Abbracciare il digitale

Riporto una mia intervista di oggi, rilasciata a Simona Silvestri, per eGov News.

Concepire le tecnologie digitali come mezzo e non come un fine. A sottolineare il concetto è Gianluigi Cogo(Rete Innovatori PA e docente universitario di Social Media), con il quale apriamo un nuovo approfondimento sui servizi innovati per l’utenza: un tema di stretta attualità, direttamente proveniente dal Premio Egov 2012 e che vede le Pubblica Amministrazione, locale e nazionale, impegnata su progetti che rendano più intelligente e automatizzato il territorio, proprio grazie all’uso delle tecnologie. Infomobilità, telesorveglianza, risparmio energetico sono soltanto alcuni degli elementi in ballo, ambiti in cui la PA si sta muovendo: resta da capire se bene o male

 

Che qualcosa si stia muovendo è indubbio, anche perché il decreto Crescita 2.0, e prima ancora il C.A.D., hanno fissato alcuni paletti normativi che obbligano il comparto pubblico a rinnovarsi e a guardare avanti – attacca Cogo – Diverso discorso riguarda la “propensione” naturale a evolvere che, obiettivamente, è quasi del tutto assente. Ovvio che alcune eccellenze ci sono, ma non fanno regola e difficilmente trainano il resto del comparto”. Il riferimento immediato va proprio al Premio Egov 2012, di cui Cogo è stato Direttore scientifico, che nell’ultima edizione ha dedicato un’intera sezione al tema, riuscendo a portare a Riccione oltre un centinaio di amministrazioni pronte a gettarsi nella mischia dell’innovazione.
“Lo scorso Settembre al Premio E-Gov di Riccione abbiamo premiato leamministrazioni più talentuose cercando fra queste quelle che hanno dimostrato la propensione naturale di cui sopra e, ribadisco, sono davvero pochissime. Non è solo una questione tecnologica, perché, se è vero che il digitale pervade quasi tutti i contesti della vita quotidiana, non si tratta solo di adottare tecnologie, piuttosto di capire i nuovi modelli di gestione. Social network, smart device, web apps, cloud computing, open data, domotica, ecc, sono tutte “keyword” che sottolineano come nella vita di tutti i giorni le tecnologie cambiano lo stile di vita e di come spesso succede per davvero. Nella Pubblica Amministrazione, invece, restano parole vuote che non si riesce a contestualizzare dentro nuovi modelli organizzativi. La città intelligente è fatta soprattutto di modelli (diversi per ogni luogo) che si adattano e traggono benefici anche, non solo, dalle tecnologie suddette. E questa riflessione evidenzia un’inerzia che riguarda tutto il paese, non solo alcune zone. Anche nel triangolo cosiddetto “industrializzato” siamo fermi a modelli vecchi che non reggono più il ritmo della società digitale”.
Un dubbio che comunque permane, analizzando i progetti realizzati da comuni, province, regioni e dagli altri enti, è che talvolta siano caratterizzati più dall’estemporaneità che non da una progettualità reale e definita. “Le tecnologie digitali sono il mezzo, non il fine. È vero che oggi aiutano a svolgere meglio e ad automatizzare molte attività, ma da sole non bastano. Si tratta piuttosto di capire quali vantaggi queste tecnologie e questi oggetti possono offrire nel modello di città intelligente che scegliamo. Ma il modello non è uguale per tutti” ribadisce Cogo. “Per capire i bisogni della gente bisogna instaurare un dialogo che porti prima di tutto alla piattaforma dialogico-interattiva che è la smart community, ovvero un luogo dove si dibatte ma anche si crea. Dove le associazioni, i liberi cittadini e i professionisti costruiscono il “governo aperto”, ovvero quel modello che permette di progettare assieme (co-design) i servizi che renderanno, poi, la città più sostenibile e dunque più intelligente. Ma attenzione, nulla è scritto sulla pietra, perché le città evolvono, le comunità si trasformano e dunque i servizi vanno considerati in “beta permanente”, pronti a essere ripensati o rimodellati”.
La domanda, a questo punto, sorge spontanea: esistono settori pubblici che, più di altri, richiedono maggiormente una dose massiccia di ICT e innovazione, ancor più in questo momento a fronte della complessa crisi economica che stiamo vivendo? “Io sarei per ridurre l’impegno della PA nel settore ICT, perché non è il suo mestiere. Oggi più che mai si può passare dai vecchi modelli (insourcing e outsourcing) a quello più utile per la progettazione e la gestione dell’ICT, ovvero ilcrowdsourcing. Mi spiego meglio. Se prima le tecnologie venivano gestite in casa (on premise), oggi si tende a spostarle sulla nuvola (cloud computing) dove il sistema operativo di riferimento è il web stesso. La più grande piattaforma di relazioni sociali diventa anche la piattaforma di applicazioni e servizi. E in quel luogo le applicazioni si costruiscono attraverso la tecnica del mashup, ovvero combinando pezzi, tecnologie e idee di soggetti plurimi, a costi molto più bassi e con complessità infinitamente ridotte. Non vedo altre strade se non la dismissione della complessità derivante dalle tecnologie ICT tenute in pancia dalla PA”.
In questo percorso molti invocano l’intervento e una maggiore responsabilità da parte delle imprese, chiamate ad accompagnare la Pubblica Amministrazione verso una progressiva innovazione dei servizi. “Le imprese hanno il vantaggio di percepire più velocemente ciò che è vantaggioso per il loro business ma, molto spesso, non hanno la lungimiranza di percepire cosa è vantaggioso per il sistema. Questa è una caratteristica tipica che non ci permette di aggregare distretti, piuttosto che centri di eccellenza. Sono un po’ scettico, credo poi che molte aziende ICT siano refrattarie a investire sul cambiamento e a cogliere al volo l’opportunità di un mercato globale che, anche per loro, trova nel web l’unico denominatore comune. Mi rattrista vedere molte imprese che non abbracciano i nuovi paradigmi e che dopo vent’anni non hanno nemmeno un sito e, men che meno, un servizio di eCommerce. Come possono aiutare la PA?”.
Il salto verso l’innovazione è ormai un passo obbligato per le nostre amministrazioni, chiamate a supplire in questo modo a un ritardo cronico ormai inconcepibile: ma i cittadini sono pronti a fare lo stesso? “La PA deve essere obbligata all’innovazione, altrimenti di suo è troppo lenta. Vanno emanate direttive sanzionatorie, accompagnandole con momenti di “coaching” per fare in modo che la fase di evoluzione non rallenti. Per contro, i cittadini sono sempre di più “empowered”, ma usano questo potere per i loro vantaggi personali e non per instanziare un cambiamento. I fenomeni di partecipazione ci sono, ma sfociano quasi sempre nel “mugugno”, quasi mai nell’offerta di soluzioni. Nascono i primi hackathon (parola molto alla moda che significa, più o meno, concorso per applicazioni) dove alcune amministrazioni offrono i loro dati per riprogettare le applicazioni che devono erogare servizi ai cittadini. Questa modalità è molto trendy ma viene negoziata fra l’amministrazione e i programmatori più nerd, quasi mai viene chiesto ai cittadini cosa vogliono, e quasi sempre, dopo il mugugno, i cittadini non si organizzano per rivendicare i loro diritti”.

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