I benefici dell’innovazione digitale non sono per tutti

Il Mit Tecnology review ha recentemente pubblicato una lettera aperta sull’economia digitale che suggerisce alcune azioni concrete al fine di estendere i benefici indotti dalle tecnologie digitali, e dall’economia che ruota intorno ad esse, anche a chi sinora non ne ha tratto vantaggi o, addirittura, a chi ha subito svantaggi a conseguenza delle stesse.

Eric Brynjonlfsson, Andrew McAfee, Steve Jurveston ed altri ancora, ritengono che:

Negli ultimi 20 anni la maggior parte delle famiglie statunitensi ha rilevato una marginale – o inesistente – crescita economica, la percentuale di reddito nazionale che viene distribuita tramite i salari è calata dal 2000, e la classe media negli Stati Uniti, una delle creazioni più grandi del nostro paese, sta scomparendo.

Outsourcing e offshoring hanno contribuito alla crescita di questi fenomeni, ma dovremmo tenere in mente che la stessa recente ondata di globalizzazione fa affidamento sui progressi nelle tecnologie di informazione e comunicazione. I fatti fondamentali sono che viviamo in un mondo sempre più digitale e interconnesso, e che i benefici di questa ondata tecnologica sono stati molto irregolari.

Ondate precedenti hanno portato con esse un incremento nella domanda di lavoro e sostenuto la crescita di lavori e stipendi. Questa volta, la situazione sta portando diverse persone a domandarsi se le cose andranno diversamente o, per parafrasare diverse testate giornalistiche, se i robot divoreranno i nostri lavori

Sul tema è intervenuto anche Luca De Biase con un affondo abbastanza deciso sui guasti che la comunicazione e la persuasione sugli effetti benefici del digitale sta generando.

Il tema merita una profonda riflessione perchè mette in luce molti problemi reali che spesso vengono sottovalutati. Specialmente in Italia.

E’ chiaro che user empowerment e consumerization stanno spingendo paradigmi e tendenze nuove e tutto ciò impatta pesantemente non solo sugli stili di vita ma, soprattutto, sull’economia, sulla democrazia e sulle politiche in genere.

L’ eCommerce, ad esempio, nella folle corsa tesa a ridurre sempre di più i tempi di consegna, obbliga distribuzione e logistica a lavorare H24. E ciò induce il sistema tradizionale della grande distribuzione, ma anche il retail, a inseguire se non a uniformarsi. (In UK Tesco rimane aperto 24 ore. Negli USA Target e Walmart chiudono a mezzanotte)

I Social Media usati come sistemi di costumer care, cambiano completamente il modo di assistere il cliente finale sia da un punto di vista temporale che fisico. Reinventano i team di supporto, usano i Big Data per fare analisi e finalmente ammazzano l’odioso ticket! (Oggi stesso mi ha telefonato un addetta di Bakeka.it che ha visto un mio annuncio su eBay chiedendomi di postarlo anche da loro perchè avrai avuto maggior probabilità di successo).

Il cloud computing semplifica, accelera, standardizza ma pone un problema serio: il dominio dell’asset è altrove. L’Europa arranca, l’Italia è presente sul tema solo come utente finale.

La fabbricazione digitale non è solo MIT centrica, è vero, e potrebbe trarre benefici dalla ricerca e dalla creatività italiana. Ma manca un presupposto essenziale: le grandi aziende non adattono makers e non sostengono i Fab Lab.

La Banda Larga e soprattutto Ultra Larga sembra la panacea di tutti i mali, ma rischia solo di beneficiare i grandi carrier con finanziamenti pubblici e i content provider con le subscription degli utenti finali (due ospedali collegati fra di loro per telemedicina sono ancora sperimentazione, non la norma).

E così all’infinito. Perchè ogni tecnologia non offre solo opportunità, ma sconvolge processi, organizzazione, relazioni e certezze.

Eric Brynjonlfsson, Andrew McAfee, Steve Jurveston chiedono ai dirigenti d’azienda di sviluppare nuovi modelli organizzativi ed approcci che non solo accrescano la produttività e generino benessere ma creino opportunità su una base più ampia.

Non lo dicono chiaramente, ma forse immaginano qualcosa che partendo dalla sharing economy provi a declinarsi in impresa sociale per raggiungere il traguardo che definiscono come ‘prosperità inclusiva‘.

Ma non hanno le risposte a tutto, pur essendo americani e dunque molto disponibili al cambiamento.

Per chi volesse partecipare alla ‘creazione di una società basata sulla prosperità condivisa’ che sarà possibile se ‘aggiorneremo leggi, organizzazioni e ricerca per cogliere le opportunità e superare le sfide che questi stessi strumenti stanno ponendo’, qui c’è il modulo di adesione: http://openletteronthedigitaleconomy.org/

Non è un posto per lurker

Ebbene si, dopo tre anni dal ridimensionamento logistico e dal cambio di sede, il nuovo format di ForumPA è maturo per fare un paio di considerazioni.

A) La partnership con gli Osservatori Digital Innovation della School of Management del Politecnico di Milano ha garantito contenuti e approccio scientifico. I numeri sono conoscenza, sapere, consapevolezza e punto di partenza per prendere decisioni. Un valore aggiunto incredibile che quest’anno si è visto tutto.

B) L’evento di apertura si è svolto quasi tutto senza cravatta. Non è una considerazione marginale. Forse è tempo di svestire gli abiti da passerella e intendere ForumPA come un luogo di incontro informale dove chi ha voglia di fare si occupa di contenuti e non di forma. Fondamentale è stata, in questo caso, la partenza con Riccardo Luna e i Digital Champions sul palco, tutti rigorosamente senza cravatta :)

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C) Laboratori, laboratori e ancora laboratori. Meno seminari e convegni. Più laboratori e aree networking dove stringere alleanze, condividere strategie, scambiare buone pratiche e soprattutto co-progettare.

Un esempio su tutti il laboratorio Open Data Lazio sul quale mi son divertito anche a fare lo storyteller:

D) La cena sociale. Momento fondamentale che anno dopo anno consolida le relazioni far un manipolo di innovatori incalliti. Anche quest’anno è stata un collante fondamentale. Chi non c’era deve solo rosicare per un altro anno :)

E) Meno stand, meno fuffa. Lo so che a ForumPA gli stand garantiscono entrate ma sinceramente non me ne sono filato nemmeno uno. Troppo bello lavorare, troppo inutile girovagare alla ricerca di gadgets come ancora ho visto fare da parte di diversi lurker.

Ecco direi che lo slogan per il prossimo anno potrebbe essere: #NONE’UNPOSTOPERLURKER e uno degli ulteriori miglioramenti nel percorso di ammodernamento del format, probabilmente potrebbe essere questo:

Tante chiacchiere

Non sono un disfattista a prescindere ma Renzi e i suoi non riescono a convincermi sulla scuola.

Primo perchè hanno maledettamente rallentato il processo di trasformazione (odio il termine ‘riforma’ che porta anche sfiga), secondo perchè al centro sembra esserci il ‘modello’ e non i ‘contenuti’ (musica e sport vanno bene, ma il resto dei programmi è fermo al ‘900).

Per cambiare e far evolvere una società bisogna partire dall’educazione e dalla formazione delle sue classi dirigenti. Ovvio, vero? Certo, talmente ovvio che la spesa per questo settore ci vede ultimi nella UE.

Dunque cosa dovrebbe fare il governo? Semplicemente rifondarla, non riformarla o adeguarla ad altri modelli.

Ciò non presuppone sforzi incredibili, ma solamente intelligenza e osservazione. Vogliamo continuare nel processo idiota e autolesionista che continua ad alimentare specializzazioni inutili? Vogliamo continuare a raccontare ai nostri figli che solo attraverso un buon liceo e poi un indirizzo universitario orientato alle professioni tradizionali (avvocato, medico, ingegnere, architetto, ecc.) possono entrare nella buona società e rendere le loro professioni profittevoli per se stessi e utili al paese in cui vivono?

Ci siam cascati tutti e continuiamo a cascarci ancora, pensando, come il governo, che il problema sia il modello e non i contenuti.

Eppure ci sarebbero indirizzi didattici nuovi e coerenti con i tempi che viviamo e che pochi o nessuno considera.

Per ciò va ripensato tutto. Perchè la società è cambiata e ha bisogno di nuove specializzazioni più adeguate ai tempi, ai prodotti e servizi innovativi, nonchè agli stili di vita conseguenti.

Le sperimentazioni non mancano, peccato che rimangano isolate, non riescano a far rete e dunque ad incidere sulla programmazione che va rivista proprio in funzione delle sperimentazioni di successo.

L’altro giorno son capitato quasi per caso su un articolo che illustrava nuovi mestieri, quali il Consulente per il benessere degli anziani o lo Sviluppatori di avatar piuttosto che il Guardiano della privacy. Fantascienza? No, lungimiranza e intelligenza. Prima che sia troppo tardi.

Digital president

Avercelo.

Coding, hacking, cyber security, digitale a 360 gradi con tecnologie, nuove tendenze, opportunità. La differenza la fa la persona e la sua cultura. Per noi, ahimè, è ancora troppo presto per poter parlare di ‘svolta digitale‘.

Enjoy

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Centralismo digitale

Brevemente è tutto scritto qui: ‘Signora Presidente, vorrei appunto annunciare all’Aula che io personalmente apprezzo l’intervento del collega Quintarelli che ha dimostrato la sua sensibilità personale e anche politica nel suo primo intervento in quest’Aula e di questo gli va reso atto, perché – lo voglio dire a tutti i colleghi che magari non lo conoscono – Stefano Quintarelli è uno dei padri di Internet nel nostro Paese. Per questo motivo ho chiesto al presidente Brunetta che il mio gruppo facesse proprio questo emendamento, perché, come l’onorevole Quintarelli testé ha detto, è un emendamento che serve, che è veramente utile, perché ci consente di superare quella drammatica frammentazione che impedisce che, nel nostro Paese, finalmente, la tanto auspicata da tutti noi digitalizzazione possa effettivamente avere atto e prendere piede. Da questo punto di vista, noi crediamo che sarebbe importante, e mi rivolgo in questo momento al Governo, accogliere questo emendamento

E’ Palmieri che fa sintesi e sostanzialmente semplifica un concetto: Se vogliamo che il digitale decolli dobbiamo fare in modo che lo Stato centrale possa riprenderne le redini. Insomma il federalismo informatico è morto e sepolto.

Mica pizza e fichi, e ci si è impegnata tutta la task force dei parlamentari che a vario titolo, pensa, vive e agisce digitalmente.

A me questa idea di riforma costituzionale non dispiace, in linea di principio sono un centralista convinto, con alcuni distinguo che ora provo a spiegare.

Mi piace il modello francese. In Francia lo stato decide ma poi permette alle comunità locali di attuare ciò che è stato legiferato entro precisi termini. Se i termini vengono superati, lo stato si riprende anche l’onere attuativo delegato alle comunità locali.

Proviamo ora a fare lo stesso con l’Agenda Digitale. Lo Stato, con questa nuova riforma costituzionale dell’art. 117r, si riprende tutto il potere normativo in materia. Diciamo che una legge come questa del Veneto o questa del Piemonte potrebbero, d’ora in poi, diventare inutili se non addirittura anticostituzionali.

Quindi ci aspettiamo che da un punto di vista normativo lo Stato, dopo questa riforma, riprenda a legiferare sul tema del digitale dove sinora è stato particolarmente assente.

Ma veniamo ora alle Agende Digitali locali. Hanno ancora senso? Secondo me nella situazione corrente si. Perchè attualmente il 90% dei finanziamenti utili a far decollare il digitale nel nostro paese sono gestiti dalle Regioni attraverso i Piani Operativi che sfruttano i Fondi Strutturali della UE.

Lo Stato di suo sta mettendo poco e non ha dedicato un Piano Operativo Nazionale specifico al tema riservandosi (si mormora) di utilizzare più avanti il Fondo Sviluppo e Coesione. Sempre che tale fondo non serva ad altri temi di politica industriale più importanti del digitale.

Dunque, paludo plaudo anch’io a questo primo passo che semplifica l’azione regolatoria e normativa ma poi, chi farà le cose? Dopo i vari passaggi parlamentari che porteranno al cambiamento costituzionale, chi sarà chiamato ad attuare le nuove politiche che il parlamento emanerà sul tema?

Molti dei pasticci digitali combinati in periferia, privi di riferimenti agli standard o peggio ancora senza presupposti di interoperabilità son stati dei veri e propri disastri e dobbiamo fare ammenda, ma spesso erano conseguenza del vuoto lasciato dallo Stato.

Va però detto (e lo dico con cognizione di causa visto che da anni analizzo, studio e poi gratifico le eccellenze digitali locali al Premio eGov) che spesso dai territori sono nate innovazioni vere, importanti e soprattutto che funzionano.

Per chiudere vorrei suggerire agli amici onorevoli che si son battuti per questa importante riforma che ora bisogna dare gambe e braccia anche alla macchina operativa. Sarà Agid? Allo stato attuale Agid di operativo ha ben poco e non è strutturata per gestire processi IT su larga scala.

Se Agid dovrà farsi carico di gestire questi importanti processi dal centro, bisognerà dargli struttura, personale, tecnologia e modelli industriali, altrimenti si rischia che Agid stessa diventi un bandificio e sia costretta a gestire gare d’appalto a livello nazionale e internazionale.

Per far l’Agenda nazionale più unitaria, dunque, bisogna unire anche le braccia di chi agisce digitale, non solo le teste di chi pensa digitale.

My 2 cent

Pungente

Si, davvero molto pungente Gianluca Nicoletti su La Stampa.

L’articolo, centrato sull’evoluzione della specie in salsa tech (nerd, geek e social addicted visti come protagonisti della mutazione evolutiva), chiude e in certo senso chiosa l’approccio social prevalente, bollandolo come assolutamente INUTILE per l’evoluzione del genere umano.

….In realtà ogni social network è solo apparentemente un ambiente plasmato sul futuro tecnologico, si tratta solamente di un parco giochi semplificato per intrattenere la parte più passatista dell’umanità, quella che non inventerà mai nulla perché troppo occupata a rendersi interessante sotto la patina nobilitante d’Instagram. Non cambierà certo il mondo chi lo gira per villaggi vacanze, ma solo per postare tramonti e beveroni tropicali e fare schia…‘.

Rifletto e registro :)

Un supercomputer tascabile

Fonebank ha realizzato una simpatica infografica che compara gli attuali cazzabubboli tascabili (smartphone, pad, gps, ecc.) con i supercomputer del secolo scorso.

Apprendere che l’attuale navigatore tascabile TomTom è 250 volte più potente dei computer che guidavano gli astronauti sulla luna, fa venire un po’ i brividi. Specialmente immaginando cosa avverrà fra 50 anni.


A Supercomputer In Your Pocket – An infographic by the team at Fonebank

Il potere degli hashtag

Un bellissimo articolo di Jomer Gregorio, analizza le origini, il consolidamento e il successo degli hashtag come strumento di marketing.

L’analisi, molto utile per chi si occupa di strategie commerciali nell’ambito dei Social Media, è accompagnata da una corposa e interessante infografica.

Enjoy

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Aspettando i droni

Sotto la voce generale eCommerce possiamo ascrivere una serie di aspettative molto alte e significative che possono determinare un vero e proprio cambio di passo della nostra economia e dunque della nostra ripresa.

Vi è soprattutto un nuovo modo di intendere il rapporto fra domanda e offerta, un sensibile calo dei prezzi dovuto a una competitività molto accesa, nuovi stili di vita, sviluppo di app dedicate, utilizzo di denaro elettronico e/o virtuale ecc. Vi è però una grande voce che spesso viene sottovalutata ma che di fatto può esaltare o affossare il paradigma. La logistica: ‘ l’insieme delle attività organizzative, gestionali e strategiche che governano nell’azienda i flussi di materiali e delle relative informazioni dalle origini presso i fornitori fino alla consegna dei prodotti finiti ai clienti e al servizio post-vendita‘.

Guardando agli usi dei più giovani ho notato che la rapidità di consegna vale spesso più del prezzo finale e non è condizione da sottovalutare.

Il 4 dicembre scorso (esattamente 20 giorni fa) decido di acquistare un prodotto su Amazon. Si, ho scritto AMAZON, che per molti è sinonimo di eCommerce e di distribuzione.

Grazie alla tracciatura della spedizione vengo informato che lo stesso pacco parte con regolarità dalla Germania e dopo pochi giorni arriva in Italia. Esattamente il giorno 10 Dicembre a Milano.

Morale della favola, il mio regalo di Natale si blocca in quel di Milano per ben 13 giorni che sommati ai 6 per arrivare dalla Germania all’Italia allunga i tempi di distribuzione a ben 24 giorni.

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La scelta di Amazon di scegliere come partner italiano della logistica Poste Italiane SPA è davvero discutibile. Non nascondo però che ogni qual volta nomino, scrivo o leggo Poste Italiane i famosi cavalli nitriscono (cit. Frau Blücher). Dunque son prevenuto, avvertiti.

Non so quali siano le motivazioni che hanno spinto Bezoz ad affidarsi a un’azienda che non riesce ad uscire dai pantani del ‘900 che la avvolgono e la trattengono in un abisso di inefficienza senza fondo.

Ma torniamo al regalo che, ieri sera, finalmente viene indirizzato al destinatario finale.
Qui riprendo un tema già trattato più volte, ovvero l’empowerment obbligato delle nonne che assumono, di fatto, la funzione di broker fra l’azienda di distribuzione e il destinatario finale.

E’ quasi una scelta obbligata indicare l’indirizzo della nonna che, in pensione, garantisce una presenza pressochè continua a garanzia del distributore. Io non potrei permettermi di rimanere a casa ad aspettare l’agente di Poste Italiane anche perchè un servizio di alerting via SMS non è previsto e/o anche se pubblicizzato sul sito di Amazon, non viene applicato.

A supporto di questa dinamica puoi anche indicare ad Amazon alcune coordinate a supporto che io spesso formulo con una semplice frase: ‘ATTENZIONE: Persona anziana, pregasi attendere dopo aver suonato al campanello‘. Pensate che questa frase abbia efficacia?

No, l’agente suona, attende pochi secondi, giusto il tempo di schiacciare un pulsante sul suo cazzabubbolo digitale e stampare il mitico AVVISO DI GIACENZA! Olè.

Avviso di giacenza significa dunque: preparati a usare l’auto per raggiungere la periferia dove spesso vengono dislocati gli uffici di distribuzione di Poste Italiane, spendi un po’ di benza, mettiti in coda e prega nel Signore.

Dunque, essendo il 23 sera, raggiungiamo la nonna, prendiamo in consegna il mitico AVVISO DI GIACENZA e cominciamo a immaginare un percorso snello ed efficace per poter raggiungere l’agognato pacco.

Nell’ AVVISO DI GIACENZA non appare il nome del cliente, ma bensì il nome del destinatario. Questo aspetto non va sottovalutato. Mentre per Amazon (e per tutti i player di eCommerce) la distinzione fra i due soggetti è chiara e ben gestita, per Poste Italiane esiste solo il destinatario che, badaben è il broker nonna! Dunque è chiaro che, per Poste Italiane, il pacco non è destinato a me, bensì alla nonna e dunque devo farmi dare una carta di identità della stessa e farmi firmare una delega prima di poter prelevare ciò che è mio.

Son sicuro che se tentassi di spiegare (magari mostrando i dettagli dell’ordine Amazon) il contrario, l’operatore dello sportello Poste Italiane mi riderebbe in faccia. Ma non c’è problema, facciamo anche questo, mica ci fermiamo ai dettagli.

Rimane però ancora una considerazione. In un mondo ideale sarei portato a immaginare che il furgoncino delle consegne che non ha voluto aspettare la nonna dopo aver scampanellato, verso sera si rechi immediatamente al centro di distribuzione delle Poste Italiane, in modo che io il giorno dopo possa recuperare il pacco. Sbagliato!

Il furgoncino torna nel suo garage e il giorno dopo, nella mattinata, porterà pacchi e avvisi di giacenza alle poste.

Dunque, l’orario di apertura del centro di distribuzione non agevola il mio percorso tortuoso. In un mondo ideale avrei gioito del fatto che l’ufficio apre alle 8.30 e dunque, prima di andare al lavoro soddisferei in pieno la mia libidine e preleverei il pacco.
No, non funziona così. il pacco sarà disponibile (aggiungo un forse) dopo le ore 10.00 per cui dovrò prendermi un permesso dal lavoro, riprendere l’auto spendere ancora un po’ di benza e provare a ritirarlo il giorno della vigilia di Natale.

Ooops vigilia di Natale? Vuoi vedere che Poste Italiane adotta un orario pre-festivo? … to be continued.

p.s.:  a proposito, se avvistate un drone, fatemi un fischio.

#daje

Lungi da me bullarmi con un ‘l’avevo vista giusta‘ :) Anzi, gaudium magnum perchè tutto quello che, assieme a molti altri, ho disseminato in rete, e non solo, per convincere i decisori che la RAI è ancora oggi il miglior mezzo per alfabetizzare le masse, finalmente si concretizza.

Era il 2011 quando iniziavo a trattare il tema che avrei riproposto più volte e che negli ultimi due anni è diventato patrimonio e bandiera di tutti quelli che hanno a cuore la cultura digitale. Ne feci uno storify che è ancora li bello pieno di suggestioni e un articolo per Wired pieno di speranze. Poi iniziai a rompere le balle a Ministri, deputati e direttoroni vari #asusual.

Oggi alle ore 11 queste speranze si concretizzano ringraziando dunque chi oggi ha le redini sui piani di digitalizzazione al governo che, ha fatto propria la richiesta che la rete a gran voce rivendicava, ovvero un programma RAI sulla cultura digitale.

Dunque, #savethedate, mancano poche ore perchè alle 11 a Roma presso la Sala A della RAI a Viale Mazzini 14, il direttore generale RAI Luigi Gubitosi e il Ministro Marianna Madia presenteranno il progetto: ‘Rai per l’alfabetizzazione digitale: maestro Manzi 2.0′.

Semplicemente #daje !