Moriremo incazzati

Leggo lo splendido post di Luca che, a fine anno, stila un elenco di motivi per causa dei quali non si innova o dove quella poca voglia di innovare viene repressa e molto spesso sconfitta o emarginata.

Ritrovo, in un paio delle sue asserzioni, quasi degli slogan veri, condivisibili, provati e studiati spesso:

1) Gli innovatori nella burocrazia sono quasi sempre isolati

2) In un contesto generalmente conservatore e pigro, le persone poco innovative si sentono confortate quando un innovatore non riesce o quando riesce ma viene scoperto qualcosa che ne peggiora l’immagine

3) La conoscenza delle strade dell’innovazione richiede lunghe spiegazioni

e devo riallacciarmi all’altro post/manifesto di Gianni (più volte citato in questo blog e altrove) che sommato a quello di Luca stimolano un po’ la voglia di incazzarsi e di combattere, ma fino a quando?

Infatti, il problema vero è che stiamo invecchiando senza assistere a cambiamenti radicali.

Luca dice che …  un oceano di cose che cambiano lentamente ma, a chi invecchia ciò appare poco bastante e spesso deprimente.

Come affermo spesso da queste parti, sarebbe bello vincere qualche volta, e non assistere sempre e solo alla vittoria di chi sta fermo, non si espone, si muove sotto traccia e cerca soprattutto l’equilibrio.

Qualche volta sarebbe bello che vincesse uno scapigliato, incazzato, controcorrente e visionario. Ma non succede quasi mai.

Allora stimolato dalla lettura del post di Luca continuo nell’ amaro esercizio di ricerca dei motivi ostanti,  provando ad indicare alcune soluzioni a portata di mano:

1) Rotazione dei ruoli.
L’unica volta che ho assistito a una rotazione dei ruoli, è avvenuto durante la mia carriera sportiva. La società per la quale allenavo a pallacanestro, impose a noi giovani allenatori delle squadre giovanili di ruotarci e quindi chi allenava i più grandi si trovava l’anno dopo ad allenare i piccini e viceversa. La stessa cosa l’applicai in campo, provando a far portare palla ai lunghi e a giocare sotto canestro i piccoli, in modo che vedessero le cose da prospettiva diversa.

Nelle grandi organizzazioni (pubbliche o private non fa differenza) tutto ciò non accade quasi mai. Anzi, la scusa per non ruotare è quasi sempre riferita all’ esperienza. Frasi del tipo: ‘è li da vent’anni perchè ha un esperienza indiscussa in quel ruolo‘, sono consuetudine, ma a me fanno ancora tremare i polsi.

2) Formazione obbligatoria.
Purtroppo la formazione è diventata una voce di costo, nulla più.
I grandi manager non partecipano più a percorsi formativi e riqualificativi, da decenni. Essi stessi son convinti che quello che hanno acquisito nel percorso formativo di base sia bastante.
Chi giudica i curricula dei nuovi assunti, molto spesso si trova a giudicare persone che hanno skill e certificazioni più qualificanti di lui.
La formazione vine comunque considerata un costo che deve assumersi in proprio il neo assunto e, un’altro trucco per abbassare il livello verso la mediocrità, è quello di classificare i vari skill come ‘equipollenti’.

3) Indicatori di produttività.
La produttività è diventata nel tempo una ‘voce stipendiale’, nulla più. Non esistono criteri di valutazione supportati da indicatori, parametri e soprattutto modelli che possano davvero distinguere chi opera per l’eccellenza da chi fa semplicemente il suo dovere.
E’ necessario fissare la quota stipendiale ‘variabile’ a modelli di valutazione certi e, sopratutto, gestiti da auditor esterni all’organizzazione.

4) Sperimentazione.
Non c’è tempo per la ricerca di nuovi modelli organizzativi, di nuove modalità di gestione dei progetti e, soprattutto dei processi. Sembra che il modello fordista (gerarchico, metodico e legato più alla quantità degli output che alla loro qualità) sia ancora l’unico modello di riferimento.
Ci son sempre più di due modi per affrontare un problema, ma se non si ha il coraggio di star a guardare un’altro come lo affronterebbe, non si innova mai e si rimane fermi nelle proprie ataviche convinzioni.

5) Gioco e fantasia.
Tutto ciò che non rientra nei modelli classici, anzi è considerato perdita di tempo. Ho avuto al fortuna di girare per l’MIT, di frequentare i campus della Silicon Valley, di toccare con mano un approccio divertente e giocoso alla professione, come dico spesso: ‘in infradito‘.
A volte passiamo 9 o 10 ore nei nostri luoghi di lavoro e, se ci pensiamo bene, son più ore di quelle che passiamo fra le mura domestiche. Perchè non rendere queste ore un momento di felicità?

Mi fermo qui, ma tornerò ancora su questi temi, perchè non voglio morire incazzato.

About these ads

5 commenti

  1. [...] i temi della cosiddetta ‘agenda digitale’ e più in generale del cambiamento, mi appassiono subito al dibattito [...]

  2. [...] intorno alla conservazione e all’espulsione o all’isolamento degli innovatori (Marco, Gigi, Alberto). I commenti hanno messo in luce una certa quantità di argomenti da approfondire: 1. La [...]

  3. [...] frattempo vanno segnalate le reazioni di Alberto Onetti, sul blog SiliconValley del Corriere, e di Gigi Cogo, su Webeconoscenza. Il sentimento della disparità di difficoltà che è destinato a incontrare chi [...]

  4. sempre lucido e efficace! concordo totalmente… penso che dopo le vacanze ci si debba sentire…
    a presto!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...