conoscenza

Social sarai tu

E’ difficile riflettere e articolare un ragionamento quando si è travolti da un flusso di emozioni irrazionali e da una pseudo informazione (mi riferisco in particolar modo agli editoriali mainstream) che cavalca ovvietà e banalità mai udite nemmeno al bar dello sport dietro l’angolo.

Ma proviamo a fare il nostro dovere. Io debbo farlo, non fosse altro perchè insegno Social Media in un ateneo prestigioso.

Riflessione numero 1: I Social Media stanno dentro o fuori l’ecosistema di internet?
Spesso i giornalisti trattano i Social Media come qualcosa di estraneo al più vasto ecosistema di internet e forse gli fa gioco perchè associano i Social Media allo smartphone, altro strumento ritenuto demoniaco e pericoloso (quanto spreco di inchiostro e di trasmissioni televisive inutili).

E allora mi vien facile affermare che sta fuori da internet tutto quello che è scomodo o ‘incorrect’. Sta fuori da internet l’hacker, sta fuori da internet il porno, sta fuori da internet la frode, il deep web, ecc. ecc.

Forse alcuni giornalisti non hanno capito che tutto, ma proprio tutto, sta già dentro internet. Dunque è più difficile trovare cosa non stia dentro.

Riflessione numero 2: I Social Media stimolano narcisismo e protagonismo.
Certamente, perchè la radio, la televisione, i giornali, la pubblicità, la politica, lo sport, la guerra, la finanza, l’avventura, la religione, no?

I mezzi cambiano ma i sentimenti dell’uomo son sempre gli stessi. Il protagonismo e il narcisismo come ingredienti dell’autostima sono sentimenti abbastanza comuni che trovano sfogo sfruttando mezzi (media) diversi a seconda del periodo, del luogo, della cultura e del contesto.

E la deriva è come sempre soggettiva, non conseguenza del mezzo o del contesto, altrimenti dovremmo convenire che il successo sportivo porta alla violenza (Pistorius, Tyson, Monzon, Simson, ecc.) e la religione istiga all’odio e alla guerra (inutile citare esempi …). Mentre sappiamo che curare lo spirito e il corpo senza eccessi è pratica comune e benefica.

Riflessione numero 3: I Social Media vanno censurati perchè istigano all’odio.
Certamente, come andrebbe sospeso il campionato di calcio ogni volta che ci scappa il morto.

L’odio è un sentimento figlio, spesso generato da comportamenti, emulazioni, istigazioni e conseguenze. Non è certo un sentimento padre, anche se E. Fromm definisce una tipologia di odio che si manifesta come conseguenza di uno specifico carattere negativo.
Dunque è chiaro che l’odio sia esso figlio di comportamenti e istigazioni o figlio del carattere personale, non è mai conseguenza del mezzo.

Riflessione numero 4: Alison Parker e Adam Ward non sono stati uccisi con un tweet, ma con una pistola.

Alle cose buone e utili nonchè belle, favorite e indotte dai Social Media per il nostro lavoro, le nostre passioni, le nostre relazioni, lo studio, ecc., pensiamoci più spesso. Magari scopriamo che stiamo cambiando in meglio e dandolo già per scontato.

 

Il quarto reich

gareViertes Reich (IV° Reich) è un ipotesi, finora fantascientifica, sulla possibilità di un’ascesa e di un ritorno al potere della Germania in Europa.

Per curiosità, anche se si tratta di un accordo stipulato quasi un anno fa dal governo Tsipras, mi piacerebbe analizzare la procedura di gara adottata che sicuramente sarà rispettosa delle regole e delle linee guida sugli appalti pubblici nell’UE.

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Marinetti è vivo e lotta insieme a noi

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Noi ripudiamo l’antica Venezia estenuata e sfatta da voluttà secolari, che noi pure amammo e possedemmo in un gran sogno nostalgico.
Ripudiamo la Venezia dei forestieri, mercato di antiquari falsificatori, calamita dello snobismo e dell’imbecillità universali, letto sfondato da carovane di amanti, semicupio ingemmato per cortigiane cosmopolite, cloaca massima del passatismo.
Noi vogliamo guarire e cicatrizzare questa città putrescente, piaga magnifica di passato. Noi vogliamo rianimare e nobilitare il popolo veneziano, decaduto dalla sua antica grandezza, morfinizzato da una vigliaccheria stomachevole ed avvilita dall’abitudine dei suoi piccoli commerci loschi.
Noi vogliamo preparare la nascita di una Venezia industriale e militare che possa rovinare il mare Adriatico, gran lago Italiano.
Affrettiamoci a colmare i piccoli canali puzzolenti con le macerie dei vecchi palazzi crollanti e lebbrosi.
Bruciamo le gondole, poltrone a dondolo per cretini, e innalziamo fino al cielo l’imponente geometria dei ponti metallici e degli opifici chiomati di fumo, per abolire le curve cascanti delle vecchie architetture.
Venga finalmente il regno della divina Luce Elettrica, a liberare Venezia dal suo venale chiaro di luna da camera ammobiliata.

La discussione prosegue su Facebook  :)

Gli altri siamo noi

Chi mi legge sa come la penso sull’annoso problema del degrado e della maleducazione.

Il problema vero, ormai inconfutabile, è che abbiamo minimizzato gli effetti della distrazione, delle spallucce, della continua sottovalutazione di ogni singolo, piccolo, ma importante episodio di maleducazione e sempre più spesso di piccola illegalità più o meno diffusa.

Oggi Alessandro Gilioli scrive un pezzo amaro ma reale e condivisibile al 100% che si potrebbe sintetizzare in quel dogma tanto lontano dai nostri sentimenti: ‘lo Stato siamo noi’.

La mia città non è da meno di Roma e di altre piccole o grandi città italiane ormai abbandonate al loro destino in primis da noi stessi, cittadini che le abitiamo.

Dopo lo sfogo di Proietti, Gasman prova ora a guidare la riscossa.

Certo i testimonial servono, ma forse serve un rinnovato amore per i luoghi che abitiamo e nei quali potremmo passare più ore della nostra vita invece di chiuderci in casa o in ufficio per non vedere cosa fanno gli altri.

Anche perchè, glia altri siamo noi.

La Tunisia è così lontana che sembra vicinissima

Vederli marciare a Parigi ci ha rassicurato. Erano li per noi, per difenderci. Marciavano a braccetto formando un cordone, quasi un picchetto che simbolicamente voleva significare: ‘non passeranno‘.

Ed erano molto vicini a noi anche perchè Parigi era vicina, come lo è sempre stata. Anche Tunisi sarebbe vicina, anzi vicinissima. Come tutto il Nord Africa d’altronde lo è sempre stato Stesso mare, stesso cibo, stessa cultura.

Si, è la terra di Cartagine, delle guerre romano-puniche. C’è tanto occidente fra quelle terre e fra quelle genti berbere, arabe e latine. Più di quanto siamo indotti a pensare.

Eppure noi non marceremo per loro. I capi di stato e di governo non marceranno per loro. Anzi cominceremo a considerare quelle spiagge dorate come luoghi ostili, da cancellare dalla carta geografica dei nostri viaggi.

Ci terremo strette le nostre paure e li lasceremo soli in balia delle bandiere nere e di un futuro incerto, per loro e per noi.

Tunisi è lontana, molto più lontana di Parigi.

Come si fa una tesi di laurea

Umberto Eco è conosciuto dai più per una serie di lavori divenuti poi famosi al cinema come ‘Il nome della rosa’ o il ‘Il pendolo di Foucault’. Pochi sanno che il suo testo più gettonato negli anni ’70 fu ‘Come si fa una tesi di laurea‘, manuale che lo rese famoso fra tutti gli studenti universitari del tempo, sottoscritto incluso.

Questo saggio/manuale ha rappresentato perfettamente l’approccio top-down tipico del flusso culturale e scientifico in voga il secolo scorso. Ovvero quel flusso, o meglio ancora quella struttura organizzativa e conseguentemente di processo, che prevedeva un dotto pluridecorato come portatore unico di verità verso una serie di sudditi ignoranti che potevano abbeverarsi solamente alla sua fonte.

Il dotto portatore di verità si avvale tuttora di una serie di titoli accademici e di competenze che il popolo ignorante albergatore dell’odierno web sociale non può nemmeno comprendere, tipo: semiologo, massmediologo e fonomenologo, tanto per citarne alcuni.

Ovviamente Umberto Eco rappresenta al meglio e con ampi e continui riconoscimenti questa specie di dotto esperto mega-super professorone che, rispetto alle nuove tecnologie ma soprattutto rispetto all’espansione e inclusione di massa che esse determinano, si sente obbligato a stigmatizzare la sua superiorità culturale e lo schifato distacco.

Il problema di fondo che assale lui e i suoi simili, e al quale non sanno dare una risposta, è che davvero oggi uno sconosciuto persino agli inquilini del suo condominio può diventare un personaggio influente in rete. Ciò tormenta Eco e altri suoi pari al punto da portarli a condannare tutti quelli che hanno influenza in rete come ignoranti, incompetenti o meglio ancora: imbecilli.

L’ultima uscita di Eco fissa per sempre questa supposta superiorità culturale e non lascia scampo a interpretazioni diverse: ‘Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità’.

Dunque influenza è diverso da competenza. E ci mancherebbe altro. Nessuno obbietta questo.

Il problema vero sta nel riconoscimento della pari dignità.

Questo Eco non lo tollera. La dignità va riconosciuta solo ai dotti certificati, mentre agli influenti viene assegnata la gogna da ‘bar sport‘.

Per fortuna sappiamo che le cose non stanno esattamente così e ciò che ha reso grande la rete è proprio la sua capacità plurale, inclusiva e tollerante che ha permesso a chiunque di esprimere, oltre che le proprie discutibili opinioni, anche la creatività, l’originalità, la ricerca di traiettorie innovative nonchè la convinzione e la certezza assoluta che tutto può essere condiviso per consentire a chiunque di migliorarlo e renderlo utile ai più.

I benefici dell’innovazione digitale non sono per tutti

Il Mit Tecnology review ha recentemente pubblicato una lettera aperta sull’economia digitale che suggerisce alcune azioni concrete al fine di estendere i benefici indotti dalle tecnologie digitali, e dall’economia che ruota intorno ad esse, anche a chi sinora non ne ha tratto vantaggi o, addirittura, a chi ha subito svantaggi a conseguenza delle stesse.

Eric Brynjonlfsson, Andrew McAfee, Steve Jurveston ed altri ancora, ritengono che:

Negli ultimi 20 anni la maggior parte delle famiglie statunitensi ha rilevato una marginale – o inesistente – crescita economica, la percentuale di reddito nazionale che viene distribuita tramite i salari è calata dal 2000, e la classe media negli Stati Uniti, una delle creazioni più grandi del nostro paese, sta scomparendo.

Outsourcing e offshoring hanno contribuito alla crescita di questi fenomeni, ma dovremmo tenere in mente che la stessa recente ondata di globalizzazione fa affidamento sui progressi nelle tecnologie di informazione e comunicazione. I fatti fondamentali sono che viviamo in un mondo sempre più digitale e interconnesso, e che i benefici di questa ondata tecnologica sono stati molto irregolari.

Ondate precedenti hanno portato con esse un incremento nella domanda di lavoro e sostenuto la crescita di lavori e stipendi. Questa volta, la situazione sta portando diverse persone a domandarsi se le cose andranno diversamente o, per parafrasare diverse testate giornalistiche, se i robot divoreranno i nostri lavori

Sul tema è intervenuto anche Luca De Biase con un affondo abbastanza deciso sui guasti che la comunicazione e la persuasione sugli effetti benefici del digitale sta generando.

Il tema merita una profonda riflessione perchè mette in luce molti problemi reali che spesso vengono sottovalutati. Specialmente in Italia.

E’ chiaro che user empowerment e consumerization stanno spingendo paradigmi e tendenze nuove e tutto ciò impatta pesantemente non solo sugli stili di vita ma, soprattutto, sull’economia, sulla democrazia e sulle politiche in genere.

L’ eCommerce, ad esempio, nella folle corsa tesa a ridurre sempre di più i tempi di consegna, obbliga distribuzione e logistica a lavorare H24. E ciò induce il sistema tradizionale della grande distribuzione, ma anche il retail, a inseguire se non a uniformarsi. (In UK Tesco rimane aperto 24 ore. Negli USA Target e Walmart chiudono a mezzanotte)

I Social Media usati come sistemi di costumer care, cambiano completamente il modo di assistere il cliente finale sia da un punto di vista temporale che fisico. Reinventano i team di supporto, usano i Big Data per fare analisi e finalmente ammazzano l’odioso ticket! (Oggi stesso mi ha telefonato un addetta di Bakeka.it che ha visto un mio annuncio su eBay chiedendomi di postarlo anche da loro perchè avrai avuto maggior probabilità di successo).

Il cloud computing semplifica, accelera, standardizza ma pone un problema serio: il dominio dell’asset è altrove. L’Europa arranca, l’Italia è presente sul tema solo come utente finale.

La fabbricazione digitale non è solo MIT centrica, è vero, e potrebbe trarre benefici dalla ricerca e dalla creatività italiana. Ma manca un presupposto essenziale: le grandi aziende non adattono makers e non sostengono i Fab Lab.

La Banda Larga e soprattutto Ultra Larga sembra la panacea di tutti i mali, ma rischia solo di beneficiare i grandi carrier con finanziamenti pubblici e i content provider con le subscription degli utenti finali (due ospedali collegati fra di loro per telemedicina sono ancora sperimentazione, non la norma).

E così all’infinito. Perchè ogni tecnologia non offre solo opportunità, ma sconvolge processi, organizzazione, relazioni e certezze.

Eric Brynjonlfsson, Andrew McAfee, Steve Jurveston chiedono ai dirigenti d’azienda di sviluppare nuovi modelli organizzativi ed approcci che non solo accrescano la produttività e generino benessere ma creino opportunità su una base più ampia.

Non lo dicono chiaramente, ma forse immaginano qualcosa che partendo dalla sharing economy provi a declinarsi in impresa sociale per raggiungere il traguardo che definiscono come ‘prosperità inclusiva‘.

Ma non hanno le risposte a tutto, pur essendo americani e dunque molto disponibili al cambiamento.

Per chi volesse partecipare alla ‘creazione di una società basata sulla prosperità condivisa’ che sarà possibile se ‘aggiorneremo leggi, organizzazioni e ricerca per cogliere le opportunità e superare le sfide che questi stessi strumenti stanno ponendo’, qui c’è il modulo di adesione: http://openletteronthedigitaleconomy.org/

Faccio cose, vedo gente, twitto molto

 

Andiamo avanti

Qualche generale coglione che ha perso battaglie già vinte lo abbiamo già avuto, vero?

Qualche imprenditore coglione che si è fottuto l’azienda e soprattutto ha fottuto i suoi dipendenti lo abbiamo già avuto, vero?

Qualche ministro coglione e incapace lo abbiamo già avuto, vero?

Qualche primario coglione che ha sbagliato operazione e fottuto il paziente lo abbiamo già avuto, vero?

Qualche allenatore coglione che ha sbagliato tutte le scelte e si è fottuto la finale lo abbiamo già avuto, vero?

Qualche giornalista coglione che ha scritto cose non vere lo abbiamo già avuto, vero?

Qualche ingegnere che ha costruito un ponte che poi è venuto giù come un castello di carte lo abbiamo già avuto, vero?

Qualche sindacalista coglione che ha firmato accordi assurdi e penalizzanti per i lavoratori lo abbiamo già avuto, vero?

Ora mi spiegate perchè fra tanti presidi capaci e in grado di valutare non possiamo sopportare di averne qualcuno di coglione e mandare comunque avanti una cazzo di riforma della scuola che sia una?