La quinta colonna

Leggevo un paio di pezzi sul futuro di Agid che analizzavano difficoltà e complessità.

Poi son tornato su uno studio che sto facendo per sistematizzare al meglio il tema della Agenda Digitale e che pubblicherò a breve.

Fra i vari documenti che ho analizzato vi segnalo un dossier del Senato della Repubblica. Date un occhiata alla quinta colonna, poi trattenete il respiro prima di pronunciare qualsiasi …..

Siam maledettamente complessi e colpevoli.

#senziente o #borioso ?

Un illuminante post di Lucio Bragagnolo su Apogeo Online, ripropone il tema del ‘fattore umano’ nel lungo processo di adeguamento della Pubblica Amministrazione alle logiche, ai modelli, ai linguaggi e agli stili della società moderna.

Chi mi conosce e mi ha frequentato durante seminari, conferenze, lezioni e/o deliri pubblici, sa che ho sempre usato il termine boria, per descrivere l’approccio sbagliato che le persone della Pubblica Amministrazione mettono in atto quando si intrigano nel definire o rimodellare processi.

Il mio punto di riferimento da sempre sono gli UK Design Principles che spesso illustro, commento e, con un palese entusiasmo, cerco di proporre come esempio.

Il primo di questi principi merita una settimana di applausi ininterrotti:

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Non che gli altri principi siano meno importanti, anche il secondo: ‘Do Less’, ammetto che mi eccita al punto di inginocchiarmi di fronte alla capacità di sintesi e soprattutto all’intelligenza britannica.

Ma torniamo al tema principale, il fattore umano. E’ assodato che gran parte dei pubblici dipendenti, soprattutto i manager, hanno ormai spento il cervello e azzerato la capacità critica. Convinti, o indotti a convincersi, che le liturgie incomprensibili a cui vengono assoggettati cittadini e imprese per rapportarsi con la PA siano giuste e trasferibili anche al mondo del digitale.

Sto parlando di quello che il mio amico Michele Vianello cita sempre come: ‘digitalizzazione dell’esistente’ e che io connoto come ‘cosmetica digitale’.

Come fare? Come cambiare? Come migliorare? E’ il tema che stamani discuterò a Radio Scienza di Rai 3, anche in preparazione di un seminario sulle Agende Digitali che terrò all’Università di Udine nei prossimi giorni.

In pratica cercherò di convincere che le Agende Digitali nella loro dimensione europea piuttosto che locale, non possono essere affidate a chi ha spento il cervello da tempo, ma devono essere partecipate e co-disegnate, facendo quel passo indietro che consenta di capire cos’è successo nel mondo in questi ultimi anni e di accettarlo incondizionatamente.

Ieri, durante l’info day sulla presentazione di due importanti bandi di innovazione il mio Vicepresidente, un politico, non un manager, è arrivato a supplicare i convenuti: ‘aiutateci, dateci una mano a capire come migliorarci e come aiutarvi. Sappiamo che è cambiato il mondo, ma se non ci aiutate non recupereremo mai il ritardo‘.

Analizzando questo ho capito che i senzienti spesso stanno nell’apparato, non nelle stanze decisionali. Ora sta a voi scoprire dove sono annidati i boriosi e riportarli nella vita reale. Solo così potremmo applicare le Agende Digitali. Il resto son solo chiacchiere e distintivo (cit.)

Centralismo digitale

Brevemente è tutto scritto qui: ‘Signora Presidente, vorrei appunto annunciare all’Aula che io personalmente apprezzo l’intervento del collega Quintarelli che ha dimostrato la sua sensibilità personale e anche politica nel suo primo intervento in quest’Aula e di questo gli va reso atto, perché – lo voglio dire a tutti i colleghi che magari non lo conoscono – Stefano Quintarelli è uno dei padri di Internet nel nostro Paese. Per questo motivo ho chiesto al presidente Brunetta che il mio gruppo facesse proprio questo emendamento, perché, come l’onorevole Quintarelli testé ha detto, è un emendamento che serve, che è veramente utile, perché ci consente di superare quella drammatica frammentazione che impedisce che, nel nostro Paese, finalmente, la tanto auspicata da tutti noi digitalizzazione possa effettivamente avere atto e prendere piede. Da questo punto di vista, noi crediamo che sarebbe importante, e mi rivolgo in questo momento al Governo, accogliere questo emendamento

E’ Palmieri che fa sintesi e sostanzialmente semplifica un concetto: Se vogliamo che il digitale decolli dobbiamo fare in modo che lo Stato centrale possa riprenderne le redini. Insomma il federalismo informatico è morto e sepolto.

Mica pizza e fichi, e ci si è impegnata tutta la task force dei parlamentari che a vario titolo, pensa, vive e agisce digitalmente.

A me questa idea di riforma costituzionale non dispiace, in linea di principio sono un centralista convinto, con alcuni distinguo che ora provo a spiegare.

Mi piace il modello francese. In Francia lo stato decide ma poi permette alle comunità locali di attuare ciò che è stato legiferato entro precisi termini. Se i termini vengono superati, lo stato si riprende anche l’onere attuativo delegato alle comunità locali.

Proviamo ora a fare lo stesso con l’Agenda Digitale. Lo Stato, con questa nuova riforma costituzionale dell’art. 117r, si riprende tutto il potere normativo in materia. Diciamo che una legge come questa del Veneto o questa del Piemonte potrebbero, d’ora in poi, diventare inutili se non addirittura anticostituzionali.

Quindi ci aspettiamo che da un punto di vista normativo lo Stato, dopo questa riforma, riprenda a legiferare sul tema del digitale dove sinora è stato particolarmente assente.

Ma veniamo ora alle Agende Digitali locali. Hanno ancora senso? Secondo me nella situazione corrente si. Perchè attualmente il 90% dei finanziamenti utili a far decollare il digitale nel nostro paese sono gestiti dalle Regioni attraverso i Piani Operativi che sfruttano i Fondi Strutturali della UE.

Lo Stato di suo sta mettendo poco e non ha dedicato un Piano Operativo Nazionale specifico al tema riservandosi (si mormora) di utilizzare più avanti il Fondo Sviluppo e Coesione. Sempre che tale fondo non serva ad altri temi di politica industriale più importanti del digitale.

Dunque, paludo plaudo anch’io a questo primo passo che semplifica l’azione regolatoria e normativa ma poi, chi farà le cose? Dopo i vari passaggi parlamentari che porteranno al cambiamento costituzionale, chi sarà chiamato ad attuare le nuove politiche che il parlamento emanerà sul tema?

Molti dei pasticci digitali combinati in periferia, privi di riferimenti agli standard o peggio ancora senza presupposti di interoperabilità son stati dei veri e propri disastri e dobbiamo fare ammenda, ma spesso erano conseguenza del vuoto lasciato dallo Stato.

Va però detto (e lo dico con cognizione di causa visto che da anni analizzo, studio e poi gratifico le eccellenze digitali locali al Premio eGov) che spesso dai territori sono nate innovazioni vere, importanti e soprattutto che funzionano.

Per chiudere vorrei suggerire agli amici onorevoli che si son battuti per questa importante riforma che ora bisogna dare gambe e braccia anche alla macchina operativa. Sarà Agid? Allo stato attuale Agid di operativo ha ben poco e non è strutturata per gestire processi IT su larga scala.

Se Agid dovrà farsi carico di gestire questi importanti processi dal centro, bisognerà dargli struttura, personale, tecnologia e modelli industriali, altrimenti si rischia che Agid stessa diventi un bandificio e sia costretta a gestire gare d’appalto a livello nazionale e internazionale.

Per far l’Agenda nazionale più unitaria, dunque, bisogna unire anche le braccia di chi agisce digitale, non solo le teste di chi pensa digitale.

My 2 cent

Digital agenda (versione lunga)

Ogni tanto mi esercito a scrivere qualche paragrafo per il bignami dei Digital Champions.

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Per i più curiosi, c’è anche una versione più lunga e noiosa:

Cos’è l’Agenda Digitale?

Il termine ‘agenda’ si associa facilmente a uno strumento di uso quotidiano, ovvero il calendario.

Oggi appuntiamo i nostri impegni in un calendario elettronico (molto spesso già presente nello smartphone), ma l’obbiettivo e il metodo sono gli stessi di quando appuntavamo scadenze, impegni e appuntamenti con la matita sul calendario cartaceo appeso al muro.

Gestire un agenda, infatti, significa semplicemente fissare degli impegni e inserirli in calendario per ricordarsi che, entro quella scadenza, quest’ultimi vanno assolutamente soddisfatti.

Quando parliamo di AGENDA DIGITALE, in pratica, stiamo parlando di una serie di impegni nell’ambito di un tema molto affascinante come quello del digitale che, a prescindere dalle sue molteplici declinazioni (economiche, strutturali, sociali, professionali, ecc.) rappresenta una grande opportunità di sviluppo e di miglioramento. Proprio per questo qualcuno si è prefissato di organizzare al meglio, dentro uno o più documenti di programmazione, l’elenco di scadenze, impegni e compiti in ambito digitale.

Ma cos’è esattamente questo digitale? Di cosa si occupa e perchè dovrebbe interessarci?

La risposta è molto semplice, perchè il digitale non è nient’altro che il progresso, l’evoluzione dei mestieri, della cultura e della società con l’ausilio delle tecnologie di internet e dell’informatica che, ormai, sono presenti ovunque e ci accompagnano giornalmente nel lavoro, in famiglia, a scuola, nel rapporto con le istituzioni, così come nel commercio o nell’intrattenimento.

Purtroppo questa consapevolezza non è condivisa da tutti, un po’ per scarsa conoscenza e un po’ per scarsa lungimiranza. Ecco perchè qualcuno prova a farsi carico di un ‘programma di impegni’ (agenda) al fine che in tutti gli stati d’europa, i cittadini, le imprese e le istituzioni beneficino delle stesse opportunità indotte dal digitale.

Ma chi si occupa di predisporre queste agende?

In primis l’Europa, poi gli Stati sovrani e infine le Regioni che, a vario titolo, hanno specifici interessi, precisi obblighi e infinite opportunità derivanti dalla piena attuazione di queste agende. Prima fra tutte la crescita e la competitività dei loro territori.

Ciò non toglie che un Comune, una scuola o un azienda non possano organizzare una loro lista di obiettivi e chiamarla Agenda Digitale. Ad esempio una scuola può decidere quando e come cambiare l’approccio ai materiali di supporto (ad esempio gli ebook), quando scegliere definitivamente una modalità di registro elettronico, piuttosto che a un sistema di comunicazione scuola/famiglia totalmente digitale.

Darsi un agenda significa dunque sottoscrivere e credere in un programma di impegni che poi devono essere portati a compimento.

Che impegni si è data l’Europa in ambito di Agenda Digitale?

L’Europa, dopo aver analizzato per bene la situazione e le differenze fra i vari stati dell’unione, ha elencato una serie di obbiettivi strategici utili, anzi imprescindibili, per lo sviluppo, la competitività e la crescita del vecchio continente e per attuarli si è concentrata su sette pilastri che rappresentano altrettanti impegni:

  • Digital single market, come risposta alla frammentazione dei mercati digitali e dunque allo sviluppo del commercio elettronico;
  • Interoperability and standards, come risposta alla mancanza di interoperabilità, cooperazione e standardizzazione dei processi e delle applicazioni digitali pubbliche, compresi i servizi web per i cittadini dell’unione;
  • Trust and security, come risposta al problema dei crimini informatici e alla scarsa propensione dei cittadini verso i sistemi di acquisto e pagamento sul web;
  • Fast and ultra-fast internet access, come risposta all’insufficiente investimento in infrastrutture di accesso alla rete e dunque alla scarsa velocità di accesso a internet per cittadini e imprese;
  • Research and innovation, come risposta agli scarsi investimenti nella ricerca, innovazione e creatività digitale;
  • Enhancing digital literacy, skills and inclusion, come risposta all’arretratezza culturale, alla carenza di competenze e all’incapacità di offrire a tutta la società europea le opportunità indotte dal digitale;
  • Ict enabled benefits for EU society, per sfruttare il potenziale delle tecnologie informatiche nel sostenere e vincere le sfide che la società si trova ad affrontare, come il cambiamento climatico e l’invecchiamento demografico.

Ma per fare tutto ciò servono molti soldi, dove si trovano?

Le agende digitali, a qualunque livello e dimensione, si concretizzano in impegni che diventano ‘azioni’. Queste azioni richiedono impegno organizzativo ed economico. Ecco perchè a cominciare dall’Europa, ma poi come effetto domino anche a livello di Stato, Regioni, ecc. , ognuna di queste agende viene accompagnata da veri e propri ‘Piani operativi’ supportati da specifici ‘Fondi’ che permettano l’effettiva realizzazione delle azioni suddette.

L’Europa, ad esempio, dedica al digitale tutto il capitolo 2 della propria strategia per il settennato 2014-2020, e lo chiama specificatamente ‘Agenda digitale’ accompagnandolo con una dotazione di diversi miliardi di euro (i cosiddetti fondi strutturali europei) da investire in specifiche azioni tese a diffondere, implementare e utilizzare il digitale in tutte le sue forme e sostanze..

L’Italia, con il governo attuale, si è dotata di due piani strategici: Piano per la crescita digitale e Piano per la banda larga e ultra-larga. Li ha accompagnati con specifici fondi, europei e nazionali, nonchè opportunità di partnership fra istituzioni pubbliche e privati, detassazioni e altri incentivi per tutti coloro che vorranno contribuire con azioni in linea con le strategie dell’Agenda Digitale nazionale.

Cosa possiamo fare noi cittadini per l’Agenda Digitale?

Tutti questi obbiettivi, le strategie che li accompagnano e i vari piani operativi, vengono sempre redatti in modalità partecipata. Prima se ne occupano gli esperti, poi le associazioni imprenditoriali, i vari portatori di interesse e infine vengono pubblicati sul web per essere emendati e migliorati attraverso specifiche consultazioni pubbliche.

Chiunque può migliorare e influenzare le Agende Digitali durante il loro percorso di attuazione e più persone collaborano migliore sarà il risultato.

Ma poi c’è chi ne misura l’efficacia dei risultati? E con che metodo?

La stesura delle Agende digitali è accompagnata da un grande lavoro di analisi e per fare ciò si usano precisi indicatori. Ad esempio si studia quante famiglie, abitazioni e imprese hanno accesso a internet veloce in particolari zone e in un particolare momento. Insomma si fissa il dato di origine dal quale partire. Poi si calcola quanto costerebbe e quanto tempo ci vorrebbe per raggiungere il 100% del risultato, ovvero internet superveloce per tutti in quella particolare zona.

Ma non basta, si studiano le opportunità, le minacce, i punti di forza e di debolezza di ogni programma e di ogni azione prima di metterle in opera.

Tutto ciò garantisce un monitoraggio e un costante controllo per garantire l’efficacia e per non disperdere risorse importanti.

Dunque l’Agenda digitale, non è altro che il piano strategico per la crescita della nostra società in un millennio dove le tecnologie dovranno accompagnarci come amiche del progresso e facilitatrici di un benessere collettivo a cui tendere.

L’Agenda digitale è l’agenda collettiva di una comunità che vuol guardare al futuro con coraggio, determinazione e fiducia.

Vorrei volare

Se fino ad oggi volevo solo navigare, ora vorrei davvero spiccare il volo.

Le pubblicità delle Telco nazionali mi spingono ad immaginarmi come un novello Icaro.

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E’ la fibra bellezza, è la fibra ottica che ci farà volare.

Ma cos’è la fibra? Le Telco ce la vendono come un bene prezioso, ed in effetti lo è, anche perchè stendere e collegare la fibra in modo capillare nelle città ha un prezzo altissimo. Non parliamo poi delle zone rurali. Quasi improponibile.

Fibra ottica come infrastruttura per l’economia digitale. Evvai. Tutto bello vero?

La verità è che queste offerte nascondono un sistema misto o promiscuo che nasconde anche un po’ di inganni. Dunque sarebbe meglio informarsi cosa si nasconde dietro a tutte queste sigle: FTTCab, FTTH, FTTS, FTTB, FTTN, ecc.

Possiamo consultare  Wikipedia oppure cercare qualche indicazione sui siti delle Telco nazionali.

La nostra amata mamma Telecom ci offre anche un bel video. Dai son bravini con queste marchette, ammettiamolo :)

 

 

Ma torniamo a noi. Dopo questa inebriante pubblicità forse abbiamo capito che la fibra non arriva proprio a casa, ma solo in un cabinet (armadietto) attrezzato. Dove stia questo cabinet, lo sa solo mamma Telecom.

Quindi noi continuiamo a sfruttare l’ADSL, anzi, ad essere precisi la VDSL o VDSL2, insomma una specie di ADSL potenziata ma che corre su rame, sul nostro vecchio doppino telefonico.

Se provate a chiedere all’operatore del Call Center quale tecnologia hanno adottato per la parte rame dal cabinet al vostro modem, non saprà dirvelo. Provate! Ma sappiate che solo VDSL2 potrebbe raggiungere i famigerati 100 Mb che la pubblicità esalta.

L’altro aspetto curioso e interessante è dovuto al mistero delle cabinet. Il fatto di sapere a quanti metri da casa nostra sono locate, non è banale, perchè queste nuove tecnologie di ADSL potenziato funzionano bene solo se ci troviamo in prossimità degli apparati installati in armadietto Telecom, altrimenti son valori puramente nominali. Non reali!

Un altro problema è dovuto e legato alla qualità del rame. Chi abita in un vecchio condominio si scordi di raggiungere velocità elevate.

Insomma è utile sapere che: ‘la velocità della adsl di molto inferiore rispetto a quanto dichiarato dal provider, connessione instabile, fruscii durante le telefonate nonostante la corretta installazione dei filtri adsl…questi problemi sono nella maggior parte dei casi dovuti alla eccessiva distanza dalla centrale o più frequentemente dalla vetustà del doppino telefonico (per chi non avesse letto la parte precedente della guida, è il cavo di rame che collega la nostra abitazione alla centrale adsl) via.

Bene e allora?

Allora credo che i piani del nostro governo, come ben descritti e dettagliati da Roberto Moriondo nel suo articolo di oggi, vadano nella direzione di ottimizzare il fatto e il da farsi, concentrandosi su una regia nazionale e su regole certe di sfruttamento dei Fondi Comunitari messi a disposizione dell’Italia per ridurre il Digital Divide infrastrutturale.

Come però ben ricorda Roberto, non si raggiungerà mai il 100% della popolazione con queste tecnologie perchè son comunque troppo onerose al di fuori dai centri densamente abitati.

Ma che succede nel resto d’Europa? Siamo sicuri che stiamo andando nella giusta direzione? Gli altri paesi utilizzano queste stesse tecnologie o quest’ultime fin qui descritte sono convenienti solo per mamma Telecom che beneficerà indirettamente dei Fondi Strutturali EU?

Ammetto che un po’ di dubbi mi sorgono quando leggo proprio su Wikipedia: ‘ È una tecnologia attualmente poco diffusa, se non in Slovenia, Croazia, Svizzera, Germania, Spagna, Giappone e in Corea del Sud‘ e dunque provo a capire meglio, perchè vorrei volare, non ingrassare le Telco che già si son letteralmente mangiate i finanziamenti del progetto Socrate. Lo ricordate?

Dunque, leggendo un recente articolo di Telecoms (qui la versione tradotta da Big G) sembra che l’Europa sia abbastanza in ritardo (Norvegia esclusa) rispetto all’Asia dove nei ‘mercati emergenti il mobile è già di fatto di tecnologia a banda larga‘.

Sinceramente con l’affermarsi di tecnologie come LTE e LTE advanced, sono un po’ perplesso. Anche perchè vi ho raccontato tutto questo dopo venti giorni di esperienza fibra con cambio modem Fastweb e tante belle promesse.

Ad oggi, non vedo la luce e ieri sera i tecnici Fastweb mi hanno riqualificato la vecchia linea ADSL in quanto, gnafanno. #sapevatelo. Non è tutto oro quello che luccica e prima di volare è bene dotarsi di un bel paracadute per non cadere e farsi male.

My 2 cent!

Cose concrete

Nell’eterna sfida fra la fuffa e le cose concrete, oggi mi ergo in pieno delirio da autoreferenza a raccontarvi di un progetto che sto seguendo da un paio di anni.

Si tratta di lavoro, argomento del quale non amo parlare sul mio blog personale. Però, in questo caso spero mi sia concessa licenza di farlo.

Per farla breve sto partecipando, da un paio d’anni,  a un progetto europeo sugli Open Data che proprio ieri ha concluso la sua parte più concreta, quella operativa. (link al pezzo su La Stampa).

Diversi giovanotti da tutta Europa stanno macinando app e dati a manetta e ne sono orgoglioso. Uno di questi, quello che ha vinto il contest qui nel mio Veneto, sta già iniziando a lavorare su progetti digitali più complessi e sembra che diverse aziende lo stiano coccolando, nonostante si sia appena diplomato.

Ecco l’Open Data per il business è anche questo.

Enjoy