Open Data e modelli di business

Chi legge questo blog avrà notato che negli ultimi mesi il termine Open Data è meno frequente nelle enfatizzazioni e nelle persuasioni che, il bloggante, usualmente mette in atto per attrarre i lettori verso nuovi paradigmi.

Infatti, non si tratta più di un nuovo paradigma ma, finalmente, di un obbligo di legge. Ne è passata di acqua sotto i ponti dal 2009 quando l’argomento era di frontiera. Ora c’è un decreto (Crescita 2.0) degli obblighi, tanti portali con i dataset, molte manifestazioni pubbliche, tutti ne parlano (per lo meno nel piccolo recinto della rete sociale) e questo non può essere che un bene.

Da un paio di anni mi occupo di progettualità legate all’Open Data anche a livello professionale. Quindi superata la fase evangelica mi son spesso posto il problema (anche in modo polemico, lo ammetto) del valore generato e del cosiddetto ROI.

Le mie osservazioni, purtroppo, non hanno prodotto buoni sentimenti, al contrario direi che ciò che vedo è sterile, spesso puerile e di facciata.

Tutti pubblicano dati e incitano a pubblicare dati. Tutti creano contest e premiano gli sviluppatori ma, nessuno, ripeto nessuno si  occupa di valutare la ricaduta in termini di valore, capitalizzazione e benefici tangibili.

Come al solito siamo bravissimi a scimmiottare  quello che hanno fatto all’estero ma non riusciamo a creare un nostro modello di business e, senza questo, non andremo, secondo il mio modesto parere, da nessuna parte.

Quando parlo di modello di business intendo uno scatto in avanti da un punto di vista economico con un tangibile ritorno di valore in termine di prodotti, servizi e occupazione basati e/o originati dall’Open Data.

In primis il decreto Crescitalia è monco dei decreti attuativi ma, soprattutto di una linea strategica legata, appunto, alla crescita. L’open by default va benissimo ma: PER FARE COSA?

Secondariamente si continuano ad esporre dati, singoli o aggregati, ma solo dati. All’interoperabilità e al valore che ne deriva dalla stessa, ancora non ci pensiamo. E, si badi bene, non è ne un problema di cultura, ne tanto meno  tecnologico.

Non ultima la grande confusione fra trasparenza (sana, benedetta, essenziale) e Open Data come motore per lo sviluppo digital-economico: SON DUE COSE DISTINTE!

Per fortuna, non tutto è perduto, possiamo recuperare, solo se lo vogliamo per davvero.

Serve definire benefici certi e tangibili e per farlo serve dotarsi di metodi e di vere strategie di business.

Un aiuto, in questo senso, lo sta dando Jeni Tennison, direttore tecnico dell’ Open Data Institute britannico.

Buona visione e lettura.

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Doveroso update segnalato da Raimondo Iemma via Twitter.

 

3 thoughts on “Open Data e modelli di business

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