democrazia

Gli altri siamo noi

Chi mi legge sa come la penso sull’annoso problema del degrado e della maleducazione.

Il problema vero, ormai inconfutabile, è che abbiamo minimizzato gli effetti della distrazione, delle spallucce, della continua sottovalutazione di ogni singolo, piccolo, ma importante episodio di maleducazione e sempre più spesso di piccola illegalità più o meno diffusa.

Oggi Alessandro Gilioli scrive un pezzo amaro ma reale e condivisibile al 100% che si potrebbe sintetizzare in quel dogma tanto lontano dai nostri sentimenti: ‘lo Stato siamo noi’.

La mia città non è da meno di Roma e di altre piccole o grandi città italiane ormai abbandonate al loro destino in primis da noi stessi, cittadini che le abitiamo.

Dopo lo sfogo di Proietti, Gasman prova ora a guidare la riscossa.

Certo i testimonial servono, ma forse serve un rinnovato amore per i luoghi che abitiamo e nei quali potremmo passare più ore della nostra vita invece di chiuderci in casa o in ufficio per non vedere cosa fanno gli altri.

Anche perchè, glia altri siamo noi.

La Tunisia è così lontana che sembra vicinissima

Vederli marciare a Parigi ci ha rassicurato. Erano li per noi, per difenderci. Marciavano a braccetto formando un cordone, quasi un picchetto che simbolicamente voleva significare: ‘non passeranno‘.

Ed erano molto vicini a noi anche perchè Parigi era vicina, come lo è sempre stata. Anche Tunisi sarebbe vicina, anzi vicinissima. Come tutto il Nord Africa d’altronde lo è sempre stato Stesso mare, stesso cibo, stessa cultura.

Si, è la terra di Cartagine, delle guerre romano-puniche. C’è tanto occidente fra quelle terre e fra quelle genti berbere, arabe e latine. Più di quanto siamo indotti a pensare.

Eppure noi non marceremo per loro. I capi di stato e di governo non marceranno per loro. Anzi cominceremo a considerare quelle spiagge dorate come luoghi ostili, da cancellare dalla carta geografica dei nostri viaggi.

Ci terremo strette le nostre paure e li lasceremo soli in balia delle bandiere nere e di un futuro incerto, per loro e per noi.

Tunisi è lontana, molto più lontana di Parigi.

Stato, Patria e Nazione

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Leggendo due righe di Mante sul tema del 25 Aprile e sulla coesione nazionale, mi è venuto d’impeto l’impulso di distinguere alcuni concetti:

  • Patria (letteralmente ‘terra dei padri‘) termine legato anche allo ‘spirito patriottico’ e al ‘senso di appartenenza’ territoriale. Termine che richiama fortemente la ‘difesa‘, la ‘resistenza‘, la ‘tutela‘ di ciò che si è costruito nel tempo e con l’apporto di molte generazioni.
  • Stato. Termine più legato agli assetti istituzionali e giuridici. Ovvero forma, regole ma anche territorio e gente. Tutti elementi comunque sottoposti a regole di convivenza e spesso differenziati a causa delle diverse concezioni politiche (dunque di parte) dell’idea e della forma stessa di stato.
  • Nazione è un concetto storico ma anche culturale che si basa sul legame e sulla coesione. E’ un idea che si consolida quando una moltitudine di persone condivide nel tempo un passato comune, una storia, ma anche tradizioni, lingua e cultura (concetto secolare legato anche ai cosiddetti stati/nazione o grandi stati-nazionali, come Spagna, Francia, Inghilterra o Germania).
    Si tratta, insomma, della capacità e della volontà di vivere insieme sulla base e sul riconoscimento di tutti questi elementi comuni. Tale volontà si consolida nel tempo e con il concorso di molte generazioni. Se tutto ciò funziona ed è condiviso, alle fine forgia quegli elementi caratteristici e basilari dell’identità nazionale.

Spero si chiaro, ora, perchè la Resistenza da sola non può e non potrà mai saldare una non-nazione come la nostra.

Peccato. Ci vorranno secoli. Forse.

 

Dalla parte del bene

Nell’eterna lotta tra il bene e il male, abbiamo sempre identificato il male con il colore nero. L’ISIS si dipinge di nero, nerissimo nella bandiera, nella divisa militare e persino nei veli dove imprigiona le sue donne.

Il nero è però usato anche da chi, stavolta, gli ha inferto un colpo mortale. Lo avevano garantito, in rete non sarà come nel terreno di guerra convenzionale. Qui l’alleanza fa sul serio.

We will hunt you, take down your sites, accounts, emails, and expose you. From now on, no safe place for you online. You will be treated like a virus, and we are the cure. We own the internet. We are Anonymous; we are Legion; we do not forgive, we do not forget. Expect us.”

Un giorno storico e un giorno per ripensare, soprattutto da parte di chi ha sempre considerato hacker e cracker come male assoluto.

Parole come pallottole

Gasparri si sa, è un bullo dei social network, un teppista della parola.

Intendiamoci non son da meno, e notoriamente fan più danni, quei teppisti arabi che in ogni parte del mondo usano anche loro i social network per seminare odio.

Questi fanatici esaltano e amplificano ogni idiozia sperando di racimolare voti e consenso fra i beoti di turno. E spesso ci riescono anche.

È la prassi, ormai diffusa, di usare la parola come pallottola sparata sulla folla con l’intento di scatenare la rabbia e dunque la reazione e infine la tragedia.

In Italia siamo pieni di fanatici che usano pallottole come ‘troie’ o ‘zoccole’, semplicemente per amplificare fatti che non conoscono, non verificano e non approfondiscono.

In Italia siamo pieno di Gasparri che usano pallottole del tipo: ‘tutti i mussulmani sono terroristi’ per attrarre a se orde di assatanati con la bava alla bocca che, per fortuna e sinora, combattono solo dal divano di casa armati di smartphone.

I loro emuli arabi, improbabili Imam improvvisatisi sui social network, usano però pallottole come ‘siamo tutti Coulibaly’ o ‘The Dust will never settle down’ che riempiono le piazze di fanatici disposti, purtroppo, non solo a bruciare le bandiere francesi in strada.

Dall’altra parte dell’oceano, Cameron e Obama chiedono di disarmare i Social Network o per lo meno di tenere sotto controllo le pallottole verbali che, spesso e volentieri, anticipano quelle esplosive e letali. I due governanti chiedono collaborazione da parte delle multinazionali del web per combattere il terrorismo e dunque chiedono di collaborare alle indagini.

Technology companies became alarmed with surveillance techniques after former US intelligence contractor Edward Snowden leaked classified details about how the government harvests data from companies like Google, Yahoo, Microsoft, AT&T and Verizon.

“We’re not asking for back doors” to access electronic communications, Cameron said. “We believe in very clear front doors through legal processes that should help to keep our country safe.”

E qui scoppierà, molto presto, il dibattito e sicuramente un aspro contraddittorio.
Che sia back door o front door poco si concilia tutto ciò con la neutralità della rete e l’avanzare dell’openness che, fra l’altro, i due propongono e convengono attraverso ampi accordi e collaborazioni.

Diciamocelo chiaro, che siano le pallottole verbali di Gasparri, del calciatore marocchino di Rovigo o dell’improvvisato Imam della moschea-scantinato di Brescia, siamo disposti a considerarle ‘elementi di indagine’ o siamo convinti che la rete, nella sua complessità, nella sua pluralità culturale e ideologica, nella sua neutralità ma anche grazie alle sue caratteristiche tecnologiche che permettono di cifrare traffico e dati, possa rimanere ancora un ambito avulso da imminenti nuove leggi speciali?

Parliamone, senza preconcetti, perchè non sempre le pallottole degli idioti vengono percepite come tali. Molto spesso sono un invito ad agire che un altro idiota raccoglie volentieri.

E per finire questo pistolotto, propongo un approccio meno serio alle ideologie e ai fanatismi. Chissà, magari ridendoci sopra possiamo ritrovare un po’ di luce nel buio di questi giorni.

Il fossato

C’è sempre stato un fossato attorno ai castelli e alle regge. Dunque non mi meraviglio più di tanto del solco più o meno profondo fra il popolo e il potere.

Dunque la foto che circola da ieri può essere anche interpretata nel senso impietoso ed ostile sempre e comunque contro chi esercita il potere. Ci sta, non lo considero nemmeno strumentale.

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Che ci sia dell’ipocrisia fra i potenti della terra è risaputo. 1000 e altre 1000 colpe hanno avuto e altre ne avranno per questa situazione.

Però un paio di cose vanno evidenziate:

Primo, non avrei mai voluto essere nei panni del responsabile della sicurezza della manifestazione di ieri. Voi si? E se si cosa avreste fatto per far marciare in sicurezza tutti quei capi di stato e di governo?

Secondo, Hollande mi era indifferente fino a ieri. Poi l’ho visto andare a piedi, salutare e abbracciare i poliziotti, le famiglie delle vittime e poi i suoi connazionali lungo la strada.
Questo spezzone di video che segue lo testimonia solo in parte. In diretta era più vero, più umano e improvvisato. A me sembrava che avesse riempito il fossato. Tutto qui.
Poi, a far meglio son bravi tutti, si sa.

Tollerare ‘il Male’

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Conservo ancora le copie originali de IL MALE, quello di Zac per capirsi, con vignette che probabilmente oggi nemmeno un editore indipendente si azzarderebbe a pubblicare.
Linguaggio scurrile e blasfemo, disegni e foto ai confini del porno. Eppure erano gli anni ’70, al potere c’era la DC e nel paese il terrorismo provava a sovvertire lo stato e le sue istituzioni.

Eppure quel foglio satirico era tollerato, perchè nel suo delirio aiutava a leggere con leggerezza e ironia una società complessa e spesso belligerante.

Il Male non si risparmiava e non le risparmiava a nessuno. Ultimo direttore fu Vincino che, oggi, nel giorno più nero e triste per la satira, ricorda le influenze parigine a cominciare da Le Canard enchaîné.

Insieme a Zac, c’era Vauro, poi Jacopo Fo, l’immenso e rimpianto Andrea Pazienza (ho anche la prima copia di Frigidaire), Tamburini e tanti altri.

Vincino, intervistato da Sky TG 24, fra i singhiozzi non si capacitava del vile attentato ai suoi maestri francesi (Wolinsky per primo) a cui molto spesso il resto del mondo guarda come ispirazione per i fumetti, la grafica, la satira, insomma per il grande mondo delle arti visive in genere, e nelle sue varie declinazioni.

Spezzare quelle vite è come attentare a qualcosa che va oltre la breve esistenza dell’artista. È attentare all’arte intesa come libertà e tolleranza, come evoluzione, trascendenza e distacco continuo da quel giogo che è il fanatismo e l’opressione in nome di un dio che non pretende ne vittime, ne carnefici.