etica

Gli altri siamo noi

Chi mi legge sa come la penso sull’annoso problema del degrado e della maleducazione.

Il problema vero, ormai inconfutabile, è che abbiamo minimizzato gli effetti della distrazione, delle spallucce, della continua sottovalutazione di ogni singolo, piccolo, ma importante episodio di maleducazione e sempre più spesso di piccola illegalità più o meno diffusa.

Oggi Alessandro Gilioli scrive un pezzo amaro ma reale e condivisibile al 100% che si potrebbe sintetizzare in quel dogma tanto lontano dai nostri sentimenti: ‘lo Stato siamo noi’.

La mia città non è da meno di Roma e di altre piccole o grandi città italiane ormai abbandonate al loro destino in primis da noi stessi, cittadini che le abitiamo.

Dopo lo sfogo di Proietti, Gasman prova ora a guidare la riscossa.

Certo i testimonial servono, ma forse serve un rinnovato amore per i luoghi che abitiamo e nei quali potremmo passare più ore della nostra vita invece di chiuderci in casa o in ufficio per non vedere cosa fanno gli altri.

Anche perchè, glia altri siamo noi.

Le metafore e le giare

Ne ha parlato De Rita presentando l’annuale rapporto Censis: ‘La società delle sette giare. La profonda crisi della cultura sistemica induce a una ulteriore propensione della nostra società a vivere in orizzontale. Interessi e comportamenti individuali e collettivi si aggregano in mondi non dialoganti. Non comunicando in verticale, restano mondi che vivono in se stessi e di se stessi. L’attuale realtà italiana si può definire come una «società delle sette giare», cioè contenitori caratterizzati da una ricca potenza interna, mondi in cui le dinamiche più significative avvengono all’interno del loro parallelo sobollire, ma senza processi esterni di scambio e di dialettica. Le sette giare sono: i poteri sovranazionali, la politica nazionale, le sedi istituzionali, le minoranze vitali, la gente del quotidiano, il sommerso, il mondo della comunicazione.’

Ne ha parlato durante l’omelia Don Fabio, sacerdote della mia parrocchia, durante la messa di Natale per descrivere l’immobilismo dei cristiani in questo periodo di crisi.

Ne scrisse Pirandello in una novella, diventata poi commedia: La giara (metafora di ispirazione Verghiana sull’attaccamento alla ‘roba’).

Difficile per chi vive in questo paese e ne assorbe la cultura e riferimenti sociali, ammettere che tutto sommato dentro una giara si sta bene.

Rompere le giare, mescolare prodotti, ingredienti, colori e sapori per creare qualcosa di nuovo non fa parte del nostro convincimento e non viene percepito come opportunità.

Conservarsi, conservare, tenere alla roba nostra è in fondo più facile e non richiede particolare coraggio.

I miei sbadigli sul datagate

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Non è che avere tutti contro sia molto edificante ma spesso riesco bene nell’impresa. In particolare, sulla questione datagate son riuscito ad irritare i miei interlocutori asserendo che la questione mi provoca solo enormi sbadigli.

In diversi luoghi e in diversi laghi ho provato a confrontarmi con chi manifesta sdegno e a volte persino orrore sull’ingerenza americana che viola un po’ tutto, dalla privacy alla sicurezza nazionale e individuale e bla, bla, bla.

Partiamo da alcune considerazioni evolutive. Noi umani siamo la razza eletta e ci distinguiamo dagli altri esseri a noi inferiori. Sarà vero? Molti sono i tratti e i comportamenti distintivi. Noi non facciamo l’amore in strada come i cani, ma sotto le lenzuola, mi sembra più che ovvio. E nemmeno ululiamo alla luna, in quel caso preferiamo esternare al telefono.

Dunque abbiamo una sfera personale, affettiva e privata che ci eleva dagli altri esseri. Poi aggiungici la riservatezza, la timidezza e altri sentimenti che ci portano a non condividere fatti, opinioni, sentimenti e mille altre cose. Dunque ci siamo inventati la sicurezza (che nel regno animale si chiama difesa del territorio) e la privacy (che nel regno animale non esiste). p.s. facciamo ancora parte del regno animale o siamo evoluti al punto da non riconoscerne più l’appartenenza?

Nel percorso evolutivo ci siamo inventati un sacco di cose che hanno complicato un po’ il tutto. Abbiamo introdotto il denaro (che nel regno animale non esiste) e ne abbiamo assaporato il potere effimero indotto dal suo possesso. Abbiamo imparato a dominare l’energia e abbiamo capito che produrla e governarla diventava potere. Abbiamo imparato a dominare l’informazione. Devo elencare qualche caso sul potere dell’informazione? E poi le tecnologie che bellezza, che goduria, quelle digitali poi sono il divertimento del momento.

Armati di cazzabubboli incredibili comunichiamo, ci divertiamo, facciamo acquisti on line e consultiamo banche, leggiamo giornali, fotografiamo tutto e blateriamo sui social network argomentando sulle più incredibili banalità sino a scatenare flame che ci fanno dimenticare di avere una famiglia e un esistenza.

Nel mentre succede tutto questo, fior fiore di scienziati (non solo americani inglesi e israeliani) studiano le tecnologie più incredibili sui firewall, sulle password, sugli algoritmi di cifratura, sulle autenticazioni protette e su mille altri contesti, impegnati dunque a difenderci nell’eterna guerra fra il bene e il male che, per noi evoluti, oggi si è spostata sul digitale.

Nel mentre questi benemeriti scienziati studiano e combattono, i nostri figli armati di potentissimi smartphone condividono le password (ovviamente di servizi banali e a basso rischio) con tutta la tribù. Un esempio? Ragazzino A acquista per 0,99 centesimi l’app sullo store, poi tramite qualsiasi servizio di comunicazione (ah, quanto è bella la chat multipla di Whatsapp) comunica al ragazzino B le sue credenziali in modo che anche lui possa scaricarlo. Fanno questo da piccoli e forse lo faranno anche da grandi.

Ma torniamo al punto. Il digitale pervade ormai tutto dalle comunicazioni, ai trasporti, ai consumi, ecc. Il digitale genera dati in quantità e questi dati vengono trasmessi, conservati e analizzati da società, agenzie e persino da privati. Certo, sarebbe bene che a certi dati avessero accesso solo i titolari ma, il problema non è solo tecnico, è anche culturale. Se da un punto di vista tecnico la discussione che ruota attorno a cloud computing e big data è sostanzialmente centrata sul perchè tutto deve andare in mano alle multinazionali americane, dal punto di vista culturale ruota attorno al perchè ai giovani frega poco di privacy e sicurezza, mentre gli immigrati digitali sono talmente tonti da salvare le password su Dropbox o peggio ancora affidarle alla segretaria o ancor peggio annotarle su memo-tac!

Se poi a questo tema vogliamo aggiungere un po’ di sano anti-americanismo che in Europa (e specialmente in Italia) torna ogni tanto di moda, accomodiamoci pure tutti come dei beoti, perchè il tema non va affrontato, a mio modo di parere, abbeverandosi alla fonte delle ideologie, anzi, andrebbe affrontato con la razio delle idee. Anche perchè i potenti di turno che governano l’Europa ci mettono un nanosecondo ad abbassare i toni se non, addirittura, a rimangiarsi tutto di fronte a qualche furbissima offerta americana in tema di aiuti militari o commesse commerciali. Come esempio, cito i dispacci di agenzia che riportano l’incazzatura da iena del nostro premier: ‘La decisione «giustificata dagli eventi che sono accaduti», non vuole secondo Letta «creare un antagonismo ma trovare una soluzione». Il premier Enrico Letta ci tiene a precisarlo ma allo stesso tempo chiede con forza agli Usa un «chiarimento» sul Datagate.’. Fate un po’ voi, a me sembra ridicolo se rapportato al modo in cui Craxi prendeva a pedate in c. gli americani a Sigonella, ma andiamo avanti, tanto mi sto creando solo nemici con questa dissertazione.

telecamere

Ora il vero tema è un’altro, ed è il valore culturale e sociale che viene dato alla privacy. Chiunque abbia avuto la fortuna di girare per Londra o per New York, avrà potuto notare che non esiste un solo angolo di queste città dove si possa sfuggire da una telecamera. Qualcuno dirà che non è modo, che non è vita, ma quei luoghi hanno vissuto attentati terroristici che, ora, giustificano anche la rinuncia a grosse dosi di privacy per tutelare al massimo la sicurezza.

Certo, qualcuno dirà che il modo e l’atteggiamento sono maniacali e probabilmente lo sono davvero, ma non dimentichiamo che questi signori d’oltreoceano che si bullano per le loro competenze sulla sicurezza, tecnologiche e di intelligence e sappiamo bene che girano il mondo armati fino ai denti, nel mentre ci mettono un attimo a cadere nella trappola di un bimbo afgano con la bomba a mano pronto a farli saltare in aria come coriandoli (per la cronaca l’avevano scambiata per una mela). Dunque non è una questione di intelligenza, di furbizia e nemmeno di forza, è un atteggiamento culturale che noi non comprendiamo e non accetteremo mai.

Rispetto al valore assoluto della privacy bisognerebbe controbilanciare queste argomentazioni con un altro valore assoluto che è la trasparenza, altro concetto a noi europei poco affine.

Credo che mai come oggi analizzando dati, anche con il supporto delle tecnologie, ma non solo, possiamo mettere in atto quelle azioni di ‘analisi predittiva‘ che tendono a migliorare qualità della vita, aspettative e benessere collettivo. Si parla molto di Big Data e di Smart City come fossero buzzword da propagandare per bullarsi della conoscenza di nuovi paradigmi tech. In parte lo sono ma sostanzialmente significano proprio quello che ho detto, ovvero tanti, tantissimi enormi dati da analizzare (BIG DATA) per anticipare eventi e diminuire i pericoli. Vogliamo spostare il tema sul valore e non sulla critica, proviamoci! E poi vediamo come reagiscono gli americani.
I fanatici del ‘data mining’ e della ‘sentiment analysis’ arrivano a dire che si potranno prevenire anche le guerre. Io non so se questi sono slogan o se nascondono una realtà probabile, ma so che per analizzare è necessario ascoltare.

My 2 cents

p.s. quando si parla di queste cose a livello internazionale poi, noi italiani siamo sempre in prima fila vero? http://www.intgovforum.org/cms/participants-list

Quella passione artigiana che non piace al potere

Aaron Swartz

La morte, per suicidio, di Aaron Swartz viene ‘celebrata’ da molti blogger e giornalisti come una sfida al sistema e al potere. Dai più viene definito come ‘attivista informatico’ …. termine un po’ strano, connotato da fascino hacker.

Leggo in queste celebrazioni il desiderio di testimoniare la passione e forse la ‘religione’ che pervade ancora alcuni dei grandi talenti e protagonisti, nonchè virtuosi dell’algoritmo informatico.

Se da un lato la cosiddetta ‘consumerization‘ e il pervasivo controllo del settore da parte delle grosse multinazionali ha omologato questo mestiere a quelli più antichi e tradizionali (oggi fare il sistemista o il programmatore equivale ormai al lavorare in fabbrica) resistono  ancora approcci e metodologie artigianali che non nascondono motivazioni più profonde e una notevole dote di passione.

L’hacking è un approccio (erroneamente connotato da valenza negativa) molto passionale e val la pena citare il passaggio tratto da Wikipedia: …. ‘si riferisce più genericamente ad ogni situazione in cui si faccia uso di creatività e immaginazione nella ricerca della conoscenza.’

Ogni volta che questo approccio creativo necessita di conoscenza più profonda e di accesso alle fonti primarie del sapere e del ‘potere’, avviene il cortocicuito. Aaron Swartz lo sapeva bene e sapeva anche a cosa andasse in contro se il processo che lo attendeva si fosse risolto con una condanna a suo sfavore.

Quel suo fare da alternativo, anarchico e ‘fricchettone del codice’, non era frutto di qualche inseminazione ideologica distorta, era solo una forsennata sete di conoscenza.

Le sue più felici intuizioni lo portarono a sviluppare il codice che sarebbe diventato poi uno standard del web, come l’RSS o a supportare la diffusione dei CC collaborando attivamente con Lawrence Lessig, nonchè a fondare la Demand Progress che lanciò la campagna mondiale contro la censura di Internet (SOPA/PIPA). Dunque pilastri del pubblico sapere, del diritto alla conoscenza e alla diffusione delle informazioni con protocolli standard e licenze libere.

Non ho nessun elemento per poter affermare (come molti stanno facendo) che l’opposizione alla sua sete di sapere lo avesse logorato e l’attesa del processo lo abbia definitivamente portato alla depressione, so di certo che al potere i creativi non piacciono, perchè la cretività mette spesso in dubbio i pilastri su cui il potere si mantiene e si perpetua.

Il giornalista fantasma

Quell’astronauta del mio amico Carlo dice che ‘ è tempo di lasciare il piccolo pianeta del giornalismo in cui siamo vissuti‘.

Beh, io di giornalismo ci capisco poco ma mi sembra comunque un buon punto di partenza, anche perchè qualsiasi categoria professionale che continua a sedersi sulla sua rendita di posizione non ha mai attratto le mie simpatie.

Dunque parto da questo slancio per dirvi che il suo ultimo eBoook mi è piaciuto molto. L’analisi di Carlo parte dai must che caratterizzano la professione a cui appartiene: la ricerca delle fonti, la verifica delle stesse, la modalità di diffusione, ecc. per illustrare, poi, come rimodulare questi must anche nel giornalismo digitale che Carlo rifiuta di considerare un mezzo, bensì un nuovo approccio culturale.

La sua analisi spazia dall’etica al nuovo linguaggio, passando per l’autorevolezza e, ovviamente Twitter che non va considerato il seral killer dei giornalisti di carta, perchè: ‘chi prima lo capirà avrà più possibilità di sopravvivere‘.

Sul resto …… e vabbè, troppo comodo :-) Compratelo!

Indignados

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Son qui nell’America profonda mentre da voi son le tre di mattina e, sfogliando i siti dei quotidiani on line, finalmente esulto perchè i miei connazionali son scesi in piazza per ribellarsi.

Definiti, ingiustamente, rassegnati, codardi e indifferenti, ora stanno riempiendo le piazze come in Egitto o a Madrid per dire basta allo strozzinaggio finanziario, alla cattiva politica, al potere delle banche e dei boiardi alla Marchionne. Era ora! Finalmente godo nel vedere disoccupati, precari ed esodati, tutti assieme. Che belle immagini.

…….ok, vado a farmi un Burger e una birra prima di prender sonno. Devo avere le allucinazioni a causa del caldo torrido.

Te lo do io il social!

Chi mi segue sa che godo a fare il guastafeste per i servizi on-line e, sopprattutto, per quelli basati e gestiti sui social media.

Oggi vi presento questo bel quadretto di Mediaworld che si dichiara ‘SOCIAL’ con i bottoncini ma, nei fatti sembra sorda a qualsiasi dialogo.

Il tema è quello delle garanzie e delle cosidette ‘esclusioni’.

Sostengono questi signori, e i produttori che rappresentano nei loro scafali (ACER), che la batteria non fa parte, o fa parte per un periodo limitato, della garanzia di legge di due anni.

Così non sembra e non sto a tediarvi con questioni legali. Al massimo vi offro un link sulle istruttorie intraprese contro questi grandi centri di distribuzione.

Vi voglio però portare a conoscenza di un paradosso che ha dell’incredibile e di come l’accoppiata ACER/MEDIAWORLD sta agendo.

Ho acquistato per mia figlia un netbook Acer a circa 180/190 Euro (ora non ho lo scontrino sottomano) e quello che segue è il loro preventivo per la sostituzione della batteria che NON RITENGONO essere parte integrante della garanzia di due anni: 114 Euro. Più della metà del costo dell’oggetto!

Ovviamente li sto massacrando sui SOCIAL NETWORK, sperando di danneggiare il più possibile la loro reputazione, se mai ne avessero una.

Non rispondono su Twitter, non risondono su Facebook, hanno un servizio di risponditore automatico per le RMA che rappresenta la schizzofrenia.

Scusate se un po’ di orgoglio da appartenenza dopo aver scritto il mio ultimo libro su questi temi: Meglio la gestione pubblica. E ho detto tutto.

Con il culo per terra

spagna

Circa un mesetto fa mi trovavo a viaggiare su un treno nel tratto Firenze-Bologna e, a pochi chilometri dall’arrivo nel capoluogo emiliano-romagnolo, questo treno intercity prima ha rallentato e poi si è fermato per circa 40 minuti fuori dalla stazione.

Quell’episodio, come molti altri del genere, ha portato inevitabilmente all’incazzatura, alla protesta, alla solidarietà fra le persone e all’indignazione, ecc.

In 40 minuti, in uno stretto e affollato corridoio, ho conosciuto molti studenti che volevano tornare a casa, altri che non vedevano il fidanzato da una settimana, altri che semplicemente volevano tornare in famiglia e dunque prendere le coincidenze che, da Bologna, li avrebbero portati a Torino, Pescara, Venezia, ecc.

Erano quasi le 21 e 30 e ormai stavamo tutti solidarizzando, io cercavo le soluzioni sull’applicazione “Prontotreno” dell’iPhone e una signora di Caserta, intanto, raccontava le sue vicissitudini quasi a voler giustificare il tutto con un ….”mal comune mezzo gaudio”.
Io e la signora eravamo gli unici datati, nel senso degli over cinquanta. Tutto intorno a noi solo ragazzi di 20, 30 e persino 35 anni.

Non vi immaginate quante storie, in soli 40 minuti, sono emerse e sono state condivise. Tutte di precariato, di instabilità diffusa, di delusione.

Ovviamente il leitmotiv era l’inefficienza del sistema, lo svacco totale e la voglia di scappare da tutto e da tutti. Io e la signora a un certo punto abbiamo convenuto che, come generazione, avevamo già dato. Ora toccava a loro indignarsi.
Sembrava orami un assemblea e una ragazza a un certo punto ha detto: “finchè non saremo tutti col culo per terra, non ci sarà rivoluzione“.

Già, forse è vero. Oggi le famiglie proteggono ancora i figli e li assistono nell’incertezza dominante con iniezioni di denaro e con un tetto sicuro sul quale contare nei momenti più difficili.
Ma una società basata sulla solidarietà parentale non ha futuro e forse, fra un po’, qualche tipo di rivoluzione sarà possibile.

Dopo il Magreb e la sua spinta propulsiva, vuoi vedere che il vento caldo della Spagna diventerà contagioso? Oppure dobbiamo rassegnarci per sempre al fatto che i nostri giovani resteranno per sempre indifferenti?

p.s. per un approfondimento informativo sulla situazione in Spagna, rimando all’amico PierLuca.

Alla faccia dei greci

E’ abbastanza normale, di questi tempi, che siano sesso e violenza ad attirare la massima attenzione dei media, e anche nel caso di Strauss-Kahn, non può essere altrimenti.

strauss kahn

Molti commentatori, giustamente, si soffermano sul degrado morale e sull’incapacità di questi potenti di tenere a freno gli istinti primordiali e si soffermano pure sull’età avanzata che dovrebbe indurli a più miti e sincere attenzioni affettive.

Il fatto, però, che passa inosservato e al quale restiamo indifferenti (forse per rassegnazione) è che questo signore, al pari di molti altri potenti, senta la necessità di occupare una suite da 3000 dollari a notte (come riportano i giornali).

Non capisco l’associazione di pensiero e di necessità. Perchè un uomo delle istituzioni si sente obbligato a sguazzare nel lusso?

Questo tizio aveva l’obbligo di indicare, come direttore del Fondo Monetario Internazionale, la via per il ripianamento dei debiti agli amici greci, imponendo formule da “lacrime e sangue”, ovviamente.
Come futuro candidato socialista all’Eliseo, aveva l’obbligo di indicare ai francesi una politica economica di rigore.

Ma così va il mondo e l’indifferenza sarà la causa principale del distacco totale fra la classe dirigente immersa nei vizi e negli sprechi e il resto della popolazione mondiale che dovrà far fronte a questa e a nuove crisi economiche che, ciclicamente, si ripresenteranno.

E ora concentriamoci sulla parte più pruriginosa del caso: sodomia? fellatio? Questi sono temi davvero interessanti!