Siamo tutti americani

Improvvisamente oggi ci sentiamo tutti americani ed è difficile sottrarsi al fascino della demagogia che si insinua ruffiana fra le pieghe del discorso di Obama.

Sarà perchè negli ultimi anni nessun politico italiano è riuscito a parlare al nostro cuore, oppure sarà che noi stessi preferiamo che ad essere ammaliato sia il nostro basso ventre, così da legittimarne le pulsioni più basse e incontrollabili. Chissà!

Il discorso di stanotte andrebbe fatto ascoltare e leggere attentamente in tutte le scuole, perchè parla di principi universali e di alta politica, quella bella politica che noi italiani non conosciamo più.

Resta però la certezza che, al netto della demagogia, certi valori assoluti a cui si richiamano gli americani trasformano un paese moderno in una grande nazione.

Traduzione del discorso di stanotte.

Grazie mille.

Stanotte, a più di 200 anni dopo che una ex colonia si è conquistata il diritto di determinare da sola il suo destino, l’impegno nel perfezionamento dell’unione continua.

Va avanti grazie a voi. Va avanti perché avete riaffermato lo spirito che ha trionfato sulla guerra e la depressione, che ha sollevato questo Paese dalla profondità della disperazione fino alle alte vette della speranza, il credere che mentre ognuno di noi insegue il suo sogno personale, facciamo però parte di una famiglia americana e insieme trionferemo o cadremo come una sola nazione e un solo popolo.

Questa notte, in questa elezione, voi, Americani, ci avete ricordato che anche se la nostra strada è stata dura, anche se il nostro viaggio è stato lungo, ci siamo fatti forza, abbiamo combattuto, e nei nostri cuori sappiamo che il meglio per gli Stati Uniti d’America deve ancora venire.

Voglio ringraziare ogni americano che ha partecipato a questa elezione, che abbia votato per la prima volta o aspettato in fila per molte ore. E questa è una cosa che dobbiamo sistemare. Che abbia calpestato marciapiedi o alzato una cornetta, tenuto in mano un cartello per Obama o per Romney, avete fatto sentire la vostra voce e avete fatto la differenza

Ho appena parlato con il governatore Romney e mi sono congratulato con lui e con Paul Ryan per una campagna che abbiamo combattuto duramente. Possiamo avere lottato con forza, ma soltanto perché amiamo questo paese profondamente e teniamo con così tanta forza al suo futuro. Da George a Lenore fino al loro figlio, Mitt, la famiglia Romney ha scelto di donare indietro all’America molto con il proprio servizio e questa è l’eredità che onoriamo a cui plaudiamo stanotte. Nelle settimane scorse, ho anche pensato a un incontro con il governatore Romney per parlare di come possiamo lavorare insieme per portare avanti questo Paese.

Voglio ringraziare il mio amico e partner negli ultimi quattro anni, un felice guerriero americano, il miglior vice presidente che si possa desiderare, Joe Biden.

E non sarei l’uomo che sono oggi senza la donna che vent’anni fa ha acconsentito a sposarmi. Lasciatemelo dire in pubblico: Michelle, non ti ho mai amata di più. Non sono mai stato più fiero di guardare il resto dell’America innamorarsi di te, come first lady di questa nazione. Sasha e Malia, davanti ai nostri occhi state crescendo e diventando due bellissime, forti e intelligenti giovani donne, proprio come vostra madere. Sono davvero fiero di voi. Ma per ora credo che un cane sia più che sufficiente.

Ai migliori volontari e al miglior staff di una campagna nella storia della politica. I migliori. I migliori di sempre. Alcuni di voi erano nuovi, altri mi sono stati accanto fin dall’inizio. Ma tutti voi siete membri di una famiglia. Da dovunque veniate e qualsiasi cosa facciate, ricorderete la storia che abbiamo scritto insieme e avrete a vita l’apprezzamento di un presidente a voi grato. Grazie per avere creduto fino alla fine, attraverso ogni collina, ogni valle. Mi avete sollevato durante tutto il percorso e vi sarò per sempre grato per tutto quello che avete fatto e per l’incredibile lavoro svolto.

So che le campagne politiche a volte sembrano piccole, persino stupide. E che ai cinici danno molto spazio per dire che la politica non è nulla più che una gara tra ego o terra di interessi particolari. Ma se mai avrete la possibilità di parlare alla gente che è venuta ai nostri rally e si è ammassata in una lunga fila nella palestra di una scuola, o vedrete persone lavorare fino a tardi in un ufficio della campagna in una piccola contea lontana da casa, scoprirete che non è così.

Sentirete la determinazione nella voce di un giovane organizzatore che si fa strada verso il college e vuole che ogni bambino abbia la stessa possibilità.

Sentirete l’orgoglio nella voce di una volontaria che va di porta in porta perché suo fratello è finalmente stato assunto quando la fabbrica di auto ha aggiunto un turno ulteriore alla produzione. Sentirete il profondo patriottismo nella voce della moglie di un militare che sta al telefono fino a tarda notte per assicurarsi che nessuno che combatte per questo paese debba combattere mai per un lavoro o un tetto quando torna a casa.

Ecco perché lo facciamo. Ecco cosa può essere la politica. Ecco perché le elezioni contano. Non è poco, è una cosa grande. È importante. La democrazia in una nazione di 300 milioni di persone può essere caotica e complicata e rumorosa. Abbiamo ognuno la propria opinione. Ognuno ha cose in cui crede. E quando attraversiamo momenti difficili, quando prendiamo grandi decisioni come paese, questo necessariamente mette in campo passioni e controversie.

Tutto questo non cambierà dopo stanotte, e non deve farlo. Tutto ciò è simbolo della nostra libertà. Non possiamo dimenticare che, mentre parliamo, persone in nazioni lontane rischiano la propria vita per la possibilità di discutere sulle cose che contano, di dare il loro voto, come noi abbiamo fatto oggi.

Ma nonostante le nostre differenza, molto di noi condividono certe speranze per il futuro dell’America. Vogliamo che i nostri figli crescano in un paese dove abbiano accesso alle migliori scuole e all’insegnamento dei migliori docenti. Un paese che porti avanti la propria leadership nella tecnologia, e nell’innovazione e nelle scoperte, con tutto il lavoro e le possibilità di impiego che ne conseguono.

Vogliamo che i nostri figli vivano un America che non è oberata dai debiti, che non è indebolita dalle disuguaglianze, che non è minacciata dal potere distruttivo del riscaldamento globale. Vogliamo cedere ad altri un paese sicuro e rispettato e ammirato nel mondo, una nazione difesa dall’esercito più forte della terra e dalle truppe migliori che questo mondo abbia conosciuto. Ma anche un paese che si muova con sicurezza oltre questi tempi di guerra, per arrivare a una pace costruita sulla promessa di libertà e dignità per ogni uomo.

Crediamo in un’America generosa, in un’America che ha compassione, in un’America tollerante, aperta ai sogni della figlia di un immigrato che studia nelle nostre scuole e crede nella nostra bandiera. A un giovane delle zone più povere di Chicago che vede una vita al di là dell’angolo della sua strada. Al figlio di un operaio del Nord Carolina che vuole diventare un dottore o uno scienziato, un ingegnere o un imprenditore, un diplomatico o persino un presidente. Questo è il futuro che vogliamo. Questa la visione condivisa. Ecco verso cosa dobbiamo andare – avanti. Ecco cosa dobbiamo fare.

Ora, saremo in disaccordo, spesso duramente, su come arrivare a tanto. Come è stato per due secoli, il progresso inizierà. Non sarà sempre una linea retta, né una strada facile.

Sapere che abbiamo speranze e sogni comuni non metteranno termine alle discordie né risolveranno da sole problemi o sostituiranno il lavoro di costruire consenso e arrivare al difficile compromesso necessario per portare avanti questo paese. Ma il legame che condividiamo è il punto da cui iniziare.

La nostra economia sta guarendo. Una decade di guerra sta finendo. Una lunga campagna si è appena conclusa. E che io abbia meritato o meno il vostro voto, vi ho ascoltato, ho imparato da voi, e mi avete reso un presidente migliore. E con le vostre storie e le vostre fatiche, torno alla Casa Bianca più determinato e ispirato che mai, con in mente il lavoro che deve essere fatto e che il futuro è di fronte a noi.

Stanotte avete votato per agire, non per la politica come è di solito. Ci avete eletto per concentrarci sul vostro lavoro, non sul nostro. E nelle prossime settimane e mesi, cercherò di lavorare con i leader di entrambi i partiti per rispondere alle sfide che possiamo risolvere soltanto unite. Ridurre il deficit. Riformare il sistema fiscale. Sistemare il nostro sistema di immigrazione. Liberarci dal petrolio straniero. Abbiamo molto lavoro da fare.

Ma questo non significa che il vostro lavoro sia finito. Il ruolo dei cittadini nella nostra democrazia non finisce con il voto. Non abbiamo mai pensato a cosa l’America possa fare per noi, ma a cosa possiamo fare insieme, nel lavoro duro e frustrante, ma necessario, dell’auto-governo. Ecco su cosa siamo stati fondati.

Questo paese ha più ricchezze degli altri, ma non è questo a farci ricchi. Abbiamo l’esercito più potente della storia, ma non è questo a farci forti. Le nostre università, la nostra cultura sono l’invidia del mondo, ma non è questo che fa approdare il mondo alle nostre coste.

Quello che rende eccezionale l’America è il legame che tiene insieme le nazioni più diverse sulla faccia della terra. Il credere che il nostro destino è condiviso. Che questo paese funziona solo se accettiamo di avere obbligo ognuno nei confronti dell’altro e verso le generazioni future. La libertà per cui così tanti americani hanno combattuto e sono morti porta tanto diritti quanto responsabilità. E tra i diritti ci sono amore, carità, doveri e patriottismo. Questo fa l’America grande.

Stanotte spero perché ho visto lo spirito dell’America in azione. L’ho visto nei proprietari di aziende a conduzione famigliare che preferiscono tagliarsi lo stipendo che lasciare a piedi i vicini, e nei lavoratori che si tagliano le ore di lavoro piuttosto che farlo perdere a un amico. L’ho visto nei soldati che si rimettono in lista dopo avere perso un arto e nei SEAL che fanno il loro dovere nel buio e nel pericolo perché sanno di avere un compagno che gli guarda la schiena.

L’ho visto nel New Jersey e a New York, dove i leader dei partiti e gli uomini del governo hanno messo da parte le loro differenze per aiutare una comunità a rimettersi in piedi dopo i danni causati da un terribile uragano. E l’ho visto l’altro giorno a Mentor, in Ohio, dove un padre ha raccontato la storia della figlia di otto anni, la cui lunga battaglia contro la leucemia non è costata tutto alla famiglia solo per la riforma della sanità, approvata pochi mesi prima che la compagnia assicurativa smettesse di pagare per la sua salute.

Ho avuto l’opportunità di parlare con il padre e di incontrare la sua incredibile figlia. E quando ha parlato alla folla, ogni genitore in quella stanza aveva lacrime agli occhi, perché sapevamo che quella bambina poteva essere nostra figlia. E so che ogni americano vuole un futuro luminoso. Ecco come siamo. Ecco il paese che sono fiero di guidare come presidente.

E stanotte, nonostante tutto quello che abbiamo passato, nonostante le frustrazioni di Washington, non sono mai stato più speranzoso riguardo al futuro. Riguardo all’America. E vi chiedo di sostenere questa speranza. Non sto parlando di ottimismo cieco, di quella speranza che ignora l’enormità delle sfide sul nostro percorso. Né dell’idealismo che permette di sederci a lato e sottrarci ad una sfida.

Ho sempre creduto che la speranza è così ostinata dentro di noi, nonostante tutto, che ci aspetta qualcosa di meglio, se abbiamo il coraggio di continuare a tendere verso ciò, di continuare a lavorare, di continuare a lottare.

America, io credo che possiamo costruire sul progresso che abbiamo ottenuto e continuare a lottare per nuovi lavori e nuove opportunità e nuove certezze per la middle class. Credo che possiamo mantenere le promesse dei nostri fondatori, nell’idea che se si è disposti a lavorare sodo, non importa chi sei o da dove viene o che faccia hai o chi ami. Non importa se sei nero o bianco o ispanico o asiatico o indiano d’America o giovane o vecchio o ricco o povero, abile, disabile, gay o etero. Se hai voglia di provare in America puoi farcela!

Credo che possiamo afferrare il futuro insieme perché non siamo divisi come suggerisce la nostra poltica. Non siamo cinici come credono i nostri esperti. Siamo più grandi della somma delle nostre ambizioni individuali, e rimaniamo più di una manciata di stati blu e rossi. Siamo e saremo per sempre gli Stati Uniti d’America.

E con il vostro aiuto e la grazia di Dio continueremo il nostro percorso e ricorderemo al mondo perché viviamo nella nazione più grande del mondo.

Grazie, America. Dio ti benedica. Dio benedica questi Stati Uniti.

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