eGovernment

Non è un posto per lurker

Ebbene si, dopo tre anni dal ridimensionamento logistico e dal cambio di sede, il nuovo format di ForumPA è maturo per fare un paio di considerazioni.

A) La partnership con gli Osservatori Digital Innovation della School of Management del Politecnico di Milano ha garantito contenuti e approccio scientifico. I numeri sono conoscenza, sapere, consapevolezza e punto di partenza per prendere decisioni. Un valore aggiunto incredibile che quest’anno si è visto tutto.

B) L’evento di apertura si è svolto quasi tutto senza cravatta. Non è una considerazione marginale. Forse è tempo di svestire gli abiti da passerella e intendere ForumPA come un luogo di incontro informale dove chi ha voglia di fare si occupa di contenuti e non di forma. Fondamentale è stata, in questo caso, la partenza con Riccardo Luna e i Digital Champions sul palco, tutti rigorosamente senza cravatta :)

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C) Laboratori, laboratori e ancora laboratori. Meno seminari e convegni. Più laboratori e aree networking dove stringere alleanze, condividere strategie, scambiare buone pratiche e soprattutto co-progettare.

Un esempio su tutti il laboratorio Open Data Lazio sul quale mi son divertito anche a fare lo storyteller:

D) La cena sociale. Momento fondamentale che anno dopo anno consolida le relazioni far un manipolo di innovatori incalliti. Anche quest’anno è stata un collante fondamentale. Chi non c’era deve solo rosicare per un altro anno :)

E) Meno stand, meno fuffa. Lo so che a ForumPA gli stand garantiscono entrate ma sinceramente non me ne sono filato nemmeno uno. Troppo bello lavorare, troppo inutile girovagare alla ricerca di gadgets come ancora ho visto fare da parte di diversi lurker.

Ecco direi che lo slogan per il prossimo anno potrebbe essere: #NONE’UNPOSTOPERLURKER e uno degli ulteriori miglioramenti nel percorso di ammodernamento del format, probabilmente potrebbe essere questo:

Centralismo digitale

Brevemente è tutto scritto qui: ‘Signora Presidente, vorrei appunto annunciare all’Aula che io personalmente apprezzo l’intervento del collega Quintarelli che ha dimostrato la sua sensibilità personale e anche politica nel suo primo intervento in quest’Aula e di questo gli va reso atto, perché – lo voglio dire a tutti i colleghi che magari non lo conoscono – Stefano Quintarelli è uno dei padri di Internet nel nostro Paese. Per questo motivo ho chiesto al presidente Brunetta che il mio gruppo facesse proprio questo emendamento, perché, come l’onorevole Quintarelli testé ha detto, è un emendamento che serve, che è veramente utile, perché ci consente di superare quella drammatica frammentazione che impedisce che, nel nostro Paese, finalmente, la tanto auspicata da tutti noi digitalizzazione possa effettivamente avere atto e prendere piede. Da questo punto di vista, noi crediamo che sarebbe importante, e mi rivolgo in questo momento al Governo, accogliere questo emendamento

E’ Palmieri che fa sintesi e sostanzialmente semplifica un concetto: Se vogliamo che il digitale decolli dobbiamo fare in modo che lo Stato centrale possa riprenderne le redini. Insomma il federalismo informatico è morto e sepolto.

Mica pizza e fichi, e ci si è impegnata tutta la task force dei parlamentari che a vario titolo, pensa, vive e agisce digitalmente.

A me questa idea di riforma costituzionale non dispiace, in linea di principio sono un centralista convinto, con alcuni distinguo che ora provo a spiegare.

Mi piace il modello francese. In Francia lo stato decide ma poi permette alle comunità locali di attuare ciò che è stato legiferato entro precisi termini. Se i termini vengono superati, lo stato si riprende anche l’onere attuativo delegato alle comunità locali.

Proviamo ora a fare lo stesso con l’Agenda Digitale. Lo Stato, con questa nuova riforma costituzionale dell’art. 117r, si riprende tutto il potere normativo in materia. Diciamo che una legge come questa del Veneto o questa del Piemonte potrebbero, d’ora in poi, diventare inutili se non addirittura anticostituzionali.

Quindi ci aspettiamo che da un punto di vista normativo lo Stato, dopo questa riforma, riprenda a legiferare sul tema del digitale dove sinora è stato particolarmente assente.

Ma veniamo ora alle Agende Digitali locali. Hanno ancora senso? Secondo me nella situazione corrente si. Perchè attualmente il 90% dei finanziamenti utili a far decollare il digitale nel nostro paese sono gestiti dalle Regioni attraverso i Piani Operativi che sfruttano i Fondi Strutturali della UE.

Lo Stato di suo sta mettendo poco e non ha dedicato un Piano Operativo Nazionale specifico al tema riservandosi (si mormora) di utilizzare più avanti il Fondo Sviluppo e Coesione. Sempre che tale fondo non serva ad altri temi di politica industriale più importanti del digitale.

Dunque, paludo plaudo anch’io a questo primo passo che semplifica l’azione regolatoria e normativa ma poi, chi farà le cose? Dopo i vari passaggi parlamentari che porteranno al cambiamento costituzionale, chi sarà chiamato ad attuare le nuove politiche che il parlamento emanerà sul tema?

Molti dei pasticci digitali combinati in periferia, privi di riferimenti agli standard o peggio ancora senza presupposti di interoperabilità son stati dei veri e propri disastri e dobbiamo fare ammenda, ma spesso erano conseguenza del vuoto lasciato dallo Stato.

Va però detto (e lo dico con cognizione di causa visto che da anni analizzo, studio e poi gratifico le eccellenze digitali locali al Premio eGov) che spesso dai territori sono nate innovazioni vere, importanti e soprattutto che funzionano.

Per chiudere vorrei suggerire agli amici onorevoli che si son battuti per questa importante riforma che ora bisogna dare gambe e braccia anche alla macchina operativa. Sarà Agid? Allo stato attuale Agid di operativo ha ben poco e non è strutturata per gestire processi IT su larga scala.

Se Agid dovrà farsi carico di gestire questi importanti processi dal centro, bisognerà dargli struttura, personale, tecnologia e modelli industriali, altrimenti si rischia che Agid stessa diventi un bandificio e sia costretta a gestire gare d’appalto a livello nazionale e internazionale.

Per far l’Agenda nazionale più unitaria, dunque, bisogna unire anche le braccia di chi agisce digitale, non solo le teste di chi pensa digitale.

My 2 cent

Prendo i pop corn

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Magari potessi già andare in pensione, prendermi dei pop corn seduto sulla riva del fiume e guardare le reazioni della PA e dei suoi burocrati quando arriverà Facebook At Work.

Attacco alle intranet? ‘Facebook at Work is a separate experience that gives employees the ability to connect and collaborate efficiently using Facebook tools, [including] many that they’re likely already using, such as News Feed, Groups, messages, and events.

Enterprise 2.0 in salsa social? Morte della posta elettronica? Nuova cosmetica della unified communication? No, semplicemente un attacco alla conservazione, alla monotonia e al freno a mano tirato. E uno sberleffo a tutti quelli che hanno paura della disintermediazione.

‘Note that Facebook at Work was created completely for use within a company – that means employees’ Facebook at Work info is safe, secure, confidential and completely separate from their personal Facebook profile. The info shared among employees is only accessible to people in the company’

Prendo i pop corn, abbiate pazienza ma questa non sarà una mia battaglia. Ho già dato.

 

Tolleranza zero

Non so se si tratti di ‘pensiero unico’ o ‘pensiero dominante’ so perfettamente, però, da cosa viene alimentato.

Lavorando nel pubblico impiego mi confronto spesso con colleghi che stanno tirando i remi in barca nonostante le grandi competenze, l’indiscussa professionalità e una passione che ogni giorno viene minata da episodi e notizie come quella dei vigili della capitale.

Una delle considerazioni che portano a supporto della loro resa è il ‘pensiero dominante’. Lamentano l’impossibilità di convincere i loro interlocutori che, nonostante ciò che si legge sui giornali, dentro la pubblica amministrazione c’è ancora chi si sbatte tutti i giorni per far funzionare le cose e offrire servizi di ecellenza.

Succede però che ogni dipendente pubblico, come è ovvio che sia, si relazioni giornalmente con sistemi sociali più o meno ampi e complessi. Dalla famiglia, dove magari molti parenti lavorano nel privato, agli amici, spesso tutti ascritti alla sfera privatistica delle professioni, fino alle varie situazioni sociali (parrocchia, scuola, sport) dove è normalissima prassi che, durante una pizza in compagnia, travolti dalle discussioni sulla politica e sul costume, si venga presi di mira da decine di persone che ti indicano come appartenente alla categoria degli inutili, se non addirittura dei delinquenti: ‘tanto siete tutti fannulloni e incapaci‘.

Per fortuna che il nostro amato premier ci indica nuovamente la strada con un tweet. E dunque è, o sarà, riforma! L’ennesima.

Difficile ipotizzare effetti positivi come conseguenza di rivisitazioni regolamentari o legislative. Piuttosto dovremmo analizzare il perchè di certi comportamenti che, effettivamente, sono deplorevoli, indifendibili e dannosi per l’erario nonchè per l’efficienza dei servizi di pubblica utilità.

Il perchè va cercato nella disaffezione generale al sistema delle regole e all’inapplicabilità delle sanzioni. Questo è uno dei motivi che mi ha indignato quando dal job act è stata stralciata l’equipollenza pubblico/privato.

Resto convintissimo che il licenziamento debba essere uno strumento praticabile più nel pubblico che nel privato. Chi si macchia con reati nella sfera dei beni e dei servizi comuni deve essere punito. Tolleranza zero, punto. E fine della discussione.

Ovvio poi che la politica tenda a bullarsi con proclami e programmi di riforma ma la verità è che con ogni probabilità anche quegli 85 vigili votano, e fanno votare. Dunque non si potranno auspicare vere riforme finchè non si romperà questo ricatto che, molto spesso, è figlio del voto di scambio.

Non credo nelle tifoserie, negli steccati, nelle barricate. Non credo all’equazione privato evasore, pubblico fannullone. Credo invece nell’ applicazione di regole certe ed equivalenti per tutti. Finchè non ci libereremo di questo fardello ottocentesco non riusciremo a far funzionare i pubblici servizi, ad alleggerire la burocrazia, ad eliminare le vessazioni e impedire favoritismi e corrutele.

Quando capiremo che tutto ciò è presupposto fondamentale per tornare ad investire, crescere e competere, sarà già troppo tardi.

Nel giro lungo e tortuoso di questo ragionamento provo a mettermi nei panni dei carabinieri veneti e immaginare il loro senso di frustrazione.

Alzi la mano chi non vedrebbe di buon grado un licenziamento in tronco di quei giudici pagati profumatamente con soldi pubblici.

Egovernment facile facile

Son da sempre convinto che un servizio web offerto alla cittadinanza (non solo inteso come set di servizi interattivi on line, ma soprattutto co-progettazione e partecipazione) sia qualcosa di propedeutico e precedente la tecnologia. Dunque questa offerta deve passare e maturare attraverso la consapevolezza dell’amministratore pubblico, le opportunità offerte a chi vuol partecipare e soprattutto una grande voglia di fare.

Poi ovviamente ci vuole anche la tecnologia e, di questi tempi, specialmente i piccoli comuni non hanno molti soldi per investire in tecnologia.

Però il municipio on-line è la casa dei cittadini e se manca questa casa i cittadini digitali si sentono persi. Spesso i piccoli comuni sono spaesati, non sanno da che parte cominciare, si affidano a enti più grossi, ad aziende pseudo-specializzate, copiano, fanno parecchi errori di scelta.

Un percorso interessante potrebbe essere quello di utilizzare una piattaforma sociale molto semplice e immediatamente disponibile. WordPress è nato dapprima come piattaforma blog e poi evoluto come CMS (Content Management System). Oggi è molto maturo e universalmente conosciuto e utilizzato. Govpress è una distribuzione di WordPress sempre più solida e utilizzata (44.000 download) al punto che una grandissima città come Filadelfia (questo il sito attuale) sta per riposizionarsi proprio in questa nuova modalità: http://alpha.phila.gov/

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E’ Open source, è bello ed è facile. Se non riuscite a installarlo presso il vostro comune o non sapete come metterlo in opera nel cloud, chiedete al Digitalchampion più vicino. Son sicuro che vi saprà aiutare.

The future of Open Data in the Digital Agenda for Europe

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Domani e dopodomani sarò a Bruxelles per gli Open Days e in particolare per questo evento: The future of Open Data in the Digital Agenda for Europe

Avrò anche il compito di moderare una tavola rotonda sugli scenari futuri dell’Open Data a livello EU.

Mi son preparato alcune domande, alcune delle quali prendono spunto da indicazioni di alcuni compagni di merende:

1) What’s the future of  HOMER federation from the technical point of view? Which implementations or new technology features we must to plan?

2) Can we move to cloud architectures? Is this the right way?

3) How it’s possible to achieve the linked Open Data model? Are there technical barriers to overcomes?

4) Can we proceed to a real federation and not only a federation of Open Data portals?

5) How the public top management will be trasformed from blockers to leaders in Open Data strategy?

6) How can we create “easy to use” IT ecosystems to better understand Open Data benefits?

7) How can we improve the quality of data to make them useful to private companies?

8) How can we make available, at European level, instruments and digital infrastructure to facilitate the publication?

Che vi sembra? Altre idee?

#cogochefacose

Giovedì scorso ho condotto le premiazioni del Premio eGov 2014. #tantaroba

Abbiamo premiato azioni concrete, progetti reali, semplificazioni ed evoluzioni della PA che voi umani non potete immaginare (cit.)

Poi venerdì ho fatto un salto a Perugia per una docenza sull’eLeadership riservata a dirigenti regionali. Ho usato queste slide


poi mi han fatto due domande a cui ho risposto così, un po’ in fretta :)

 

#enjoy