso evolutivo ci siamo inventati un sacco di cose che hanno complicato un po’ il tutto. Abbiamo introdotto il denaro (che nel regno animale non esiste) e ne abbiamo assaporato il potere effimero indotto dal suo possesso. Abbiamo imparato a dominare l’energia e abbiamo capito che produrla e governarla diventava potere. Abbiamo imparato a dominare l’informazione. Devo elencare qualche caso sul potere dell’informazione? E poi le tecnologie che bellezza, che goduria, quelle digitali poi sono il divertimento del momento.

Armati di cazzabubboli incredibili comunichiamo, ci divertiamo, facciamo acquisti on line e consultiamo banche, leggiamo giornali, fotografiamo tutto e blateriamo sui social network argomentando sulle più incredibili banalità sino a scatenare flame che ci fanno dimenticare di avere una famiglia e un esistenza.

Nel mentre succede tutto questo, fior fiore di scienziati (non solo americani inglesi e israeliani) studiano le tecnologie più incredibili sui firewall, sulle password, sugli algoritmi di cifratura, sulle autenticazioni protette e su mille altri contesti, impegnati dunque a difenderci nell’eterna guerra fra il bene e il male che, per noi evoluti, oggi si è spostata sul digitale.

Nel mentre questi benemeriti scienziati studiano e combattono, i nostri figli armati di potentissimi smartphone condividono le password (ovviamente di servizi banali e a basso rischio) con tutta la tribù. Un esempio? Ragazzino A acquista per 0,99 centesimi l’app sullo store, poi tramite qualsiasi servizio di comunicazione (ah, quanto è bella la chat multipla di Whatsapp) comunica al ragazzino B le sue credenziali in modo che anche lui possa scaricarlo. Fanno questo da piccoli e forse lo faranno anche da grandi.

Ma torniamo al punto. Il digitale pervade ormai tutto dalle comunicazioni, ai trasporti, ai consumi, ecc. Il digitale genera dati in quantità e questi dati vengono trasmessi, conservati e analizzati da società, agenzie e persino da privati. Certo, sarebbe bene che a certi dati avessero accesso solo i titolari ma, il problema non è solo tecnico, è anche culturale. Se da un punto di vista tecnico la discussione che ruota attorno a cloud computing e big data è sostanzialmente centrata sul perchè tutto deve andare in mano alle multinazionali americane, dal punto di vista culturale ruota attorno al perchè ai giovani frega poco di privacy e sicurezza, mentre gli immigrati digitali sono talmente tonti da salvare le password su Dropbox o peggio ancora affidarle alla segretaria o ancor peggio annotarle su memo-tac!

Se poi a questo tema vogliamo aggiungere un po’ di sano anti-americanismo che in Europa (e specialmente in Italia) torna ogni tanto di moda, accomodiamoci pure tutti come dei beoti, perchè il tema non va affrontato, a mio modo di parere, abbeverandosi alla fonte delle ideologie, anzi, andrebbe affrontato con la razio delle idee. Anche perchè i potenti di turno che governano l’Europa ci mettono un nanosecondo ad abbassare i toni se non, addirittura, a rimangiarsi tutto di fronte a qualche furbissima offerta americana in tema di aiuti militari o commesse commerciali. Come esempio, cito i dispacci di agenzia che riportano l’incazzatura da iena del nostro premier: ‘La decisione «giustificata dagli eventi che sono accaduti», non vuole secondo Letta «creare un antagonismo ma trovare una soluzione». Il premier Enrico Letta ci tiene a precisarlo ma allo stesso tempo chiede con forza agli Usa un «chiarimento» sul Datagate.’. Fate un po’ voi, a me sembra ridicolo se rapportato al modo in cui Craxi prendeva a pedate in c. gli americani a Sigonella, ma andiamo avanti, tanto mi sto creando solo nemici con questa dissertazione.

telecamere

Ora il vero tema è un’altro, ed è il valore culturale e sociale che viene dato alla privacy. Chiunque abbia avuto la fortuna di girare per Londra o per New York, avrà potuto notare che non esiste un solo angolo di queste città dove si possa sfuggire da una telecamera. Qualcuno dirà che non è modo, che non è vita, ma quei luoghi hanno vissuto attentati terroristici che, ora, giustificano anche la rinuncia a grosse dosi di privacy per tutelare al massimo la sicurezza.

Certo, qualcuno dirà che il modo e l’atteggiamento sono maniacali e probabilmente lo sono davvero, ma non dimentichiamo che questi signori d’oltreoceano che si bullano per le loro competenze sulla sicurezza, tecnologiche e di intelligence e sappiamo bene che girano il mondo armati fino ai denti, nel mentre ci mettono un attimo a cadere nella trappola di un bimbo afgano con la bomba a mano pronto a farli saltare in aria come coriandoli (per la cronaca l’avevano scambiata per una mela). Dunque non è una questione di intelligenza, di furbizia e nemmeno di forza, è un atteggiamento culturale che noi non comprendiamo e non accetteremo mai.

Rispetto al valore assoluto della privacy bisognerebbe controbilanciare queste argomentazioni con un altro valore assoluto che è la trasparenza, altro concetto a noi europei poco affine.

Credo che mai come oggi analizzando dati, anche con il supporto delle tecnologie, ma non solo, possiamo mettere in atto quelle azioni di ‘analisi predittiva‘ che tendono a migliorare qualità della vita, aspettative e benessere collettivo. Si parla molto di Big Data e di Smart City come fossero buzzword da propagandare per bullarsi della conoscenza di nuovi paradigmi tech. In parte lo sono ma sostanzialmente significano proprio quello che ho detto, ovvero tanti, tantissimi enormi dati da analizzare (BIG DATA) per anticipare eventi e diminuire i pericoli. Vogliamo spostare il tema sul valore e non sulla critica, proviamoci! E poi vediamo come reagiscono gli americani.
I fanatici del ‘data mining’ e della ‘sentiment analysis’ arrivano a dire che si potranno prevenire anche le guerre. Io non so se questi sono slogan o se nascondono una realtà probabile, ma so che per analizzare è necessario ascoltare.

My 2 cents

p.s. quando si parla di queste cose a livello internazionale poi, noi italiani siamo sempre in prima fila vero? http://www.intgovforum.org/cms/participants-list

Il giornalista fantasma

Quell’astronauta del mio amico Carlo dice che ‘ è tempo di lasciare il piccolo pianeta del giornalismo in cui siamo vissuti‘.

Beh, io di giornalismo ci capisco poco ma mi sembra comunque un buon punto di partenza, anche perchè qualsiasi categoria professionale che continua a sedersi sulla sua rendita di posizione non ha mai attratto le mie simpatie.

Dunque parto da questo slancio per dirvi che il suo ultimo eBoook mi è piaciuto molto. L’analisi di Carlo parte dai must che caratterizzano la professione a cui appartiene: la ricerca delle fonti, la verifica delle stesse, la modalità di diffusione, ecc. per illustrare, poi, come rimodulare questi must anche nel giornalismo digitale che Carlo rifiuta di considerare un mezzo, bensì un nuovo approccio culturale.

La sua analisi spazia dall’etica al nuovo linguaggio, passando per l’autorevolezza e, ovviamente Twitter che non va considerato il seral killer dei giornalisti di carta, perchè: ‘chi prima lo capirà avrà più possibilità di sopravvivere‘.

Sul resto …… e vabbè, troppo comodo :-) Compratelo!

Open Data al MasterLab in Digital Economics & Entrepreneurship

Oggi accompagno i miei studenti nella vista ti di H-Farm.

Mentre loro provano a capire questo mondo e a presentare qualche progetto che hanno in testa, io mi diletto su Open Data e dintorni al MA.D.E.E.

Enjoy

 

A proposito di cultura e apprendimento

Le opere di Salman Khan: http://en.wikipedia.org/wiki/Salman_Khan_(educator) sono ora fruibili anche da iPad da qui: http://itunes.apple.com/us/app/khan-academy-watch.-practice./id469863705?ls=1&mt=8

Per farsi un idea diu quanti materiali ha aggregato e della qualità delle sue lezioni (tutte gratuite), è sufficente collegarsi al sito dell’Academy:  http://www.khanacademy.org/

Se persino Bill Gates ha rivelato che lui e i suoi figli sono fruitori delle sue lezioni, forse è un metodo da emulare.

Moriremo ignoranti

Dell’Agenda Digitale del governo italiano avevo già scritto qualcosa di getto nelle scorse ore.

Dopo aver dato una rapida occhiata all’estratto di principi e di buoni propositi, mi era rimasto l’amaro in bocca e non riuscivo a digerire la pastoia di slogan.

Sia chiaro, tutto il tema delle Agende Digitali (da quella Europea a quelle locali e condominiali) mi interessa e fa parte del mio lavoro, al punto che ho sostenuto sin dalla nascita il movimento di opinione dal basso che le reclamava e ne ho sottoscritto l’appello: http://www.agendadigitale.org/sottoscrittori/

Il punto ora è un altro, e riguarda uno dei temi che mi stanno più a cuore, ovvero l’inclusione digitale e l’alfabetizzazione.

Su questo blog ne ho parlato spesso e la mia posizione è chiara a quelli che mi seguono e dunque la sintetizzo: ‘L’alfabetizzazione digitale delle famiglie e delle aziende italiane va fatta con la televisione!

Troppo sintetico?

E allora mi spiego meglio. Il Ministro Profumo che si è assunto questa delega all’interno del Ministero dell’Istruzione????????, ha definito 101 temi e 6 tavoli di lavoro. E vabbè, diamo per buono che sia stato circondato da saggi ed esperti e tutto ciò sia il risultato di un analisi condivisa con ??????

E diamo pure per assodato che le 6 teste chiamate a coordinare i 6 tavoli di lavoro, siano il meglio che il governo potesse esprimere, non possiamo mica fermarci a polemizzare sulle parocchiette più o meno sabaude o suddite dei sabaudi. Andiamo oltre.

Il tema dell’inclusione digitale che mi sta particolarmente a cuore, a mio modo di vedere, viene messo in secondo piano rispetto a quello (molto importante) della digitalizzazione dei sistemi educativi ed educazionali. Il documento che tutti abbiamo letto, parla di LIM, eBook e elearning tutti sistemi e cazzabubboli che ai nativi digitali interessano quasi zero.

Dunque dopo aver buttato milioni di euro in LIM che pochi sanno attivare (non dico usare) e altrettanti in tecnologie (portali di elearning) vuoti o al massimo riempiti con contenuti inutili, ora puntiamo nuovamente sulla scuola per gli eBook. Auguri.

Me li vedo gli insegnanti di 60 anni che dovranno essere formati per insegnare, non tanto a leggere (ripeto: NON A LEGGERE) ma a produrre e interagire con un tablet. Auguri, davvero. Auguri!

Perché allora dimenticare aziende e anziani digitali? Perché relegarli a problema di inclusione sociale e produttiva? Perché non renderli parte del processo attraverso una nuova scolarizzazione digitale di massa?

I giovani tamarri non hanno bisogno di formatori nell’ambito digitale, sono loro i formatori da eleggere a protagonisti dell’Agenda Digitale. E dunque vado a spiegarmi, anche per rispondere a una sollecitazione di Mante che già aveva posto il tema su Eraclito: ‘Dobbiamo ricordarci che gli strumenti tecnologici in sé non posseggono alcuna intrinseca funzione salvifica‘.

Infatti l’Italia di oggi ha bisogno di recuperare il ritardo attraverso un’azione rovesciata che individui i giovani ‘Technology Steward’ (tamarri digitali) proprietari di linguaggi e metodi come formatori e inclusori di anziani e di aziende. Non devono spiegare solo il funzionamento dei cazzabubboli ma devono farne capire l’utilità e i VANTAGGI!

Agli anziani devono spiegare i ritmi e i linguaggi della rete e alle aziende concetti come consumerization e gamification che sono i primi ingredienti per l’ebusiness di successo.

Dice Mante che ‘… abbiamo bisogno di una didattica quotidiana ..’ e questo ruolo lo può soddisfare solo la televisione, come ai tempi del mestro Manzi che più volte ho citato in questo blog. Quindi prendiamo Carlo Massarini e diamogli questo compito, perché nessuno meglio di lui, ad oggi, può farlo come già faceva benissimo ai tempi di Mediamente. Ovvio che andrebbe messo in prima serata e a reti unificate, per quanto mi riguarda.

Per gli amici che ci rappresentano nei gruppi di lavoro, spero che queste mie osservazioni servano a capire che è meglio lasciare che la scuola si occupi di formazione e di educazione e che il Ministro dell’Istruzione si occupi di questo suo compito (anche, ma non solo, con le nuove tecnologie). Al resto deve pensarci il Ministero per lo Sviluppo Economico (mettendoci il grano) e quello della Cultura e Spettacolo (competente per la RAI) che, come nel caso della BBC, è tenuto a cambiare e adeguare i suoi palinsesti.

Il nostro paese (al netto del problema culturale ed ideologico) è ancora un paese telecratico. Sfruttiamo questa negatività e circondiamo Massarini di giovani tamarri e mettiamoli in prima serata. Proviamo a immaginare una trasmissione che sia il 118 digitale di questo paese, in modo che la scuola torni a fare la scuola, le aziende tornino a fare business e lo spettacolo, per qualche mese, lasci il palco alla cultura, perché quella digitale è la nuova cultura che nel paese che ha dato i natali all’Umanesimo e la Rinascimento, oggi è scomparsa.

foto di Daniele Devoti

Agenda Digitale

Sull’Agenda Digitale del Governo tornerò con riflessioni più circonstanziate non appena avrò elementi più significativi rispetto a questo libro dei sogni.

Di primo acchito vorrei far notare un paio di cose:

A) Già dalla prima settimana (ormai conclusa) si doveva stilare il piano finanziario. Qualcuno ne sa qualcosa?

B) Chi decide quali e quanti sono gli stakeholders da convocare face-to-face?

C) I Data Center sono le nuove fabbriche del futuro e se non sono green, meglio lasciar perdere.

D) Il primo collo di bottiglia è l’alfabettizzazione digitale. Qui mi sta bene, ma la LIM no, per piacere, dategli un tablet a questi figlioli!

E) Le aziende sono più analfabete dei cittadini. Chi ha il coraggio di ammetterlo?

F) Non è tutto riconducibile a smart. Troppo comodo. Prova a rendere smart le tariffe dell’ADSL tanto per cominciare, e poi parliamo del resto.

H) Il logo è orribile! Magari bastava rivolgersi a Zooppa!

Intanto salutiamo i nativi digitali con un tweet.

Modelli vincenti

Come è buffo il mondo. Ieri sera abbiamo tirato tardi chiaccherando di decrescita di relazioni analogiche, modelli di sviluppo sostenibile, storia recente, sociologia e antropologia.

Poi il digitale ci riporta alla realtà che scommette su modelli nuovi (ma ormai consolidati) nonché sulla dematerializzazione e sulla nuvola.